MONTI ALLA PROVA DELLA DITTATURA COMMISSARIATA. E BERLUSCONI TRATTA E NON MOLLA
Pubblicato il 14 novembre, 2011 in Politica | No Comments »
Mario Monti è presidente del Consiglio (con riserva) e Silvio Berlusconi non abbandona (non adesso) la “politica”. Il nuovo primo ministro incaricato farà oggi le sue consultazioni “con urgenza e scrupolo” e poi forse, se ci saranno le condizioni, presenterà la lista dei ministri, che saranno tutti tecnici. Ieri ha ricevuto il sostegno – ancora condizionato – delle principali forze politiche rappresentate in Parlamento: il Pd vuole un esecutivo a termine che faccia la legge elettorale; il Pdl non pone condizioni di durata ma chiede che il nuovo governo si occupi solo della crisi finanziaria e che sia Monti sia i suoi colleghi tecnici assicurino l’indisponibilità a candidarsi una volta conclusa l’opera di “risanamento e crescita” (parole di Monti). Ma ieri non è stata esclusivamente la giornata di Monti. Berlusconi ha chiarito che non si ritirerà, e ha invece individuato una nuova strada che conduce – pensa lui e pensano i suoi– a un’uscita ordinata dal berlusconismo che conservi integro il Pdl. “Da domani raddoppierò l’impegno per rinnovare l’Italia”, ha detto il Cavaliere.
Dunque Monti da ieri sera è presidente del Consiglio, ma sul suo non ancora nato governo si addensano già troppi veti, dubbi, rischi. Non solo il rifiuto del Pd di veder seduto Gianni Letta sulla poltrona di vicepremier (che corrisponde a un veto assoluto del Pdl nei confronti di Giuliano Amato), né soltanto la minaccia del referendum elettorale sul quale dovrà decidere a gennaio la Corte costituzionale.
“Sarà la sinistra a fare cadere Monti, ammesso che questo governo si faccia sul serio”, dice uno degli esponenti più in vista del partito del Cavaliere. La situazione la spiegano bene nel Pdl quando raccontano che Angelino Alfano, di fronte a Giorgio Napolitano, ha voluto rassicurare il presidente della Repubblica: “Noi non poniamo condizioni sulla durata di un governo che dovrà avere tutto il tempo necessario per le complesse riforme richieste dalla lettera inviata dalla Bce”. Dietro le parole di Alfano c’è un ragionamento che il gruppo dirigente del Pdl ha condiviso con Berlusconi: abbiamo bisogno di tempo, ci siamo alienati molti consensi per le manovre di Tremonti, adesso anche il centrosinistra si sporchi un po’ le mani; abbiamo ancora la maggioranza al Senato e dunque, se si mettesse male, possiamo staccare la spina quando vogliamo recuperando così anche la Lega.
Insomma il Pdl si consola scommettendo sugli effetti dei probabili conflitti interni alla sinistra, tra il Pd e le estreme e la Cgil. Quanto ai problemi interni al partito di Berlusconi, i Franco Frattini, gli Angelino Alfano, i Fabrizio Cicchitto e i Gaetano Quagliariello pensano che la parentesi del governo Monti possa servire per rinsaldare il Pdl (di cui Berlusconi rimarrà sostanzialmente alla guida), prendere tempo, avviare le primarie e prepararsi per un appuntamento elettorale che vedrà la sinistra attraversata da un profondo tramestio interno.
Il colloquio di Alfano, Maurizio Gasparri e Cicchitto con Napolitano ieri ha convinto Berlusconi a registrare un videomessaggio dai toni istituzionali: un endorsement al governo tecnico che fa da apripista ai negoziati che si apriranno oggi con Monti: vicepremier e lista dei ministri. Il presidente della Repubblica ha garantito che tenterà in ogni modo di inserire nella lista delle figure di “garanti politici” (uno dei quali per il Pdl dovrebbe essere Letta) e ha anche convenuto con gli ambasciatori del Pdl nel censurare le manifestazioni di piazza con le quali Berlusconi è stato contestato sabato sera. Anche il Quirinale si sta impegnando in uno sforzo per la pacificazione, negli stessi termini (o quasi) che Berlusconi ha anticipato ieri sera. Salvatore Merlo, Il Foglio quotidiano, 14 novembre 2011




Nel pomeriggio tutto sembrava andare per il verso giusto per il Partito democratico: con le opposizioni che si astengono in modo compatto alla Camera, con la maggioranza che non raggiunge la maggioranza alla Camera, con il segretario del maggior partito d’opposizione che parla a Montecitorio come fosse lo speaker di tutte le opposizioni, con i vertici del Pd che chiedono al presidente del Consiglio di andare al Quirinale e con il presidente del Consiglio che a fine giornata decide quatto quatto di presentarsi davvero di fronte al presidente della Repubblica. Tutto insomma sembrava andare per il verso giusto, e invece proprio quando il leader del Pd già si leccava i baffi immaginando concretizzata la propria richiesta di dimissioni succedeva quello che nessuno nel centrosinistra si aspettava: Berlusconi non offre le sue dimissioni a Napolitano, propone al presidente della Repubblica di approvare subito la legge di stabilità alle Camere, si impegna a presentare le sue dimissioni un minuto dopo l’approvazione del maxi emendamento alla Camera e ricorda che in caso di sfiducia (praticamente certa) per quanto lo riguarda non esistono né passi indietro né passi laterali: esistono solo le elezioni. E Napolitano cosa fa? Il Pd era certo che altra soluzione oggi non ci sarebbe stata se non quella delle dimissioni del Cav; e invece Napolitano dimostra di non avere alcuna intenzioni di farsi portavoce delle velleità ribaltonistiche delle opposizioni e dice al Cav. d’accordo, presidente, proviamo. Risultato? Il Pd, naturalmente, va nel pallone e dopo aver vissuto le ultime ore di questa pre crisi di governo puntando forte su un famigerato esecutivo di decantazione ora si ritrova a fare i conti con un presidente della Repubblica che di fronte all’ipotesi di sciogliere le Camere e di andare alle elezioni semplicemente non dice di no. E questo, sinceramente, il Pd proprio non se lo aspettava. Anche perché al momento il partito di Bersani tutto sembra tranne che essere davvero pronto a scaldare i motori per le prossime elezioni. Claudio Cerasa, Il Foglio, 9 novembre 2011
Il governo ieri ha fatto un test sulla sua tenuta e il risultato numerico e politico è inequivocabile: 308 voti alla Camera sul rendiconto sono il segnale che la maggioranza non c’è più e la coesione dei gruppi che la compongono è saltata. Ora Berlusconi ha davanti a sé due strade: guidare la crisi o esser guidato dalla crisi. Tra avere in mano il volante e stare sul sedile posteriore c’è una bella differenza. Berlusconi può contare sulla regia attenta di Napolitano e sul fatto che l’opposizione ha mostrato di avere solo il «piano A» (costringerlo alle dimissioni) ma non ha neppure un’idea di «piano B» (che alternativa costruire dopo la sua uscita). Il Cav è salito sul Colle avendo cura di non indebolire la sua posizione.