Archivio per la categoria ‘Politica’

IL QURINALE INASCOLTATO

Pubblicato il 17 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il direttore del Riformista, Emanuele Macaluso, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano L’ex senatore e dirigente comunista Emanuele Macaluso, legato da una vita all’amico ed ex compagno di partito Giorgio Napolitano, non avrà certamente condiviso la lettera con la quale Silvio Berlusconi ha spiegato le ragioni del rifiuto di “mollare” di fronte all’ennesima offensiva giudiziaria, politica e mediatica. Ma altrettanto certamente non ne sarà rimasto sorpreso, avendo pure lui protestato ieri come più chiaramente e vigorosamente non si poteva contro lo scempio che “anche” i magistrati fanno degli “equilibri istituzionali”. E dei “richiami” del presidente della Repubblica. Di cui, in particolare, Macaluso ha ricordato in un apprezzabile editoriale del suo giornale – il Riformista- gli appelli contro l’uso distorto delle intercettazioni e le “esternazioni di procuratori chiacchieroni”. È “intollerabile”, secondo Macaluso, la furbesca “retorica” di usare gli interventi del capo dello Stato, come fanno i politici ma anche i magistrati, “solo per questioni che riguardano altri, e non se stessi”. Fra i politici egli ha messo in testa naturalmente il presidente del Consiglio per i suoi continui e “devastanti” attacchi alle toghe, senza distinzioni. Fra i magistrati, Macaluso ha citato, in particolare, il presidente della loro potente associazione e il capo della Procura di Napoli. Al primo, Luca Palamara, egli ha contestato di ignorare “le responsabilità di chi deve custodire le intercettazioni” negli uffici giudiziari e non lo fa. Al secondo, Giandomenico Lepore, ha contestato l’esibizionismo da quando cerca di interrogare anche con le cattive il presidente del Consiglio in un procedimento che lo vede parte lesa come ricattato. Ma dove il Cavaliere, che avverte “il trappolone”, potrebbe ritrovarsi indagato pure lui. Il fatto che il governo sia “screditato” e ne “occorra un altro”, ha scritto Macaluso, dal quale certamente non si possono attendere sconti politici a Berlusconi, “non può essere un alibi per nessuno” per sottrarsi al “dovere” di ristabilire un equilibrio istituzionale che non c’è più. Non può esserlo neppure per la magistratura, che in questo campo ha anch’essa i suoi obblighi. E deve decidersi a rispettarli. “Oggi, non domani”, ha avvertito Macaluso. Senza la pretesa, e neppure l’intenzione, di tirare la giacca a lui e al capo dello Stato, di cui egli riflette spesso pensieri, umori, preoccupazioni e quant’altro può procurargli una situazione critica come quella che attraversa il Paese, è augurabile che la sortita di Macaluso non venga liquidata come lo sfogo estemporaneo di un vecchio e deluso dirigente politico. E apra invece gli occhi a tanti suoi ex compagni di partito che dall’opposizione si mostrano interessati più ad aumentare la confusione che a diradarla, più ad esasperare gli animi che a placarli, nella illusione di potersi finalmente liberare del loro più odiato avversario di turno. Che è naturalmente Berlusconi, come lo era vent’anni fa Bettino Craxi. Delle cui debolezze ed errori, in materia per esempio di finanziamento illegale della politica, per quanto fosse una pratica generalizzata, proseguita anche dopo di lui pure a sinistra, come dimostrano le attuali vicende giudiziarie di Filippo Penati, l’ex braccio destro del segretario del Pd Pier Luigi Bersani; delle cui debolezze ed errori, dicevo parlando di Craxi, la sinistra volle che si facesse un uso giudiziario distorto per toglierselo dai piedi. Paradossalmente, fra le macerie di un comunismo che egli aveva avuto il torto di combattere. Francesco Damato, Il Tempo, 17 settembre 2011

TOGHE, BANCHE E LUCI ROSSE, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 16 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Toghe, banche e luci rosse. Raccontiamo un Paese impazzito che ha deciso di frantumare se stesso nel vortice delle intercettazioni, delle spiate, delle relazioni scosciate e istituzioni ammosciate. Mi chiedo dove sia finita la ragion di Stato, quella che distingue una società tribale da una comunità civile. Non c’è niente di simile in tutto l’Occidente: una nazione intenta a pugnalarsi, a cercare l’eliminazione dell’avversario con mezzi non convenzionali, a sfasciare la propria casa e poi fare salti di gioia. Nerone incendiò Roma, noi stiamo dando fuoco alle polveri per far saltare tutto.
Berlusconi ha commesso molti errori, ma il martellamento giudiziario a cui è stato sottoposto è qualcosa di mostruoso. Non lo auguro a nessuno. Quando il voyeurismo e la pornografia escono dalla camera da letto per diventare atto giudiziario, quando la ghigliottina prende il posto della giustizia, quando le Vite degli Altri diventano gogna e basso istinto collettivo, allora scorre il sangue. Da tempo scrivo che per la storia personale di Silvio Berlusconi e quella collettiva del berlusconismo va pensato e messo in atto un soft landing, un atterraggio morbido. Parole vane. Unipol, metafora del Berlusconi presunto colpevole. L’accusa chiede l’archiviazione. No, il giudice terzo, decide che va processato lo stesso. Uomo nero. Alla sbarra. È il desiderio psicotico di vedere la vicenda umana e politica del Cav chiudersi nel modo più violento, a pietrate. La grandinata di sassi domani finirà in faccia ai lanciatori di oggi, ma nessuno vuol vedere l’epilogo da sterminio di massa. I verbali e le centomila intercettazioni sono una scarica di mitra non sulla libertà di Berlusconi, ma su quella di tutti i cittadini.
Oggi a lui, capro espiatorio dei mali nazionali, domani a un altro. E via così, in una roulette russa che non risparmierà nessuno. Rischiamo il downgrade del debito pubblico ad horas, siamo seduti su una bomba contabile da 1900 miliardi e l’Italia con pazza allegria si rotola nel fango tra pizzi, merletti e complotti. Mario Sechi, Il Tempo, 16 settembre 2011

..………….Il Capo dello Stato, l’ex comunista Napolitano, da Bucarest ha rivolto un accorato appello, l’ennesimo, alla coesione nazionale, alla necessità di uno sforzo comune, alla opportunità di trovare le ragioni dello stare insieme, per salvare l’Italia dalla crisi. Napolitano si rivolge agli italiani che, si sa, sono figli di mamma e perciò non mancheranno di raccogliere l’appello. E’ vero, imprecheranno oggi, domani, dopodomani, per l’immancabile impennata dei prezzi che seguirà alla manovra bis approvata dalla Camera ieri l’altro, ma poi, come sempre, si rimboccherranno le maniche, stringeranno la cinghia e continueranno a lavorare,  per sè e anche per gli altri, compresa la “casta” che anche questa volta pare l’abbia fatta franca. Gli unici che pare non siano intenzionati a raccogliere l’appello di Napolitano sono certi magistrati di “prima linea” i quali perseguono un unico obiettivo, distruggere Berluscponi che con tutte le colpe che può aver commesso, di certo passerà alla storia per essere l’italiano più perseguitato dalla giustizia. Napolitano è il presidnete del Consiglio Superiore della Magistratura, nella sua veste di  Capo dello Stato, ha quindi i titoli e l’autorià morale per chiedere oltre che agli italiani, anche ai  super italiani, cioè ai giudici di “prima linea”,  di fare la loro parte e senza pretendere di esentare Berlusconi dal dover rispondere come tutti alla Magistratura, gli si eviti quella che appare una mostruosa persecuzione giudiziaria, come sostiene Mario Sechi a ragion veduta. Lo farà Napolitano? Lo attendiamo alla prova di una effettiva imparzialità, perchè altrimenti saremmo autorizzati a ritenere che in Italia ci sono due categorie: quella a cui si può rivolgere l’appello alla coesione nazionale e  e qualle a cui è consentito di fare il contraro, cioè contribuire a sfasciare ciò che resta dello Stato. g.

ECCO CHI CALPESTA LA DEMOCRAZIA…….

Pubblicato il 12 settembre, 2011 in Il territorio, Politica | No Comments »

Qualcosa di losco, che sa di imbroglio e di fuori gioco sta accadendo in questi giorni gravi non tanto e non solo per il governo, ma per la salute della democrazia. Partiamo dall’ovvio: il gioco della democrazia, come il bridge, il calcio o gli scacchi è fatto di regole. Al contrario, le dittature si abbattono invece con insurrezioni, i veementi raduni di «indignati», si rovesciano con le armi, mentre i governi democratici si battono invece soltanto in due modi: in Parlamento e nelle urne. Se si usa nella lotta politica democratica l’armamentario con cui si abbattono le dittature, si abbatte la democrazia. È una regola storica dura e brutale che tutti dovrebbero conoscere, ma che in questi mesi viene dimenticata e calpestata.I fatti: parte per primo il senatore Pisanu con un discorso politico pienamente legittimo, dicendo che a suo parere Berlusconi farebbe bene a dimettersi per far spazio s un nuovo governo o d’emergenza. È un’opinione più che legittima.
Ma ecco che passa un solo giorno e l’onorevole nonché fine intellettuale e vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione fa un’affermazione bizzarra: dice che se Berlusconi si dimetterà potrà ottenere un «salvacondotto» che lo metterà al riparo dai processi giudiziari. In che possa consistere un tale salvacondotto non previsto dai codici né dalla tradizione, non si sa. Ma richiama alla memoria le vicende libiche: si dice a Gheddafi che se si toglierà di mezzo avrà un salvacondotto e non ci saranno vendette: potrà andarsene indisturbato.

Ed ecco che arriva giovedì 8 settembre (l’8 Settembre!) quando La7 manda in onda il film Silvio Forever di Roberto Faenza, con successivo dibattito fra Eugenio Scalfari, Giuliano Ferrara, Paolo Mieli, condotto da Enrico Mentana. Mieli mantiene una linea ragionevole anche se critica («Berlusconi ha comunque il merito storico di aver dato al Paese un’alternativa di destra democratica»), Ferrara una linea affettuosa con benevoli rimbrotti mentre Scalfari segue la linea dell’equiparazione del berlusconismo al fascismo.
Non è una novità, ma è un falso gravissimo e gravido di sventure per l’Italia: non esiste infatti, un «ventennio» berlusconiano, mentre si potrebbe al massimo potrebbe parlare di un «diciottennio» in cui Berlusconi è uno dei protagonisti politici: governa una prima volta dal 10 maggio del 1994 per essere rovesciato dieci mesi dopo. Si ripresenta contro Prodi nel 1996 e perde. Si ripresenta nel 2001 e vince. Si ripresenta nel 2006 e perde. Si ripresenta nel 2008 e vince e pochi dubitano che alle prossime elezioni, perda di nuovo. Dunque, di quale «ventennio» dittatoriale i farnetica?

Ma Scalfari sostiene che occorre «un Dino Grandi che convochi il Gran Consiglio del fascismo e faccia cadere Berlusconi». Allusione gravemente impropria anche perché Scalfari, che fu un giovanotto fascistissimo, sa che non esiste nemmeno per forzata analogia una situazione paragonabile a quella del 1943, anche se vale la pena ricordare che Mussolini fu l’unico dittatore della storia costretto alle dimissioni per un voto di sfiducia di un organo costituzionale e che in seguito a quel voto andò a presentare le sue dimissioni nelle mani del capo dello Stato che lo fece arrestare senza dirglielo, costringendolo a girovagare per le caserme di Roma in un’ambulanza piena di carabinieri fedeli al re. Dunque, l’allusione a Dino Grandi c’entra come i cavoli a merenda. Ma in chi non conosce bene la storia evoca la falsa analogia fra Mussolini e Berlusconi, suggerendo che Beppe Pisanu potrebbe essere il nuovo Dino Grandi.

Appare però sicuro che una grande manovra sia effettivamente in corso per far scaturire un governo d’emergenza o di salvezza nazionale. Ma sta di fatto che per poterlo varare occorrono due condizioni necessarie e sufficienti. La prima è che Berlusconi si dimetta e la seconda è che tutta o larga parte dell’attuale maggioranza berlusconiana dia la fiducia ad un nuovo governo senza Berlusconi. Forse la seconda condizione scatterebbe quasi automaticamente, ma per ora manca del tutto la prima: Berlusconi non ha, a quanto pare e malgrado le sue imprecazioni contro il «paese di merda», alcuna intenzione di mollare. Infatti il piano per dar vita a un nuovo governo prevede un pressing personale e crescente per costringere il presidente del Consiglio a mollare.
E il pressing sarebbe, anzi è, di carattere giudiziario: secondo le voci che circolano nuove intercettazioni, nuove richieste di arresti, nuovi colpi di scena dovrebbero, nelle intenzioni, funzionare come mazze ferrate per indurre Berlusconi a mollare la presa. Ed ecco che, alla promessa del tutto bizzarra e praticamente inattuabile del «salvacondotto», si aggiunge un nuovo elemento di scena: la promessa, anzi la garanzia, di sospendere o impedire ogni «vendetta». Sì, avete letto bene: vendetta. E anche qui balza agli occhi l’impropria simmetria, analogia o tentata specularità con il fascismo: la vendetta per eccellenza è piazzale Loreto a Milano, i cadaveri di Mussolini, Petacci, Bombacci e altri gerarchi appesi per i piedi allo stesso distributore di benzina che il giorno prima aveva visto sposti i corpi di alcuni partigiani passati per le armi.

Naturalmente nessuno dice «piazzale Loreto», ma dopo l’allusione a Dino Grandi (il fascista che fa cadere il fascismo) e al salvacondotto (che secondo alcuni fu offerto a Mussolini prima dell’arresto) ecco ieri l’altro a Chianciano Francesco Rutelli, ospite di un convegno dell’Udc: «Se Berlusconi dovesse fare un passo indietro deve essere chiaro che non ci sarà da parte nostra alcun proposito di vendetta».

L’ha ripetuto ieri a Repubblica Italo Bocchino: «Ci attendiamo da lui un gesto di grande generosità (cioè le dimissioni, ndr) e non si consumerà alcuna vendetta».

Ora, ammetterete, né il «salvacondotto» né la «vendetta» fanno parte dell’attrezzeria del linguaggio democratico, della lotta politica democratica, anche quella più brutale, feroce, ma costituzionale. Che sta dunque succedendo? Vorrei essere chiaro: qui non si tratta nemmeno di difendere Berlusconi. Qui si tratta di difendere il buon nome dell’Italia e della sua democrazia. Benché sia giusto stare bene attenti nel difendere la democrazia anche dalle possibili insidie striscianti, è un dato di fatto che ci troviamo in piena democrazia con un governo di pienissima legittimità democratica. Io stesso che come dirigente del Pli e membro del gruppo misto ho votato la sfiducia parlamentare il 14 dicembre per vedere se il Parlamento sapeva e poteva esprimere un’altra maggioranza, ho visto come tutti che non esiste. Ma evidentemente ci sono molte manovre e lavori in corso e questo fa parte del gioco politico perché la politica è un mondo in perenne attività. Ma che cosa c’entrano i salvacondotti e le sospensioni della vendetta? Non è questo il Paese dove poco fa hanno vinto Pisapia e De Magistris? Non è questo il Paese in cui l’opposizione di Di Pietro è stata premiata ai referendum?

Non si rendono conto coloro che usano il linguaggio fasullo delle inesistenti analogie con il fascismo, che così facendo accoltellano la democrazia e il Parlamento? Davvero sfugge a queste menti finissime che oggi è la democrazia ad essere azzerata nel cuore, nella memoria e nelle menti degli italiani? Chi concederà loro, se la democrazia crollasse, il salvacondotto per le gravi responsabilità e la vendetta della storia, la stessa damnatio memoriae che colpisce ancora oggi i pavidi e gli opportunisti che sgretolarono e distrussero la democrazia spianando la strada al fascismo? Paolo GUZZANTI, Il Giornale, 11 settembre 2011

……Non ci piace granchè Guzzanti, fors’anche per le sue dirette discendenze, ma questa volta dobbiamo riconoscere che la racconta giusta….del resto le avevamo già colte anche le incredibili rassicurazioni di Buttiglione Bocchino, a cui si è unito anche Rutelli, circa “salvacondotti” per Berlusconi dai suoi processi se accettasse di togliersi dai c…i. Come se l’Italia,  e la sua Giustizia,  fosse una specie di  repubblica delle banane  o dei mau-mau do ve la giustizia la si amministra nob con la bilancia della legge ma con le regole dei satrapi. g.

11 SETTEMBRE, IL GIORNO DEL RICORDO: OBAMA E BUSH INSIEME A RENDERE OMAGGIO AI CADUTI

Pubblicato il 11 settembre, 2011 in Politica, Storia | No Comments »

11 Settembre, il giorno del ricordo: Obama con Bush a Ground Zero
Una ferita ancora aperta, un ricordo che non potrebbe essere più vivo. Dieci anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle del World Trade Center e al Pentagono l’America si ferma per ricordare le quasi tremila vittime e l’eroismo dei passeggeri e dell’equipaggio dell’aereo schiantatosi al suolo in Pennsylvania, impedendo ai dirottatori di raggiungere il quarto obiettivo, sempre rimasto ignoto. Mentre il vicepresidente Joe Biden era al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania, iniziavano le altre cerimonie di commemorazione, migliaia di persone si sono raccolte a Ground Zero, dove è stato inaugurato il National Semptember 11 Memorial, una piscina con un buco quadrato in mezzo, all’interno del quale cade a cascata acqua, ai piedi della Freedom Tower che pian piano sta salendo verso il cielo: è il simbolo del vuoto lasciato dalle torri nel cuore della città e dalle vittime nel cuore delle loro famiglie, ma anche il simbolo della rinascita di New York. I nomi sono tutti scolpiti nel bronzo: qualcuno li accarezza lievemente, si porta la mano alla bocca in un rapido bacio, si asciuga le lacrime. Alla cerimonia di Ground Zer, alle  8,46, ora americana, ora del primo attacco alle Due Torri,  c’erano il presidente americano Barack Obama e la first lady Michelle, arrivati mano nella mano, vestiti di nero, e accompagnati dall’ex presidente George W. Bush, con la consorte Laura. Si sono fermati davanti al monumento, poi hanno proseguito fianco a fianco: oggi non c’è spazio per le divisioni politiche, non c’è spazio per i dissapori e le divergenze. Oggi gli americani sono una sola persona. Sul palco Obama ha letto un passo del Salmo 46, Bush un passaggio di una lettera scritta da Abraham Lincoln a una donna che ha perso cinque figli durante la Guerra Civile (nota a margine: l’ex presidente è stato accolto dagli applausi, Obama no). Il presidente ha poi lasciato Ground Zero: sta volando a Shanksville, dove deporrà una corona di fiori sul monumento dedicato alle vittime, poi tornerà a Washington dove prima sarà al Pentagono quindi, questa sera (la notte italiana) parteciperà al concerto di commemorazione al Kennedy Center. C’erano anche il sindaco di New York Michael Bloomberg e il suo predecessore Rudy Giuliani, che ha letto un passaggio dall’Ecclesiaste, c’erano il governatore dello stato Andrew Cuomo e George Pataki, in carica durante gli attentati, per una cerimonia vibrante. A Ground Zero sono risuonate anche le parole, in italiano, di una donna che negli attacchi ha perso la figlia: “Laura ti voglio tanto bene, sarai sempre nel mio cuore”, ha detto. La cerimonia è stata trasmessa sui megaschermi di Times Square, dove le bandiere sono a mezz’asta, come nel resto della città: un passante, Edward Harkewicz, 65 anni, guarda le immagini, in lacrime: “ero qui quel giorno, dovevo essere qui oggi. La mia città era sotto attacco, ricordo come mi sono sentito. Ricordo il dolore, ricordo il senso di vuoto e di perdita”. Oggi è il giorno del ricordo, del rimpianto, ma anche della voglia di risalire.

BERLUSCONI AI GIOVANI DEL PDL: GOVERNERO’ FINO AL 2103

Pubblicato il 9 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi “Oggi siamo un Governo con una solida e forte maggioranza in Parlamento e possiamo sperare, sperare – perché non c’è alcuna certezza – di portare avanti le riforme necessarie per il Paese”. È un Berlusconi ottimista quello che dal palco di Atreju, in occasione dela festa dei giovani del Pdl, difende con le unghie e con i denti l’operato dell’esecutivo. Quello che questa maggioranza poteva fare è stato fatto: nessuno poteva fare di più e non c’è tecnico al mondo che sarebbe riuscito a realizzare il miracolo che abbiamo fatto noi” ha continuato il premier, forse rispondendo alle dichiarazioni del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che da Chianciano aveva rilanciato l’esigenza di riforme strutturali per il Paese.


“Io resto con voi perchè questo Paese va cambiato”
ha annunciato Berlusconi, facendo riferimento alla telefonata intercettata nella quale dichiarava di voler fuggire all’estero. “L’Italia è un Paese meraviglioso”, ha commentato, ma davanti alla situazione politica e giudiziaria che la caratterizza “viene voglia di dire di scappare”. Colpa soprattutto dello strapotere di una “Magistratura democratica”, che ha sottratto la sovranità ai cittadini. Una situazione intollerabile, “che dobbiamo combattere e cancellare” ha affermato Berlusconi, rilanciando l’esigenza di avviare un’importante “riforma dell’architettura istituzionale”. Affrontando la questione delle intercettazioni, poi, il presidente del Consiglio ha definito “non libero” un Paese in cui viene violata sistematicamente la privacy attraverso la pubblicazione sui giornali delle conversazioni intercettate.Il premier si è mostrato fiducioso anche sulla manovra finanziaria. Il provvedimento, già varato dal Senato, ora alla Camera e sarà “sicuramente approvata mercoledì”. “Darle fiducia è stato un atto di coraggio” ha affermato Berlusconi. Soddisfatto delle norme sulle pensioni femminili nel privato, rispetto alle quali eravamo partiti dal 2020 e poi, dopo un braccio di ferro forte con la Lega, l’abbiamo portato al 2014. Quindi, abbiamo già fatto qualcosa. Mandare la gente in pensione a 65 o 67 anni come in Germania e’ una cosa che funziona – ha detto il presidente del Consiglio - anche perchè la vita media si sposta in alto e quindi si sposta anche la capacità di lavorare”.
“Deciderò se ricandidarmi a fine legislatura” ha dichiarato Berlusconi. “Dopo venti anni di attività politica, che sono un periodo enorme perche’ la vita politica e’ drammaticamente pesante, mi sembra che sarei giustificato e avrei consolidato il diritto di rinunciare alla richiesta del mio partito di ricandidarmi”. Di una cosa, però, è certo: “Chiunque sia il candidato premier del centrodestra, sono assolutamente convinto che i moderati prevarranno su questa sinistra che abbiamo la disgrazia di trovarci di fronte, dove non c’è nessun protagonista che può essere pensato come presidente del Consiglio”. Il sogno del premier, comunque, sarebbe quello di vedere “Letta al Quirinale e Alfano a Palazzo Chigi”.

INTERVISTA BOMBASTICA DI FABIO MUSSI, EX PCI NON ENTRATO NEL PD

Pubblicato il 9 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Giorgio Meletti per “il Fatto quotidiano

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“Me lo ricordo bene il congresso Ds del 2001. Se viene fuori che sono girati dei soldi per condizionarlo giuro che la class action la faccio io”. Scherza? “Un po’”

Vicenda dolorosa, come dice Pier Luigi Bersani?
Certamente sì. Dolorosissima.

Sconvolgente, come dice Massimo D’Alema?
No. Io non sono sorpreso.

Fabio Mussi, 63 anni, padre nobile di Sinistra e Libertà dopo una vita da fratello siamese di Massimo D’Alema ai vertici del Pci prima e nei Ds poi, vive lo scandalo Penati come un dramma collettivo. “Dico subito che prescindo dal dato giudiziario e dall’esito dell’inchiesta. C’è una grande questione politica. Bersani, con cui ho lavorato a lungo e che stimo, deve affrontare di petto la vicenda, guardare alle sue radici, dare un segno forte a tutta la sinistra, che deve riflettere sulla direzione di marcia”.

Più che direzione di marcia qui si parla di autostrade.
Prego il Signore che non ci sia connessione tra l’acquisto delle azioni della Milano-Serravalle fatta da Penati nel 2005 e la scalata alla Banca nazionale del lavoro lanciata negli stessi mesi dall’Unipol di Gianni Consorte.

penati bersanipenati bersani

E se il Signore non la esaudisce? Verrebbero coinvolti i vertici dei Ds e del Pd?
È un’ipotesi che non contemplo. Sarebbe la bomba atomica. Un sacco di gente dovrebbe andare a casa.

Penati è un mariuolo? O è un pezzo del sistema?
Non è un mariuolo. Karl Schmitt, grande filosofo della destra, disse in un’intervista degli anni ‘50 che quando c’è un potere costituito la vera lotta è per la conquista dell’anticamera del sovrano. Eletto Bersani segretario, Penati ha conquistato l’anticamera. Dobbiamo chiederci come sia arrivato così in alto.

Portando tangenti?
Non lo so e non è questo il punto. Questa vicenda ci racconta una dolorosa verità sul neo-riformismo, e sulla deriva culturale che ci ha portato dal Pci ai Ds e al Pd. Mi ha colpito che di fronte allo scandalo dirigenti lombardi del Pd hanno detto con rimpianto che Penati era un modernizzatore.

Lui che con i soldi della Provincia di Milano finanziava le ronde e non si vergognava di essere chiamato leghista. Io invece me ne vergognerei, e per questo quando mi propose di fare un comizio con lui per le Regionali del 2010 mi sono chiesto che cosa avessimo in comune e gli ho detto di no.

penati bersanipenati bersani

Penati è anche l’uomo che nel 2001 lascia il Comune di Sesto e diventa segretario della federazione di Milano mentre si infiamma il congresso Ds che porterà Piero Fassino alla segreteria mettendo in minoranza l’anima di sinistra che lei guidava.
Me lo ricordo bene. Ho visto che Bersani ha parlato di una class action degli iscritti contro i giornali ostili. Se per caso viene fuori che in quel congresso sono girati dei soldi per condizionarne l’esito giuro che la class action la faccio io a loro.

Scherza?
Un po’.

C’è un nesso tra lo spostamento a destra che lei ha denunciato per anni, fino ad andarsene alla nascita del Pd, e la questione morale?
Certo che c’è. E non perché gli uomini di sinistra abbiano un Dna migliore, che è una sciocchezza: le persone non possono vantare un Dna diverso, i partiti devono. È una certa visione della politica che ti vieta comportamenti disonesti.

PIERO FASSINOPIERO FASSINO

Una visione dei contenuti o dello stile?
Le due cose non si distinguono più. Lo ha scritto Anthony Giddens, teorico del blairismo: se vuoi capire un’evoluzione politica, guarda allo stile di vita dei leader. Qui, grazie a Berlusconi e a chi ne ha subito il fascino, è passata l’idea che la ricchezza dimostra la tua bravura. Così con lo slogan della modernizzazione ci hanno riportati al Medioevo. Un moderno capitalismo dovrebbe essere l’opposto: per diventare ricco devi dimostrarti bravo. Qui tutt’al più devi dimostrarti furbo.

MASSIMO D'ALEMA CON LA FASCIA DA 'NOBILUOMO'MASSIMO D’ALEMA CON LA FASCIA DA ‘NOBILUOMO’

Anche tra i dirigenti della sinistra?
Bè, io sono convinto che quando Enrico Berlinguer denunciò la questione morale nella famosa intervista a Scalfari del 1981, accusava i partiti di governo, ma cominciava a percepire che qualcosa succedeva anche a casa sua. Berlinguer vedeva il futuro quando diceva che la questione morale si pone quando i partiti diventano macchine di potere. Testuale.

Molti continuano a negare che ci sia una questione morale a sinistra.
Non io. Nel 2005 ho fatto una dura battaglia interna sulla vicenda delle scalate bancarie. Ricordo che Fassino non riusciva a scrivere una mozione su quel caso che ci andasse bene. Alla fine mi disse: scrivila tu. Non volevano il nostro voto contrario. In quei mesi feci anche, con Cesare Salvi, una mozione sulla questione morale dentro il partito, in seguito alle Regionali della Campania. Giorgio Napolitano la lesse e volle essere il terzo firmatario.

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Qual è il problema?
Sono tre. Primo, l’idea che per vincere bisogna convergere su tutto e con tutti. Infatti le hanno perse tutte e Milano l’ha riconquistata Pisapia, non Penati. Secondo: il cedimento a un pensiero dominante secondo il quale il capitalismo è ineluttabile, che tutto è inevitabile, che devi subire e adattarti per mostrarti uomo di mondo. Da tutto questo consegue il terzo problema, quello doloroso davvero.

COLANINNOCOLANINNO

Quale?
La politica, quando non vede la crisi del capitalismo e non se ne occupa, abbassa lo sguardo verso terra e si mischia con gli affari. Non riesce a stare dignitosamente al di sopra, stabilendo le regole del gioco, ma entra in partita, scegliendosi l’imprenditore amico da aiutare e per cui tifare. La chiamano modernità.

Faccia degli esempi a sinistra.
Aspetti, dobbiamo chiarire una cosa. Nella destra vediamo cose molto più gravi, perché certe distorsioni sono connaturate a quel mondo. Insomma, le differenze ci sono. Però… scalata a Telecom Italia dei ‘capitani coraggiosi’ di Colaninno. Scalata Unipol alla Bnl. E uno stile in costante discesa. Telefonate, incontri segreti, sussurri, strizzate d’occhio. Ma che cosa gli è preso nel cervello a questi qui?

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A questi chi?
Ai dirigenti politici che vivono così. Ma anche a tanti militanti che mostrano simpatia per chi non è moralista, per chi sa come va il mondo, per chi sa godersi la vita e fa i soldi, pur rimanendo un leader di sinistra. A quelli che vedono un dirigente cooperativo come Consorte che ha messo da parte 50 miliardi di lire, per consulenze… e non gli si accenda la lampadina.

Quale lampadina?
Quella che si accende in me che ripenso a mio zio dirigente cooperativo per una vita e morto con una pensione da operaio. Io di fronte ai soldi di Consorte mi sento personalmente ingiuriato. Li sento come un’offesa alla storia della mia famiglia, alla memoria della nonna di mia moglie che nel ‘44 a Piombino ha fondato con altre donne la cooperativa La Proletaria per resistere al mercato nero. La base del Pd è fatta da milioni di persone ammodo. Meritano molto di più.

TUTTO E’ PRONTO PER SOSTITUIRE BERLUSCONI…SOLO CHE A LUI NON C’E’ CHI GLIELO DICE….

Pubblicato il 9 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

In teoria è tutto pronto, ma in pratica c’è un problema: chi lo va a dire a Silvio Berlusconi? Nel Pdl in cui, per citare Denis Verdini (fonte Corsera) “è tutto uno sbattere d’ali”, esiste un piano apparentemente perfetto per sostituire in corsa il Cavaliere con Angelino Alfano alla presidenza del Consiglio. Ne hanno discusso alla corte di Palazzo Grazioli, lunghi conciliaboli (un po’ tremebondi) che fino a ieri si sono sempre interrotti sulla soglia dello studio privato del presidente del Consiglio. Ci vuole fegato. Anche se negli ambienti del Pdl circola una leggenda: un coraggioso sarebbe riuscito a pronunciare di fronte al grande capo la parola “dimissioni”, ma pare sia finita malissimo (per lui). Il premier a farsi da parte non ci pensa nemmeno. E sono forse solo due, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, le persone in grado di affrontare senza rischi un argomento di cui il Cavaliere talvolta si diverte a parlare, molto meno a sentirne parlare.

Ma che cosa si dice ai piedi del trono?
Lo schema è più o meno il seguente: il Cav. dovrebbe salire da Giorgio Napolitano facendogli presente di essere disposto a un passo indietro se il presidente della Repubblica gli usasse la cortesia di offrire un mandato esplorativo al presidente del Senato, Renato Schifani. Un’operazione che ha un precedente, il modello Prodi-Marini del 2008. Come si sa, Schifani in Sicilia è socio anziano del segretario del Pdl Alfano e dunque, secondo questo piano tutt’altro che fantasioso, il presidente del Senato, dopo aver fatto le opportune verifiche, direbbe a Napolitano che un presidente del Consiglio in grado di mantenere l’alleanza con la Lega e di allargare gli orizzonti della maggioranza verso il centro (Udc, Rutelli, Popolari pd) c’è, ed è Alfano.

Il giovane segretario che ne pensa?
Ha ricandidato per tre volte in pochi giorni il Cavaliere a Palazzo Chigi. Di fronte ai militanti leghisti ha tentato di pronunciare questa frase: “Per il 2013 abbiamo già il candidato, ed è…”. Non ha fatto in tempo a dire “Berlusconi” che il popolo in camicia verde si è messo a urlare: “Maroni! Maroni!”, e quando è finalmente riuscito a dire “Berlusconi”, giù fischi. Segno dei tempi. Non a caso Alfano, da mesi, tesse rapporti trasversali. Non più soltanto con Pier Ferdinando Casini o con l’amico Maroni, ma anche con le gerarchie vaticane, con la Cei, con la Cisl di Raffaele Bonanni e con quel Beppe Fioroni (“io tifo per Angelino”, ha detto il leader dei Popolari all’Avvenire) al quale il Pd filo Cgil di Bersani va stretto. Della partita è ovviamente Roberto Formigoni: lo scalpitante governatore va sistemato in una posizione di prestigio ancora da individuare, malgrado lui – dicono – accetterebbe di fare il capo del Pdl se Alfano andasse a Palazzo Chigi. L’operazione, sostengono gli architetti che l’hanno studiata “per salvare Berlusconi” dal massacro delle intercettazioni e dalla trappola della crisi economica, è conveniente per il premier: gli permetterebbe di salvare la sua storia personale rilanciando il centrodestra con un governo dei quarantenni; gli permetterebbe di salvare la sua classe dirigente; gli consentirebbe di continuare a muovere le leve del potere, da fondatore del Pdl e consigliere paterno del giovane Alfano; lo garantirebbe dal punto di vista finanziario, il patrimonio personale e le aziende sarebbero protetti da un governo amico. Si allenterebbe anche l’accanimento mediatico-giudiziario. Ma il problema rimane: chi riuscirà a spiegarlo al capo? Salvatore Merlo, Foglio Quotidiano, 9 settembre 2011

……………………Sin qui il gossip che gira per le stanze del potere che conta.Ci sarà del vero, ci sarà  del falso, chissà, intanto bisogna attendere che la Camera approvi defnitivamente la manovra economica bis, senza della quale e nonostante la quale non sembra che la crisi allenti la morsa intorno alla nostra economia. E ciò costituisce una prima seria ragione per dubitare che si realizzi quanto ipotizzi il Foglio, in quanto un cambio di governo, sia pure a guida Alfano, potrebbe danneggiare la corsa a frenare le conseguenze della crisi. Ma in politica  come nella vita mai dire mai. Del resto, che Berlusconi sia logorato è più che evidente, non dall’età, nè dagli affanni che gli derivano dall’uso delle sue energie nelle attività extra governo, ma dalla continua e defatigante fuga dinanzi all’accerchiamento che gli viene da certa magistratura militante che pare si occupi solo e soltanto di lui, abbandonando ogni qualsiasi  altra preoccupazione che pure nel disastrato Paese in cui viviamo  non mancano e per le quali dovrebbero sentirsi impegnati i magistrati. Invece non c’è giorno che intorno a Berlusconi, a torto o a ragione, non vengano stese tele di ragno perchè vi incappi, sia pure solo con qualche parola di troppo che non  ha valenza penale ma che puntualmente finisce sui giornali  per la gioia dei gossipari di ogni luogo e colore. Non è il caso che noi si citi qualche esempio perchè basta al riguardo sfogliare qualche giornale o navigare in qualsiasi sito internet. E’ ovvio che tutto ciò finisce col ricadere sull’attività di govenro e sulla capacità/possibilità di Berlusconi di andare avanti sino al 2013. E siccome lui non è diverso dai tanti altri “condottieri”, grandi e piccoli,  di cui la Storia  nel corso dei secoli si è occupata, è ovvio che chi gli sta intorno,  almeno alcuni, che sinora da lui ha tratto vantaggi e poltrone, si preoccupi di tentare, come  milioni di altri hanno fatto nel passato,  di non affogare insieme a lui e quindi ipotizza scenari nei quali l’unico a pagare sia Berlusconi, facendo salva per sè poltrona e appannaggio. Così va il mondo e così continuerà ad andare. E se gli “amici” pensano a sostituirlo, i “nemici” fanno di peggio: lo trattano come Gheddafi. A Gheddafi, gli insorti”,  che non sono altro che gli ex amici e cortigiani e complici dello stesso Gheddafi, hanno promesso un processo regolare prima di…impiccarlo magari per impedirgli di chiamarli a correità. A Berlusconi i “nemici”, prima Buttiglione, poi Bocchino, il primo UDC, il secondo FLI, entrambi ex cortigiani ,  gli hanno “promesso”, se se ne va e si toglie dai c…i , di assicurargli immunità dai processi in cui è imputato, tutela dalla galera, salvaguardia delle sue imprese. Cosicchè in Italia,  un cittadino imputato di reati gravissimi, almeno stando alle tesi accusatorie dei pubblici ministreri che hanno speso la loro vita per incastrare Berlusconi, questi può farla franca se lo vogliono Buttiglione e Bocchino. Delle due l’una, o Berlusconi è colpevole e deve pagare le sue responsabilità secondo i canoni della giustizia italiana, oppure se non ne deve essere chiamato a risponderne vuol dire che è innocente e che quindi l’azione giudiziaria contro di lui è davvero una vera e propria caccia all’uomo attraverso un complotto che vede compromessi insieme parte della politica, parte  della magistratura, parte dei mass-media. Se così non è,   Buttiglione- Bocchino stanno millantando credito e i millantatori in un Paese serio dovrebbe stare dietro le sbarre. Magari a Bocchino lo si potrebbe far accompagnare dalla fata Began giusto per non lasciarlo solo a sbattere la testa contro il muro della cella. g.

LA BANCA CENTRALE EUROPEA “APPROVA” LA MANOVRA DEL GOVERNO CHE DELIBERA L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCIE: CHE SIA LA VOLTA BUONA?!

Pubblicato il 8 settembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge per l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione a partire dal 2014. In particolare sarà introdotto nella prima parte del testo costituzionale, quella su Diritti e doveri dei cittadini e varrà anche per i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni.

Il provvedimento prevede: “Non è consentito ricorrere all’indebitamento, se non nelle fasi avverse del ciclo economico nei limiti degli effetti da esso determinati, o per uno stato di necessità che non può essere sostenuto con le ordinarie decisioni di bilancio” e impatterà sugli articoli 81 (modalità di approvazione del bilancio dello stato), 53 (contribuzione tributaria) e 119 (federalismo fiscale). “Il pareggio di bilancio non sarà solo un criterio contabile ma un principio ad altissima intensità politica e civile”, ha detto il ministro Tremonti, che poi ha auspicato “un ok rapido in Parlamento nell’interesse del paese”. Il provvedimento inizierà adesso l’iter parlamentare rafforzato con doppia lettura e doppia votazione in Camera e Senato, con un intervallo non inferiore a tre mesi tra una lettura e l’altra.

Un’altra novità decisa dal Cdm, ma già contenuta nella prima versione della manovra e poi stralciata, riguarda l’abolizione delle province, le cui competenze saranno trasferite alle regioni.

Lunedì pomeriggio il decreto e la manovra saranno discussi alla Camera. Il voto finale è previsto tra mercoledì e giovedì. Secondo quanto riferito dal capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, il governo potrebbe porre la fiducia. E’ quanto emerso dopo la riunione della conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, insieme alle preoccupazioni per l’incertezza dell’economia in area euro, ha espresso soddisfazione per l’approvazione della manovra. “Le misure prese con la manovra italiana “confermano una cosa che era molto importante per il consiglio direttivo, e cioé un primo impegno del governo italiano”, ha detto Trichet.

…………La approvazione del disegno di legge costituzionale che prevede l’abolizione delle provincie è un fatto concreto nella direzione da tutti auspicata e che si attendeva da 40 anni, cioè dal varo delle Regioni. L’atto del Cionsiglio dei Ministri è solo il primo di un lungo e periglioso percorso, ma senza dubbio è un fatto concreto visto che è la prima volta che dalle parole si passa ai fatti. Ora bisognerà vedere quale velocità, sia pure nell’ambito delle procedure previste dalla Costituzione,  si vorrà dare al disegno di legge per capire se esso è destinato ad arrivare in porto prima delle scadenza dell’attuale Parlamento oppure se è destinato a “perdersi” con la fine della legislatura. Certo è che ora i partiti, tutti, da destra a sinistra, non potranno giocare a rimpiattino o peggio a ping-pong, palleggiandosi la responsbailità delle scelte: tutti hanno detto che le Provincie vanno abolite. Lo si faccia senza perdere tempo e si eliminino questi inutili carrozzoni buoni solo a parcheggiare personale politico di terza o quarta scelta, ma comunque ben pagato. Sarebbe non solo un grande risparmio per le esauste casse del sistema politico ma anche un bel segnale per la gente. Speriamo che non finisca con una presa in giro. Perchè i partiti la pagherebbero molto cara. g.

APPROVATA DAL SENATO LA MANPVRA BIS: 165 A FAVORE, 141 CONTRARI

Pubblicato il 7 settembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

E alla fine manovra fu. In tempo per affron­tare l’esame della Banca centrale euro­pea che domani deve decidere se rinnova­re l’acquisto dei nostri titoli di Stato e so­stenere quindi i conti pubblici italiani pericolosa­mente in bilico. Le novità sono ormai note. Aumen­to di un punto dell’aliquota dell’Iva oggi al 20 (sono quindi esclusi il comparto turistico e i generi alimen­­tari), aumento del 3 per cento delle tasse sopra i 300mila euro di redditi,anticipo al 2014 dell’adegua­mento dell’entrata in pensione delle donne a quello degli uomini nel settore privato, subito una legge per l’abolizione delle Province. Così i conti dovreb­bero quadrare e permettere di avviarsi verso il tra­guardo del pareggio di bilancio.

Le manovre, per definizione, non sono né belle né brutte. Inevitabilmente si paga dazio. Il compromes­so raggiunto può anche scontentare qualcuno, ma sicuramente non si accanisce contro nessuno. Quantomeno apre un varco nel muro di gomma con­tro il­quale rimbalzava chiunque tentasse di moder­nizzare il Paese. Si tocca lo statuto dei lavoratori che ingessava le aziende e alla fine danneggiava pure i la­­voratori stessi. Si scardina il veto assoluto sull’invio­labilità dell’attuale sistema pensionistico (la que­stione femminile non è decisiva ma aiuta i conti Inps). Inizia finalmente e per davvero il dimagri­mento dell’infernale macchina ( e dei costi) della po­litica. I ricchi sono chiamati a dare un contributo maggiore (sia pure modesto, poche migliaia di euro a testa) nei momenti di crisi. E ultimo, come avviene nei Paesi più avanzati,la tassazione (col balzello del­­l’Iva), comincia a spostarsi dalle persone ai consu­mi.

Fatti concreti e passi poco più che simbolici. Non si può dire che Berlusconi sia entusiasta, ma certo ha tirato un sospiro di sollievo e resta ottimista. Così facendo è stato possibile, come promesso e necessa­rio, tenere insieme le anime della maggioranza, pez­zi dell’opposizione e parti sociali. Non tutti, ovvia­mente. L’unanimità non è di questa terra,figuriamo­ci della politica. Il dissenso è legittimo, la protesta pure (quella di ieri della Cgil, peraltro, è fallita nei nu­meri e nei contenuti) ma chi di fronte a questi provve­dimenti continua sulla strada dello sfascismo è in malafede e ha obiettivi da raggiungere (la caduta del governo) diversi dal risanamento. Perché, sia chia­ro, l’alternativa non è qualche cosa di più leggero, ma di molto più pesante. Auguriamoci di non dover­ci arrivare. Il Giornale, 7 settembre 2011

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Pubblicato il 2 settembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Caro presidente Silvio Berlusconi, mi permetta di darle alcuni consigli sulle imposte e gli evasori in queste ore in cui il centrodestra parla tra l’altro di “caccia” ai “grandi evasori”.
Sin dalla sua entrata nel campo della politica, lei ha sventolato una bandiera liberale contro la vessazione fiscale.
Le do del lei, perché il tu potrebbe essere equivoco. Nel mio collegio elettorale  di Como-Sondrio-Varese, durante la buonanima della Prima Repubblica, nel Psi, quando non ci si conosceva, ci si dava del lei, perché ciascuno considerava gli altri come persone private. Sembra banale ma non lo è.

Secondo Franz Böhm, il giurista tedesco che assieme all’economista Walter Eucken ha fondato il movimento di Ordo, quella del “liberalismo delle regole” è una società di diritto privato. Questo concetto riguarda anche la materia fiscale di cui sto discorrendo. Quando lei afferma che non intende mettere le mani nelle tasche degli italiani, non dice soltanto che non li vuole aggravare fiscalmente. Dice   anche e soprattutto che non vuole entrare nella loro privacy, per prelevare l’obolo per il fisco.
L’ex ministro delle Finanze, Ezio Vanoni, mio maestro, ha stabilito la dichiarazione dei redditi, affinché si determinasse un rapporto di fiducia fra fisco e contribuente, portando nel rapporto tributario qualcosa di simile al contratto, cioè la società di diritto privato, non lo stato di polizia inquisitorio.

Nella mia esperienza, come ministro delle Finanze che aveva fatto la gavetta al ministero come ragazzo di bottega di Vanoni e di Tremelloni (il ministro socialdemocratico con cui ci si dava del lei, pur essendo dello stesso partito), le posso assicurare che non servono le manette agli evasori, né i libri rossi con l’elenco dei contribuenti, per incrementare i gettiti e ridurre l’evasione.
Nella società di diritto privato la dichiarazione dei redditi è un atto privato, che non va reso pubblico come se fosse una lista di proscrizione. E l’evasione tributaria non va concepita come reato penale da punire col carcere (magari preventivo, con pubblici ministeri amanti delle manette come metodo di confessione). E’ un’omissione di cifre dovute, da penalizzare con sanzioni pecuniarie e la temporanea chiusura degli esercizi che hanno evaso. Credo di essere stato il ministro delle Finanze che ha incrementato il gettito semestrale della maggiore percentuale, per colmare paurosi deficit di bilancio. E l’ho fatto attuando la trattenuta alla sorgente, il registratore di cassa sigillato, il redditometro fondato su indici oggettivi, su base statistica; attuando il principio per cui non importa la proprietà ma il possesso effettivo dei beni e la verifica contabile.
L’amministrazione finanziaria è una grande azienda. Bisogna cercare di farla operare con efficienza, con regole semplici e poco mutevoli. La moltiplicazione di obblighi invasivi complica inutilmente le cose.

La “caccia” ai “grandi evasori” è un fatto classista, in cui i “grandi” sono odiati perché capitalisti e in cui la parola “caccia” dà la sensazione che il contribuente non sia uno che deve pagare il prezzo dei servizi pubblici, ma selvaggina da impallinare. L’imposta, se è moderata, appare giusta e chi non paga è mal giudicato.

Caro presidente Berlusconi, non tradisca il suo Dna. Lasci il fisco come tortura e l’evasione come delitto alla sinistra giustizialista e ai finti liberali. Non si vergogni di  parteggiare per la società di diritto privato. Francesco Forte,  FOGLIO QUOTIDIANO, 2 settembre 2011

Perchè premiare la delazione fiscale è un vero metodo tribale

Cosa penseremmo di un governo che obbligasse i sindaci a rendere pubblici, su appositi registri, gli orientamenti sessuali dei cittadini dei rispettivi comuni? Ne saremmo, com’è giusto, inorriditi. C’è un’idea di “privatezza” che è cresciuta nei secoli, fino a diventare parte integrante del nostro vivere civile. Quest’idea si basa sul fatto che non siamo obbligati a dire tutto di noi ad altri esseri umani. Man mano che le società si sono fatte più estese, le relazioni hanno smesso di essere inevitabilmente “faccia-a-faccia”. Siamo usciti dalla logica del piccolo gruppo, imparando a sviluppare rapporti anonimi che fanno, in buona sostanza, la nostra libertà.

Il celeberrimo passo in cui Adam Smith ci rammenta che non dobbiamo appellarci alla benevolenza del macellaio per avere carne sulle nostre tavole dice tutto su quanto di più miracoloso vi sia stato nella nostra storia: l’aver trovato il modo di superare le relazioni tribali, di amicizia e inimicizia sanguigne e viscerali, che ci hanno costretto da che l’uomo è sulla terra. Oggi sono atavismi relegati ad ambiti intensi ma periferici della nostra esistenza, tipo il calcio e la politica. Il risultato non è solo “più efficiente” che andare a comprare il pane esclusivamente da parenti-dei-parenti, perché di loro soltanto ci si può fidare, ma è anche più “civile”. La “privatezza”, lo scegliere di ignorare intere dimensioni gli uni degli altri, è figlia e madre della nostra libertà. Noi sappiamo tutto dei componenti del “piccolo gruppo”, di madri padri figli e nonni, non del resto del mondo. Il non sapere ci aiuta a non giudicare. Il non giudicare ci facilita una convivenza serena e serenamente superficiale.

Per quale motivo i rapporti economici dovrebbero seguire regole diverse? Perché il denaro dovrebbe esigere una dimensione scrupolosamente “non-privata”? Costringere i sindaci a pubblicare i redditi degli italiani è lo stesso che fargli distribuire triangoli di diversi colori, da appuntare sul bavero. Se comprendiamo che esiste un diritto del nostro prossimo a selezionare cosa vuole e non vuole farci sapere di sé, non c’è ragione di fare eccezione per i redditi, il patrimonio, il quattrino. E’ proprio questo il vero nodo. Da anni ci fabbrichiamo difese contro il “controllo sociale”, cerchiamo di stemperare le influenze improprie dei gruppi sul comportamento degli individui. I comportamenti economici dovrebbero fare eccezione? Solo in questo frangente, a una società ritenuta altrimenti inabile a governarsi da sé, viene chiesto di supplire all’inefficienza dei controllori, facendo leva sull’invidia sociale. Perversa sussidiarietà esattoriale.

In un paese come l’Italia, in cui la cultura politica resta soverchiamente incapace di accettare il successo economico come altro che un’intollerabile beffa del destino ai danni di chi non è riuscito a raggiungerlo, gli esiti di un pubblico invito alle spiate fiscali sono prevedibili. E sarebbero disastrosi anche per i “controllori”, dacché la moltiplicazione delle anticamere della verità non rende certo più veloce arrivarci, alla verità.

Ma soprattutto: vogliamo davvero essere tutti “ausiliari della tassa” in borghese, vogliamo davvero fare del sospetto fiscale un elemento costitutivo del nostro essere con gli altri, vogliamo davvero disossare di ogni elemento “economico” la dimensione del privato? I pubblici elenchi preludono alla gogna: sono pensati per quello. La lotta non all’evasione ma alla dimensione del “privato”, perché di questo stiamo parlando, farà di noi sempre meno una società libera e sempre più una grande tribù. Coi suoi stregoni, coi suoi ostracismi, coi suoi sacrifici umani.

di Alberto Mingardi, Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni