DAL PDL AI MAGISTRATI, ECCO L’ITALIA SECONDO BERLUSCONI
Pubblicato il 17 aprile, 2011 in Politica | Nessun commento »
Avrebbe potuto tuffarsi dal palco e “nuotare” sui suoi fan. Come una vera rockstar. Silvio Berlusconi interviene al primo meeting internazionale «Pdl, al servizio degli italiani» ed è show. Sulle note di «Meno male che Silvio c’è», cantata a squarciagola dai partecipanti, il Cav sembra rinascere. E la crisi del partito sparire. Il premier vuole ripartire. L’associazione «Al servizio degli italiani» e gli oltre mille sportelli nati sul territorio per aiutare i cittadini servono a questo. Sale sul podio al centro del palco e dà una lezione a tutti. La prima tirata d’orecchie è per i suoi. «Il Pdl, come altri partiti, è vittima di una inevitabile patologia. Chi è entrato in politica da molti anni e adesso si trova in una posizione di potere, comincia a dare gomitate affinché i concorrenti non gli tolgano il posto. Guarda con preoccupazione e diffidenza i nuovi arrivati, chiude la porta», ammette. Lui, comunque, non si scoraggia. Ha già pensato a tutto. Guarda avanti. «Invito tutti voi a dedicarvi alla politica in modo da essere i nuovi esponenti del partito. Quello che dobbiamo fare ora è aprire a tutti gli italiani le porte del Pdl», spiega tra gli applausi emozionati di chi è lì pronto a credere al sogno. Il secondo affondo del Cav è per chi un sogno non ce lo ha mai avuto, quel «centrosinistra che è rimasto sempre uguale a se stesso, non ammettendo mai l’errore di aver creduto e di continuare a credere nell’ideologia più disumana e criminale della storia, il comunismo, e che pur di far male a Silvio Berlusconi rinuncia a fare il bene del Paese». Il premier è definitivo. Al sogno di un’opposizione leale e collaborativa non crede più neanche lui. Evoca lo spettro del ribaltone e prende di mira le toghe: «Abbiamo a che fare con una magistratura permeata dalle idee della sinistra, in campo per cambiare ciò che gli italiani hanno deciso con il loro voto. In termini crudi – scandisce tra gli applausi – si chiama eversione. L’hanno fatto nel ‘93, facendo fuori un leader votato dagli italiani che si chiamava Bettino Craxi, accusandolo di aver usato la politica per arricchirsi, mentre alla sua morte non ha lasciato nulla ai suoi figli». È successo poi – racconta – nel ‘94, quando «il Presidente di sinistra Scalfaro chiamò Bossi e gli disse che sarebbe finito anche lui nel burrone con me. Bossi – spiega con la serenità di chi ha dalla sua la ragione della storia – ebbe il torto di credergli e si ruppe la coalizione». Furono sempre i magistrati – ammette – a far cadere il governo Prodi, non accettando la riforma della Giustizia voluta dal ministro Mastella. È per combattere contro tutto questo, garantisce il Cav, che «sono ancora qui e ci starò ancora fin quando necessario». Con i magistrati non ha ancora finito. Vuole raccontare ai suoi fan perché i 31 processi intentati nei suoi confronti sono «surreali». Spiega il caso Mills e il procedimento sui diritti tv riassumendo tutta la “trama” come in uno “spiegone” televisivo. Caratterizzando i personaggi come fa nelle barzellette che ama raccontare. Giurando «anche qui sui miei 5 figli e 6 nipoti che sono fatti contrari al vero. Arriverò a 120 anni, ma sono il mortale con più processi nella storia dell’uomo, e anche degli extraterrestri». Ecco perché il lodo Schifani, il lodo Alfano o il legittimo impedimento, «che però i pm di sinistra hanno impugnato davanti alla Consulta, che avendo una maggioranza di giudici di sinistra li ha bocciati». Ecco perché il processo breve, «che ci è stato imposto dall’Europa» e che non crea nessuna disugliaglianza di fronte alla legge (il messaggio è per Napolitano) dal momento che «in tutti gli Stati vi è una differenza tra incensurati e recidivi». Ecco perché «serve una commissione d’inchiesta per accertare l’esistenza di un’associazione a delinquere a fini eversivi dentro la magistratura». Ed ecco perché – ora che non ci sono Casini o Fini a impedirlo – è necessario riformare la giustizia. Resta il tempo per una precisazione sulla scuola: «Sono stato aspramente criticato per le mie parole, ma se una famiglia poco abbiente ha la sfortuna di incontrare insegnanti di sinistra, che attraverso i libri di testo, che sono tutti di sinistra, vogliono inculcare valori diversi dai loro, lo Stato deve dare la possibilità di mandare quel figlio in una scuola privata». Applausi. I fan del Cav – e in sala ci sono tanti napoletani – stanno lì a batter le mani anche quando lui ricorda i successi storici del Milan e ne promette di nuovi. Magari lo scudetto. Lo stesso che sognano i partenopei. Silvio ha sconfitto il dio calcio. Figurati per quanto tempo ancora sconfiggerà la sinistra. IL TEMPO, 17 parile 2011

Mentre gli odiatori di Silvio Berlusconi danno sfogo alla fantasia più feroce e a categorie di disumanità per far meglio coincidere il premier con il male assoluto da operetta (“incantatore da fiera”, “stregone”, “l’Imbroglione”, “delirio narcisistico”, “autocompianto posticcio”, “logorrea farfallina”, “Caimano”, “il malaccorto”, “sentimento narcisistico d’onnipotenza”, sono alcune delle definizioni rinvenibili nelle cronache di Repubblica su Berlusconi in aula a Milano), Silvio Berlusconi manifesta un’adesione elementare alla realtà. Se vede un giornalista baffuto e non proprio innamorato, lo chiama “signor Stalin”; davanti al pubblico ministero che lo accusa dice: “Allora è lei il cattivo” (se ci fosse un po’ meno guerra e un po’ più di sense of humour, si potrebbe ridere molto, di lui e degli altri, ma di nascosto dai giornali che hanno precisi ordini di luttuosità e rancore).
“Dopo Pasqua partirà al Senato la riforma della giustizia e stavolta voglio andare fino in fondo anche con quella del fisco”. Ieri Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, lo ha ripetuto anche all’ex ministro Antonio Martino. Riassorbito il quasi incidente con il Quirinale sul processo breve, con la nota nella quale la presidenza della Repubblica ha specificato che “non c’è nessun intervento preventivo” e che “l’esame comincerà soltanto prima della promulgazione”, il presidente del Consiglio appare più sicuro di poter archiviare il processo Mills. In fondo al tunnel delle aule di giustizia e del fango mediatico, a via del Plebiscito si intravvede la fase due della legislatura: ripresa dell’iniziativa politica e di governo, riforme. Ma chissà. La prescrizione celere, adesso all’esame del Senato, rimane la precondizione necessaria, una polizza sulla tranquillità nella navigazione. I costituzionalisti interpellati si sono espressi in termini ottimistici sulla conformità della norma alla Carta. E ieri il Guardasigilli Angelino Alfano ha trovato “molto rassicurante” e positivo l’intervento con il quale il presidente emerito della Corte costituzionale, Valerio Onida, sul Messaggero, ha escluso profili di incostituzionalità. D’altra parte non c’è giudice, o ex giudice costituzionale, che non abbia una certa consuetudine con le stanze del Quirinale.


Sconfitte alla Camera, a scrutinio sia palese che segreto, nella loro offensiva contro la legge sul processo o prescrizione breve, le opposizioni hanno scompostamente scambiato per un salvagente alcune dichiarazioni rilasciate a Praga dal presidente della Repubblica. Il quale, pressato da cronisti e inviati con domande sugli effetti del provvedimento passato ora all’esame del Senato, e sui pesanti giudizi espressi dal sindacato delle toghe e dal Consiglio Superiore della Magistratura, si è riservato una «valutazione». Che cos’altro poteva e doveva dire, peraltro all’estero, in visita ufficiale, il capo dello Stato? Ma ciò è bastato ed avanzato per scatenare in Italia i lor signori del no, che hanno annusato odore di rinvio della legge alle Camere dopo il passaggio prevedibilmente definitivo del Senato, dove la maggioranza di governo dispone di margini più ampi che a Montecitorio.
