IL QURINALE INASCOLTATO
Pubblicato il 17 settembre, 2011 in Politica | No Comments »
L’ex senatore e dirigente comunista Emanuele Macaluso, legato da una vita all’amico ed ex compagno di partito Giorgio Napolitano, non avrà certamente condiviso la lettera con la quale Silvio Berlusconi ha spiegato le ragioni del rifiuto di “mollare” di fronte all’ennesima offensiva giudiziaria, politica e mediatica. Ma altrettanto certamente non ne sarà rimasto sorpreso, avendo pure lui protestato ieri come più chiaramente e vigorosamente non si poteva contro lo scempio che “anche” i magistrati fanno degli “equilibri istituzionali”. E dei “richiami” del presidente della Repubblica. Di cui, in particolare, Macaluso ha ricordato in un apprezzabile editoriale del suo giornale – il Riformista- gli appelli contro l’uso distorto delle intercettazioni e le “esternazioni di procuratori chiacchieroni”. È “intollerabile”, secondo Macaluso, la furbesca “retorica” di usare gli interventi del capo dello Stato, come fanno i politici ma anche i magistrati, “solo per questioni che riguardano altri, e non se stessi”. Fra i politici egli ha messo in testa naturalmente il presidente del Consiglio per i suoi continui e “devastanti” attacchi alle toghe, senza distinzioni. Fra i magistrati, Macaluso ha citato, in particolare, il presidente della loro potente associazione e il capo della Procura di Napoli. Al primo, Luca Palamara, egli ha contestato di ignorare “le responsabilità di chi deve custodire le intercettazioni” negli uffici giudiziari e non lo fa. Al secondo, Giandomenico Lepore, ha contestato l’esibizionismo da quando cerca di interrogare anche con le cattive il presidente del Consiglio in un procedimento che lo vede parte lesa come ricattato. Ma dove il Cavaliere, che avverte “il trappolone”, potrebbe ritrovarsi indagato pure lui. Il fatto che il governo sia “screditato” e ne “occorra un altro”, ha scritto Macaluso, dal quale certamente non si possono attendere sconti politici a Berlusconi, “non può essere un alibi per nessuno” per sottrarsi al “dovere” di ristabilire un equilibrio istituzionale che non c’è più. Non può esserlo neppure per la magistratura, che in questo campo ha anch’essa i suoi obblighi. E deve decidersi a rispettarli. “Oggi, non domani”, ha avvertito Macaluso. Senza la pretesa, e neppure l’intenzione, di tirare la giacca a lui e al capo dello Stato, di cui egli riflette spesso pensieri, umori, preoccupazioni e quant’altro può procurargli una situazione critica come quella che attraversa il Paese, è augurabile che la sortita di Macaluso non venga liquidata come lo sfogo estemporaneo di un vecchio e deluso dirigente politico. E apra invece gli occhi a tanti suoi ex compagni di partito che dall’opposizione si mostrano interessati più ad aumentare la confusione che a diradarla, più ad esasperare gli animi che a placarli, nella illusione di potersi finalmente liberare del loro più odiato avversario di turno. Che è naturalmente Berlusconi, come lo era vent’anni fa Bettino Craxi. Delle cui debolezze ed errori, in materia per esempio di finanziamento illegale della politica, per quanto fosse una pratica generalizzata, proseguita anche dopo di lui pure a sinistra, come dimostrano le attuali vicende giudiziarie di Filippo Penati, l’ex braccio destro del segretario del Pd Pier Luigi Bersani; delle cui debolezze ed errori, dicevo parlando di Craxi, la sinistra volle che si facesse un uso giudiziario distorto per toglierselo dai piedi. Paradossalmente, fra le macerie di un comunismo che egli aveva avuto il torto di combattere. Francesco Damato, Il Tempo, 17 settembre 2011

Toghe, banche e luci rosse. Raccontiamo un Paese impazzito che ha deciso di frantumare se stesso nel vortice delle intercettazioni, delle spiate, delle relazioni scosciate e istituzioni ammosciate. Mi chiedo dove sia finita la ragion di Stato, quella che distingue una società tribale da una comunità civile. Non c’è niente di simile in tutto l’Occidente: una nazione intenta a pugnalarsi, a cercare l’eliminazione dell’avversario con mezzi non convenzionali, a sfasciare la propria casa e poi fare salti di gioia. Nerone incendiò Roma, noi stiamo dando fuoco alle polveri per far saltare tutto.
“Oggi siamo un Governo con una solida e forte maggioranza in Parlamento e possiamo sperare, sperare – perché non c’è alcuna certezza – di portare avanti le riforme necessarie per il Paese”. È un Berlusconi ottimista quello che dal palco di Atreju, in occasione dela festa dei giovani del Pdl, difende con le unghie e con i denti l’operato dell’esecutivo. Quello che questa maggioranza poteva fare è stato fatto: nessuno poteva fare di più e non c’è tecnico al mondo che sarebbe riuscito a realizzare il miracolo che abbiamo fatto noi” ha continuato il premier, forse rispondendo alle dichiarazioni del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che da Chianciano aveva rilanciato l’esigenza di riforme strutturali per il Paese.









In teoria è tutto pronto, ma in pratica c’è un problema: chi lo va a dire a Silvio Berlusconi? Nel Pdl in cui, per citare Denis Verdini (fonte Corsera) “è tutto uno sbattere d’ali”, esiste un piano apparentemente perfetto per sostituire in corsa il Cavaliere con Angelino Alfano alla presidenza del Consiglio. Ne hanno discusso alla corte di Palazzo Grazioli, lunghi conciliaboli (un po’ tremebondi) che fino a ieri si sono sempre interrotti sulla soglia dello studio privato del presidente del Consiglio. Ci vuole fegato. Anche se negli ambienti del Pdl circola una leggenda: un coraggioso sarebbe riuscito a pronunciare di fronte al grande capo la parola “dimissioni”, ma pare sia finita malissimo (per lui). Il premier a farsi da parte non ci pensa nemmeno. E sono forse solo due, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, le persone in grado di affrontare senza rischi un argomento di cui il Cavaliere talvolta si diverte a parlare, molto meno a sentirne parlare.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge per l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione a partire dal 2014. In particolare sarà introdotto nella prima parte del testo costituzionale, quella su Diritti e doveri dei cittadini e varrà anche per i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni.
Caro presidente Silvio Berlusconi, mi permetta di darle alcuni consigli sulle imposte e gli evasori in queste ore in cui il centrodestra parla tra l’altro di “caccia” ai “grandi evasori”.
Cosa penseremmo di un governo che obbligasse i sindaci a rendere pubblici, su appositi registri, gli orientamenti sessuali dei cittadini dei rispettivi comuni? Ne saremmo, com’è giusto, inorriditi. C’è un’idea di “privatezza” che è cresciuta nei secoli, fino a diventare parte integrante del nostro vivere civile. Quest’idea si basa sul fatto che non siamo obbligati a dire tutto di noi ad altri esseri umani. Man mano che le società si sono fatte più estese, le relazioni hanno smesso di essere inevitabilmente “faccia-a-faccia”. Siamo usciti dalla logica del piccolo gruppo, imparando a sviluppare rapporti anonimi che fanno, in buona sostanza, la nostra libertà.