SAVIANO E LA MACCHINA DEL FANGO: OSSESSIONE CHE LO COPRE DI RIDICOLO

Pubblicato il 17 marzo, 2011 in Costume, Cultura | Nessun commento »

Sarà colpa della stanchezza dovuta al massacrante tour cui l’editore Feltrinelli lo sta costringendo per promuovere il nuovo tomo Vieni via con me: le presentazioni in libreria (una al giorno, da Nord a Sud dello Stivale) e le apparizioni a ripetizione nei programmi televisivi – per lui che ha sempre detto di vivere blindato, segregato per motivi di sicurezza – devono essere parecchio faticose. Fatto sta che ormai Roberto Saviano vede fango dappertutto. Le osservazioni di Libero non gli vanno a genio? Subito tira in ballo la Macchina del Fango. Il Tg1 gli fa notare un’imprecisione? Di nuovo dà la colpa alla Macchina del Fango. E se al risto- rante gli dovessero servire un piatto di spaghetti poco saporiti, che farà Saviano? Dirà che li hanno conditi con il fango?

La psicosi sulla melma gioca brutti scherzi all’autore di Gomorra. L’ultimo dei quali riguarda il direttore uscente del Sole 24 Ore, Gianni Riotta. Appreso che il giornalista non avrebbe più guidato il quotidiano di Confindustria, Saviano ha immediatamente trovato traccia di un complottone, una oscura trama di cui è responsabile – di nuovo! – la Macchina del Fango. Lo scrittore campano ha dichiarato alle agenzie: «Mi dispiace molto che Gianni Riotta abbia deciso di lasciare il Sole 24 Ore, perché la sua direzione ha realizzato un giornale libero, con al centro la battaglia contro la mafia». Come mai Gianni ha mollato l’incarico? Colpa, dice Saviano, delle bugie prodotte in serie dalla Macchina del Fango di cui sopra: «Il fango insinua che con la direzione Riotta il Sole perdeva copie, la verità è un’altra e basta vedere i dati reali, in Italia fare il giornalista è un mestiere pericoloso se si vuole essere liberi e senza condizionamenti». Ecco fatto, con l’imposizione delle sue mani dotate di stimmate da romanziere impegnato, Saviano ha tramutato Riotta in un martire, un giornalista scomodo che qualcuno ha voluto eliminare perché parlava di mafia.

Il fatto singolare è che a smentire Robertino è intervenuto proprio un giornalista ed ex componente del comitato di redazione del Sole 24 Ore, Nicola Borzi, il quale ha inviato agli organi di stampa una lettera in cui si legge: «Il tono della “lotta antimafia” di Riotta è sempre stato a corrente alternata: forte con la criminalità “bassa”, quella che strangola i commercianti col pizzo (specie se i commercianti in questione sono i suoi cugini della “Antica Focacceria San Francesco” di Palermo), debolissimo, quasi assente, con la criminalità “alta”, quella dei colletti bianchi». Borzi, s’intuisce dalla sua missiva, non è certo un fan di Berlusconi. Anzi, lamenta che Riotta avesse rifiutato un’intervista (poi pubblicata dal Fatto) a un banchiere siciliano il quale «negli anni ’80 incon- trò Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri» che chiedevano prestiti per conto di Silvio. Prosegue il giornalista del Sole: «Saviano (…)
fa un torto all’intelligenza dei lettori, offende noi che viviamo e lavoriamo in un’azienda in crisi (solo ieri sono stati pubblicati i ri- sultati del bilancio 2010: 40 milioni di perdite dopo i 52 e mezzo del 2009), sputa sui 27mila piccoli risparmiatori che hanno visto il loro investimento in azioni del Sole 24 Ore decurtato del 75% da una gestione editoriale fallimentare». Che il Borzi sia stato corrotto dalla Macchina del Fango? Non sarebbe il primo. Persino Marta Herling, nipote di Benedetto Croce – che è si sentita offesa da un passaggio del libro di Saviano contenente un aneddoto falso su suo nonno – secondo l’autore di Gomorra si sarebbe «prestata al gioco» della orrenda Macchina.

A noi, sinceramente, sorge un altro sospetto. Che Roberto, da rockstar letteraria qual è, si indi- spettisca quando qualcuno lo contraddice o critica i suoi amici. Per esempio Riotta, che da direttore del Tg1 gli dedicò una lunga intervista e sul Sole ha celebrato a ripetizione i suoi libri. E se si irrita, Saviano scomoda la Macchina del Fango. La quale è suggestiva e divertente, ma presenta una controindicazione: quando si gioca troppo con la melma, si rischia di finire coperti. Oltre che di fango, pure di ricolo. Francesco Borgonovo, Libero, 17 marzo 2011

150 ANNI: VERDE BIANCO ROSSO

Pubblicato il 17 marzo, 2011 in Cultura, Storia | Nessun commento »

Oggi si celebrano i 150 anni dell’Unità Nazionale. E’ quindi il giorno delle commemorazioni, non certo il momento delle polemiche, sebbene ne siamo  tentati: per esempio dal proverbio secondo il quale “il troppo storpia”, oppure dalle risposte che ieri sera parlamentari di tutti i partiti hanno dato alle domande delle Iene: una fra tutte, perchè Garibaldi era definito l’eroe dei due mondi? uno ha risposto: perchè Garibaldi ha combattuto (udite, udite) al nord e al sud d’Italia, oppure, ancora dalla ipocrisia di tanti che sino a pochi anni addietro hanno pensato all’Italia come ad una piccola contrada della grande madre Russia, come i comunisti, i quali per bocca di Bersani oggi  si sono definiti “i veri patrioti” e in polemica con la Lega che non ha partecipato alle manifestazioni unitarie si sono recati, dopo Napolitano, a depositare anche loro, evidentemente non identificandosi in Napolitano che rappresenta tutti, anche loro,  una corona al Vittoriano,  Monumento eretto dalla Nazione, nel 1911, in onore del Padre della Patria Vittorio Emanuele secondo e dove riposa per sempre il Milite Ignoto, simbolo di tutti i Caduti per la Patria che per molto tempo non fu la patria di Bersani e di quelli come lui…..e potremmo continuare ancora. Ma non è il caso. Preferiamo dedicare all’avvenimento,  che va celebrato ogni anno, anno dopo anno, come fanno i popoli che si riconoscono Nazione, l’articolo che oggi scrive il direttore de Il Tempo, Mario Sechi, non a caso intitolato:VERDE BIANCO ROSSO . I Colori, i Valori, i Prinicipi cui  ci siamo ispirati tutta la vita. g.

Palazzo Wedekind, sede de Il Tempo, illuminato per i 150 anni dell'Unità d'Italia Italia. Europa. Quando penso alla nostra nazione non posso fare a meno di associarla al Vecchio Continente. È un link meno automatico di quanto si pensi, soprattutto in questo scenario contemporaneo. E lo faccio perché guardo con preoccupazione alla sorte di entrambi. Il nostro Paese festeggia i suoi 150 anni di unità mentre l’Unione europea mostra segni di cedimento e tentazioni di ripiegamento che si conciliano forse con l’interesse di qualche Stato ma non con il destino comune di noi europei. Scrivo quest’ultima parola senza enfasi, ma penso che sia fondamentale guardare al nostro passato e soprattutto al nostro futuro in un quadro globale, in un teatro più grande di quello dei nostri confini, non disgiunto dalle fortune degli altri Paesi. Questo anniversario è un’occasione unica – e spero vivamente non episodica – per riflettere sulla costruzione della nostra unità, sui suoi motivi fondanti ieri e su quelli che la possono cementare, rafforzare, rendere dinamica e creativa domani.


Centocinquant’anni di storia sono un periodo lungo per una nazione e cortissimo per la storia del mondo. Il nostro carattere in un secolo e mezzo si è forgiato su alterne fortune e biografie tragiche, uniche, scintillanti. Un amico banchiere soleva dirmi: «Le cose sono più forti degli uomini». Vero, ma solo in parte. Perché gli uomini e le donne che hanno costruito questo Paese sono quelli che hanno messo in moto «le cose», le stesse che poi prendono vita autonoma e determinano la nostra esistenza.


Non farò una carrellata di personaggi, né cadrò nella tentazione agiografica o, peggio, nella retorica. Tuttavia, come possiamo parlare di Italia senza considerare la nostra grandiosa letteratura del passato? Come possiamo immaginare lo Stivale senza conoscere chi fu Camillo Benso di Cavour e quel personaggio incredibile, controverso e lucente come la lama di una spada, Garibaldi? È semplicemente impossibile concepire l’Italia senza queste figure. Quando ero un piccolo studente, il fascino del Medioevo e del Rinascimento mi conduceva verso il sentiero di un’Italia che ancora non c’era, eppure già palpitava nei testi poetici, nelle rime perfette del Petrarca e nella cosmologia grandiosa di Dante.


La memoria mi riporta sui banchi di scuola. Ieri e oggi ritrovo nel Manzoni il talento del narratore di una società in fieri, un magma in cui il genio del Gran Lombardo forgiava la lingua della nostra unità, edificando il nostro futuro di casa comune in una lingua comune a tutti.

Ognuno di noi porta con sé i frammenti di questa Italia, forse atomizzata, certamente un po’ dimenticata e sottovalutata. Voltarsi indietro però non significa abbandonarsi al facile sentimento dei «bei tempi andati». Non è così. Il nostro Paese ha vissuto anni terribili e ha dimostrato di saper costruire il suo avvenire nella pace, nella prosperità e nella solidarietà. Questi elementi non sono persi per sempre né sono spariti. Sono vivi, hanno bisogno di uno stimolo, di un orizzonte per ritornare ad essere energia viva. Ho la fortuna, ogni giorno, di poter scrivere e rappresentare le mie idee – e quelle dei miei lettori – su questo straordinario giornale che è Il Tempo. Anche noi abbiamo una nostra storia. Dal 1944 facciamo parte del libro della storia repubblicana e della borghesia italiana. Amo pensare al nostro quotidiano come a una «forza tranquilla», un punto di riferimento per chi nella tradizione e nel coraggio delle proprie opinioni ritrova il Paese che amiamo: quello che sa pensare e costruire. Bianco. Rosso. Verde. Viva l’Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 17 marzo 2011

L’OMICIDIO DI YARA:GLI INQUIRENTI BRANCOLANO NEL BUIO E GIOCANO CON I DISEGNINI

Pubblicato il 17 marzo, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

Ora, non è che uno vuol per forza prendersela con gli investigatori: trovare il colpevole di un delitto è faccenda affatto semplice, e il caso della povera Yara è apparso complicato fin dal principio. Però insomma, capita di assistere alla conferenza stampa organizzata dal procuratore capo di Bergamo, Massimo Meroni, e certo un po’ basito rimane. C’è da dire che Meroni è il capo della Procura, non colui che ha seguito l’indagine giorno per giorno, ma comunque: come da copione il giornalista inizialmente chiede se c’è una pista, un indizio, anzi una cerchia di persone verso cui s’indirizzano le indagini a tre mesi dall’omicidio, e il magistrato risponde con un secco «no». E in effetti è comprensibile, anche se una traccia ci fosse non sarebbe certo rivelata ai cronisti davanti a microfoni e telecamere. Poi però, dopo aver bacchettato i giornalisti poiché «si è oltrepassata la misura, non è possibile andare avanti per mesi sentendo chiacchiere pubbliche fondate sul nulla», ecco che arriva quell’altra frase che suona se non sprezzante quasi beffarda, «non ci sentiamo di escludere nessun sospetto in tutto il mondo». Cos’è, una battuta?

In ogni caso, per gli elementi più specificamente riguardanti le indagini rimandiamo alla trascrizione qui di fianco. Ma, ancora, il cronista rimane comunque stupìto da quell’altra risposta. Viene chiesto al procuratore della situazione giudiziaria in cui attualmente si trova Mohammed Fikri, il manovale marocchino inizialmente sospettato del delitto. E il magistrato, quello che si lamenta delle chiacchiere sul nulla, risponde che «Fikri? Non credo che verrà richiamato dal Marocco. Se è indagato? Credo che la collega abbia richiesto l’archiviazione». Credo? Non credo? Ma scusi, a chi bisogna chiedere per sapere qualcosa di certo?

E poi, a tempo scaduto, ecco che il procuratore Meroni ti sfodera l’altra perfomance quasi teatrale.  Nel senso che i giornalisti notano sulla scrivania un disegnino scimmiottante quello mostrato dal presidente del Consiglio durante la presentazione dell’annunciata riforma della giustizia: ricordate? c’era la bilancia della Giustizia pendente dalla parte dei pm, a significare quel che secondo il premier è attualmente uno squilibrio nel processo penale a favore dell’organo inquirente. E dunque, il dottor Meroni mostra il disegno, anche questo con la bilancia che pende dalla parte di giudici e pm (e però tra parentesi c’è anche il nome di Yara), mentre dall’altra è scritto “cittadino” con sotto la scritta “presunto aggressore di Yara”. E poi spiega il significato: «La bilancia  pende dalla parte di giudici e pm perché sono loro che devono scoprire i reati e che rappresentano le vittime, mentre tra i cittadini ci sono anche persone che li commettono». Come dire in sostanza che è giusta l’attuale impostazione, mentre invece se passasse la riforma del governo anche il delinquente (anzi, il “presunto” delinquente, come scritto nello schemino con un riflesso condizionato tragicamente esilarante) sarebbe messo sullo stesso piano della vittima. E attenzione, non è che sul punto uno deve per forza essere d’accordo con Berlusconi, figuriamoci, ma quest’uscita del magistrato stona malamente, soprattutto per la circostanza. Che poi Meroni è a Bergamo da circa sei mesi: prima esercitava alla Procura di Milano, e all’inizio del 2010 si scontrò – giuridicamente parlando, s’intende – con Niccolò Ghedini, che di Berlusconi è l’avvocato, di cui aveva disposto l’accompagnamento coatto per farlo testimoniare nel processo sull’illecita diffusione delle intercettazioni legate al caso Unipol.

In ogni caso, tornando a bilance e giustizie, lo stesso Meroni ha subito precisato che «quel che penso io sulla riforma non è rilevante, questo disegno è qui da quando in tivù è stato fatto vedere l’originale». Ma cos’è, signor giudice, ci prende per scemi? E ti vien da dire che allora è meglio Ingroia: almeno la sua opinione la sbandiera dal palco. Senza tanti disegnini. di Andrea Scaglia, Libero, 16 marzo 2011

LA MOSSA DI BERLUSCONI

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’opposizione non se lo aspettava. Aveva ripetuto fino allo sfinimento che dai giudici ci si presenta, convinta che il Cavaliere non l’avrebbe mai fatto. E Berlusconi ha sparigliato le carte tenendosi libero tutti i lunedì. Mica poco per un presidente del Consiglio.

Perché l’ha fatto? Un po’ perché ormai non poteva fare altrimenti, dopo la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento. Un po’perché, vista la mala parata, nessuno è abile quanto Berlusconi nel fare diventare i processi un proscenio mediatico a suo favore. Ne vedremo delle belle nei prossimi mesi. E molto perché questa è solo la prima delle tre mosse del Cavaliere sul fronte giustizia. La seconda è la riforma dell’ordinamento giudiziario. Riforma costituzionale, complessa e lunga nei tempi di attuazione se mai andrà in porto. Ma con una questione al centro: la separazione delle carriere fra giudici e procuratori e il posizionamento forte e super partes dei primi. I sondaggi dicono che piace alla gente. E piacerà ancor di più appena l’opinione pubblica avrà compreso la rafforzata garanzia per il cittadino che ne consegue.

A essere malevoli, aggiungiamo anche che, così facendo, Berlusconi rompe il fronte dei magistrati. Non perché i procuratori siano sottoposti al governo sul modello francese, come dicono taluni. Ma perché la magistratura giudicante è elevata di status, non nelle persone, ma nel ruolo. La pubblica accusa è infatti parificata alla difesa in un disegno piramidale che rafforza la terzietà del giudice, posto al vertice.

Poi c’è la terza mossa: il processo breve. Tutti gli argomenti dell’opposizione sono ruotati attorno a due pilastri: azzera migliaia di processi e quindi fa ingiustizia. E, in più, la fa nell’interesse del premier. Ma caduti questi argomenti, la ragionevole lunghezza dei processi va incontro agli interessi di tutti i cittadini, ossia fa giustizia.

L’azione del premier è quindi strategica e complessa. Gli effetti a breve sono stati positivi: non ha tolto l’assedio, ma ha aperto qualche breccia. Anche perché l’opposizione ha reagito alla riforma annunciata ancor prima di aver letto il testo e attaccando sul punto noto: serve a Berlusconi.

Poi, visto che non serviva a Berlusconi, ha insinuato: servirà a Berlusconi. Come dire, non ora, ma vedrete poi. Il che è sempre possibile, ma, come si dice, non si può fare il processo alle intenzioni.

Ora bisogna prendere il buono che c’è e ragionare sulle cose, nell’interesse di tutti. Sandro Rogari, Quotidiano Nazionale, 16 marzo 2011

IL FIGLIO DI GHEDDAFI: SARKOZY RENDA I SOLDI CHE GLI ABBIAMO DATO

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

«Deve restituire il denaro che ha accettato dalla Libia per finanziare la sua campagna elettorale»

Saif Al-Islam (Ap)
Saif Al-Islam (Ap)

MILANO – Poche ore dopo essere stato informato del voltafaccia francese e del sostegno dello stato transalpino ai ribelli libici, suo padre aveva definito Sarkozy «un matto che soffre di malattie psicologiche». Ma Saif Al-Islam, figlio trentanovenne del colonnello Gheddafi, non è voluto essere da meno e in un’intervista esclusiva rilasciata mercoledi a Euronews da Tripoli, ha accusato Sarkozy di essere un pagliaccio che ha finanziato parte della sua campagna elettorale per le presidenziali del 2007 con soldi libici.

SOLDI E PROVE – Il secondogenito del colonnello ha dichiarato che ci sono tutte le prove delle sue accuse e che presto saranno pubblicate: «Ora Sarkozy deve restituire il denaro che ha accettato dalla Libia per finanziare la sua campagna elettorale – ha detto Saif all’inviato siriano di Euronews Riad Muasses -. Siamo noi che abbiamo finanziato la sua campagna e abbiamo le prove. Siamo pronte a renderle pubbliche. La prima cosa che domandiamo a questo clown è di restituire i soldi al popolo libico. Noi gli abbiamo dato fiducia e lo abbiamo aiutato in modo che egli potesse lavorare anche per il bene dei libici, ma lui ci ha delusi. Abbiamo tutti i dettagli, i conti bancari, i documenti e le operazioni fatte per trasferire il denaro. Presto tutto sarà pubblico». Il Corriere della Sera, 16 marzo 2011

LA CATASTROFE ATOMICA IN GIAPPONE FAVORISCE IL RITORNO AL CARBONE. CHI CI GUADAGNA?

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il no all’atomo rilancia le energie inquinanti. Il sisma giapponese arricchirà petrolieri, produttori di metano e la Cina che detiene tecnologia fotovoltaica. Affari anche per chi ricostruirà.

Lastre di metallo per proteggersi dalla pioggia radioattiva Quanto rischia il mondo con la catastrofe giapponese? È la domanda del momento. Che però andrebbe posta anche al contrario: chi guadagna dal fallout, radioattivo e non, della crisi di Tokyo? Rispondendo otterremo una lista probabilmente più lunga dell’elenco delle perdite. Le grandi tragedie in tempo di pace non sono dissimili dalle guerre: uccidono vite ma rilanciano prepotentemente molti portafogli.

Una notizia dei primi giorni è passata quasi inosservata. Il Pil del Giappone, in declino da anni e nel 2010 sorpassato dalla Cina al secondo posto nel mondo, potrebbe ripiegare ancora nell’immediato ma su una prospettiva non troppo lunga beneficiare di un aumento superiore al 2 per cento. Cioè più elevato rispetto ad ogni altra grande economia occidentale, Usa e Germania a parte. Qualcuno ha ricordato il terremoto di Kobe nel 1995, che causò danni per 10 mila miliardi di yen, il 2,5 per cento del prodotto lordo giapponese di allora: eppure a fine anno il Giappone contò tre trimestri consecutivi di crescita. Quel qualcuno di buona memoria non è gente qualsiasi: si tratta della Nomura, la prima banca d’affari del Sol Levante e tra le più potenti del mondo. Nomura ha già sfornato un report che prevede due trimestri di recessione tra l’1,1 e l’1,5 per cento, e poi un periodo di ripresa. A fine anno, appunto, il Pil giapponese potrebbe segnare un rialzo del 2,1 per cento.

Chi ne beneficerebbe? «Innanzi tutto la domanda legata alla ricostruzione: acciaio, cemento, infrastrutture» scrivono gli analisti di Nomura. Che evocano il Namazu, il pesce gatto della mitologia nipponica. Vive sottoterra e quando sfugge alla guardia del dio Kashima si dibatte provocando terremoti e devastazioni, ma anche resurrezioni. Il Namazu è stato spesso associato allo spirito di rinascita del Giappone dopo le grandi sconfitte militari, soprattutto la seconda guerra mondiale. Ora però spopola tra Wall Street e le business room di Riyad, Mumbai, Mosca e ovviamente Shangai.

Anche JP Morgan traccia uno scenario a breve, che vede ribassi per le materie prime in relazione al rallentamento dell’economia, e poi un loro rilancio legato soprattutto all’energia, alle costruzioni e alla finanza. Tutti settori che dovrebbero beneficiare del temporaneo ko nipponico. Il motivo è evidente: l’ondata di ripensamenti sul nucleare pomperà da una parte le energie cosiddette verdi (fotovoltaico, eolico, biomasse), dall’altra le vecchie fonti quali petrolio, gas e carbone. Il che significa dire Cina, Arabia, Medio Oriente, Russia e ancora Cina. Se rallenta il nucleare le tre fonti energetiche più immediatamente disponibili sono il petrolio, il gas ed il carbone. Soprattutto quest’ultimo, sempre trascurato dagli analisti: ma quanti sanno che già secondo il World Energy Outlook 2010 da qui al 2035 il vecchio carbone è destinato a consolidarsi come la prima fonte energetica del mondo, passando dal 39 al 45 per cento della produzione globale? E indovinate chi sta facendo incetta di miniere e diritti, dall’Africa all’Asia? La Cina. Quanto al gas, la Gazprom stava rinegoziando le forniture con tutti i paesi europei in piena crisi libica: contratti lunghi e un po’ onerosi in cambio di forniture stabili e strategiche rispetto al greggio. Ora gli inviati del colosso russo, e di Vladimir Putin, moltiplicano i contatti. Su questo punto è giusto dare anche a Silvio ciò che è di Silvio: a lungo accusato di aver legato se stesso e l’Eni alla dipendenza energetica dal gas russo (files di Wikileaks in testa), il premier italiano vede in fondo premiate le proprie scelte: con petrolio e nucleare ballerini, il gas risulta indispensabile all’Italia. E certo Putin è tra coloro che si fregano le mani; ma non è il solo.

L’Edison, per esempio. Azienda simbolo del capitalismo privato italiano, con domicilio in Foro Buonaparte a Milano, è oggetto del pressing insistente della francese EdF, colosso energetico pubblico che sta a Nicolas Sarkozy quasi quanto la Gazprom sta a Putin. Una guerra tra azionisti vede contrapposti EdF e A2A, guerra che si era conclusa con una spartizione a vantaggio dei francesi, finché Giulio Tremonti non ha bloccato tutto. Ma è interessante l’obiettivo dichiarato della EdF: fare di Edison «l’hub strategico per il gas nel Sud Europa». Dopo il carbone il gas, dunque. E dopo ancora, ovviamente le energie verdi. Forse qualcuno ha notato che nel bagno generale di piazza Affari collegato alla crisi libica e al Giappone, tra i pochi titoli che hanno salvato le penne ci sono Enel Green Power e la Cir. Che cosa c’entra la finanziaria di Carlo De Benedetti? Semplice: controlla la Sorgenia, azienda deputata al business delle rinnovabili.

Stessa cosa in Germania per Q-Cells, Nordex e SolarWind (otto punti guadagnati in un solo giorno a Francoforte), in Danimarca per la Vestas Wind Systems (più 5 per cento alla borsa di Copenhagen), a Madrid per Gamesa. E se questo accade per aziende tutto sommato di dimensioni piccole e medie, proviamo ad immaginare le ricadute future per colossi come la tedesca E.On o l’americana Bechtel. Le rinnovabili però costano, più di quello che danno, e la situazione non cambierà per molti anni. Devono i

nsomma essere sovvenzionate, ed il record lo abbiamo proprio in Italia: quest’anno gli incentivi graveranno per 5,7 miliardi sulle bollette di tutti i cittadini, che di elettricità verde non consumano neppure un watt. Una situazione insostenibile per molti governi, Roma e Berlino in testa. Ma ora la lobby delle rinnovabili, attivissima a Bruxelles, sta proponendo facilitazioni comunitarie per i pannelli solari e le pale eoliche: e vedrete che la spunterà. E poco importa che già il 50 per cento della produzione di tecnologia fotovoltaica sia, di nuovo, in mano alla Cina.

Alla fine, però, è ancora a Wall Street che è bene guardare attentamente. Benché acciaccati, gli squali – tra cui il nostro Gordon Gekko – hanno un’altra grande chance, ed è impensabile che non la sfruttino. Per esempio: il Giappone ha il più alto debito pubblico mondiale, ma è anche con 882 miliardi di titoli di stato americani il maggior creditore degli Usa dopo la Cina. Se riduce un po’ per finanziare la ricostruzione, i prezzi dei T-bond scendono e di conseguenza il loro rendimento sale. A loro volta i titoli in yen saranno costretti ad offrire cedole superiori. Tutto questo potrebbe riaprire la guerra mondiale delle obbligazioni. Ma c’è qualcosa di ancora più importante nell’agenda giapponese del dopo disastro: si tratta dell’adesione alla Trans Pacific Partneship, una zona di libero scambio con Australia, Nuova Zelanda, Usa, Cile, Perù, Malaysia, Vietnam, Brunei, Singapore. La trattativa è stato finora osteggiato da due potenti lobby nipponiche, quella agricola e quella automobilistica.

Ora Tokyo potrebbe avere l’interesse o la necessità di uscire dal proprio non più splendido isolamento commerciale. L’asse che si creerebbe modificherebbe la geografia commerciale planetaria andando ad urtare le alleanze di Cina e India. Che a questo punto intensificherebbero le attenzioni verso le altre economie emergenti del Sud America, verso il Medio Oriente ed anche verso la vecchia Europa. «Ferro azzurro ama Anacot acciaio» diceva Michael Douglas. Occhio alle nuove Anacot: Gekko le ha già puntate. Il Tempo, 16 marzo 2011

I SAMURARI E L’INUTILE EUROPA, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 16 marzo, 2011 in Politica, Politica estera | Nessun commento »

Giappone, ripresi i tentativi di raffreddare il reattore nella centrale di Fukushima Che cosa sta succedendo? Se dovessimo dare retta alle dichiarazioni del commissario europeo per l’energia, Gunther Oettinger, il Giappone sarebbe pronto a fare la fine di Atlantide e l’Europa dovrebbe prepararsi a una pioggia radioattiva secolare. Quando un politico, al cospetto di un incidente nucleare, pronuncia la parola «apocalisse», dovrebbe sapere di cosa sta parlando e conoscere l’effetto che alimenta nella pubblica opinione in larga parte impreparata e per questo in ansia.
L’Europa è in una profonda crisi di identità. Ne abbiamo avuto prova con Libia e Giappone. L’era degli shock globali ha messo a nudo i limiti di costruzione della sua architettura economica e soprattutto politica. Siamo di fronte a un decadimento delle leadership e a una quanto mai improvvisata e dilettantesca gestione dell’agenda internazionale. Che l’Europa contasse sempre meno era chiaro a tutti e i report delle sedi diplomatiche americane svelati da Wikileaks ne avevano certificato la marginalità crescente. Ma lo spettacolo a cui stiamo assistendo tra Bruxelles, Tripoli e Tokyo è al di là del bene e del male.

Caso esemplare: la Francia. Un Paese con un passato da potenza globale dovrebbe avere un minimo di esperienza diplomatica. Vediamo le ultime imprese di Parigi. Azione: sulla Libia ha lanciato l’idea di bombardare Gheddafi e sul nucleare nipponico ha avviato una campagna di allarmi a catena. Reazione: il Colonnello sta massacrando in beata pace i ribelli libici, mentre il ministro degli Esteri giapponese, Takeaki Matsumoto, ieri è dovuto intervenire così: «Esorto i Paesi stranieri ad avere sangue freddo». Il Paese dei Samurai sta dando lezioni di dignità e di coraggio, l’Europa sta mettendo il sigillo sulla sua inutilità. Mario Sechi, Il Tempo, 16 marzo 2011

QUANDO LA SINISTRA ODIAVA IL TRICOLORE E L’INNO DI MAMELI…E “SCHIFAVA” LA PATRIA

Pubblicato il 14 marzo, 2011 in Costume | Nessun commento »

Nel 1971 usciva Nel nome del popolo italiano. Sul finire del film, il giudice (rosso) Mariano Bonifazi si ritrova tra le mani la prova dell’innocenza dell’industriale (nero) Lorenzo Santenocito la cui condanna era già segnata. Dino Risi fa smuovere l’animo del magistrato che decide di presentare la prova e graziare l’inquisito. Ma il gol di Boninsegna durante Italia-Germania gli fa cambiare idea. Cosa lo ha disturbato? Tutti quei tricolori esposti alle finestre degli italiani.

Alle ultime manifestazioni il Pd è sceso in piazza impugnando le bandiere italiane. A Sanremo l’Inno di Mameli cantato da Roberto Benigni ha fatto il record di ascolti. Nel linguaggio della sinistra “spuntano” le parole unità e patria. Viene da chiedersi se c’è stata una svolta nazionalista. E il motto “proletari di tutto il mondo unitevi” dov’è finito? E il partigiano di Bella ciao? E le bandiere rosse con la falce e il martello? Tutto ben nascosto nell’armadio di casa. Al libretto rosso di Mao, adesso preferiscono la Costituzione. “Riprendiamoci la nostra bandiera”, aveva gridato l’Unità l’anno scorso. E dietro tutti gli ex comunisti pronti a darsi una verginità nuova. Ma va ricordato: da sempre alla sinistra internazionalista la patria fa schifo, l’Inno d’Italia piace ancor meno e il tricolore è meglio bruciarlo in piazza.

“E’ per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più″, diceva Palmiro Togliatti. La verità è che la sinistra ha sempre snobbato certi temi, e certi amori. E non parliamo di preistoria della prima Repubblica. Anche in tempi più recenti. Nel 1989, quando Achille Ochetto era segretario del partito e Nilde Iotti sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio, il Pci stava per cancellare la norma che prescriveva di aprire i congressi con l’Inno di Mameli (e già veniva suonato soltanto dopo l’Internazionale e Bandiera rossa). Non che nel Pds, invece, i compagni si stringessero a coorte. Anzi. Negli stessi anni, Massimo D’Alema preferiva Ennio Morricone a Mameli spiegando che quanto scritto nello statuto del partito era solo “un’indicazione, un consiglio” ormai decaduto. Anche durante i mondiali orientali del 2002 l’Unità di Furio Colombo solidarizzava con i calciatori che (per ignoranza o per volere) non cantavano Fratelli d’Italia prima della partita.

Poi è cambiato tutto. Walter Veltroni ha portato avanti un’intera campagna elettorale (oltre cento tappe) a intonare l’Inno. Il Pd ha dato una spolverata di bianco e verde al rosso onnipresente alle feste democratiche. Pure la parola Unità è scomparsa. Sabato pomeriggio, in piazza per difendere la scuola pubblica (un tempo anarchici e radicali la volevano distruggere dalle fondamenta) e la Costituzione, il centrosinistra sventolava il tricolore. Il segretario Pierluigi Bersani li ha ribattezzati “patrioti”. C’è chi dice che sia una mossa elettorale in antitesi al credo leghista. Ma a smontare i nuovi abiti indossati dal Pd ci ha pensato il filosofo Massimo Cacciari: “Il centrosinistra è stato spinto quasi per necessità verso la rivendicazione di valori attribuibiliin senso lato a Patri a e Nazione, nel quadro di un confronto politico con la Lega”. Insomma, tutta retorica.

Quella sbandierata dai democratici non è la bandiera che unisce tutti gli italiani sotto un unico cielo. E’ quella che getta fango su chi non la pensa allo stesso modo, che odia chi non si oppone al regime berlusconiano, che non dà spazio al libero pensiero (specie se questo è espresso sulle reti Rai), che preferisce i “nuovi italiani” ai vecchi, che lavora sotto banco per sovvertire il volere popolare. Quello cantato dai democratici non è l’Inno che unisce i fratelli pronti alla morte quando la Patria chiama. E’ quello che stona in piazza dieci, cento, mille Nassiryia, che sta dalla parte dei rivoltosi anziché dei poliziotti che “tengono” famiglia, che urlano diktat di dimissione sulle colonne dei quotidiani amici.

E allora: viva l’Italia! Per dirla con De Gregori: Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre, l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre, l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste.

SENTENZA DELLA CASSAZIONE: SOLO IL CROCEFISSO PUO’ STARE NEI TRIBUNALI ( E NEGLI ALTRI UFFICI PUBBLICI)

Pubblicato il 14 marzo, 2011 in Cronaca, Giustizia | Nessun commento »

ROMA – Per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal crocefisso «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste». Lo sottolinea la Corte di cassazione nelle motivazioni con le quali ha confermato la rimozione dalla Magistratura del giudice «anticrocefisso» Luigi Tosti, che rifiutava di tenere udienza finché il simbolo della cristianità non fosse stato tolto da tutti i tribunali italiani. In alternativa Tosti chiedeva, anche in Cassazione, di poter esporre la Menorah, simbolo della fede ebraica.

RISCHIO DI «POSSIBILI CONFLITTI» – Dopo aver respinto la pretesa di Tosti per quanto riguarda la richiesta di esporre il simbolo ebraico accanto al crocefisso, la Cassazione rileva che una simile scelta potrebbe anche essere fatta dal legislatore valutando, però, anche il rischio di «possibili conflitti» che potrebbero nascere dall’esposizione di simboli di identità religiose diverse. «È vero che sul piano teorico il principio di laicità – scrive la Cassazione – è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l’alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione)». «Tale scelta legislativa, però, presuppone – spiega la Cassazione – che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l’esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l’analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell’ateo o del non credente, nonché il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili». Il Corriere della Sera, 14 marzo 2011

CASA DI MONTECARLO: IL GIP ARCHIVIA L’INCHIESTA E GRAZIA FINI

Pubblicato il 14 marzo, 2011 in Cronaca, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Roma – Una decisione da copione. Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e del senatore Francesco Pontone. I due erano accusati di truffa per la vendita dell’appartamento in boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo, che era stata donata nel 1999 dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale e in un secondo momento venduta a una società off shore.

La decisione del gip di Roma Il gip Carlo Figliolia ha accolto le richieste di archiviazione formulate da procuratore Giovanni Ferrara e dell’aggiunto Pierfilippi Laviani, secondo i quali nel 2008 non vi fu da parte dell’allora presidente di An Fini e del tesoriere Pontone alcun artificio o raggiro nella cessione alla società off shore della casa di boulevard Princess Charlotte. Nel sostenere l’assenza di elementi penalmente rilevanti, la procura riteneva che la questione della vendita dell’immobile, avvenuta a un prezzo inferiore al valore di mercato, poteva presentare al massimo aspetti civilistici. L’indagine della procura aveva preso il via dalla denuncia presentata da due esponenti di La Destra, Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, che si erano poi opposti alla richiesta di archivazione. Secondo i denuncianti, i pm avevano omesso, tra l’altro, di sentire Giancarlo Tulliani, fratello dell’attuale compagna di Fini, che, stando alla documentazione consegnata dal ministro della Giustizia del governo di Santa Lucia, risulterebbe titolare delle varie società off-shore protagoniste, in tempi diversi, della compravendita dell’appartamento di Montecarlo. La procura, però, aveva definito del tutto “irrilevante” il contenuto della carte fatte pervenire “con una nota riservata e confidenziale” al nostro ministero degli Esteri dal governo di Santa Lucia. Dalle indagini, avevano spiegato i pm, “è risultato che Fini, all’epoca della vendita, era amministratore esclusivo del partito Alleanza Nazionale, con tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, sicchè il predetto, in autonomia, ha deciso e disposto la vendita dell’appartamento, senza artifizi e raggiri e senza induzione di terzi in errore”. A parere dei magistrati di piazzale Clodio, “nessun ruolo penalmente rilevante” poteva “assumere la condotta del senatore Pontone, il quale, nel caso in esame, ha rivestito la mera figura di mandatario dell’onorevole Fini, firmando l’atto notarile di compravendita alle condizioni indicate dal mandante e in virtù di procura generale a lui conferita il primo dicembre 2004 dal presidente Fini stesso”. Dunque, secondo chi indaga, la documentazione riservata sull’appartenenza delle società off shore Printemps ltd, Timara ltd e Jaman Directors ltd, tutte con sede a Santa Lucia, lascia il tempo che trova.

Storace: “Reagiremo” “Dice il mio portiere che la legge è uguale per tutti. Ma credo che stia cambiando città, regione, paese”, scrive Francesco Storace segretario nazionale de La Destra. “Spero di non dovermi beccare la solita querela dagli incriticabili giudici di questo paese – scrive il segretario de La Destra – ma è davvero da lasciare senza fiato la sentenza del gip Figliolia sulla casa di Montecarlo: archivio. E’ lì che finisce una storia che ha indignato tutti tranne i faziosi. Da oggi, 14 marzo, si stabilisce che non è reato vendere sottocosto il bene di un’associazione che si presiede, qual è un partito”. “Si stabilisce che è normale che un partito venda a società off shore un bene che possiede frutto di una donazione – prosegue – Si stabilisce che è inutile frignare se quel bene, donato per ‘la buona battaglia’ finisce nella disponibilità del cognato di chi guida il partito. Tutto questo non lo si può ufficialmente chiamare vergogna, altrimenti arriva la querela. Come predica Ingroia. Lo chiameremo Andrea, ma non cambia poi molto. Abbiamo un giudizio molto negativo sulla sentenza. Almeno questo lo si può dire, signor giudice?”. “Ovviamente non ci fermiamo – conclude – C’è la Cassazione, c’è la sede civile, molte sono le sedi giurisdizionali dove far valere le ragioni di una comunità che non si arrende. In ultima analisi, sia maledetto quel bene e chi lo detiene abusivamente. E chi glielo ha regalato, alla faccia di ventisette ragazzi morti ammazzati. È alle loro famiglie che Gianfranco Fini deve chiedere scusa. Quello che è successo può sfuggire alla legge, ma non alla morale, ell’etica, alla politica. Reagiremo, eccome se reagiremo”. Il Giornale, 14 marzo 2011