UN BOCCONE AMARO, MA IL PDL TIENE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 18 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il governo Monti rappresenta una sospensione della democrazia e il Pdl ha l’interruttore per spegnerlo se le cose non andranno come concordato.

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Sono queste le parole usate ieri da Silvio Berlusconi, nel giorno della prima fiducia (al Senato) al nuovo esecutivo. Che è arrivata, perché così era nei patti. Il Pdl resta unito, nonostante lo tsunami, e la leadership di Berlusconi salda. Sono due notizie importanti, le uniche positive in una giornata che lascia l’amaro in bocca. Per due motivi. Il primo. La promessa rivoluzione montiana ha in sé tratti di berlusconismo. Cioè riforme liberali che la vecchia maggioranza avevanel suo programma e che sono rimaste incompiute, in tutto o in parte, per la follia suicida di Gianfranco Fini, che ha messo in atto una scissione per pure ambizioni personali, e per un accanimento mediatico-giudiziario criminale.

La seconda. Vedere i senatori del Pdl votare insieme alla sinistra sconfitta alle elezioni è un boccone amaro da digerire. È vero che sono Bersani e Di Pietro a dover scendere su posizioni liberali e a rimangiarsi gran parte delle loro urla, ma la cosa non ci consola.

Paghiamo dunque il prezzo, ma non caliamo le braghe. Aiutiamo questo esecutivo fino al limite invalicabile dei principi non negoziabili. Tra iquali c’è anche che un governo non eletto dal popolo non deve e non può forzare la volontà della maggioranza dei cittadini. Dobbiamo salvare l’euro ma anche una storia. Scommetto che Berlusconi saprà trovare il punto di sintesi. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 18 novembre 2011

……………….E’ vero, tiene, per il momento, cioè dinanzi ad annunci che sono atti sostanziali ma teorici. Ma quando si dovesse passare a fatti concreti, a dover dire non alla ipotesi della patrimoniale, allla ventilta reitroduzione dell’ICI sulla prima casa, al rimodellamento delle pensioni con l’annunciato annullamento delle normative introdotte con la riforma Dini, cioè l’applicazione del sistema contributivo solo per gli assunti dopo il 1995 con la possibilità per questi di crearsi forme di previdenza integrativa, mantenendo invece il doppio regime – retributivo e contributivo – per gli assunti prima del 1995, allora bisognerà vedere cosa potrà accadere e se all’”ordine” di Berlusconi di alzare bandiera “rossa”il PDL, o meglio i deputati e i senatori del PDL, risponderanno “signorsì” oppure preferiranno alzare le spalle e continaure a sostenre il governo  dei tecnici per assicurarsi la continuità della legislatura sino alla scadenza naturale. Le parole di qualche spocchioso, tipo Scaiola, quello che ha sulle spalle la colpa di aver fatto perdere al PDL, d’un colpo, molto più di quanto non vi abbiano  contribuito le svolazzanti serate di Berlusconi, sono un avvertimento che non può prendersi sottogamba. Speriamo che di Scaiola e di quelli come lui resti solo la spocchi, e Berlusconi rieswca amantenere il timone di quel che resta del PDL perchè riprenda a navigare in mare apertoe guadagni porti sicuri nel cuore enel cervello  degli italiani. g.

ORA SARKOZY NON RIDE PIU’

Pubblicato il 18 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il premier francese Sarkozy Ieri lo spread della Francia ha toccato il picco di 204 punti rispetto al Bund. Era a quota 37 il primo luglio, a 100 il 28 ottobre. In quattro mesi si è più che quintuplicato, con un rush che nelle ultime tre settimane ha portato al raddoppio. L’asta di titoli a medio termine francesi è andata male: 6,9 miliardi richiesti rispetto ai 7 previsti, rendimenti in aumento di mezzo punto. Immediatamente gli Oats, i decennali di riferimento, sono saliti intorno al 3,8 per cento. Nettamente più della metà dei Btp italiani, non molto distante dalla media di rendimento dell’intero nostro debito pubblico. Poco prima anche Madrid aveva offerto le sue obbligazioni, anch’esse bocciate dai mercati: i Bonos decennali sono stati collocati per 3,5 miliardi rispetto ai 4 offerti; con rendimenti reali, tra cedole e prezzi, al 7 per cento.
Di conseguenza lo spread della Spagna ha nuovamente superato quello italiano. Tutto ciò può servire da effimera consolazione per Berlusconi: l’Italia e il Cavaliere non sono evidentemente il movente degli spread e della malattia europea, come invece sostenuto da autorevoli banchieri e politici. Ma appunto si tratta di considerazioni molto italocentriche e fini a se stesse. Mentre il governo Monti si insedia tra grandi e giuste aspettative, è il resto d’Europa e del mondo che rischia di andare in default. Martin Wolf, vicedirettore e più influente editorialista di finanza strategica del Financial Times, lo ha scritto senza mezzi termini: «L’Europa rischia una gigantesca crisi di credito, una carenza di liquidità senza precedenti che si trasmetterà all’intero mondo occidentale se la Germania non fa la sola mossa utile: autorizzare la Bce a trasformarsi in prestatore di ultima istanza. L’euro è la sola valuta che non ha una banca centrale che la garantisca. E questo avviene mentre Federal reserve, Bank of England e Bank of Japan utilizzano tutti gli strumenti classici a loro disposizione: dallo stampare moneta a prestare soldi ai rispettivi paesi». Wolf, come molti, punta l’indice contro la sindrome prussiana che sembra paralizzare Angela Merkel e la Cdu, il suo partito. «La sua linea è: fare il minimo indispensabile all’ultimo momento utile. Finora si è tradotto in: troppo poco e troppo tardi».
Di fatto con uno spread a 200 e oltre appare difficile che la Francia possa mantenere la tripla A. E che dunque continui a far parte del nucleo duro del fondo che dovrebbe salvare gli stati periferici. Potrà, come l’Italia, fornire garanzie collaterali per i bond che il fondo emette; ma non contribuire direttamente. E se a sua volta il salva-stati perde la tripla A, viene giù tutto. Il credit crunch è una minaccia reale e globale. Secondo un report riservato della Banca d’Italia, «alcune banche italiane presentano deficit di liquidità».
A settembre la Bce ha fornito loro 91 miliardi, a prezzi salatissimi. Ma non è bastato: «Le banche devono affrontare anche il problema della raccolta. Nel 2012 scadono 88 miliardi di obbligazioni. E in questo momento l’approvvigionamento sui mercati internazionali è bloccato». Non è una questione di alta finanza, è una faccenda che si ripercuoterà sulle famiglie e le imprese. Gli 88 miliardi di bond bancari in scadenza rappresentano un terzo dell’intero debito pubblico da rifinanziare l’anno prossimo. Obbligazioni pubbliche e private entrano quindi in conflitto, in una concorrenza di rendimenti al rialzo che di fatto impedirà agli istituti di credito di sostenere Bot, Btp e Cct. Ma non solo: un altro spread molto più familiare, quello sui nuovi mutui, tocca punte del 4 per cento sommandosi agli indici Irs ed Euribor. Il mercato immobiliare ed il credito al consumo possono essere il prossimo anello della catena. E’ una situazione di gran parte dell’Europa che ricorda pericolosamente quella che precedette il crac dei mutui subprime e della Lehman Brothers. Anche in quel caso la crisi fu preceduta da un giro di vite su mutui e prestiti, che misero in ginocchio prima le famiglie, poi Wall Street. Dopodiché intervennero la Casa Bianca e la Fed, «gettando dollari dall’elicottero», nazionalizzando banche e fondi, imponendo alle altre di fondersi tra loro.

Ora gli Usa sembrano faticosamente riprendersi, sia pure a costo di un debito federale che ha raggiunto il 99 per cento del Pil. Ma l’Europa? Qui non solo non si gettano euro dagli elicotteri, ma la moneta unica si ritira dai mercati. Perfino la Deutsche Bank, che normalmente affianca la Cancelleria, ha chiesto alla Merkel di imporre alla Bce di allentare i cordoni. Una prima risposta è arrivata ieri: la Banca centrale potrebbe prestare soldi al Fondo monetario, che a sua volta li girerebbe ad Eurolandia. Ennio Flajano diceva che in Italia la via più diretta per collegare due punti è l’arabesco: ora il bizantinismo contagia l’Europa. Che cosa ha in mente la Merkel? Lo spread archivia il direttorio franco-tedesco. Oggi avrà un incontro non facile con il premier inglese David Cameron, che da tempo invoca «il bazooka» per ridare liquidità ai mercati. Per carità, non scarichiamo su altri le nostre colpe (ed infatti abbiamo cambiato governo): ma l’idea di una Germania che pianta la propria bandiera sulle macerie dell’Europa non è esattamente ciò che ci aspettavamo dalla moneta unica. Marlowe, Il Tempo, 18 novembre 2011

MONTI AL SENATO: PATRIMONIALE, REINTRODUZIONE DELL’ICI SULLA PRIMA CASA, AUMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE,

Pubblicato il 17 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

E’ in corso al Senato il dibattito sulle dichiarazioni programmatiche rese dal neo presidente del Consiglio, Monti. Dichiarazioni che sono state giudicate subito modeste e quasi ovvie, senza alcun volo che tutti si sarebbero aspettati vista l’aureola di supereroe che a Monti è stata affibbiata da tutti coloro che ne hanno propiziato l’avvento a Palzza Chigi. Gli stessi che hanno salutato come effetto Monti la modesta ripresa della Borsa di Milano – un più 0,60 – dopo un avvio al cardiplasma delle prime ore del mattino e sempre come effetto Monti il calo dello spread dei BTP italiani a quota 500 dopo che aveva toccato nella mattinata la vetta dei 530. Ma l’effetto Monti, quello che ci si sarebbe aspettato, cioè una ripresa vertiginosa della Borsa e un calo altrettanto vertiginoso dello spread non c’è stato per la semplice ragione che così come non era colpa di Berlusconi l’imperversare della speculazione, altrettanto l’avvento di Monti non poteva essere e non è stato   salvifico. Del resto in queste ore la speculazione internazionale che non ha tessere di aprtito e fede politica sta aggredendo la Spagna e la Francia di quel trombone di stato che è Sarkozy, uno dei due, insieme alla Merkel che stanno giocando col fuoco e che rischiamo di far saltare il banco dell’euro e con l’euro l’Europa. Tornando a Monti ciò che di nuovo ha detto non suona come musica alle orecchie degli italiani: vuole introdurre la patrimoniale, cioè una tassa sui patrimoni mobili ed immobili degli italiani, reintrodurre la tassa più odiata degli italiani, cioè l’ICI sulla prima casa la cui esenzione è stata definita dal ricchissimo sen. Monti una anomalia del sistema contributivo italiano, vuole toccare pesantemetne le pensioni. Complimenti al sen. Monti che nel frattempo si appresta ad aggiungere ale sue già cospicue entrate mensili i 25 mila euro anche questi mensili  che gli derivano dal nuovo status. Tutto ciò, al di là delle dichiarazioni entusiastiche del Terzo Polo, lascia interdetti i grandi partiti, che chi per una ragione, chi per l’altra, sarebbero chiamati a pagare il conto di quella che si appalesa come una feroce mazzata sugli italiani. Non crediamo che avrà vita lunga questo governo di ricchi oligarchi, ad iniziare dall’ex ad di Banca Intesa, Passera, che ci pare il miglior simbolo di questa incredibile stagione istituzionale del nostro Paese durante la quale, sospese le istituzioni democratiche, commissariato il Parlamento da Re Giorgio 1°, si sono issati sugli scranni del potere professori con la fama – fortemente dubbia -  di super esperti dell’economia applicata alla politica. Ma la politica, per fare il verso ad un mai dimenticato Amico, è un’altra cosa. g.

ECCO IL GOVERNO DI LARGA (BANCA) INTESA. ERA TUTTO SCRITTO: IL RIBALTONE E’ STATO PREPARATO IN ESTATE

Pubblicato il 17 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

I galletti che hanno prima minato e poi fatto cadere la maggioranza di centrodestra mi sembrano come i manzoniani polli di Renzo, che si beccavano tra di loro non rendendosi conto che stavano andando diritti nel pentolone.

I nuovi ministri

Erano quattro, i polli, come gli attuali: Fini, Casini, Bersani e Di Pietro. Beccandosi fra di loro nel comune intento di fare fuori Berlusconi per prenderne il posto, sono finiti nel pentolone dei banchieri che se li cucineranno a fuoco lento.

Dubito infatti che uno dei quattro leader dell’opposizione possa più aspirare a candidarsi per il dopo Monti. Sono stati usati e lo saranno nei prossimi mesi per completare un piano che parte da lontano. Il 25 luglio (data emblematica) scorso il Giornale titolava così la prima pagina: «La trappola dei banchieri». Sottotitolo: «Contro Berlusconi, De Benedetti, Bazoli, Prodi e Passera sponsorizzano un governo Monti ». Ricordo che il mattino successivo da Banca Intesa arrivò una secca e sdegnata smentita: ma che cosa vi inventate, noi siamo una banca non facciamo politica. Ovviamente nessun giornale riprese la notizia, il farlo avrebbe disturbato il piano.

Che da ieri si arricchisce di un tassello fondamentale: l’ingressoal governo di Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa. Ce la potranno raccontare in mille modi, ma nessuno riuscirà a convincerci che il primo banchiere d’Italia, con un reddito che ha anche superato i sei milioni l’anno, molli tutto per andare a fare qualche mese (al massimo 16) il ministro a 150mila euro l’anno. Va bene lo spirito di servizio, va bene salvare la Patria in difficoltà, va bene essere sobri, ma qui nessuno è fesso. Usciamo di metafora. Corrado Passera in cuor suo e non solo suo, punta diritto a essere il prossimo presidente del Consiglio, magari in coincidenza con il passaggio di Mario Monti al Quirinale (i tempi delle due elezioni coincidono).

Con quale maggioranza? Non corriamo, c’è tempo. Fini, Bersani, Di Pietro e Casini lo devono solo accompagnare in questi mesi senza intralciare. Il resto verrà da sé. Il centrosinistra insomma potrebbe aver già trovato il leader che cercava, anche se Bersani ancora non lo sa. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 17 novembre 2011

.….E intanto la Borsa cala e lo spread continua a salire: che dire? è quello che più se ne frega di Monti e del nuovo governo degli oligarchi con redditi a sei e qualcuno a sette zeri.g.

BERLUSCONI SI PRENDE LA RIVINCITA

Pubblicato il 16 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi C’è un solo dato che Silvio Berlusconi guarda da giorni con attenzione quasi maniacale: quello dello spread. E a ogni sussulto esclama: «Avete visto? Non era colpa mia se era così alto. Anzi». È il suo nuovo chiodo fisso: dimostrare che la crisi non è colpa sua. Non era una questione di mancanza di credibilità internazionale. Prova ne è che in serata, come commiato. L’ufficio stampa del presidente del Consiglio ormai uscente diffonde una nota con la quale si rende che il Cavaliere ha parlato a telefono con Barak Obama. Nel comunicato si fa sapere anche che «la telefonata con il presidente americano è giunta al termine di una serie di contatti telefonici che il presidente Berlusconi ha avuto in questi giorni con alcuni dei principali leader internazionali: il cancelliere tedesco Merkel, il presidente francese Sarkozy ed i primi ministri della Gran Bretagna Cameron, della Turchia Erdogan, di Israele Netanyahu e della Russia Putin. Infine con l’ex-presidente degli Stati Uniti, George W. Bush». Con una postilla: «Il presidente Berlusconi ha inoltre parlato con il presidente della Federazione Russa Dimitri Medvedev. Questi gli ha anche inviato una lettera nella quale lo ringrazia personalmente per il prezioso lavoro svolto a favore dello sviluppo delle relazioni bilaterali e per l’apprezzato contributo d’esperienza in ambito internazionale “nella sua qualità di uno dei politici più esperti ed autorevoli del mondo”». Un modo per dire: visto che non avevo perso alcuna credibilità? E anche per rimarcare che Berlusconi sulla crisi ha ben poche responsabilità. Giuliano Ferrara, in un editoriale che pubblicherà oggi Il Foglio, scrive: «La grande menzogna è saltata. In modo drammatico, ora per ora. I numeri dicono che l’attribuzione di una crisi del debito italiano alla credibilità fragile del governo Berlusconi era una mascalzonata propagandistica di cui gli italiani potrebbero essere chiamati a breve a pagare il conto». Un concetto che ribadiscono per tutto il giorno i fedelissimi del premier. Come Fabrizio Cicchitto: «Va dato alla stampa un libricino per amatori, con la raccolta di tutte le dichiarazioni di esponenti della sinistra che dicevano che l’aumento dello spread dipendeva in larga parte da Berlusconi. Inutilmente abbiamo sempre rilevato che, purtroppo, il problema era molto più complesso. Adesso la realtà smentisce tutta questa propaganda». Gli fa eco Ignazio La Russa: «Siamo preoccupati perché lo spread continua ad aumentare e confidiamo sia temporaneo. Se non ci fosse da essere seri, verrebbe da sorridere a rileggere le dichiarazioni dei leader dell’opposizione che attribuivano la colpa al governo». Chiosa anche Maurizio Lupi: «Quello che sta accadendo sui mercati e l’andamento dello spread confermano il grande senso di responsabilità dimostrato in questi giorni dal presidente Berlusconi e dalla maggioranza impegnata oggi nel sostenere, lealmente, il tentativo del professor Monti. Sono convinto che con il passare del tempo e con l’abbassarsi dei toni del dibattito emergerà in maniera ancora più chiara la verità e cioé che il nostro Paese è oggetto di una speculazione che sta colpendo anche altri, in primis la Francia. E sono sicuro che emergerà anche l’ottimo lavoro fatto dall’esecutivo guidato dal presidente Berlusconi per affrontare la crisi economica». E Berlusconi? Si guarda gli ultimi sondaggi e si sfrega le mani. Rivela Angelino Alfano: le contestazioni che sono seguite alle dimissioni di Berlusconi, «hanno prodotto il risultato, stando all’ultimo sondaggio, di un aumento della fiducia nel Cavaliere di 6 punti in 3 giorni». E un balzo in avanti del consenso «per il partito di un punto e mezzo». Il Cavaliere pensa a sparire per un po’, almeno dal punto di vista mediatico. Vuole lasciare lasciare a Monti. E ricaricare le pile. Poi si occuperà del partito, di ricostruire il Pdl. Andrà più spesso alla Camera, incontrerà i deputati. I molti che ha sentito in queste ore gli hanno soprattutto consigliato di disimpegnarsi completamente dall’esecutivo Monti, di non partecipare nemmeno indirettamente con Gianni Letta. Bensì di riprendere la via movimentista e tornare a tuonare a zero. Riprendere più che lo spirito del ‘94 quello del 2006 e sopratttutto del 2007, l’anno del predellino. Quattro anni dopo il Pdl potrebbe essere rifondato o potrebbe nascere qualche altra cosa.Fabrizio dell’Orefice, Il Tempo, 16 novembre 2011

E’ NATO IL GOVERNO MONTI: ECCO IL CONSIGLIO DI FACOLTA’ ALL’INSEGNA DEL CONTROPASSO

Pubblicato il 16 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Sciogliendo la riserva sull’incarico affidatogli dal capo dello stato il 13 novembre scorso, Mario Monti ha comunicato la lista dei ministri che formeranno il nuovo governo. Il giuramento dell’esecutivo Monti si svolgerà questo pomeriggio al Quirinale alle 17.

Ecco la lista dei ministri del governo Monti:

Presidente del Consiglio e ministro dell’Economia ad interim: Mario Monti

Ministero degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata

Ministero dell’Interno Anna Maria Cancellieri

Ministero alla Giustizia Paola Severino

Ministero alla Difesa Gianpaolo di Paola

Ministero allo Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti Corrado Passera

Ministero dell’Agricoltura Mario Catania

Ministero all’Ambiente Mario Clini

Ministero del Lavoro e politiche sociali Elsa Fornero

Ministero della Salute Renato Balduzzi

Ministero dell’Università e Istruzione Profumo

Ministero della Cultura Lorenzo Ornaghi

Ministri senza portafoglio

Ministero degli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi

Ministero al Turismo e Sport Piero Gnudi

Ministero alla Coesione nazionale Fabrizio Barca

Ministero per i Rapporti del Parlamento Piero Giarda

Ministero alla Cooperazione internazionale Fabrizio Riccardi

.…………..C’è chi lo ha già definito più che un governo una specie di consiglio di facoltà che si limita a esprimere pareri e magari qualche voto e niente di più. Vedremo nei prosismi giorni se si tratta di un governo vero o di una brutta pagina dell’antipolitica italiana. Nel frattempo  notiamo che il neo presidente del Consiglio,  che è stato ecumenico quanto basta, ha ringraziato tutti, ma proprio tutti, compreso il presidente uscente on. Berlusconi  “con rispetto e gratitudine per il lavoro svolto”, ha imparato subito la lezione come na vecchia volpe della politica. Sino a ieri sera sottolineava la necessità che i partiti fossero presenti nel governo per dargli forza, oggi, invece, a porecisa domanda, ha risposto che l’assenza dei aprtti dal governo è motivo di forza. Quando diceva la verità, o meglio, quando la pensava giusta, ieri o oggi, ieri quando considerava la presenza dei partiti indispensabile per responsabilizzarlo, o oggi, quando afferma esattamente il contrario? Insomma, neanche un consumato politico sarebbe stato tanto lersto a cambiare opinione. Ma forse saranno state le due ore in cui è rimasto chiuso nello studio di Napolitano a convincerlo a fare la sua prima grande inversione a U. La prima di tante, immaginiamo. g.

LA LEGA NON FARA’ SCONTI A MONTI. E MARONI SANCISCE LA ROTTURA CON IL PDL

Pubblicato il 16 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Irremovibile. Almeno fino alla prossima tornata elettorale. La Lega Nord rimane ferma nella sue posizioni: sarà l’unica forza all’opposizione dell’esecutivo Monti. E con il Pdl al momento la rottura sembra irreparabile.

Ne è sicuro il ministro dimissionario dell’Interno Roberto Maroni.

“Abbiamo registrato il cambiamento del Pdl che segna una rottura con la Lega e che ci assegna un ruolo all’opposizione”, ha dichiarato in occasione della presentazione del libro di Bruno Vespa. Il riferimento è all’apertura del Pdl nei confronti di Monti espressa oggi dal segretario politico Angelino Alfano, anteponendo però la condizione che ci sia Gianni Letta nella compagine governativa.

E a proposito di totoministri, Maroni non ha lesinato una sua velata considerazione mista a suggerimento e auspicio. “Non ho partecipato alle consultazioni ma dico che se i nomi circolati e riferiti ai prefetti Cancellieri e Mosca, saranno scelti, si farà fare una bella figura al ministero dell’Interno”. Per quanto riguarda l’ipotesi di Gianni Letta, per Maroni, “sarebbe buona notizia” anche se “non ci farebbe cambiare idea sul sostegno all’esecutivo Monti”. L’importante, secondo Maroni, è che “questo governo si faccia in fretta perché sono tre giorni che aspetto per lasciare le consegne”.

Tornando alla frattura tra Carroccio e Pdl, Maroni non ha comunque escluso che in futuro possa essere risanata. Questo perché, nel caso in cui il governo Monti dovesse arrivare alla fine della legislatura, “ci sarà un anno e mezzo di tempo per capire se l’alleanza Lega-Pdl si potrà ricostruire oppure no: ma oggi si è interrotto il percorso iniziato nel 1994. Siccome Casini ha detto che si vota tra un anno e mezzo utilizzeremo questo tempo per capire se ci sarà ancora un’alleanza con il Pdl, un’alternativa o se la Lega correrà da sola.

Roberto Maroni

In questo momento io dico 1 X 2″.

Quel che è certo è che di qua alla fine dell’esperienza montiana, “la Lega non farà sconti a nessuno, anche se Mario Monti è una persona che conosco e stimo, poi è varesotto come me, valuteremo di volta in volta e viste le premesse diremo più no che sì”, ha precisato Maroni. E il primo no è già arrivato. “Ora non si può pensare che super Mario riesca a ridurre la spesa delle Regioni con un decreto – avvisa Maroni – è una cosa che non si può fare. Su questi temi siamo pronti a discutere ma non a scatola chiusa”

“La Lega – ha aggiunto Maroni – ha deciso subito non di rompere con il Pdl ma di stare all’opposizione. Siamo stati coerenti con le valutazioni fatte con Berlusconi prima che il Pdl cambiasse atteggiamento nei confronti di Monti. Per mesi è stato sollecitato Berlusconi a dare le dimissioni sull’esempio di Zapatero per ridare fiato alle Borse, oggi mi pare che stia avvenendo il contrario a conferma che il problema non era Berlusconi”. E poi l’ex titolare del Viminale rivendica la decisione del suo partito e spiega: “Io sarei preoccupato se un Parlamento fosse composto solo dalla maggioranza, sarebbe come quello di Gheddafi: noi faremo opposizione”.

Infine, tornando ai festeggiamenti di piazza per le dimissioni sdi Silvio Berlusconi, il leghista ha detto: “Una brutta immagine di piazza, di linciaggio di una persona che ha ancora la maggioranza non essendo mai stato sfiduciato in Parlamento ma ha deciso lui di fare un passo indietro. È stata una cosa brutta e ingiusta”. Il Giornale, 16 novembre 2011

.……….Rompere con la Lega per fare..lega con il PD è una grossa fesseria da parte del PDL. Il PD sta facendo una scelta tattica assumendo, come ha fatto ieri sera a Porta a Porta la  normalmente agguerrita  sen. Finocchiaro, un atteggiamento morbdo che più morbido non si può  con parole tutte latte e miele che nascondevano, come solo sanno fare i comunisti, ex o post,  il veleno pronto ad essere iniettato nelle vene dell’avversario quando se ne ravvisa il bisogno. Sbagliato “concertare” questa ammucchiata in cui riecheggia il ricordo di quello che un tempo si chiamava consociativismo tra DC e PCI. Al momento della resa dei conti fu solo la DC ( e tutto il pentapartito) a pagare, con i suoi leaders sottoposti a linciaggio (ricordate Andreotti e Forlani?)! e alle persecuzioni giudiziarie, e il partito al tracollo elettorale. Il PCI invece, sebbene consociato con la DC, la fece franca, sia sotto l’aspettto giudiziario che sotto quello elettorale. E meno male che scese in gioco Berlusconi  nel 1994 impedendo alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto di vincere…se fosse accaduto,  addio democrazia. E’ il rischio che corriamo ancora oggi. Oggi Napolitano ha commissariato di fatto le istituzioni parlamentari, domani un PD rinvigorito dalla gestione sottobanco del potere attraverso  i cosiddetti tecnici che solitamente si posizionano a sinistra, vincerà a man bassa le elezioni, grazie anche ad un risultato insperato, cioè la rottura tra PDL e Lega, obiettivo strategico sempre perseguito ed ora colto. Unica speranza è che il PDL rinsavisca, prima che sia troppo tardi, prima cioè di varare il governo, perchè se lo fa nascere mettendo la testa sotto la sabbia,  dopo buttarlo giù sarà peggio che non averlo fatto nascere. g.

PIAZZA AFFARI IN ROSSO E SPREAD A QUOTA 530. MA SUPER MARIO NON DOVEVA SALVARE LA BORSA?

Pubblicato il 15 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Giornata al cardiopalma per le Borse europee. Le tensioni sui titoli di stato dei paesi europei spingono le borse del vecchio continente a una nuova chiusura negativa. Fa eccezione Londra che, essendo fuori dall’eurosistema, riesce a restare sopra la parità e termina la sessione in rialzo dello 0,28 % a 5.543,29 punti.

Ribassi a Piazza Affari

Ribassi a Piazza Affari
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Sprofonda invece Atene, giù del 4,71% a causa dell’ondata di vendite sui finanziari innescate dai pessimi dati sul pil. Le perdite riportate dalle altre piazze sono comunque inferiori a quelle, prossime al 2%, registrate a inizio seduta grazie alla tenuta di Wall Street, che limita i danni grazie ai positivi dati su prezzi alla produzione e vendite al dettaglio.

Mentre lo spread tra Btp italiani e Bund risale a livelli allarmanti, è tornata nel mirino anche la Francia, che ha visto i propri credit default swap salire a livelli record. A indossare la maglia nera è infatti Parigi, che cede l’1,92% con il Cac 40 a 3.049,13 punti. È a tale proposito significativo che oltralpe a guidare i ribassi siano le banche (Bnp Paribas -6,08%; SocGen -5,72%; Credit Agricole -4,44%), fortemente esposte ai titoli dei Piigs, laddove sui circuiti tedeschi le vendite sono estese a tutti i comparti, con Daimler (-2,59%) e Infineon (-2,59%) peggiori del listino. Il Dax di Francoforte arretra dello 0,87% a 5.933,14 punti. L’Ibex di Madrid lascia sul terreno l’1,39% a 8.256,2 punti.

In scia anche Milano. A Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha chiuso in perdita dell’1,08% a 15.297 punti. Insomma, un’altra giornata complicata, vissuta sul filo, con un occhio allo spread e un altro alle consultazioni dei capi di partito. Molto negativo l’approccio, con gli indici in calo fino a un minimo del -3%, mentre lo spread supera i 530 punti e il rendimento dei Btp schizza sopra il 7%. Nel pomeriggio l’inversione di tendenza, in coincidenza con i positivi dati macro americani, e dichiarazioni concilianti da Roma che lasciano capire come il governo Monti sia ormai pronto a vedere la luce. Nuova cautela infine nelle ultime battute e indice ancora in negativo. Tra le blue chip Finmeccanica che, più volte sospesa in mattinata con un calo teorico del 15%, sconta l’annuncio che nel 2011 non ci sarà dividendo e il taglio dei ricavi. Tra il 2010 e il 2012 gli investimenti del gruppo guidato da Giuseppe Orsi verranno ridotti a 3,4 miliardi rispetto ai 3,6 previsti. Ci sarà anche un calo dei costi di struttura generali e amministrativi. Entro fine 2012, inoltre, Finmeccanica procederà a cedere attività per un valore di un miliardo in modo da ridurre l’indebitamento.

La stessa preoccupazione sempra iniziare a toccare anche l’Eliseo. Lo spread tra i rendimenti dei tassi decennali dei titoli di Stato francesi e quelli tedeschi ha aggiornato il nuovo massimo da quando esiste l’Eurozona a 182 punti base, a conferma delle forti tensioni sui rendimenti francesi. I rendimenti dei titoli decennali francesi sono al 3,5%, il massimo dal maggio 2011. La Spagna si mantiene oltre i 450 punti. 15 novembre 2011, ore 19,00

.…Insomma ora è del tutto chiaro. Il neo re e imperatore d’Italia, Giorgio 1°, ha usato la storiella dello spread e della borsa in rosso al solo scopo di convincere Berlusconi e il PDL a gettare il guanto sul ring, senza ko, cioè senza alcuna sfiducia del Parlamento, unico organo abilitato a sfiduciare un governo in carica, per far posto al “suo” uomo, il super Mario che doveva dalla sera alla mattina, anzi da un minuto all’altro salvare l’Italia e gli italiani dalla speculazione internazionale a cui Berlusocni non era simpatico come non lo era il governo di centrodestra italiano, al contario dei due governi di centrodestra francese e tedesco, quelli che hanno ordito per proprio tornaconto il boicottaggio dell’Italia. Ora è chiaro, con le borse che affondano e lo spread che vola che erano pretesti. Erano pretesti, solo pretesti per far fuori l’uomo che dal 1994 ha scombinato i piani della sinistra italiana postcomunsita, che da allora non riesce a combinarne una buona e sopratutto non riesce ad occupare il potere che dopo tantentepoli sembrava dovesse essergli dovuto. Dal 1994 le hanno tentate tutte, l’ultima gli è riuscita. Hanno recitato, sotto la direzione di un allenato direttore d’orchestra, il silenzioso Napolitano, lo stesso che in silenzio assistè al bagno di sangue nel quale furono schiacciate le rivolte dei ragazzi di Budapest e di quelli di Praga e che ora si preoccupa dei giovani neoitaliani,  la parte dei pensosi estremamamente  preoccupati per le sorti dell’economia italiana e hanno ottenuto che un governo nel pieno delle sue prerogative, con un Senato a schiacciante maggioranza di centrodestra e una Camera nella quale solo alcuni mascalzoni e qualche soubrette da avanspettacolo hanno fatto venir meno su un atto secondario la maggioranza, si dimettesse per far posto ad un governo di non eletti che pretenderà di compiere atti di straordianaria eccezionalità a carico di un Paese e di un popolo defraudati del  sacrosanto diritto di scegliere chi deve governarli. Oggi, ora, più che mai: al voto, al voto, al voto. g.

CONFESSO CHE NON VOTER0′ MAI I COMMISSARI DEL PARLAMENTO, di Antonio Martino

Pubblicato il 15 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun Paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal Colle) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo.
Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana. Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più «qualificati»; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi.
Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più «qualificato», invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio. Personalmente sono sempre stato dell’idea che «i governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta».
Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963). Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d’onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l’ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri. Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l’Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall’aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia. Quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: «Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva!».
Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkozy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare. Celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell’enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto. Antonio Martino, IL Tempo, 15 novembre 2011

……………Confessiamo di non aver mai nutrito molto simpatia per l’ex ministro degli Esteri del primo govenro Berlusconi, ma oggi…oggi non possiamo che condividere ciò che scrive e quel che dice che farà, anche nel ricordo di Togliatti, che era comunista,è vero, anzi  il “migliore” nel senso di peggiore, ma che di quelli di oggi davvero non saprebbe che farsene. E poi a condividere le opinioni di Martino ci aiutano le dichiarazioni rese oggi al Correre della Sera da quel senza maniche (della giacca) di Bocchino che ha proposto per il futuro una coalizione Pd-Terzo Polo capeggiata da Monti: si è visto mai che una forza politica, PDL nel caso, sostenga un tale che si propone di capeggiare  nell’immediato futuro una cordata per tagliarle la gola? E’ vero che quel che dice Bocchino vale quanto la carta con cui si avvolge la verdura che si acquista al mercato della frutta e verdura  (quello di Grumo Appula,  che a Toritto lo hanno eliminato da tempo, perchè è inutile tenerlo visto che c’è quello di Grumo….), ed è vero che sono di ieri le dichiarazioni distensive del capo di Bocchino, Fini, verso Berlusconi che qualcuno ha “letto” come una retromarcia di Fini che si sarà accorto che nel Terzo Polo fa il maggiordomo a Casini, ma non vanno prese sottogamba  le tattiche di questi due omuncoli della politica che vista la mala parta le pensano tutte per tentare di rimanere a galla. Ma sia come sia, ci pare, e lo abbiamo già detto, che la scelta di sostenere il nuovo uomo della provvidenza, l’uomo delle banche e dei poteri forti, sia quanto di più sbagliato possa fare il PDL che il conto potrebbe pargarlo alle prosisme scadenze elettorali, quando e  se ci saranno. g.

IN UNA LETTERA DALL’ALDILA’ COSSIGA CI SPIEGA COME ANDRA’ A FINIRE

Pubblicato il 15 novembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Oltretomba In una lettera dall'aldià Cossiga  Ci spiega come andrà a finire la crisi...

Nell’ultimo giorno di mandato, dal ministro per l’Attuazione del Programma abbiamo ricevuto la seguente nota:
Caro direttore,  stanotte ho sognato il presidente Francesco Cossiga e stamane sul mio comodino ho trovato una lettera indirizzata a me da inoltrare per conoscenza a Lei.
Con stima Gianfranco Rotondi.

Caro Rotondi, da vivo ti ho svegliato tante volte in piena notte per darti un consiglio, da morto non ti sveglio e ti elargisco egualmente un consiglio. Ti prego solo di inoltrare questa mia al direttore di Libero, giusto per continuare così la mia collaborazione con quel giornale. Non te ne avere se ti uso come fattorino, del resto nella Dc non avresti fatto molto di più e fai bene a ringraziare Berlusconi che ti ha nominato ministro. Voglio avvisarti di come va a finire. Te lo dico per brevità attraverso i personaggi e interpreti di questa commedia.

D’Alema. Il capo del governo da me prodotto nel ‘99 è sempre stato convinto che la sinistra non sa governare e ha bisogno del centro per accedere al potere e mantenerlo. Ci ha provato nell’ordine con Buttiglione, Bianco, Marini, Mastella, Dini, Rutelli… ma i voti del centro li ha sempre presi Berlusconi. Già Maddalena Letta sacrificò una crostata per imprigionare il Cavaliere ma era prematuro. Oggi il Cavaliere è ai saldi e a D’Alema non è parso vero di fermare Bersani sotto il portone di palazzo Chigi e dirgli: fermo là. Questa è roba da grandi.

Berlusconi. Ho spiegato tante volte al Cavaliere che in politica serve la cattiveria e lui non ce l’ha. Bisogna amare il potere, e lui non lo ama. Ecco, la novità che ti anticipo è che appaltato il governo a Monti Silvio scoprirà il potere vero: fare le cose che servono dividendosele in due e senza nessuno che ti rompe le palle. Improvvisamente Silvio nominerà boiardi, lottizzerà la Rai, scoprirà il potere e se ne appassionerà. E l’Italia conoscerà una lunga stagione di immobilità politica.

Bossi
. Lui sì che il potere lo usa e lo ama, ma glielo hanno levato. Le regioni azzurro-verdi diverranno rosso-azzurre e dove la Lega ha la guida resterà un po’ in più. I verdi agiteranno l’anticomunismo, varcheranno il confine di Firenze e pianteranno la bandiera anche ad Agrigento e ad Avellino. Saranno un partito del 30 per cento, splendida ed inutile minoranza gialla nel regime che verrà.

Monti. Come tutti i professori si è formato nelle lotte di potere universitario che fanno impallidire quelle dei politici. Si farà tutta la legislatura  E forse anche quella successiva se saprà obbedire a chi lo ha collocato a palazzo Chigi.

E vengo al consiglio per te, caro Rotondi. Tu il potere non l’odori nemmeno, non l’hai imparato nella Dc né tantomeno con Berlusconi. È inutile che ti accodi, non ne hai manco la convenienza. Non glielo dare quel voterello di fiducia. Almeno salvi la coscienza, e ti assicuro che serve quassù da dove ti scrivo. Tuo,

Francesco Cossiga