ALTRO CHE PROFESSORI, FANNO SOLO FIGURACCE, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Macché liberalizzazioni e crescita del Pil: dopo tante promesse e slogan, i tecnici varano un decreto che fa ridere

Monti ha partorito il topolino, talmente piccolo e impaurito che neanche il mio gatto lo ha preso sul serio: ha sbadigliato. Promesse, annunci, perfino minacce. E tutti aspettavamo con ansia di leggere il decreto che regola i mercati.

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Da settimane negli ambienti del Palazzo e dintorni, gli addetti ai lavori politici sussurravano intimoriti: oddio, arrivano le liberalizzazioni studiate dal formidabile governo dei tecnici. Ed ecco il giorno della rivelazione. Tremori, batticuore. Poi una risata. Di compatimento. Bocconiani o peracottari? Giudicate voi.

Sta di fatto che non si tratta di liberalizzazioni, ma di ampliamento delle piante organiche. Due cose assai diverse. Liberalizzare significa: meno Stato e più iniziativa privata; più libertà, meno burocrazia. Col decreto sbandierato dal governo succederà il contrario. Il Pil non aumenterà per questo insulso, anzi, dannoso provvedimento. Prendiamo le farmacie. Continueranno a essere ciò che sono sempre state: le sole autorizzate a vendere farmaci, come è ovvio che sia. Però crescerà il numero dei punti vendita: da 18mila a 23mila, cioè più 5mila. Che saranno messe a concorso e saranno vinte da farmacisti anziani (l’anzianità fa punteggio) o, più probabilmente, raccomandati. Si sa come funzionano i concorsi pubblici. I vincitori acquisiranno la proprietà della farmacia e potranno lasciarla in eredità ai figli laureati in materia. Per i professori il diritto dinastico relativo alla successione si chiama liberalizzazione. Ma che vadano a scopare il mare. Tutta l’operazione consiste in questo: la torta dei medicinali vale cento, che oggi viene spartita fra 18mila farmacie. Domani la stessa torta verrà divisa fra 23mila farmacie. Miseria per tutte. Le parafarmacie se la prenderanno in saccoccia. E il cittadino non guadagnerà un centesimo. Le farmacie in zone disagiate ( di montagna, per intenderci) vinte per concorso seguiteranno a non esserci perché tutti i farmacisti le rifiuteranno. Come mai? Non guadagnano. Peggio: non sopravvivono.

Il caos è garantito: a Milano apriranno 11 nuovi punti vendita, a Roma 209. Perché?

Milano è già organizzata, la capitale mica tanto. Non perché i romani siano stupidi, quanto, piuttosto, perché la città si è dilatata disordinatamente negli ultimi quarant’anni.

Qualcosa di liberale tuttavia è stato introdotto: l’orario di apertura. Se una farmacia deciderà di rimanere in servizio 24 ore, potrà farlo legalmente. E senza chiedere permessi. Capirai che privilegio. Ci voleva Monti per dire che è assurdo imporre un orario, e che è meglio consentire ai gestori di agire come credono. Una curiosità. Il decreto sulle farmacie, visto come è stato concepito, dimostra che Pier Luigi Bersani, segretario del Pd ed ex ministro (delle lenzuolate) non ne aveva azzeccata una. Il suo intento era favorire le Coop e le parafarmacie. Trombatura. E ciò è motivo di allegria.

Veniamo ai taxi. Anche in questo caso si tratta semplicemente di un ampliamento nocivo della pianta organica: più licenze. Con quale criterio di assegnazione? Sentiti i sindaci, sarà una Authority a dirigere il «traffico». Se c’era qualcosa di cui non si sentiva la mancanza erano le Authority. Viceversa se ne aggiunge un’altra alla pletora esistente: quella dei trasporti. Che metterà il becco nei taxi di Agrigento e in quelli di Cuneo, indifferentemente. Con quale competenza, e con quale conoscenza dei problemi, non è dato sapere, ma si può intuire: zero. La stessa Authority definirà le regole per le nuove concessioni autostradali eccetera. Altro ente, altro nome, altra burocrazia, altri stipendi, altre auto blu. E la chiamano liberalizzazione.

A proposito di appesantimento burocratico. Sarà istituito un tribunale per le imprese incaricato di dirimere il contenzioso e di emettere sentenze. Buona idea? Certamente è giusto accelerare i processi in cui siano implicate le aziende a qualsiasi titolo: priorità a chi lavora e ha bisogno di tempi stretti, altrimenti si paralizzano gli affari e si frena la crescita economica. Ma che senso ha un tribunale aggiuntivo? Non sarebbe stato opportuno chiudere i Tar (inventati dopo l’istituzione delle Regioni, quindi enti inutili quanto le Regioni stesse) e destinare il personale al disbrigo delle pratiche processuali in cui siano coinvolte le imprese? Nossignori. I bocconiani preferiscono creare un altro baraccone. «E io pago».

Capitolo professionisti. Aboliti gli ordini secondo direttive europee? Neanche per sogno. Quelli rimangono, altrimenti le corporazioni fucilano i ministri. I quali si sono limitati a eliminare il tariffario e a rendere obbligatori i preventivi della parcella, cosicché i clienti saranno consapevoli di quanto dovranno sborsare per una determinata prestazione.

Un successone. Notai. Vale il principio adottato per tassisti e farmacie: ampliamento della pianta organica. Avremo cinquecento notai di fresca nomina. Esultanza delle folle. E il Pil va su? No. Il Pil se ne frega.

Non per tediarvi, cari lettori, ma due parole sulle banche e sulle assicurazioni vanno scritte. Alle prime Monti ha fatto il solletico: un tettuccio alle commissioni su bancomat e prelievi. Roba minima, ininfluente. Le assicurazioni applicheranno uno sconto (Rc auto) a chi accetterà di mettere in macchina la scatola nera, un deterrente contro gli imbrogli, gli incidenti fasulli (si segnala che a Napoli si stanno già attrezzando per produrre scatole nere ad personam ). Infine i benzinai. Novità sconvolgente. I distributori avranno facoltà di acquistare i carburanti da qualsiasi compagnia.Eliminata l’esclusiva. Contenti, cari lettori? Contenti o no, queste sono le liberalizzazioni del menga, chi ce le ha se le tenga.Salveranno l’Italia? Di sicuro non salveranno il governo dall’ennesima figuraccia.

P. S.: ci eravamo dimenticati degli edicolanti. Monti li considera dei paria, e li ha condannati a morire di fame. Chiunque potrà vendere carta stampata, anche le latterie, se ce ne fossero ancora. I giornalai perderanno il 50 per cento degli incassi e non potranno compensare il buco smerciando altri generi merceologici. Perché? Così muoiono prima e soffrono di meno. A nome della categoria ringraziamo i professori di onoranze funebri. Vittorio Feltri, Il Giornale, 22 gennaio 2012

…..Bravo Feltri! E grazie per averautorevolmente  confermato quanto abbiamo scritto a proposito delle farmacie. Noi avevamo scritto che una torta che nel nostro paesino ora si divide in due, nel prossimo futuro si dividerà in tre. Ma senza alcun vantaggio per i cittaidni-utenti. Feltri ampliando l’esemjo a livello nazionale ha scritto che la torta ora si dive fra 18 mila farmacie e nel prossimo futuro sidividerà fra 23 mila. Ma con quale vantaggio per i cittaidni-utenti? Nessuno stigmatizza Feltri. Eppure quel signore che per anni è stato indicato come il juovo messia capace di risolvere tutti i problemi italani ha avuto o spudorato coragigo di andare a dire in TV (anche oggi!) che il decreto “cresciItalia” che meglio sarebbe stato chiamare “crepiItaliani” farà salire il PIL del 10%. Incominciamo ada vere il dubbio che oltrre che zoppicare in inglese, Monti zoppica anche in economia applicata all’Italia. Salvo che non si senta il premier della Cina dove il PIL  quest’anno è cresciuto del 9%. Napòlitano ci ha “salvato”  da Berlusconi, che lo stellone italico  ci salvi da Monti e dai suoi ministri. g

LA RICETTA DEL GIOVERNO NON E’ LIBERALE, di Mario Sechi

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Se il governo Berlusconi non era liberale e condizionato dalla dottrina di bilancio di Tremonti e dalla sua visione colbertiana dell’economia, il programma dispiegato da Monti e dai suoi ministri è di stampo dirigista, ispirato dal dogma della regolazione in un Paese che di regole soffoca e per non morire asfissiato le aggira.

Il presidente del Consiglio Mario Monti L’indice della libertà economica della Heritage Foundation e dell’Istituto Bruno Leoni è un buon metro per valutare lo stato di salute dell’Italia. I dati sono stati diffusi qualche giorno fa: siamo al novantaduesimo posto, preceduti di un gradino dall’Azerbaijan e lontani da Paesi come la Giamaica, il Kazakhstan, la Slovenia, Capo Verde e molti altri che fanno sorridere i benpensanti. Questo non schioda di un millimetro il fatto che l’Italia è un gigante economico, è la terza economia d’Europa, ma deve farci riflettere sull’eccesso di regolazione di un Paese che ha potenzialità inespresse enormi e costi burocratici titanici. Bene, di fronte a tutto questo che fa il governo Monti? A parole liberalizza, ma in realtà regola, controlla, certifica, pianifica e dispone per l’oggi e il domani. Istituire un’Authority per i trasporti è l’esempio più lampante del sistema di pensiero. È una visione del mondo che fa parte della biografia e dell’esperienza del premier, ma è lontana da quella di un liberale. Nella mente del governo c’è sempre l’occhio dello Stato – o di un suo ente supremo – su ogni dimensione dell’economia. Siamo di fronte a un’idea non dinamica e naturale della concorrenza dove i prezzi dei beni e dei servizi sono frutto della domanda e dell’offerta. Se il governo Berlusconi non era liberale e condizionato dalla dottrina di bilancio di Tremonti e dalla sua visione colbertiana dell’economia, il programma dispiegato da Monti e dai suoi ministri è di stampo dirigista, ispirato dal dogma della regolazione in un Paese che di regole soffoca e per non morire asfissiato le aggira. Come spesso è accaduto in questi giorni, la metafora del cosa non va in Italia, di questa enfasi regolatoria, di questa volontà di dare a ogni manifestazione della realtà un quadro normativo, arriva dalla tragedia della nave Concordia. Dopo il naufragio Palazzo Chigi annuncia il varo di una norma per regolare le rotte a rischio. Ridicolo. Una materia che fa parte della cultura di ogni buon marinaio, punto e linea da carta nautica, bussola e compasso, diventa oggetto da Azzeccagarbugli. È la testimonianza di un governo che rischia di andare fuori rotta. Mario Sechi, Il Tempo, 22 gennaio 2012

………..Sechi si è totalmente ricreduto e sebbene mostri di sperare ancora che Monti cambi rotta, non disconosce che quella del govenro tecnico è una politica che non porta da nessuna parte e che le sue scelte non sono nè rivoluzionarie nè prodiuttive di effetti positivi per il Paese, per l’economia, per i cittadini su cui pesa una pressione fiscale senza precedenti. Sull’edizione di oggi di Libero un giornalista inglese scrive che Monti non sa parlare inglese, o meglio lo parla non come ci si aspetterebbe da un bocconiano che ha fama di essere un economista di ivello internazionale, campo, l’economia, dove la lingua ufficiale è l’inglese. Non sappiamo se quanto scrive il giornalista inglese sia vero o sia il frutto di antipatia per Monti, ma quel che è certo è che Mont, i che per anni è stato il sogno proibito nel cassetto della sinistra ci ha messo poco a dimostrare che si trattava di un sogno, appunto,  un brutto sogno. g.

MONTI E L’AUMENTO DEL PIL DEL 10%: ECCO IL GRANDE INGANNO

Pubblicato il 22 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

La crescita ipotizzata da Monti possibile solo in trent’anni. E con un piano diverso da queste finte liberalizzazioni

Il presidente del Consiglio, professor Mario Monti, ha affermato che in conseguenza di queste liberalizzazioni Pil e produttività possono aumentare del 10 per cento. Non avendo specificato in quanti anni ciò avrebbe luogo, si può essere autorizzati a supporre che questo miracolo economico avvenga in un anno. Sicché l’Italia, per effetto del decreto varato ieri, aumenterebbe in un anno più di ciò che riesce a fare la Cina. Se una frase come questa l’avesse pronunciata Silvio Berlusconi, i media sarebbero pieni di commenti ironici e sarcastici. Invece non si nota alcun sarcasmo e nessuna ironia per questa affermazione lunare. Nelle pagine interne del Sole24Ore c’è una possibile spiegazione dell’arcano di questa magia di sapore medieval-rinascimentale. Infatti uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia del 2009 riguardante la concorrenza nel settore dei servizi sostiene, con un’analisi econometrica, che ove per effetto della liberalizzazione il margine applicato dalle imprese dei servizi dell’Italia scendesse al livello medio del resto dell’area europea, nel giro di cinque anni, successivamente, in un arco complessivo di 30 anni, si avrebbe un incremento graduale del prodotto nazionale. Esso, fra 30 anni, risulterebbe accresciuto di quasi l’11 per cento annuo.

Ci sono, per altro, due condizioni perché ciò si materializzi da qui al 2040: A) che si liberalizzino tutti i servizi, ossia commercio, credito, assicurazioni, comunicazioni telefoniche e postali, costruzioni, elettricità, gas, acqua, trasporti nazionali, regionali e locali, hotel e ristoranti; B) che tali liberalizzazioni generino la riduzione dei margini italiani al livello medio europeo.
Si ipotizza, cioè, che gli elevati margini non derivino da costi particolari di natura fiscale, burocratica e giudiziaria, che in Italia si debbono sopportare, né da altri fattori (lo Statuto dei lavoratori che con l’articolo 18 così come attualmente interpretato, scoraggia la crescita delle imprese oltre i 15 addetti, il rischio delle assicurazioni più alto che altrove, il servizio di miglior qualità degli alberghi e ristoranti di minor dimensione, eccetera). Queste estese liberalizzazioni non si vedono nel decreto Monti.

Aumentare il numero dei taxi, dei notai, delle farmacie non è una liberalizzazione, e l’effetto sul Pil è di dividere la torta di questi settori che hanno un’importanza marginale, nel prodotto nazionale, con qualcuno in più. Non c’è alcuna liberalizzazione per servizi pubblici locali come la rete idrica o i trasporti. Lo scorporo della rete ferroviaria da Ferrovie italiane spa per passarla al Tesoro è una statizzazione, che disintegra questo complesso e genera incertezza per la gestione del programma di costruzione della rete alta velocità.

La liberalizzazione consisterebbe nella facoltà di esercitare aziende ferroviarie nuove di servizio locale e nazionale, con tutte le fermate utili, per trasporto merci e passeggeri, al di fuori dell’alta velocità, l’unica parte che funziona (abbastanza) bene delle nostre ferrovie. Quanto allo scorporo di Snam da Eni, essendo Eni quotata in Borsa, non si capisce se lo Stato indennizzerà il Cane a sei zampe per tale scorporo. Anche questa è una statizzazione che rischia di bloccare investimenti in corso. La liberalizzazione consisterebbe in un decreto che fissasse il diritto di terzi all’uso della rete gas di Snam.

L’abolizione delle tariffe minime per gli avvocati crea problemi per le cause civili, perché non si sa più quanto si deve pagare di spese legali se si perde la causa. Si potrebbe continuare sulla povertà di contenuto liberalizzatore di questo decreto e sugli effetti collaterali negativi che può comportare. Mi limito a notare che questo sparare cifre, come il 10 per cento del Pil, getta discredito sulla categorie dei professori e sulla credibilità del governo, con riguardo alle previsioni economiche su quest’anno che sono quanto mai discordanti. Il governo prevede una riduzione del Pil dello 0,5%, mentre Confindustria stima un calo dello 1,6 e il Fondo monetario internazionale addirittura del 2,2.

Non credo che le previsioni di Confindustria e del Fondo siano corrette, perché la Bce sta attuando una politica monetaria espansiva con misure non convenzionali, come i prestiti triennali all’1% alle banche, in cambio di garanzie costituite da titoli pubblici e privati e la flessione dell’euro del 10% che in poco tempo stimola le esportazioni. Ma urge una politica pro crescita di cui queste «liberalizzazioni» non sono neppure un surrogato.Francesco Forte, Il Giornale, 22 gennaio 2012

LIBERALIZZAZIONI: ANCORA UNA PRESA PER I FONDELLI

Pubblicato il 21 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

L’impressione è che il ceto medio liberale ancora una volta sia stato fregato e che in più gli si chieda di brindare perché le liberalizzazioni sono cosa sua

C’è una storiella che si addice al momento. Quella del tizio che va alla festa che sognava da unavita, belleragazzediscinte e quant’altro. Quando le luci si riaccendono l’amico che lo vede un po’ giùglichiede:«Ma come, era quello che volevi: non ti sei divertito? ».Risposta: «Insomma…All’inizio ho visto una coscia nuda,ma poi l’ho preso in quel posto per tutto il tempo ».

Il premier Mario Monti

Il premier Mario Monti
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Ecco, per i moderati in attesa di riforme il decreto sviluppo approvato ieri dal governo Monti mi sembra simile a quella festa. L’impressione è che il ceto medio liberale ancora una volta sia stato fregato e che in più gli si chieda di brindare perché le liberalizzazioni sono cosa sua. Così come per alzarci tasse e tariffe Monti si è nascosto dietro lo spread, ora ci vogliono tacitare con un tozzo di liberismo (punitivo per le categorie) condito con un paio di effetti speciali, tipo il tribunale per le imprese e le imprese a costo zero per i giovani.

E come se non bastasse c’è stata pure la presa in giro: «Vi tolgo le tasse occulte», ha infatti detto Monti presentando il provvedimento. Ho fatto due conti: in vista non c’è alcun risparmio e sul gobbo mi restano le tasse non occulte che ci hanno da poco appioppato. La montagna di tecnici ha partorito il topolino: uno schiaffone ai farmacisti, uno annunciato ma ancora non dato ai tassisti ( quelli fan paura), un pizzicotto ai notai, un buffetto a banche e assicurazioni.

A naso,nel mirino c’è quasi tutto l’elettorato di centrodestra e forse non è un caso. Come non a caso è stata annunciata una punizione a Mediaset con l’annullamento dell’asta delle frequenze, un patto approvato anche dall’Europa che lo Stato si rimangia provocando grave danno a una azienda privata. Di Pietro ordina, Passera esegue. Mi viene in mente quel magistrato che pochi mesi fa sul suo blog aveva scritto: colleghi, una volta che ci saremo liberati di Berlusconi dovremo pensare come fare a liberarci dei berlusconiani. Ecco, ci siamo,e come detto dovremmo pure gioire.

Napolitano, a Consiglio dei ministri ancora in corso, ha detto che si tratta di un provvedimento poderoso. Come faceva a saperlo? Diciamo che se non l’ha proprio scritto, sicuramente l’ha letto e corretto con attenzione. Berlusconi, in questi mesi molto cauto, ieri si è lasciato andare a un giudizio duro: questo governo ha deluso, il Pdl non esclude di provare a tornare a governare. Detta così sembra una minaccia. Noi, con le dovute correzioni rispetto al passato, la prendiamo come una promessa. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 21 gennaio 2012

.……….Eravamo stati facili profeti nel prevedere che il decreto sulle liberalizzazioni sarebbe stato un bluff, esattamente come l’altro. Questi tecnici che si sono prestati alla politica sono peggio dei politici di mestiere. Senza avere, dicono loro, la testa alle elezioni, non ne fanno una buona e smerciano per rivoluzioni copernicane decisioni che sono vere prese per i fondelli. Sopratutto per il ceto medio,  sempre più impoverito e ora chiamato per decreto “napolitano”  a inneggiare alle “liberalizzazioni” che sarebbero la panacea per tutti i mali che l’affliggono. Lo abbiamo detto e lo pensano tutti: le uniche liberalizzaizoni che ci interessano sono quelle che riducano,  insieme ai costi delle tariffe di tuti i generi, la pressione fiscale  divenuta insostenibile e contribuiscano davvero a favorire la concorrenza costringendo il mercato a calmierarsi. Non ci sembra che nessuna delle decisioni varate dal governo siano destinate a favorire tale meccanismo. Faccviamo un solo esempi. Le farmacie. E’ stato deciso che si aprano altre 5000 farmacie in tutta Italia, più o meno mezza farmacia in più negli  8000 comuni italiani. Dicono che ciò favorirà lo sviluppo provocando nuova occupazione. Siamo tentati di sostenere il contrario benchè la cosa non ci interessi più di tanto….nel paesino che viviamo con 8000 abitanti ci sono ora due farmacie, se ne dovrebbe aprire un altra. Ciò vuol dire che l’utenza  che ora formalmente si divide  tra due forni,  dovrà dividersi fra tre. E quindi conseguentemente anche le entrate delle attuali due farmacie dovranno essere divise fra tre. E ciò provocherà nuovi posti di lavoro? E’ possibile il contrario, nel senso che le due attuali farmacie, visti ridotti gli incassi, si sentano costrette a ridurre il numero degli attuali dipendenti….vedremo1 Ma intanto l’apertura delle nuove 5000 farmacie quale vantaggio determinano per l’utenza?  Ci pare che al di là delle fumose  e nebbiose allocuzioni del  funereo e nebuloso premier Monti, nessuno si è impegolato a dirci come e in che misura l’apertura delle 5000 farmacie diventa un vantaggio per l’utenza p  ri quali l’unico vantaggio deriverebbe solo dalla riduzione del prezzo dei farmaci, quello ovviamente non prescrivibile dal SSN e che si pagano al banco, con soldi veri. Su questo fronte anche se si aprissero non 5000 ma 50 mila nuove farmacienessun vantaggio materiale ne deriva per gli utenti. E allora di che diavolo cianciano Monti e compagni?g.


AU REVOIR, STRONZ, di Annalena Benini

Pubblicato il 20 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

Finché restiamo nello strascico emotivo di De Falco, potremmo anche trovare il coraggio di dire: “Adesso lei sale su quel taxi, accende il tassametro, mi porta fino a casa e vede se ci sono altre donne e bambini che hanno bisogno di aiuto”, naturamente aggiungendo: “Cazzo”, perché senza non c’è pathos, senza ormai non funziona più nulla. Ma potremmo anche guardarci intorno in questi giorni di targhe alterne e niente taxi, e ammettere che Roma non è mai stata così tanto bella. Tranquilla, scorrevole, limpida, panorami a perdita d’occhio, il rumore del Tevere, i gabbiani, le biciclette, le carrozze con i cavalli, le ragazze che camminano veloci (i turisti smarriti con le valigie, la gente che impreca per strada, i loschi tassisti abusivi che perlustrano le stazioni, il Circo Massimo bloccato). Dopo le prime ore di disagio, niente auto bianche su cui dimenticare telefonini, documenti, sciarpe, si inizia a contare il denaro e la cellulite che si risparmia camminando, pedalando, rincorrendo autobus, infilandosi in metropolitana, uscendo di casa prima, facendo l’autostop (la solidarietà esiste, e offre passaggi in auto, in moto, in botticella). In tempo di crisi si prendono a volte decisioni irriflessive, come è accaduto ieri ai tassisti, che al Circo Massimo non hanno nemmeno lasciato parlare i sindacalisti dell’accordo con il governo, li hanno fatti scappare, hanno urlato: “Venduti”, sparso spazzatura e deciso che si sciopera ancora e ancora, anche senza autorizzazione.

Blocco del servizio per acclamazione. E minacce: non ci sarà una protesta, ci sarà la rivolta. In tempo di crisi, allora, si può anche decidere il blocco individuale, non rancoroso e gandhiano di un lusso: nonsalgopiùabordocazzo. Diventiamo tutti maratoneti, ciclisti, facciamo l’abbonamento decennale all’autobus, proviamo il car sharing, selliamo un cavallo, prendiamo lo skateboard, il monopattino, la bici elettrica, la canoa (tutto tranne le navi da crociera, per un po’). E riguardiamo, la sera in cui non potremo uscire perché ci sarà anche lo sciopero della benzina e ci avranno rubato i pattini, “Il tassinaro”, con Alberto Sordi. “Zara87” fa salire Silvana Pampanini, la deve portare all’ambasciata di Francia a piazza Farnese. Silvana Pampanini è tutta truccata, vestita, ingioiellata, il tassinaro la riconosce, le fa un sacco di complimenti, signo’ lei ha fatto il cuore mio a fettine, mo’ mi fa gira’ la testa, io sono molto incline ar cup de fuddre, signo’ sono un suo grande fans fin da quando ero bimbo (lei si irrita e gli dice che quando lui era bimbo lei non era nata e che vuole essere chiamata signorina anche se quelle quattro sgallettate in Parlamento hanno deciso che signorina non si usa più, ma lei si è data tanto da fare per restare libera come la luce, come l’aria, che ci tiene). Poi Sordi fa scendere la diva, si mettono a cinguettare in francese, lei gli fa un autografo sulle diecimila lire della corsa e lui le dice, soddisfatto: “Arrivederci Sylva Koscina, spero di riaverla presto sul mio Zara87”. E lì scatta il vadaabordoeccetera di Silvana Pampanini, che conclude con lo storico “Au revoir, stronz”. E’ un altro slogan possibile per la protesta contro la barricata eccessiva. E adesso vado a cercare un taxi e dico che sono gravemente ferita. Annalena Benini, Foglio quotidiano, 20 gennaio 2012

…………Quella di Annalena Benini è la prima rubrica fissa che leggiamo quando sfogliamo Panorama. In 30 riga, ogni settimana,  questa simpatica giornalista descrive fatti di costume  con arguzia e  sagacia. Questo commento allo sciopero dei tassisti è un pò più lungo delle trenta riga settimanali di Panorama, ma altrettanto arguto.g.

ALLA EX DESTRA SERVE UN LEADER PER RISORGERE, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 20 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Che fine ha fatto la componente «destra» del Popolo della libertà, quella che un tempo aveva una forte identità di forte minoranza, una grande storia alle spalle e un raggio assai limitato di spazio politico? In ogni società europea e globale c’è un’opinione pubblica di questo tipo e oscilla tra il dieci e il venti per cento della popolazione.

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E in alcune situazioni o con leader speciali, può accadere che diventi prevalente. Da noi quel segmento corposo è stato in larga parte domiciliato nel Pdl, in piccola parte nella Lega e il resto disperso in formazioni minori, fughe nell’altrove o nel buco nero dell’astensionismo.

Per molti anni quella destra fu soprattutto l’Msi, ma oltre il nucleo missino c’era l’area conservatrice e cattolica, un tempo incline a rifugiarsi nel ventre democristiano e poi nel berlusconismo. Finì il tempo dell’Msi, finì il tempo di An, finì il tempo del protettorato finiano. Ora sono inquieti, spaesati, scontenti. Vivono ai margini o nella stiva del centrodestra, scarsamente rappresentati, poco visibili e poco influenti, e con la prospettiva di contare ancor meno quando finirà l’esperienza di questo Parlamento e di alcune amministrazioni locali, a cominciare da Roma. Che farà l’ex-destra, mancando l’alibi monarchico del leader gravitazionale, alias Berlusconi? Si scioglierà definitivamente, sopravviverà in piccoli agglomerati o allo stato larvale dentro il Pdl? E il suo domicilio presente diventerà la sua residenza o il suo loculo?

Partiamo da due considerazioni positive e due negative. Le negative: quell’area non ha più un leader di riferimento. Non per alto tradimento ma per basso intendimento: Fini ha mostrato di essere incapace e di non capire i tempi della politica. Oggi sarebbe stato il più quotato successore… E la sua classe dirigente, già di per sé poco spiccata, è dispersa in tre tronconi: i superstiti del Pdl, i frammenti a destra, il cui meteorite maggiore è Storace, e i seguaci di Fini sbarcati in un algido paesaggio lunare, il Terzo polo.

Le positive: al di là di sigle, etichette, collocazioni, leader, esiste ancora un’opinione pubblica sociale, nazionale, statale e tradizionale delle dimensioni europee prima indicate. Entità irriducibile al liberalismo moderato ma anche al popolarismo. Un’area che può allearsi con questi soggetti, ma non può esaurirsi, sciogliersi in loro. Può seguire i suoi interessi immediati ma non può vivere e votare solo sulla base dei suoi interessi immediati. Seconda notazione positiva: l’anno zero dopo il ciclo berlusconiano, l’assenza di prospettive alternative, il deserto di rappresentanza su alcuni temi cruciali della società globale, giocano a suo favore. Non c’è più un nemico incombente, un comunismo occulto che obbliga a fare diga, intrupparsi nel grande centro moderato ed eclissarsi nella subalternità come il male minore; anzi il governo dei tecnici evoca l’esigenza contraria, di riscoprire la politica e il suo primato.

Cosa resta allora da fare a quella area politica proveniente da destra? Innanzitutto un censimento, poi chiamarsi a raccolta, senza limiti di etichetta e collocazione, in una specie di convocazione generale. E qui coniare un documento di riconoscimento e far nascere una fondazione che agglomeri le realtà preesistenti. Magari con una leadership non politica di garanzia, per evitare che finisca tutto in una partitella pre-elettorale o in una guerra egemonica tra gruppi, caporioni e correnti. Quella fondazione deve darsi visibilità, una voce e un portavoce, proiettarsi in una strategia, selezionare un gruppo dirigente, articolarsi in una galassia di realtà periferiche e settoriali.

Insomma uscire allo scoperto. È naturale la sua collocazione all’interno del centrodestra e il suo riferimento, non esclusivo ma prioritario, nell’attuale Pdl. Poi dovrà seguire attivamente gli sviluppi dello scenario politico, senza escludere nulla: per esempio, se mutano le condizioni, doversi costituire in un movimento autonomo, magari alleato ma sovrano in casa sua. Senza però tornare indietro, inevitabilmente postero rispetto alla destra, ai nazionalismi del secolo scorso, e non riconducibile all’alveo liberale.

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Area comunitaria, nel senso di tutela e promozione delle comunità in ogni grado: famigliare, locale, nazionale, culturale, religiosa, europea.

Rivoluzionaria e conservatrice, al contempo; ma seriamente rivoluzionaria sul piano degli assetti e seriamente conservatrice nel senso della tradizione. Incentrata sull’Italia ma come civiltà, non come nazionalità. Un patriottismo di civiltà, dove la civiltà non è un territorio ma una visione, un network, una rete; locale, nazionale, sovrannazionale. Un movimento che punti all’educazione, alla meritocrazia, all’autorità e al senso dello Stato, nel quadro di una democrazia comunitaria, decisionista e responsabile.

Penso difficile ma non impossibile la nascita di un movimento del genere. E penso che giovi non solo a se stesso ma anche al centrodestra intero. Ma penso soprattutto che serva oggi all’Italia un moto di passione civile che riparta dall’anno zero per dare un passato e un futuro a un presente troppo assente. Marcello Veneziani, Il Giornale 20 gennaio 2012

.…………Veneziani ha messo il dito nella piaga. Dov’è la destra? Chi la rappresenta? Cosa fare per risorgere? Il dibattito è aperto e le speranze non sono morte. g.

ARRIVANO LE LIBERALIZZAZIONI? ECCO TUTTI GLI ERRORI DI MONT E COMPAGNI

Pubblicato il 20 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

ed ecco perché i prezzi non scenderanno…………….

Tutti gli errori di Monti sulle liberalizzazioni

Liberalizzazione non sempre fa rima con diminuzione. Basti pensare che per far scendere i costi di alcuni servizi bancari (come conti correnti e bancomat), settore aperto e libero in cui moltissimi soggetti si contendono il mercato, piuttosto che liberalizzare il governo ha deciso di intervenire con un atto dirigistico che prevede per legge il taglio delle commissioni sulle carte di debito e l’introduzione di un conto bancario di base low cost. Anche nel settore dei rifiuti il paradosso rispunta fuori: alcune norme che dovrebbero aprire al mercato le attività di raccolta, vendita, trasporto e stoccaggio di imballaggi usati (bottiglie, lattine) prevedono per i produttori un balzello di 0,20 euro a pezzo. Ebbene la norma stabilisce che sia «obbligo dei venditori al dettaglio ritirare dai consumatori finali» la somma. Insomma, paghiamo noi.

La materia è complicata. E la sensazione è che il governo abbia scelto di puntare di più su alcuni settori simbolici, la cui liberalizzazione non avrà però grande impatto sui consumatori, che su quelli realmente da ridisegnare. La separazione del Bancoposta, che offre prodotti e servizi finanziari, dalle Poste, che si occupano di spedizioni, era comparsa nelle prime bozze e poi sparita. Quella della rete ferroviaria (Rfi) dalle Fs, che in un primo momento si pensava fosse immediata con il passaggio delle azioni al Tesoro, è stata affidata ad una successiva valutazione della nuova authority per i trasporti. In altre parole, non si farà. Quanto alla rete del gas, il provvedimento la prevede, ma fra due anni e mezzo, e senza chiarire quale sarà il nuovo assetto societario di Snam. Per il resto, tra le misure che dovrebbero finire oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri ci sono molti interventi dagli effetti benefici tutt’altro che certi. Ecco i principali.

Taxi. Gli interventi del governo sono ancora oggetto di trattative con la categoria, ma in sostanza l’idea è quella di affidare alla nuova autorità dei trasporti il compito di adeguare i livelli di offerta del servizio taxi, delle tariffe, della qualità delle prestazioni ai diversi contesti urbani per garantire il diritto alla mobilità degli utenti. Si tratta, in sostanza di incrementare il numero delle licenze e di concedere ai tassisti maggiore libertà tariffaria per far scendere i costi per i consumatori. Il problema è che sia il numero delle licenze sia le tariffe già sono sostanzialmente in linea con quelle europee. Un intervento più efficace sarebbe stato forse quello per abbattere il costo del gasolio (16% in più della media Ue), il peso delle tasse (3% in più), il prezzo dell’assicurazione (58% in più).

Benzina. Il decreto prevede la possibilità per i gestori degli impianti di distribuzione di rifornirsi liberamente da qualsiasi produttore o rivenditore (a prescindere dal marchio dell’impianto). I titolari degli impianti e i gestori degli stessi, da soli o in società o cooperative, possono anche accordarsi  per l’effettuazione del riscatto degli impianti da parte del gestore stesso. L’obiettivo della norma è accrescere la concorrenza e ridurre i prezzi al consumo. Non sarà così. La filiera distributiva incide infatti solo per l’8% sul prezzo finale del carburante. Il 60% arriva da accise e imposte e il resto dalla materia prima. Semmai si doveva intervenire sulle norme regionali, che impongono ai nuovi distributori obblighi onerosi che bloccano l’avvio delle attività per pompe senza marchio e grande distribuzione.

Tariffe. La norma è chiara e semplice: sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime. In più i professionisti saranno obbligati a fornire un preventivo. Avvocati e notai low cost per tutti? Non proprio. L’effetto sarà quello di affidare ai giudici la decisione sulle parcelle da riconoscere al professionista quando non c’è accordo tra le parti o in cui si tratti di incarichi fissati dalla Pa, ovvero gli unici casi in cui oggi si utilizzano le tariffe professionali. Quanto al preventivo, la norma provocherà o l’innalzamento delle spese complessive o l’inserimento da parte dei professionisti di clausole che permettano di alzare a volontà le cifre pattuite, soprattutto in settori dove il numero e il tipo di interventi sono difficilmente prevedibili.

Farmaci. Il pacchetto del governo prevede liberalizzazioni degli orari, aumento delle farmacie, libertà di sconti, possibilità di vendita dei farmaci di fascia c negli esercizi commerciali e indicazione del generico nella ricetta del medico. L’obiettivo è quello di far risparmiare i consumatori (anche perché il servizio sanitario già rimborsa solo il prezzo più basso a cui è venduto un farmaco). L’effetto sarà, forse, di lasciare tutto com’è, visto che la legge già prevede che il farmacista sia obbligato a segnalare il generico, che l’Italia è uno dei Paesi europei con più farmacie per abitante e che le farmacie spesso si accordano su determinati prezzi per evitarne eccessive oscillazioni. A farne le spese saranno piuttosto le parafarmacie, da cui tra l’altro è arrivato nel 2010 il volume maggiore di sconti sui prodotti.

Energia. Per quanto l’operazione sarà molto dilazionata nel tempo (circa 2 anni e mezzo), il governo è intenzionato a prevedere la separazione proprietaria della rete del gas (Snam rete gas) dalla società di produzione (Eni). L’obiettivo è quello di sviluppare una maggiore concorrenza e uno sviluppo infrastrutturale in modo che i clienti finali possano avere contratti a prezzi più vantaggiosi. È difficile sostenere che togliere la rete del gas dal controllo del monopolista possa produrre effetti dannosi sul mercato. Bisogna, però, considerare che Eni ha già messo in atto una separazione funzionale e che è relativamente semplice garantire, attraverso il controllo del regolatore, la libertà d’accesso alla rete. La questione è, dunque, quella di essere certi che anche la politica di investimenti abbia un’impostazione pro-concorrenziale e non ceda alla tentazione di rinunciare a investimenti teoricamente remunerativi, ma tali da pregiudicare rendite di monopolio. Se questo è il problema l’ipotesi, molto probabile, di mettere tutto in pancia alla Cdp (che controlla l’Eni) potrebbe non essere risolutiva. di Sandro Iacometti, Libero, 20 gennaio 2012

….Il Consiglio dei Ministri è in corso per deliberare sulle tanto propagandate “liberalizzazioni” che dovrebbero costituire la pancea per tutti i mali del nostro Paese. In attesa di conoscere finalmente i dettagli di questa operazione che ha tutta l’aria di essere solo aria fritta e al di là delle solite ed instancabili sceneggiate televisive di cui anche ieri sera ha fornito  testimonianza il solito Bruno Vespa che tra una maramaldeggiata sul aso Concordia e qualche intervista interrotta quando a lui non piace il tema, ecco una carrellalta su quanto ci aspetta e sopratutto le ricadute dei provvedimenti di Monti e compagni sui di noi contribuenti. Perchè il punto è questo e solo questo: quale vantaggio ricava il cittaidno contribuente dai provvedimenti goverantivi?  Dopo essere stato rosolato come un pollo allo spiedo,  il cittadino-contribuente si aspetta che le tanto sbandierate liberalizzazioni che sottindedono  più mercato e quindi più concorrenza (non era Monti il commissario UE alla concorrenza?!) producono concreti ribassi dei prezzi in quei settori dove più che altrove il cittadino-contribuente si sente tartassato. I trasporti, con la benzina in primo piano, le assicurazioni dove imepra un ignobile triust monopolistico delle compagni assicurative, i servizi bancari nei quali i trust monooolisitci delle banche fanno il bello e il cattivo tempo, le tariffe dei servizi pubblici. E potremo continuare a lungo. I provvedimenti del govenro che sono in questo momento in gestazione riusciranno a provocare effetti positivi sui cittadini? Questo è il punto. A leggere la nota oggi pubblicata su Libero sembrebrebbe di no. Se così fosse e dovesse accertarsi dopo la pubblicazione del nuovo librone legislativo (si parla di 107 pagine!) dovrfenmo una volta di più constatare che quella di Monti al timone è stata una cattiva idea, quasi quanto quella di aver messo uno spaccone alla guida della Concordia. g.

UNA ANTICA ISTITUZIONE A SERVIZIO DELLE FAMIGLIE TORITTESI

Pubblicato il 19 gennaio, 2012 in Notizie locali | Nessun commento »

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato della Scuola per l’infanzia San P.PIO di Toritto

SONO I PARTITI A ESSERE IN CRISI, NON LA POLITICA, UN’IDEA PER USCIRNE.

Pubblicato il 19 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Tra i partiti politici in Parlamento e il governo tecnico-presidenziale di Monti è in corso un duello riservato e confidenziale, il cui esito appare ignoto agli stessi protagonisti. Tutto fa ritenere che i duellanti siano stati trascinati nella sfida senza avere la piena consapevolezza dell’alto livello dello scontro. Forse è stata la forza delle cose a imporre una svolta istituzionale a due protagonisti così diversi e inconsapevoli.

In tutto il mondo in generale e in Italia in particolare, si vive all’interno di stati-nazioni, inadeguati e insufficienti a fronteggiare la complessità istituzionale della globalizzazione. In economia troviamo risposte, anche crudeli al superamento del limite nazionale, ma in politica il sovranazionale è o inaccettabile o fumoso e velleitario. Nella storia dei popoli ogni fine di ciclo che modifica gli equilibri di potere sociale investe gli assetti istituzionali e mette in discussione i fondamentali costituzionali.
In Italia è già successo durante il ’900. Nel 1923-28 il fascismo diede una soluzione autoritaria alla crisi del Parlamento e dei partiti politici, che non avevano capito la vastità del conflitto sociale provocato dalla guerra e la tragedia civile generata dal ritorno dalla trincea dei giovani ufficiali della piccola borghesia. Invece nel 1943-45 i partiti del Cln diedero una soluzione democratica alla crisi dello stato unitario e totalitario del fascismo. Il fascismo aveva risolto il problema del superamento del pluralismo politico in Parlamento, con la soppressione dello stesso Parlamento e con l’identificazione del partito unico con lo stato.

Il tutto si realizzò a Statuto albertino invariato. Il 3 giugno del 1923, dopo pochi mesi dalla marcia su Roma, Mussolini pronunciò al Senato un illuminante discorso, e disse: “Si dice che questo governo non ami la Camera dei deputati. Si dice che si vuole abolire il Parlamento o svuotarlo di tutti i suoi attributi essenziali. Signori, sarà tempo di dire che la crisi del Parlamento non è una crisi voluta dal sottoscritto o da quelli che seguono le mie idee: il parlamentarismo è stato ferito non a morte, ma gravemente, da due fenomeni tipici del nostro tempo: da una parte il sindacalismo, dall’altra il giornalismo; il sindacalismo che raccoglie in determinate associazioni tutti quelli che hanno interessi speciali e particolari da tutelare e che vogliono sottrarli alla incompetenza manifesta dell’assemblea politica; ed infine il giornalismo, che è parlamento quotidiano, la tribuna quotidiana, dove uomini venuti dall’università, dalle scienze, dall’industria, dalla vita vissuta, vi sviscerano i problemi con una competenza che si trova assai difficilmente sui banchi del Parlamento. Ed allora questi due fenomeni tipici dell’ultimo periodo della civiltà capitalistica sono quelli che hanno ridotto la importanza enorme che si attribuiva al Parlamento. Insomma il Parlamento non può più contenere tutta la vita di una nazione, perché la vita delle nazioni moderne è eccezionalmente complessa e difficile”.

Cosa avvenne in Italia e in Europa con la nefasta teoria del partito che si fa stato, è scritto nella storia tragica del ’900. Ma le culture durano più a lungo nella vita dei popoli e vanno oltre le stesse rotture sociali e politiche. L’intreccio tra partito o partiti dominanti e stato è il triste lascito che le ideologie totalitarie lasciarono in eredità alle nuove generazioni. Il 20 novembre del 1946 la prima sottocommissione dell’Assemblea costituente approvò con il consenso di tutti i partiti e l’opposizione della destra liberale, l’o.d.g. di Dossetti: “La prima sottocommissione ritiene necessario che la Costituzione affermi il principio del riconoscimento giuridico dei partiti e delle attribuzioni ad essi di compiti costituzionali”. Con quel voto nasce la Repubblica parlamentare dei partiti ai quali si affidarono compiti costituzionali palesi e occulti.

Lo stato fascista fu travolto dalla guerra
e con esso il Partito nazionale fascista costituzionalizzato con il Gran consiglio del fascismo. La Repubblica parlamentare dei partiti è finita con la crisi dello stato-nazione e con il rigetto della costituzionalizzazione del partito politico. Il duello attuale tra governo Monti e partiti politici residuali della Prima Repubblica non avviene sul terreno del debito pubblico, ma nel campo straordinariamente politico della doppia crisi italiana: la fine della Repubblica dei partiti tutta interna alla crisi dello stato-nazione.

Non lasciamoci fuorviare da argomenti banali e superficiali. Non è in crisi la politica. E’ in crisi il partito politico. E’ in crisi quella particolare forma di partito che si fa stato e che pretende di essere nazione. Decostituzionalizzare i partiti vuol dire rivedere l’art. 49 della Costituzione. I partiti non possono essere organi dello stato o sovrapposti allo stato. Devono tornare alla loro funzione originaria: essere corpi intermedi nella società per mediare tra cittadini e stato. Altro che liberalizzare i taxi! Occorre sciogliere il legame incestuoso partiti-stato. I partiti devono essere nello stato ma non possono essere lo stato. Solo così i partiti avranno la forza autonoma di poter giudicare anche le degenerazioni dello stato o le cessioni di sovranità nazionale. di Rino Formica, il Foglio 19 gennaio 2012

………….Rino Formica,ex senatore,  ex vicesindaco di Bari, ex  vice di Craxi, ex ministro delle Finanze, ha superato da tempo gli 80 ma è ancora atentamente vivace sulla scena della politica come dimostra questo suo intervento  sul Foglio di Ferrara di questa mattina. Analisi lucida e circostanziata , da cui si può anche  dissentire, ma non può non condividersi la tesi secondo cui non è in crisi la Politica, ma i partiti, gli strumenti che la Costituzione volle fossero incaricati di operare il rapporto tra cittadini e Stato. Incarico che nel tempo è stato stravolto, avendo i partiti usurpato funzioni e ruoli che non competevano loro, specie quello di sostituirsi allo Stato. E’ quel che è accaduto, da qui, secondo Formica, da sempre attento e lucido analista dei fatti della politica, la grave crisi in cui versa il sistema. Come uscirne? Secondo Formica rimodulando il ruolo dei partiti, semplice a dirsi ma difficile a farsi. Specie con questi partiti che ormai rispondono solo a se stessi, avendo abiurato, da tempo,  alle regole della democrazia interna, e di fatto trasformandosi in apparati totalitari che non consentono nè discussioni nè ricambi. Perciò, l’analisi di Formica, seppure giusta, è difficile che possa trovare applicazione. g.

IL LODEN DEL PREMIER NON SI PUO’ BAGNARE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 19 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Vada a bordo,caz… L’ordine dato via telefono al riluttante capitano Schettino dall’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno è subito diventato un cult.

Mario Monti

Mario Monti
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Stampata su magliette, parafrasata in internet su migliaia di blog, la frase ha fatto il giro del mondo. È come se la tragedia già stesse scivolando in farsa. Lo provano anche le risate e gli applausi raccolti in studio dal comico Crozza l’altra sera a Ballarò . Battute di cattivo gusto che hanno dato la stura alla polemica che ancora mancava nel Paese dei parolai. O meglio, la mamma di tutte le polemiche, perché ovviamente non è che Silvio Berlusconi potesse essere tenuto fuori da questa vicenda. Secondo la solita compagnia di giro, Schettino sarebbe l’emblema dell’Italia berlusconiana. Ora, all’ex premier si possono rimproverare diverse cose, ma se c’è uno che si è immerso personalmente e fisicamente nei dolori e nei drammi degli italiani, questi è proprio Silvio Berlusconi. Da Onna all’Aquila, fino a Lampedusa, Berlusconi è sempre salito sulle navi in difficoltà ed è sceso soltanto quando anche l’ultimo dei passeggeri era stato messo al sicuro. E ancora oggi, che non è più al comando, il Pdl è rimasto sulla plancia di questa Italia incrinata.

Così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori. Perché se c’è una cosa che stride in questa vicenda è la totale assenza, fisica e mediatica, del premier Monti e del ministro dei Trasporti Passera. Capisco che chi è abituato ai salotti vellutati di congressi e seminari possa avere difficoltà a muoversi tra gommoni e soccorritori sporchi di fatica e fradici di sudore. Capisco che indossare stivaloni e giubbotti non griffati sia poco chic, che i loden si possano sporcare, ma forse noi italiani meritavamo di essere rappresentati tra i soccorritori e i parenti delle vittime al massimo livello. E invece niente. Neppure il presidente Napolitano si è scomodato. E dire che solo pochi giorni fa lo aveva fatto per portare il suo conforto alla cittadina cinese coinvolta a Roma in una sparatoria che si è poi dimostrata essere un regolamento di conti tra bande criminali. I cinesi con mazzette in tasca valgono più dei parenti delle vittime della Costa? Più di una pacca sulle spalle ai sub che stanno rischiando la vita nella pancia della Concordia?

In verità il governo, un ministro al Giglio ce l’ha spedito, ma non per gli uomini morti e vivi. Sul posto infatti si è visto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, preoccupato per la salute di scogli e coste. Una cosa comunque è vera, il comandante che non ne ha voluto sapere di stare in plancia nel momento del pericolo ci ricorda un italiano famoso, basso di statura con spiccato accento del Nord. Non si chiamava Berlusconi ma Vittorio Emanuele, quello che in piena guerra scappò da Roma, dopo averla fatta grossa, lasciando il suo esercito senza ordini. In qualche modo i nostri padri e nonni se la cavarono, come se la sono cavata quasi tutti quelli della Concordia. Perché per fortuna da sempre c’è anche un’Italia che non scappa, berlusconiana o no che sia. Alessandro Sallusti, Il Giornale 19 gennaio 2012

.…………..E’ vero, nè il premioe, nè il ministro ex banchiere si sono visti all’isola del Giglio, dove non erano in gioco sole le vite umane, importantissime, ma l’onore dell’Italia e la sua economia turistica, gravemente lesi, l’uno e l’altra, dalla tragica vicenda della Costa Cocordia e del  uo comandante, cialtrone non tanto per aver provocato il naufragio della nave affidata alla sua guida, quanto per aver abbandonato sulla nave centinaia di passeggeri dandosela a gambe anzi in barca insieme ad altri ufficiali che dell’onore non hanno nè sentore nè idea. Nè Monti nè Passera si sono visti dalle aprti dell’isola del Giglio, nè è accorso in elicottero il re e imperatore Giorgio 1°, il quale, come ricorda Sallusti, pochi giorni addietro, solerte e funereo, si è presentato al capezzale della moglie del cinese assassinato in un regolamento di conti tra malavitosi. E’ vero, la mamma aveva perso una figlioletta di pochi mesi e questo ci addolora tutti, ma la stessa donna era stata reticente e poi falsa testimone in una vicenda che da subito presentava larghe ombre che avrebbero dovuto consigliare ponderazione e cautela alla alta carica dello Stato che invece si è preoccupato come gli capita di fare da un pò di tempo in qua il Pertini del secondo millennio. L’avevamo rilevato ma avevamo constatato sgomenti che nessun  organo di informazione aveva rilevato questa insidiosa anomalia della più alta carica dello Stato. Ha rimediato ai vasti silenzi il bravo Sallsuti che con nun solo colpo ha impallinato il governo e il suo  pigmalione. M anon basta. Non basta deninciare le omisisoni, occorre denunciare le responsabilità di chi si occupa delle pagiuzze negli occhi degli altri e non s’avvede delle travi nei propri. g.