ELEZIONI, SECONDO TURNO: BERLUSCONI CI RIMETTE LA FACCIA TORNA IN TV. PER SPRONARE I MILANESI A VOTARE PER LA MORATTI

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

MilanoBandiera rossa non trionferà. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rompe il silenzio e rilancia il proprio impegno in vista dei ballottaggi a Milano e a Napoli: “Non consegneremo Milano agli estremisti”. Con toni pacati e moderati, il Cavaliere ha ricordato l’importanza di confermare la fiducia al centrodestra per non consegnare il Paese agli estremisti rossi: “Sono in campo ogni giorno come cittadino di Milano e leader del Pdl, i miei concittadini milanesi vogliono una città abbastanza diversa da quella che preconizza la sinistra estrema che sembrerebbe voler fare diventare Milano la Stalingrado d’Italia”.

La posta in gioco è davvero alta. E il premier si spende in prima persona. Non vuole che il lavoro fatto fino ad oggi a Milano sia spazzato via dalla sinistra né che il sistema di potere che ha regnato per anni a Napoli venga portato avanti dall’Idv Luigi De Magistris, che proprio oggi ha stretto un’alleanza con il Partito democratico. “Il dato di Milano ci dice che i milanesi non hanno premiato né il Pd né il Terzo Polo – spiega lo stesso Berlusconi - il risultato vero è che il Pdl resta il primo partito in Italia e che alleanza Pdl-Lega e l’unica in grado di esprimere governo stabile e credibile”. D’altra parte, è il ragionamento del Cavaliere, risulta “paradossale che il Pd canti vittoria quando invece ha perso il 5% rispetto alle precedenti elezioni comunali”.

Secondo il Cavaliere, infatti, “a sinistra predominano gli estremisti e dunque non c’è nessuna possibilità che esista una maggioranza alternativa alla nostra”. “Forse – ammette Berlusconi – non siamo riusciti a spiegare bene che la sinistra va dai centri sociali al partito delle manette, dai radicali ai cattocomunisti e quindi non sono in grado di governare Milano e si dissolveranno al primo inconveniente”. Berlusconi non nasconde di essere convinto che “tanti milanesi come me sono rimasti turbati dalle bandiere rosse dei centri sociali che hanno festeggiato il risultato del primo turno a Milano”. Pdl e Lega Nord stanno lavorando per questo: per vincere. E Berlusconi è convinto che, nostante i sette punti percentuali di differenza, il centrodestra può ancora farcela e ribaltare il risultato. E’ importante che tutti i moderati vadano a votare.

“Sono convinto che i milanesi non vogliono che Milano vada in mano agli estremisti della sinistra”. Da milanese il premier parla ai suoi concittadini: “Sono persone concrete, sapranno scegliere fra quello che ha fatto e che garantisce di fare la giunta Moratti e il rischioso programma della sinistra”. Berlusconi ricorda che “la giunta Moratti sta portando avanti un piano per 30mila nuovi alloggi a condizioni di favore per i ceti più deboli e realizzerà 3 milioni di metri quadrati di verde in più senza costi per la collettività“. Un piano che verrebbe cancellato se vincesse la sinistra. “L’expò è un’opportunità di lavoro per decine di migliaia di persone e grazie all’expo stanno già avanzando due nuove linee della metropolitana – puntualizza il premier – eppure all’interno della sinistra ci sono i comitati del ‘no’ all’Expo e quindi che fine farebbe con loro questa grande occasione per Milano?”.

E il programma di Pisapia? Berlusconi non ha dubbi: “Spiegheremo ai milanesi il programma di un sindaco sostenuto dalla sinistra estrema e integralista, un programma incompatibile non solo con l’Expo 2015 ma dannoso per famiglie ed imprese perchè prevede più tasse, un grande centro islamico, il voto amministrativo agli immigrati, il blocco degli sgomberi dei rom e il riconoscimento agli zingari della possibilità di autocostruzione”.

Stessa preoccupazione per il capoluogo partenopeo. Il premier lancia un chiaro avvertimento ai napoletano smascherando le intenzioni di De Magistris: “E’ una semplice copertura del vecchio sistema di potere e di clientele che ha governato per 18 anni”. “A Napoli il Pdl ha avuto un buon risultato e Lettieri – afferma il presidente del Consiglio – è un imprenditore che può favorire la soluzione a problemi come quello dei rifiuti e per far tornare Napoli ad essere una capitale europea”. Tuttavia, a Napoli il centrodestra è in vantaggio: “La sinistra estrema ha portato alla ribalta un magistrato d’assalto, uno dei tanti magistrati giustizialisti entrati in politica con la sinistra”.

Per quanto riguarda il governo, Berlusconi conferma la tenuta della maggioranza e, anziché badare alle continue critiche dell’opposizione, preferisce guardare avanti e puntare sulle riforme ancora da attuare: “Il vero risultato politico è che non ci sono alternative alla nostra maggioranza e al nostro governo governo, che rimane forte e con una maggioranza più coesa di prima; un governo che può andare avanti a governare e a fare le riforme che prima non potevamo fare” a causa della presenza di alcune componenti che lo impedivano, mentre “adesso, invece, siamo in grado di è in grado di portare lavorare per la riforma del fisco e per la riforma della giustizia, riforme indispensabili per la modernizzazione del nostro Paese”. E l’opposizione? Per Berlusconi, “nnon ha alcun motivo per esultare ma piuttosto per ridere. Il Pd ha perso voti ovunque, l’Udc quando si è alleata con la sinistra ha dimezzato i voti, hanno guadagnato gli estremisti da Vendola a Grillo”.

IL PROGRAMMA TV DI SGARBI FA FLOP. LUI: HO PERSO MA NON CEDO ALLA TV BANALE

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Cultura | Nessun commento »

DI VITTORIO SGARBI

Difficile situazione. Non posso non assumere tutta la responsabilità dell’insoddisfacente risultato della trasmissione che fu Il mio canto libero ed è stata Ci tocca anche Sgarbi. In realtà è toccata a pochi. E quei pochi (due milioni) sono prevelentemente apparsi soddisfatti se devo giudicarlo dalle congratulazioni verbali, dalle telefonate, dai messaggi telefonici dalle e-mail che hanno sommerso me e i miei collaboratori, tutti unanimi nel riconoscere l’originalità e la novità della trasmissione dalle scenografie agli argomenti, alle sigle, alla ricostruzione della mia storia televisiva con riferimenti a Federico Zeri, a Francesco Cossiga ed altri modelli come Buster Keaton nella sua resurrezione televisiva.

Devo riconoscere che, pur nella consapevolezza di alcune sbavature e nel difficile rapporto con gli ospiti, dal vescovo di Noto a mio figlio Carlo (apprezzatissimo e premiato con il 14% di share) Morgan, Carlo Vulpio, non avrei pensato a risultati così modesti per la naturale considerazione che ho di chi, come persona, guarda la televisione e per la convinzione di persuadere all’attenzione con gli argomenti e la dialettica come ho dimostrato in innumerevoli circostanze.

E invece no. Non è bastato. Raiuno, come molti mi avevano preannunciato, ha spettatori tradizionali abituati a un’offerta facile di prevalente intrattenimento, in prima serata. Così è accaduto, insistere su Raffaello e Michelangelo e poi, addirittura, deviare su Filippo Martinez e Luigi Serafini, contemporanei più intelligenti che provocatori, è troppo audace.

Pretendere poi di parlare della bellezza dell’Italia, del paesaggio, del mondo agricolo perduto con il conforto di Leo Longanesi, Guido Ceronetti, Pier Paolo Pasolini, Thomas Bernhard, Cesare Brandi, Carlo Petrini è un azzardo intollerabile se su un’altra rete c’è una partita di calcio o Chi l’ha visto?. L’assassinio di Melania è molto più attraente che non la richiesta di riflettere sull’articolo 9 della Costituzione o di ascoltare le parole struggenti di Antonio Delfini sul padre. E poi i dirigenti della Rai richiamano i valori, e indicano la necessità che il servizio pubblico contribuisca alla formazione e alla libertà delle coscienze. Tutte parole.

Ieri ho letto soltanto una sconfortante serie di banalità a cui è impossibile rispondere perché non sono neppure in grado di ascoltare. Un giorno potremo aggiungere i loro nomi a quanti hanno deliberatamente contribuito a distruggere l’Italia, a sfregiare il suo paesaggio. Non se ne accorgono, parlano per luoghi comuni, chiamano centrodestra tutto ciò che non corrisponde alla loro, perfino ingenua, attrazione per il pensiero unico. E il loro unico problema è «quanto è stato speso», «chi pagherà il conto». Una preoccupazione che ossessiona le loro menti ma non le attraversa quando riguarda i costi del cinema, del teatro, della lirica, per cui nessuno si chiede «quanto costa» e anzi si protesta se si minacciano tagli di fondi.

Nella televisione dilagano soltanto voyeurismo e pettegolezzo, piccoli e grandi scandali, orride cucine e tinelli, consumismo e banalità. Ma questo è ciò che il pubblico vuole, secondo i dirigenti Rai, e la televisione non ha responsabilità educative, deve badare ai conti, nessuna riflessione sul fatto che nella tv si specchi la realtà e si formino i modelli culturali e che non comprendere la necessità di esprimere altri e diversi pensieri equivale a considerare che la scuola debba accomodarsi ai gusti e al piacere degli studenti rinunciando ad argomenti difficili. Perché leggere Leopardi, Guicciardini e Foscolo se agli studenti piace Jovanotti o il Grande Fratello?

Con questi principi ogni ipotesi di televisione legata al pensiero lascia il posto all’intrattenimento facile, alla pigrizia dell’ascolto. Così io non ho nulla da rivendicare e non ho alcuna intenzione di correggere, emendare o cambiare i miei argomenti che si esprime nella televisione che faccio in ogni situazione, anche nella contaminazione; ma, tanto più, se io la devo costruire come forma del mio pensiero, sono anzi certo che se l’ascolto fosse stato più alto le mie idee non sarebbero state criticate come se si potesse misurare la loro efficacia o il loro peso nella quantità di persone che le ascoltano. Questo sembra volere la Rai, non una televisione che indica ed educa suggerendo letture, stimolando suggestioni, curiosità.

Per quelle pagine e per quei pensieri io ho immaginato uno studio meraviglioso, derivato dalla «Scuola di Atene» di Raffaello, non l’avrei contaminato con le vicende di Avetrana o le storie di Ruby; mi sarei astenuto dall’ossessione di occuparmi in modo pressoché esclusivo (come «Annozero» o «Ballarò») del nostro presidente del Consiglio. Non sono stato premiato ma non cambio idea, d’altra parte ricordavo ai miei severi critici, che forse non hanno ascoltato le belle pagine di Antonio Delfini, che da molti anni nei giornali la terza pagina è stata spostata verso la fine dei giornali, nei più piccoli fra pagina 19 e pagina 25, sul Corriere ad esempio dopo le Cronache regionali, intorno a pagina 50 (ieri a pagina 55). Cosa vuol dire? Che si accetta che molti non ci arrivino, o non le leggano, in esatta corrispondenza con il modello televisivo, per cui la cultura, i libri, le mostre vanno in terza serata. Una scelta rassegnata e obbligatoria.

Ma come si può sperare che un paese rinasca, che nuove idee si agitino se la televisione ha paura della cultura perché fa insufficienti ascolti, e allora non bisogna insistere, tentare di affermare un altro modo di fare televisione che non siano dibattiti regolati e confezionati ma discorsi e riflessioni argomentate, di uno scrittore (l’altroieri Gavino Ledda) di un vescovo (il teologo Antonio Staglianò), di un giornalista appassionato come Carlo Vulpio, di un cantante colto e originale come Morgan?
No. Bisogna rassegnarsi, rinunciare a una televisione diversa, accettare la legge dei numeri, chiudere tutto e lasciare spazio a pacchi, isole e caricature forzate di finti personaggi. Raiuno deve difendere la propria mediocrità e rinunciare ad ogni ambizione di mostrare forme, immagini, idee nuove. Benissimo. Obbedisco. VITTORIO SGARBI.
………… Il fatto che Sgarbi faccia autocritica non è cosa di poco conto e il fatto che riconosca che la puntata , la prima,   e pare l’ultima, del suo programma,  abbia fatto flop, è sicuramente segnale di profonda onestà intellettuale. Questa non manca a Sgarbi che può unirvi  la sua profonda e vasta cultura, quella che gli consente, talvolta al di sopra delle riga, di salire in cattedra e di urlare le sue ragioni. Quella, per esempio, che richiama nella sua autocritica a proposito delle preferenze dei telespettatori. Che ai programi di cultura preferiscono quelli di gossip, e spesso quelli che si basano sulla morbosità. Ha ragione Sgarbi in questo,  ma è anche per questo  forse che varrebbe la pena di ritentare. g.

SE ADESSO TREMONTI VA ALL’ATTACCO DI TREMONTI, di Nicola Porro

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Economia | Nessun commento »

Ieri il ministro dell’Economia, che è an­che ministro delle Finanze, Giulio Tre­monti ha chiesto un alleggerimento de­gli eccessi fiscali. Bene,benissimo.Il di­rettore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Be­fera, braccio armato degli esattori di casa nostra, solo una settimana fa aveva scritto ai propri dipendenti di non andarci giù trop­p­o duri nella riscossione delle presunte tas­se non pagate.

Bene, benissimo. Però cerchiamo di non prenderci per i fondelli. Nel 2010 lo Stato ha incassato il 15 per cento in più rispetto all’anno preceden­te, proprio grazie alle nuove misure antieva­sione. Si parla di quasi 9 miliardi di euro pio­vuti nel bilancio dello Stato. Cosa sta succe­dendo dunque? Una cosa molto semplice. Fino a qualche anno fa, anche se è poco elegante dirlo, alcu­ni italiani si aggiustavano il carico fiscale con qualche sotterfugio. Le aliquote sul red­dito e quelle sull’impresa sono proibitive. Si immagini che in Italia esiste un’imposta sulle imprese che si paga anche se si perdo­no quattrini e cresce con il crescere del nu­mero dei propri dipendenti e degli interessi passivi che si pagano in banca. Un cocktail micidiale soprattutto in momenti di crisi, in cui le imprese provano a non licenziare, ma hanno conti in banca sempre più in rosso. Ebbene l’amministrazione finanziaria non ha concesso più sconti.

Ha individuato de­gli strumenti estremamente efficaci per in­cassare il maltolto. Ha infatti preso di mira i due oggetti fisici che più stanno a cuore agli italiani: casa e auto. Se non paghi ti confisco l’una e l’altro. L’uovo di Colombo. A ciò si aggiunga il meccanismo perverso dell’accertamento.Come dice bene il sena­tore-Compagna in un disegno di legge appe­na presentato: si chiama accertamento, ma in realtà è un atto impositivo. Decine di let­tori ci hanno spiegato la pratica. Il funziona­rio pubblico viene in azienda e ti contesta X di imposte evase. Sarà tuo onere dimostra­re che ciò è totalmente falso. E spesso e vo­lentieri conviene chiudere la pratica là, per non finire in Commissione e pagare parcel­le. Il rapporto annuale della Guardia di fi­nanza ha certificato che il 50 per cento degli accertamenti viene annullato dalla giusti­zia tributaria.

Ma non tutti hanno la voglia, la forza, e la cultura per opporsi. Per farla breve il ministro Tremonti ci ha salvato dalla sindrome greca, ma non dal­l’oppressione fiscale. Che pure è sempre stato un suo cavallo di battaglia. Oggi chie­de ciò che ci avrebbe dovuto già dare. Ma soprattutto occorre risolvere un equivoco. A parte la patologia del sistema (il funziona­rio che ci prova, come abbiamo illustrato) le cartelle, e i ruoli esattoriali, insomma i 9 miliardi di euro riscossi nel 2010, non sono mica figli dell’abuso. Sono il risultato di un sistema fiscale onerosissimo. Il ministro delle Finanze chiede giustamente maggio­re rispetto per i contribuenti, ma si dimenti­ca che il rispetto maggiore lo si dà riducen­do un carico insopportabile.

……….Speriamo che Temonti, e non solo lui, legga questo editoriale di Nicola Porro, vice direttore de Il Giornale, che condividiamo dal primo all’ultimo rigo, dalla prima all’ultima parola. Ma non basta. Gli italiani sono oppressi oltre che da un carico fiscale insopportabile, da altri balzelli che rasentano il sistematico ricatto a loro danno. Prendi il sistema assicurativo. Da qualche tempo, tutte le compagnie assicuratrici nel settore automobilistico,  allorchè  a un assicurato capita  un incidente automobilistico  del quale sia ritenuto responsabile o corresponsabile, alla scadenza dell’anno contrattuale riceve la comunicazione di disdetta unilaterale da parte dell’assicurazione. Cioè, le assicurazioni vogliono solo clienti che paghino e che non arrechino alcun “fastidio”, altrimenti lo mandano via. La conseguenza è che il malcapitato è costretto a cambiare assiocurazione e la nuova gli propone (impone!) contratti che vedono moltiplicato per 5, 6, anche 10 volte, il precedente premio. Insopportabile. Dicono le assicurazioni che a tanto sono costrette per via dei tanti falsi incidenti che ci sono in giro, un giro di truffa che le danneggia. E sia. Ma questo non può essere imputabile al cittadino onesto, cioè alla stragrande maggioranza degli automobilisti  i quali pagano l’assicurazione obbigatoria per ricevere in cambio, quando ve ne sia bisogno, assistenza e supporto. Non può essere che le assicurazioni debbano incassare il premio senza fornire servizi. Non sappiamo come si chiami ciò ma di certo non ha a che vedere con qualcosa di corretto. Ecco, anche in questo Tremonti  e il governo hanno il dovere di intervenire. Pena la più ovvia delle conseguenze: la scelta degli automobilisti di evadere l’obbligo assicurativo e affidarsi alla fortuna. E se la fortuna non li assiste,  in caso di incidenti, i costi saranno a  carico dell’erario pubblico. g.

MILANO: PERCHE’ AL SECONDO TURNO E’ SEMPRE POSSIBILE IL SORPASSO IN VOLTA

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Dopo il risultato a sorpesa di Milano e il sorpasso di Pisapia sulla Moratti, l’opposizione, con in testa il PD di Bersani, hanno suonato il deprofundis sia per Berlusconi che per la maggioranza di centro destra. A dir poco sono stati degli incauti. Per due ragioni. Intanto perchè il risultato delle urne, a parte Milano non è stato negativo per il centro destra che se non ha vinto “alla grande” come nelle precedenti consultazioni amministrative dopo le politiche del 2008, di certo non ha perso. Basta guardare i numeri del primo turno. In seconmdo luogo è meglio attendere i risultati dei tanti ballottaggi che avranno luogo domenica 29 maggio. Ad incominciare da Milano, dove la vittoria di Pisapia non è certa come non è certa la sconfitta definitiva della Moratti. Nell’articolo che segue se ne spiegano le ragioni. E noi siamo fiduciosi che le ragioni esposte troveranno conferma nei risultati del secondo turno. g.

I ballottaggi non sono il secondo tempo, sono come il ritorno di una partita di pallone. Tutto si rimette in gioco: tattiche, ruoli, opzioni. Tutto nuovo e dunque tutto possibile. “La partita a Milano e Napoli è ancora aperta, ed è ancora da giocare”, ha detto ieri il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, nel corso della riunione di redazione del suo quotidiano. Sondaggisti, esperti di comunicazione elettorale sono al lavoro per conto dei candidati nei ballottaggi che si terranno tra meno di dieci giorni.

Difficile decifrare il clima. Il fotogramma scattato al primo turno descrive il sindaco di Milano Letizia Moratti sconfitto di circa sei punti dallo sfidante Giuliano Pisapia. Ma nel corso della nuova partita il ribaltamento del risultato non è impossibile. “Nel 2008 Francesco Rutelli vinse al primo turno contro Gianni Alemanno. Il candidato del centrosinistra ottenne il 46 per cento dei suffragi, quello del centrodestra il 40. Al ballottaggio la situazione però cambiò radicalmente, e Alemanno vinse su Rutelli con il 53,66 per cento dei voti”, ricorda al Foglio Alessandra Ghisleri, sondaggista di Euromedia Research.

Quali nuovi meccanismi scattano al secondo turno? “Il ballottaggio è un confronto, se vogliamo, più semplice rispetto al primo turno”, dice Ghisleri. “Si sfidano due sole persone, due idee di città, due modelli culturali. E’ una sfida polarizzata. I due sopravvissuti alla selezione del primo turno si dividono i consensi dei candidati sconfitti ma giocano da soli, senza più una squadra alle spalle, perché non godono l’effetto del voto di lista. Si innescano meccanismi completamente nuovi, molto difficili da interpretare. Contano il carattere, la comunicazione, la personalità”. Nel 2001 il candidato sindaco socialista di Parigi Bertrand Delanoë si giocò il secondo turno e vinse, partendo da una situazione di svantaggio iniziale. Al primo turno una parte dell’elettorato socialista gli aveva preferito un altro candidato, Jean Tiberi. Solo al secondo turno, messi di fronte alla possibilità che a Parigi vincesse il candidato del partito neogollista Philippe Séguin, gli elettori socialisti tornarono a votare Delanoë malgrado non fosse stato la loro prima scelta. “Nel caso di Milano – conclude Ghisleri – conteranno molto due fenomeni: l’astensionismo complessivo e il comportamento degli elettori moderati del Terzo polo e di quelli più radicali che avevano votato per il movimento di Beppe Grillo”.

Andrea Augello, senatore del Pdl, è uno che di campagne elettorali ne ha fatte tante, da quando aveva i calzoni corti. “I ballottaggi sono partite aperte. Per questo non dispero affatto su Milano e non esulto per Napoli”, spiega al Foglio. “Ai ballottaggi solitamente votano i due terzi degli elettori che si sono espressi al primo turno. Si manifesta un astensionismo che colpisce soprattutto il voto di opinione e quello meno fidelizzato”. Nel caso di Milano, i meno fidelizzati sono i grillini, potenziali sostenitori di Pisapia. “Al secondo turno è importante mandare pochi messaggi ma chiari e frenare l’astensionismo. Bisogna giocare più aggressivi. Parlare della città, ma anche tentare un grande abbraccio emotivo. Questo dovrebbe farlo Berlusconi”. Ma il Cav. non pare più intenzionato a metterci la faccia. “Noi invece dovremmo fare come i francesi sulla Marna”. Cioè? “Erano circondati dai tedeschi, i manuali di guerra prescrivevano di stare fermi, loro invece attaccarono. Fu una vittoria”. Salvatore Merlo, 19 maggio 2011


I PATACCARI:INGROIA, TRAVAGLIO E LE RUGGENTI ESTATI DEL GIUSTIZIALISMO DA SPIAGIA

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Marco Travaglio, nato a Torino il 13 ottobre 1964. Sposato con Isabella, ha due figli. Prima di occuparsi, con grande profitto, di cronaca giudiziaria ha scritto di esteri, al diocesano Nostro Tempo, di calcio e di economia, al Giornale di Montanelli. Il primo incontro con “il Vecchio” del giornalismo italiano lo organizza lo scrittore torinese Giovanni Arpino, che si porta il giovane Travaglio a Milano, nell’ottobre ’87. Montanelli non può saperlo, ma quel Travaglio a cui dà del “mammòzio” avrebbe assimilato il suo verbo al punto di arrogarsi, quindici anni dopo, la sua intera eredità. Al Giornale si stupiscono per lo straordinario senso catalogatore del giovane cronista, ma per vederlo in azione tra le carte delle procure bisogna aspettare Tangentopoli e l’incontro con il procuratore generale Marcello Maddalena. Nel romanzo di formazione di Marco Travaglio, questo è il momento della maturità: l’efficientissimo cronista tuttofare diventa un “grande inquisitore da far impallidire Vishinsky”, come ebbe a vezzeggiarlo lo stesso Montanelli. Per il suo nome, che allora firmava giusto tre libri, non basteranno interi scaffali di libreria.

L’ossessione per il Cav., ereditata dal grande “Vecchio”, si rivela prodigiosa: mette d’accordo cuore e portafoglio, alza le vendite e garantisce un’indiscutibile superiorità morale. Travaglio è tra i primi a combinarla con le potenzialità del contatto “diretto” con i lettori, via Internet: il blog Voglio scendere e la videorubrica settimanale Passaparola, ospitata dal blog di Beppe Grillo, gli garantiranno un sostegno contagioso. Il suo timbro gentile, a cadenza salmodiante, educe e seduce l’ascoltatore, che assiste allo sminuzzamento dei fatti della settimana. Dal 2006 l’offerta si arricchisce: agli spazi abituali per coltivare la militanza si aggiunge un editoriale a ogni puntata di “Annozero”, in cui Travaglio parla al grande pubblico, col piglio del catechista navigato. Il successo è travolgente e nel giro di tre anni Travaglio, con Antonio Padellaro, dimostra che ce n’è abbastanza per farci un giornale – il Fatto quotidiano, di cui è vicedirettore. L’apostolato legalitario lo spinge a trattare del Cav. anche a teatro (prima con “Promemoria” e ora con “Anestesia totale”). Nemmeno Berlusconi, limitatosi all’intrattenimento sulle navi da crociera, aveva osato tanto.

Marco Travaglio manovra il suo archivio con estrema precisione. Gli errori – una volta incolpò Pier Ferdinando Casini al posto del quasi omonimo Carlo – si contano sulle dita di una mano. Non è poco per uno capace di rovesciare carrettate di carte giudiziarie su ogni inezia. E, checché ne pensi il 41 per cento delle italiane – che l’ha votato amante ideale –, Travaglio è uno fedele. Sta cercando di dimostrarlo, soprattutto nell’ultimo mese, anche a un vecchio compagno di vacanze, il pm di Palermo Antonio Ingroia. Certo, nel 2003, senza saperlo, Ingroia gli aveva portato in ferie un mafioso, Giuseppe Ciuro. Ma non c’è motivo di rancore: le sue indagini hanno permesso a Travaglio, per un paio d’anni, di caricare con i “pizzini” dei Ciancimino i propri cannoni anti Cav. Dopo l’arresto di “Massimuccio”, Travaglio gli ha dedicato una manciata di editoriali, giocandosi le poche carte possibili: il documento contestato a “Massimuccio” è soltanto uno, Ciancimino Jr. è “un enigma”, forse è manovrato e comunque “è il classico testimone imputato per reati connessi e, come tale, non ha l’obbligo di dire la verità”. Il 6 maggio, mentre divaga con una splendida intervista a Renato Zero, Travaglio prova l’impossibile: fare le pulci al capo della Dda, Ilda Boccassini, scettica sull’affidabilità di Ciancimino Jr., rinfacciandole l’uso della teste Stefania Ariosto, nel 1995. Ma all’alta fantasia qui mancò possa, e i periodi asettici del miglior Travaglio hanno trascurato il caso Ciancimino, lasciandolo a un collaboratore del Fatto, Giuseppe Lo Bianco. C’è il rischio che Ingroia, per le vacanze di quest’anno, si scelga qualcun altro. Fonte: Foglio Quotidiano, 19 maggio 2011

LA SBORNIA DI BERSANI

Pubblicato il 20 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Pierluigi Bersani Umberto Bossi ha dunque deciso di prendere lui la guida della campagna elettorale per il ballottaggio a Milano dando del «matto», o quasi, a Giuliano Pisapia, il candidato della sinistra a sindaco che ha sorpassato alla grande Letizia Moratti nel primo turno. Vedremo se il leader leghista riuscirà a fare meglio del Cavaliere, che nel primo tempo della partita ambrosiana ha avuto forse coraggio ma non fortuna. Se anche il secondo turno dovesse andare male, la Lega avrebbe ben poco da rimproverare al presidente del Consiglio. E ben poche ritorsioni da minacciare o annunciare, come le opposizioni si aspettavano sino a ieri con l’ansia e la fame degli avvoltoi. Certo, quel «matto», per quanto poi ritrattato senza convincere più di tanto chi lo aveva ben ascoltato in televisione, ha lasciato a prima vista un po’ interdetti, visti i vantaggi procurati al candidato della sinistra milanese dai toni usati nel primo turno da Berlusconi e dalla Moratti. Ma la follia sta prendendo la mano un po’ a tutti, a Milano e altrove. Lo dimostra anche l’uso che sta facendo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani del successo conseguito all’ombra della Madonnina, peraltro con un candidato diverso da quello sul quale egli aveva originariamente puntato. Dalla prima vittoria di Pisapia il maggiore partito d’opposizione ha ricavato addirittura l’esigenza di cavalcare i referendum del 12 giugno promossi soprattutto da Antonio Di Pietro. Che è così riuscito a imporgli l’agenda, come del resto ha già fatto a Napoli, dove quel che resta del Pd, dopo tutti i voti che ha perso con il proprio concorrente, corre nel ballottaggio per il dipietrista Luigi de Magistris.

Da quei referendum, fra le proteste e gli sfottò del loro principale promotore, Bersani si era sostanzialmente defilato nelle scorse settimane un po’ ritenendoli d’improbabile riuscita per la ormai consolidata disaffezione del pubblico da questo tipo di prove elettorali, e un po’ volendo proteggere il capo dello Stato dai perversi effetti di uno di essi: quello contro il cosiddetto legittimo impedimento. Che è una legge rapidamente promulgata dal presidente della Repubblica, nonostante le piazzate di Di Pietro, nel tentativo -poi frustrato dalla Corte Costituzionale- di mettere il presidente del Consiglio al riparo dai processi durante l’esercizio del mandato di governo. Di quella legge è rimasto ben poco dopo i tagli apportati dalla Corte, come dimostrano i vecchi processi ripresi e quello nuovo appena cominciato contro Berlusconi. E quel poco che è rimasto decadrebbe da solo in autunno, senza bisogno del referendum. Che pertanto è un’arma spuntata, utile solo alla gogna mediatica di Berlusconi, e del presidente della Repubblica che promulgò la legge con tanto di comunicato esplicativo delle sue buone ragioni. Ma ormai del capo dello Stato, forse anche a causa delle insofferenze recentemente mostrate da Giorgio Napolitano per i limiti e le contraddizioni di una sinistra riformista solo a parole, importa ben poco a Bersani dopo la sbornia milanese del primo turno.  Francesco Damato, Il Tempo, 19  maggio 2011

I FINIANI PERDONO UN ALTRO PEZZO: RONCHI LASCIA IL SUO INCARICO NEL FLI

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Roma – Iniziano le defezioni tra le file di Futuro e Libertà. Il primo a lasciare è Andrea Ronchi che con una lettera indirizzata al presidente vicario di Fli, Italo Bocchino, si è dimesso da presidente dell’assemblea nazionale, l’organismo statutario più importante del partito, convocato dallo stesso Ronchi per venerdì mattina per ratificare la linea di futuro e libertà sui ballottaggi. Ronchi si era più volte espresso, dopo i risultati delle amministrative, per un sostegno dei candidati del centrodestra in particolare a Milano. Domani Ronchi avrebbe in programma un incontro a Milano con Ignazio La Russa, che potrebbe essere seguito da un evento pubblico nel quale ufficializzare lo strappo.

Bocchino: “Era in minoranza” “Lo considero un atto di correttezza”. Così Italo Bocchino parla con i cronisti delle dimissioni da presidente dell’assemblea di Fli di Andrea Ronchi. “Visto che ha una posizione minoritaria -prosegue Bocchino- mi sembra corretto che non presieda un organismo di cui è stato eletto presidente all’unanimità“. Il vicepresidente di Fli spiega che la lettera con cui Ronchi ha accompagnato le proprie dimissioni è estremamente sintetica: «solo un rigo con scritto: mi dimetto”. E ai cronisti che gli chiedono se questa decisione sia propedeutica al fatto che Ronchi possa lasciare Fli, Bocchino risponde: “chiedetelo a lui”.

La Russa: “Mai presupposto uno strappo” “Nulla di strano che ci si sia sentiti anche in questi giorni, specie dopo la sua dichiarazione a sostegno di Letizia Moratti, confermata anche oggi”. Lo dichiara il ministro della Difesa e Coordinatore nazionale del Pdl Ignazio La Russa. “Essendo Andrea Ronchi eletto a Milano – aggiunge La Russa – abbiamo ipotizzato che nei prossimi giorni ci si possa incontrare. Ma per la verità nessuno dei due ha mai presupposto un suo strappo col Fli, dove Ronchi con Urso, cercano di evitare una innaturale deriva a sinistra”. “Quello che semmai è strano – prosegue il Coordinatore nazionale del Pdl – è che il Fli che insiste a definirsi di destra, abbia annunciato libertà di voto (e quindi di opinione) tra la Moratti e l’esponente di Rifondazione Comunista Pisapia. Ancora più incredibile poi è l’anatema di ’espulsionè contro chi volesse esercitare questa libertà di voto e di opinione a favore del sindaco Moratti. Per fortuna – conclude La Russa – i non numerosissimi elettori di Fli a Milano avranno già capito”.

………………………….Questa volta Ronchi non si è fatto costringere, lo ha fatto da solo: alcuni mesi fa fu costretto da Fini a lasciare il posto di Ministro mentre lui, Fini, rimaneva incollato alla poltrona di presidente della Camera; ora, prima che il Bocchino di turno lo cacciasse in nome della democrazia (sic)  interna del FLI, Ronchi si è dimesso dall’incarico, pura acqua fresca, che ricopriva nel FLI in totale disaccordo con chi non intedende appoggiare nei ballottaggi il centro destra e quindi, di fatto, aiutare il centro sinistra, anzi la sinistra antagonista che a Milano ha come candidato Pisapia e a Napoli De Magistris. Tra il tradire la sua fede politica e quella in Fini, ha preferito  la scelta di una vita. Onore al merito. g.

BALLOTTAGGIO: IL TERZO POLO DECIDE DI NON DECIDERE

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Terzo Polo ha scelto di non scegliere. Ai ballottaggi di Milano e Napoli, questa la decisione del conclave che ha riunito Udc, Fli e Api, “non ci sarà nessun apparentamento”. La conferma è arrivata dai due candidati sindacto terzopolisti, Manferdi Palmeri per il capoluogo meneghino e Raimondo Pasquino per quello campano (dove pure De Magistris ha cercato di attrarre i voti ‘centristi’), nel corso di una conferenza stampa in cui era presente l’intero triumvirato (Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Francesco Rutelli).

“Siamo determinanti al secondo turno – ha dichiarato Pasquino – ma non siamo disposti ad alcun apparentamento, nè siamo disposti a una situazione di sottogoverno. Il nostro programma sarà la stella polare e vogliamo che i candidati esprimano la loro condivisione”. Palmeri, da par suo, ha spiegato: “Noi non facciamo l’apparenatamento né con Pisapia né con la Moratti, noi facciamo l’apparentamento con la città“. Un commento sulla situazione milanese è arrivato anche da Rocco Buttiglione: “Giuliano Pisapia non è una risposta alla crisi della politica che viviamo, né lo è Letizia Moratti. Noi siamo per un’altra politica, con quella politica noi non c’entriamo”.
Gianfranco Fini, rimasto con un pugno di mosche dopo le amministrative, cerca di inviare un messaggio agli avversari politici: “Chi pensa di dividere il Terzo Polo si prepari a cambiare i suoi piani. Il Terzo Polo – ha proseguito il presidente della Camera – ha mosso i suoi primi passi nelle amministrative”. Poi Gianfranco ammonisce: “Chiunque pensi di creare divisioni nel Terzo Polo in vista dei ballottaggi e poi della prossima attività politico-parlamentare dei mesi che ci attendono, è meglio che cambi i suoi piani”. Insomma, Fini ne è convinto, “il Terzo Polo resterà unito, sia nei ballottaggi che nell’attività politica e parlamentare, così come è stato finora”.
Il leader dell’Udc, Casini, ha provato ad esaltare i risultati raccolti da Palmeri e Pasquino rispettivamente a Milano e Napoli, sottolineando che il secondo ha preso quasi il 12% e il primo circa il 6 per cento. Per Casini questo significa che “il Terzo Polo è fuori da ogni rischio” per quel che riguarda il quorum di Camera e Senato, e che “sarò una forza determinate in Parlamento”. Sul fronte della contesa amministrativa in senso stretto, Casini ha detto, riferendosi a Fini e Rutelli che stavano accanto a lui nel centro congressi Nazionale, che “non siamo noi legittimati a dire cosa fare agli elettori. C’è gente che ci ha messo la faccia – il riferimento è ai due candidati sindaci – e sono loro gli interpreti titolati a dire”, ovvero a dire quale debba essere l’orientamento dei loro concittadini in vista del ballottaggio.
Non poteva poi mancare un commento di Italo Bocchino: “Di fronte a due coalizioni che sono estremiste noi abbiamo scelto non per la libertà di voto, ma di non sostenere nessuno dei due candidati, che è cosa diversa”. Con queste parole Italo ha spiegato le motivazioni che hanno portato il Terzo Polo, in stile vecchia Democrazia Cristiana, a non scegliere, senza apparentarsi a nessuno dei candidati in lista per i ballottaggi.

DOPO LA SCONFITTA, ECCO LA VERITA’ SU MILANO

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

De Benedetti, edi­tore d e la Repub­blica , ha soste­nuto che Berlu­sconi è morto a Milano. Il becchino della sini­stra, tessera numero uno del Pd, sintetizza la solita speranza che da diciott’anni anima l’op­posizione: vedere il fu­nerale, almeno politi­co, del Cavaliere. Nel frattempo loro hanno messo via in sequenza Occhetto, D’Alema, Fas­sino (resuscitato lunedì a Torino) Franceschini, oltre che Pro­di. A Bersani hanno già pre­so le misure, sarà l’ottavo cadavere dal 1994, anno d’inizio del­l­’antiberlusco­nismo. Una carneficina in­seguendo un sogno che, quelle poche volte che si è materializzato, o che stava per farlo, è sva­nito con sorprendente velocità. Accadde nella sciagurata ed effimera alleanza con la Lega, si è ripetuto con l’ingestibi­le vittoria dell’Ulivo di Prodi, ha abboccato con la speranza che il tradimento di Fini otte­nesse il suo scopo, si ri­pete ogni volta che la procura di Milano an­nuncia l’inchiesta del­l’anno.

Io invece credo che Berlusconi sia ancora vi­vo e vegeto. Chi mette sul suo conto tutto il brutto risultato di Mila­no non conosce le cose del Pdl milanese e nep­pure i milanesi i quali, se togliamo qualche fre­quentatore di salotto, se ne infischiano sia del ca­so Lassini (quello dei manifesti Br) che del­l’auto rubata forse sì o forse no dal giovane Pi­sapia amico dei terrori­sti e comunista non pen­tito. La verità è che qual­che cosa non è girato non tanto tra gli elettori (alcuni sì infastiditi ma più dall’ecopass che dai toni accesi) ma proprio dentro il partito.

Siamo sicuri che tutte le componenti hanno fatto possibile e impossi­bile per arrivare sul­l’obiettivo? Oppure qualcuno, den­tro tutto il cen­trodestra, nel segreto delle stanze e quin­di delle urne, ha fatto calcoli diversi da quel­li della Morat­ti? A questo punto mi augu­ro di sì. Perché in quelle stesse stanze si potreb­be ricostruire in silen­zio l’accordo che dia una possibilità concre­ta di vincere al ballottag­gio. La Moratti ieri ha fat­to la prima mossa, ha cambiato l’agenzia che le seguiva la comunica­zione, uno studio affer­mato riconducibile al­l’area ciellina, quella che a Milano fa capo al governatore della Lom­bardia Roberto Formi­goni. Speriamo che la co­sa non complichi anco­ra di più i già tesi rappor­ti tra Palazzo Marino e il Pirellone (leggi Expo) perché qui c’è da prova­re a vincere davvero, al­trimenti tutta la classe politica milanese, nes­suno escluso, passerà al­la storia per avere stupi­damente consegnato la città ai comunisti.  Il Giornale, 18 maggio 2011

COSA C’E’ DIETRO L’ANGOLO, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 18 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Cosa c’è dietro l’angolo dopo il voto di domenica

Silvio Berlusconi Cosa c’è dietro l’angolo? Uso il titolo di una storica trasmissione televisiva di Maurizio Costanzo per porre la domanda che aleggia nella mente di tutti i cittadini in queste ore. Abbiamo assistito a un terremoto elettorale e non ho paura di esagerare nell’usare questa parola perché le elezioni amministrative sono state un test nazionale e il loro impatto sarà di gran lunga più grande di quel che pensa il Palazzo. Lo scenario può essere così riassunto: Berlusconi ha perso le elezioni, la sua politicizzazione del voto è stata insufficiente per convincere gli elettori di Milano a votare la Moratti; il centrodestra ha subìto un forte arretramento al Nord; la Lega vede per la prima volta uno stop serio alla sua strategia di espansione nordista; il popolo delle partite Iva e delle piccole imprese s’è risvegliato e senza un abbassamento della pressione fiscale vota da altre parti; il centrosinistra gioisce per la breccia di Pisapia ma a sua volta è tra l’incudine della sinistra radicale che impone al Pd i suoi candidati e il martello di una perdita di voti costante; il Terzo Polo è già Quarto, Fini è un marziano; l’Udc è superata ovunque o quasi dai Grillini; il voto di protesta, il voto non coalizzato, il voto giustizialista, gonfia le urne ma è quasi sempre sterile e non produce alternativa di governo. In queste condizioni, cari lettori de Il Tempo, senza opportune correzioni e azioni politiche, dietro l’angolo c’è il caos e se facciamo un paio di logiche considerazioni sul futuro prossimo vedrete che non andremo lontani dalla realtà. Tra due settimane ci saranno i ballottaggi, un secondo round dove per il centrodestra tutto è in salita. Un recupero della Moratti su Pisapia a Milano è davvero difficile, sarebbe un miracolo.
A Napoli Lettieri è in vantaggio ma sento odore di accordo a sinistra, mormorii di truppe fiacche a destra e un sinistro scricchiolìo di sconfitta anche dove si poteva vincere a mani basse. Basterebbero questi due risultati per aggravare la crisi nella maggioranza e aprire un periodo di turbolenza nel governo. E allora, cosa c’è dietro l’angolo?
C’è chi dice che questo risultato in realtà allungherà la legislatura. Questo è vero finché in Parlamento (e fuori) non si produce un’alternativa concreta. Ma se fino all’altro ieri ipotizzare un dopo-Berlusconi era quasi un’eresia, oggi non è più un azzardo. L’idea di aprire un’altra fase nel centrodestra non è più impraticabile. Ma non come la intendeva Gianfranco Fini, il cui progetto infatti si è sfracellato sugli scogli della presunzione. Qui la partita che si è aperta è un’altra e coinvolge anche il Cavaliere. Quando il Parlamento tornerà a riunirsi, i gruppi parlamentari saranno in piena fibrillazione e chi non ha incassato il “premio” per la stabilità dell’esecutivo cercherà di riscuotere quel che si aspetta per aver consentito al governo di andare avanti. Ma in queste condizioni, con un voto simile, c’è da scommettere che la Lega non starà a guardare. Allargare la maggioranza? Creare nuove poltrone? Altri incarichi? Sono pronto a scommettere che il Carroccio farà di tutto per impedirlo. Ergo, il rischio che a Palazzo Chigi si apra una crisi al buio è altissimo. Sono certo che Berlusconi in queste ore sta valutando anche questo scenario. Il Cavaliere è un uomo energico, un inguaribile ottimista, ma non ci sono dubbi che le prossime settimane saranno piuttosto complicate.
Anche lui si sta ponendo la domanda: cosa c’è dietro l’angolo? Be’, al suo posto vedrei allungarsi l’ombra di Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica non ha mai nascosto la sua avversione a uno scioglimento anticipato delle Camere. In caso di crisi ho l’impressione che il Quirinale prenderebbe atto della situazione, avvierebbe le necessarie consultazioni e proverebbe a dar vita a un governo di transizione guidato da un uomo del Pdl. Missione: un paio di riforme urgenti, in primis quella elettorale, e poi voto politico. In questo caso Berlusconi dovrebbe fronteggiare un altro dilemma: sono io il candidato alle politiche o è giunto il momento di separare premiership e leadership? Mentre Silvio si pone questa domanda, ai cancelli di partenza ci sono alcuni cavalli di razza che hanno alcune carte da giocare: Giulio Tremonti, Pier Ferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo sono i tre che mi sembrano più accreditati per una serie di ragioni che ora vi espongo. Tremonti ha tenuto alla larga il crac dell’Italia durante la crisi finanziaria e la recessione economica e, inoltre, è un trait-d’union con la Lega di Umberto Bossi; Casini è il centrista post-democristiano che ha un legame speciale con la Chiesa (l’Italia è la culla del cattolicesimo), è un moderato, può dialogare bene con la sinistra per avere riforme bipartisan; Luca Cordero di Montezemolo sarà (se decide di entrare in politica) l’imprevisto della storia, un uomo di successo – piaccia o meno – che arricchisce l’offerta dei moderati e prova con una sorta di Lista Nazionale a innovare la politica italiana offrendo una scelta nuova e allo stesso tempo complementare a quella tradizionale. Non metto né Casini né Montezemolo all’interno del market del centrosinistra. Quel che sta accadendo nel polo dell’opposizione li esclude in maniera automatica da quel Risiko. La sinistra si sta sempre più radicalizzando e il progetto originario del Pd – la fusione dell’anima post-comunista con quella post-democristiana – è praticamente fallito. Bersani alza le mani in segno di vittoria, ma in realtà sta rivestendo il ruolo di segretario-liquidatore di un partito che si avvia a tornare indietro (ai Ds) per riscoprire la formula della coalizione allargata, cioè l’Ulivo. Il voto che ha decretato il successo di candidati come Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e molti altri è una pietra tombale sul Pd come ce lo avevano narrato i suoi fondatori. Lo spazio politico dell’opposizione a questo punto si restringe per i liberali e i riformisti. Pisapia ha vinto con l’appoggio del sindacato del quadrato rosso (la Cgil) e la sinistra vendoliana. Provate a immaginare un programma di riforme economiche e sociali che ha il loro imprinting: meno flessibilità del lavoro, spesa pubblica e tasse. Esattamente il contrario di quanto propongono Casini e Montezemolo. Quello di cui il Paese non ha bisogno. Ecco perché l’offerta politica del centrodestra in realtà è destinata in futuro ad allargarsi ed arricchirsi, mentre quella del centrosinistra è un ritorno al futuro che in realtà è il passato.

Cosa c’è dietro l’angolo allora? Una ristrutturazione del panorama politico in cui Berlusconi ha un ruolo e una possibilità. Il ruolo è quello di chi ha ancora un grande consenso, la possibilità è quella di provare a uscire dalla trincea di una linea politica che nel caso di Milano s’è dimostrata insufficiente per convincere i moderati a votarlo. Come uscire dal fortino? Cominciando a intrattenere una politica di link (collegamento) e share (condivisione). Link con soggetti esistenti (l’Udc di Casini) e nascenti (la lista di Montezemolo), share con il mondo delle idee e della produzione che il centrodestra ha abbandonato negli ultimi due anni per dedicarsi a una guerra di logoramento che ha finito per logorare chi la conduceva. Fuori da questo scenario non c’è niente di buono: ci sono crisi al buio, tensioni secessioniste, governi tecnocratici lontani dalla volontà popolare, il risveglio dei fantasmi del passato.  Mario Sechi, Il Tempo, 18 maggio 2011