LE MANI SPORCHE SULLA REPUBBLICA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 18 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Le celebrazioni dei vent’anni dall’inizio di Tangentopoli hanno raggiunto il culmine della retorica e dell’inganno. Mani pulite fu sì un’opera meritoria,ma anche altro.Cioè una operazione di polizia politica condotta ben oltre il limite della legalità che non ha prodotto i frutti sperati proprio perché viziata all’origine. I reduci di quella stagione ambigua danno fiato alle trombe ma lo spartito è monocorde. Mancano le storie degli abusi commessi dai pm, mancano le scuse per i 400 processi che si sono conclusi con l’assoluzione di presunti colpevoli ai quali è stata rovinata ingiustamente la vita. Manca una analisi seria sull’entrata in politica, nelle file della sinistra, di due dei pm protagonisti di quei giorni (Di Pietro e D’Ambrosio)quasi a voler completare il lavoro iniziato nelle aule di giustizia. Non c’è ragionamento su chi ha impedito, usando strumenti giudiziari, che davvero in Italia nascesse una Seconda repubblica.

È un fatto che proprio l’alleanza tra i magistrati del presunto cambiamento e i superstiti della Prima repubblica (ex dc, ex pci) abbia bloccato sul bagnasciuga lo sbarco del nuovo corso, quell’armata messa insieme da Silvio Berlusconi su mandato elettorale della maggioranza degli italiani. Un fuoco di sbarramento, fatto di avvisi di garanzia e sotterfugi politici, ha impedito per vent’anni quelle riforme costituzionali e istituzionali senza le quali la Seconda repubblica è rimasta parola vuota, un mero ricambio di uomini ma non di regole. Il contrario, per esempio, di quello accaduto in Francia, dove la Quinta Repubblica aveva gli stessi uomini (i gollisti) ma una costituzione nuova ed efficiente (presidenzialismo con elezione a suffragio universale).

Corruzione, privilegi e inneficienze sono figli di sistemi complessi e complicati ancora prima che di debolezze umane. Potremo cambiare governi e parlamentari, ma se non mettiamo mano a una nuova Costituzione Mani pulite resterà una inutile, interessata e cinica prova di forza di un potere su di un altro. Così come è stata l’azione giudiziaria in questi ultimi vent’anni.

……….I ventanni di Tangentopoli sono stata occasione di molta retorica,  in concomitanza, però,  con la denuncia della Corte dei Conti secondo la quale la corruzione in Italia ha raggiunto vette impressionabili, 60 miliardi l’anno, cosicchè vanificando nei fatti l’obiettivo che doveva essere perseguito, cioè la lotta al malaffare. Il quale imperversa nel nostro Paese  coinvolgendo tutti. Sostiene Di Pietro, intervistato sull’argomento, che colpevole è il Parlamento che non avrebbe ratificato una specifica risoluzione della Unione Europea e che comunque non ha adottato provvedimenti legislativi che impedissero il dilagare del malaffare. ovviamente è sottintesa l’accusa al Parlamento e ai govenri che si sono susseguiti dal 1994 ad oggi di non aver fatto il loro dovere. Sottoscriviamo. Ma l’ex OM Di Pietro non è  lo stesso che buttata la toga alle ortiche si è dato alla politica, si è fatto un partito per conto suo, è entrato in Pasrlamento ed è stato anche ministro? E allora perchè non cita se stesso insieme a tutti gli altri dinanzi al Tribunale del Popolo Italiano che in queste ore è affamamto dalle misure anricrsi del governo Monti mentre dilaga una corruzione che con i suoi 60 miliardi annui è pari ad almeno una manovra di sangue del ministero in atto e di qualsiasi altro ne prendesse il posto?  g.

BENTORNATO FESTIVAL

Pubblicato il 17 febbraio, 2012 in Costume, Spettacolo | Nessun commento »

Bentornato, Festival. Ieri sera, dopo le polemiche provocate dal re degli ignoranti, Celentano, e dalle cosce esibite con impudica ruffianeria da Belen, sul palcoscenico dell’Ariston è tornato il Festival. Sono tornate le canzoni, è tornato lo spettacolo, è tornato il divertimento insieme alla nostalgia del passato, alla speranza per l’avvenire in un presente che pur così fosco  per quache ora è passato in secondo ordine. Ci siamo divertiti ieri sera, e ci siamo anche commossi ed emozionati, lo confessiamo, nel rivedere e risentire volti e canzoni che sembravano seppelliti nel cassetto dei ricordi. Ne citiamo una per tutte , il mondo, di Jimmy Fontana, che ha accomapagnato la nostra giovinezza e che ha accompagnato e continua  a farlo gli innamorati di tutto il mondo.  Cantata a due voci,  come le altre che si sono susseguite sul palcoscenico dell’Ariston, restituito al suo ruolo, sono state per tutti, per chi ha qualche capello bianco, ma anche per i giovani che sono stati per un momenti tuffati nell’atmosfera dei loro genitori,  momenti di emozioni straordinarie. E le canzoni sono tornate ad essere le regine del festival, non più emarginate come pretesto, ma esibite come centro focale della manifestazione. E’ questo il festival che ci piace, dove il conduttore sa essere comprimario ma non protagonista, dove la spalla, Papaleo, l’indimenticabile maresciallo di Zalone, sa essere spiritoso senza usare turpiloquio,dove le vallette sono restituite al ruolo di statuine per evitare che parlando scambino Morricone con Molliccione. E il pubblico che ha appaludito in teatro, e che si è divertito a casa, ha premiato questo festival, dimenticandosi dell’altro. g.

P.S. Alcuni organi di stampa danno notizia che a causa della pretesa di Celentano di non essere interrotto durante le sue noiose intemerate, la RAI ha perduto citrca 650 mila euro per spot pubblicitari non andati in onda e che ovviamente peseranno sul bilancio finale della manifestazione. Anche questo entra nelle  polemiche che imperversano in RAI che però non sembra intenzionata ad impedire a Celentano di ritornare a concionare sabato sera. Lo stesso Marano, vice direttore generale della rai, inviato dal direttore generale che ha commissariato il festival ha escluso che egli sia andato a Sanremo per impedire a Celentano una seconda penosa e noiosa esibizione. E allora che ci è andato a fare a Sanremo’ Ad aumentar eilìnuemro dei mezzi busti della RAI che occupano, ovviamente gratis, le prime file del teatro? g.

LA PRESUNZIONE DEI TECNICI, di Mario Sechi

Pubblicato il 17 febbraio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Un esercito di auto blu e i pronto soccorso degli ospedali da zona di guerra. Fotografata così la situazione dell’Italia è irrecuperabile e al posto della cancelliera tedesca Merkel, oggi in visita a Roma, ci sentiremmo quasi autorizzati ad alzare il ditino per trasformarci in tedeschi pure noi. Ma la realtà italiana, al netto delle falle, degli errori, dei ritardi culturali e degli scivoloni tipici del nostro carattere nazionale, è molto più complessa. Quando il premier Mario Monti dice che vuole cambiare la mentalità degli italiani ha dei buoni motivi, ma se intende piegare la nostra visione del mondo a quella dei berlinesi, degli inglesi o dei viennesi sbaglia. Quando un popolo (o una casta) pensa di essere antropologicamente superiore a un’altra, solitamente commette due errori: 1. Sopravvaluta se stesso; 2. Sottovaluta gli altri. È quel che sta capitando ai tedeschi in questo momento storico e nello stesso tempo è un fenomeno che comincia a balenare anche nel linguaggio e nelle azioni del nostro italico e «strano» (Monti dixit) governo dei tecnici. In prima pagina ieri sul Financial Times c’era un titolo che più o meno suonava così: «Chi è Schauble per dare lezioni ai greci?». Già, chi è Schauble? Un ministro di cui forse ci sarà un domani qualche passaggio nelle cronologie, niente di più. Che cosa è la Grecia? La culla della civiltà occidentale, il brodo primordiale – finora mai superato – della nostra conoscenza.
Più che Tubinga noi ricordiamo Atene. E saremo mediterranei, forse un po’ disordinati, certamente rumorosi, ma siamo per la cultura della vita, per la creatività e l’esaltazione del bello. Ho visto tanti tedeschi viaggiare su una fiammante Bmw, aprire lo sportello e calzare dei terrificanti sandali di plastica dal colore improbabile. Mi dispiace per i razionalisti berlinesi, ma la penso come Mark Twain: «Se volete riconoscere un gentiluomo, guardate le sue scarpe». Gli italiani – e in questo Monti ha ragione – hanno bisogno di più disciplina, ma non di cambiare la mentalità tout court. Serve trasparenza. A cominciare dai governi, perché se il precedente era alla frutta, questo è all’ammazzacaffè. Attendiamo con ansia di leggere i profili patrimoniali dei suoi ministri, sono sicuro che gli italiani da 1500 euro al mese e i pensionati ai quali è stato chiesto di stringere la cinghia avranno di che commentare.

Ricordo una battuta molto istruttiva: «Chi critica i consumi, solitamente ha già consumato». Così è dei governanti, di qualsiasi colore essi siano. Un minuto prima di avere lo scettro sono illuminati, laici e tolleranti. Dei saggi. Un minuto dopo essere saliti sul trono diventano naturalmente dispotici, altezzosi e sprezzanti nei confronti di chi li critica. Dei tecnici.  Mario Sechi, Il Tempo, 17/02/2012

…………….Complimenti a Sechi. Anche lui ora si accorge di quanta presunzione fa sfoggio il premier nominato dal re Giorgio e di quanta fanno sfoggio i suoi ministri che sino a ieri hanno abbondantemente saccheggiato le cariche pubbliche ottenute grazie alla politica e ai suoi derivati (inciuci, raccomandazioni, intrecci, parentele, etc. etc). A proposito dei ministri non v’è ancora traccia sul sito del governo dei loro redditi. Aspettiamo di leggere quanto guadagnano  (in migliaia di euro) e quanto dicharano al fisco quelli che stringendo gli occhi e versando qualche lacrima  di coccodrillo impongono sacrifici inauditi agli italiani da 500, 1000 e 15o0 euro al mese.  Ieri il TG1 ha mostrato le migliaia  di persone che ad Atene si mettono in coda per poter avere una pezzo di carne dal Comune. Forse è questo  che i tecnici spocchiosi si attendono che accada anche in Italia? g.

LA FARFALLA DI BELEN CHE FA DIMENTICARE LE SBRUFFONATE DI CELENTANO

Pubblicato il 16 febbraio, 2012 in Politica, Spettacolo | Nessun commento »

Un festival di Sanremo a dir poco hot. Interventi al cardiopalma che fanno andare di traverso la cena, frame softcore che mozzano il fiato e pure qualche gag riuscita che strappa uno straccio di sorriso.

Ivana Mrazova, Belen Rodriguez e Elisabetta Canalis

Ivana Mrazova, Belen Rodriguez e Elisabetta Canalis
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Sul palco dell’Ariston succede un po’ di tutto, ma a tener banco non è più la musica (fa eccezione l’eliminazione di Lucio Dalla che sembra aver scatenato qualche mugugno). Se ieri, al bancone del bar, negli uffici davanti alle macchinette del caffè o in coda alle casse dei supermercati, tutti (anche i più recalcitranti) sentivano di dover dire la propria opinione sulle farneticazioni di Adriano Celentano, oggi si affrettano a interrogarsi sulla farfalla di Belen Rodriguez, nascosta in uno spacco inguinale tra due carezze di stoffa verde acqua (da una parte) e arancione pesca (dall’altra).

Questione di attimi. Una falcata da prima serata che ha lasciato senza fiato il Belpaese che da ieri sera non fa che domandarsi: ma Belen indossava le mutande?

Seppur minima, nelle tematiche di Sanremo sembrerebbe esserci stata un’evoluzione. La condanna unanime contro le invettive, gli insulti e i deliranti panegirici del Molleggiato è rimbalzata sui quotidiani, sui blog e sui social network. Ma è bastata una bellissima Belen a far dimenticare tutte le polemiche. La dinamica è pressocché la stessa: le foto della showgirl argentina hanno fatto subito il giro del web. Prima in abito bianco, poi col vestito verde-arancione-fuxia

Lo spacco inquinale di Belen Rodriguez

La domanda è sempre la stessa: e sotto? Complice di una falcata mozzafiato e di uno spacco vertiginoso che non ha lasciato nulla all’immaginazione. Le telecamere piazzate davanti al palco dell’Ariston hanno colto tutto e tutto hanno trasmesso in mondo visione. Su, su e ancora più su: fino alla farfallina tatuata in zone off limits. E gli italiani a nicchiare, a interrogarsi, a strizzare gli occhi davanti al televisore per capire. Ce le ha o non ce le ha? Difficile a dirsi. Ci vorrebbe la moviola.

E la moviola c’è già. Immancabile. Fa il giro dei siti on line: le gallery di Belen cliccatissime. Regina della serata. Perché la gara hot di spacchi da brividoi con Ivana Mrazeva è stata vinta proprio dall’argentina. “Ce li ho, ce li ho gli slip… sono speciali…”, ha subito assicurato la stessa Belen per evitare ulteriori imbarazzi alla direzione del Festival. Anche la 19enne modella ceca non è stata da meno: è entrata in scena sul palco dell’Ariston vestendo un abito in nero e sabbia e un top blu notte. Anche per Ivana uno spacco vertiginoso lungo la gamba sinistra: da sopra l’inguine alla caviglia, ai limiti del nudo. Eppure niente in confronto allo spacco più azzardato di Belen che si è vista “costretta”, tra un sorriso e l’altro, a tirare verso l’esterno il lembo nel tentativo (vano) coprire.

Per una sera, i sermoni (noiosi e violenti) del Molleggiato sono caduti nel dimenticatoio. Le gag dei Soliti idioti hanno contribuito a mettere una pietra sopra alle figuracce della prima serata. La musica – purtroppo – è stata ancora relegata in secondo piano. Secondo fonti vicine al Festival, questa sera Adriano Celentano tornerà a calcare il palco dell’Ariston. E la farfalla di Belen sarà solo un ricordo. Andrea Indini, Il Giornale 16 febbraio 2012

…………Su Rai 2 questo pomerigigo è stato intervistato il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino. E’ ovvio che questi abbia, con garbo, va detto, stigmatizzato le assurde intemerate di Celentano contro la Chiesa e i  suoi due massimi organi italiani di stampa, appunto Famiglia Cristiana e L’Avvenire, sebbene,   in effetti,  L’Avvenire è l’organo ufficiale della CEI, mentre Famiglia Cristiana non è riferibile in maniera organica alla Chiesa perchè la sua editrice è la San Paolo, del tutto autonoma.  Ma don Sciortino non ha rivendicato questa sua autonomia, ma ha sottolienato che è  l’intero Festival che ha debordato rispetto al suo principale motivo di essere, cioè le canzoni, del tutto ridottte a mero pretesto per ben (o mal) altro.Per esempio con l’esibizione di Belen, bella gnocca, siamo tutti d’accordo!,   che sul palco dell’Ariston ha pensato di poter comportarsi come quando si accoppia sui balconi  di casa con il suo Corona. Per carità. non siamo tanto bacchettoni da rinunciare a dare una o magari due occhiatine, ma la Rai è, come ci dicono da mane a sera, “servizio pubblico”   il quale, tra l’altro, ha l’obbligo di segnalare se c’è uno spettacolo sul rosso,  per la tutela dei bambini, non diciamo dei minori, ma almeno dei bambini anche se  ora sono precoci per cui saranno stati i primi ieri sera a torcersi il collo per verificare se la Belen ce le avesse o meno, visto che la farfalla era talmente ai bordi da far immaginare di no. Se le porta o non le porta è affar suo, ma diviene affar nostro quando a doverlo eventualmente verificare e nel caso  imporre che le porti, è la Rai, in nome del tanto proclamato ruolo di servizio pubblico che per esser tale ha l’obbligo di essere responsabile di fronte a tutti. E non è stata la sola Belen a straripare, anche la cecoslovacca Ivana, finalmente guarita e apparsa, quasi fosse l’unica donna al mondo, sul palcoscenico per ricordarci che lei ce l’ha il decolteè   più appariscente (anzi, ha detto, più grosso, giusto per non ecquivocare)  della Canalis che a sua volta sembrava una bimbetta isterica forse ancora in attesa di capire se è stata di George trastullo o passatempo. E ciliegina sulla torta ci sono stati anche Luca e Poalo che in quanto a turpiloquio, come ha sottolienato don Scirotino, ne hanno fatto uso come neppure si usa nelle peggiori caserme.  E pure tutto ciò non è riuscito a far passare in retrovia l’esibizione,  a metà strada tra il ridicoo e il patetico di  Celentano, con il rischio del bis di sabato sera. Che qualcuno salvi il festival dai preti laici. g.

CELENTANO: IL PREDICATORE DECADENTE, di Aldo Grasso

Pubblicato il 15 febbraio, 2012 in Costume, Politica, Spettacolo | Nessun commento »

L’attacco ai giornali cattolici Joan Lui è convinto di predicare meglio dei preti. Ma nel ruolo di profeta salva Italia ne vogliamo solo uno, due sono troppi:
o Monti o Celentano.
Dopo ieri sera ho scelto definitivamente. Ogni anno il Festival di Sanremo ci mette di fronte a un tragico dilemma: ma davvero questo baraccone è la misura dello stato di salute della nazione? E se così fosse, non dovremmo preoccuparci seriamente? C’è stato un tempo in cui effettivamente il Festival è stato specchio del costume nazionale, con le sue novità, le sue piccole trasgressioni, persino le sue tragedie. Ma tutto ha un tempo e questo (troppo iellato) non è più il tempo di Sanremo o di Celentano, se vogliamo rinascere. Monti o Celentano? Se davvero il nostro premier vuole compiere il titanico sforzo di cambiare gli italiani («l’Italia è sfatta», con quel che segue), forse, simbolicamente, dovrebbe partire proprio dal Festival, da uno dei più brutti Festival della storia. Via l’Olimpiade del 2020, ma via, con altrettanta saggezza, anche Sanremo, usiamo meglio i soldi del canone. O Monti o Celentano. O le prediche del Preside o quelle del Re degli Ignoranti contro Avvenire e Famiglia Cristiana.

Rivolta del web contro il monologo

Non mi preoccupa Adriano, mi preoccupano piuttosto quelli che sono disposti a prenderlo sul serio. E temo non siano pochi. Ah, il viscoso narcisismo dei salvatori della patria! Ah, il trash dell’apocalissi bellica! Cita il Vangelo e bastona la Chiesa, parla di politica per celebrare l’antipolitica: dalla fine del mondo si salva solo Joan Lui. Parla di un Paradiso in cui c’è posto solo per cristiani e musulmani. E gli ebrei? Il trio Celentano-Morandi-Pupo assomiglia a un imbarazzante delirio. A bene vedere il Festival è solo una festa del vuoto, del niente, della caduta del tempo e non si capisce, se non all’interno di uno spirito autodistruttivo, come possano essersi accreditati 1.157 giornalisti (compresi gli inviati della tv bulgara, di quella croata, di quella slovena, di quella spagnola, insomma paesi con rating peggiore del nostro), come d’improvviso, ogni rete generalista abbassi la saracinesca (assurdo: durante il Festival il periodo di garanzia vale solo per la Rai), come ogni spettatore venga convertito in un postulante di qualcosa che non esiste più. Sanremo è il Festival dello sguardo all’indietro (anni 70?), dove «il figlio del ciabattino di Monghidoro» si trasforma in presentatore, è il Festival delle vecchie zie dove tutti ci troviamo un po’ più stupidi proprio nel momento in cui crediamo di avere uno sguardo più furbo e intelligente di Sanremo (più spiritosi di Luca e Paolo quando cantano il de profundis della satira di sinistra), è il Festival della consolazione dove Celentano concelebra la resistenza al nuovo. Per restituire un futuro all’Italia possiamo ancora dare spazio a un campionario di polemiche, incidenti, freak show, casi umani, amenità, pessime canzoni e varia umanità con l’alibi che sono cose che fanno discutere e parlare? Penso proprio di no. Aldo Grasso, Il Corriere della sera 15 febbraio 2012

P.S. Mentre scrivevo questo pezzo mi sono arrivati gli insulti in diretta da Sanremo. Ma non ho altro da aggiungere.

.………….Ma noi si.  Al di là delle critiche di Grasso che condividiamo totalmente, va detto che Celentano ieri sera sè mostrato per quel che  ormai  è,  una squallida macchietta,  peggiore delle altre del passato,   un imbonitore da quattro soldi, un balbettante ipocrita della saggezza a buon mercato, pagato profumatamente dalla Rai che pretende i soldi da tutti, anche dai cattolici praticanti per sentire questi ultimi insultare  il Vaticano, la stampa cattolica, arrivando Celentano  lì dove nemmeno il tanto deprecato Berlusconi era mai giunto, invocare cioè  la chiusura dei giornali la cui unica colpa agli occhi del ormai decrepito molleggiato è stata quella, recente, di aver aspramente criticato il grosso cachet assicurato dalla Rai, con i nostri soldi, ad un personaggio che ieri sera più che un uomo di spettracolo è apparso un mafioso in sedicesimo. Senza dimenticare l’insulto proprio ad Aldo Grasso, deficiente! lo ha definito Celentano in diretta, dal palcoscenico di una manifestazione leggera che è stata trasformata in un una occaisone di vendetta personale di questo bellimbusto che da anni approfitta del dono che il buon Dio gli ha dato, cioè la bella voce con cui, non lo neghiamo, ha incantato generazioni di italiani, compreso noi, per ergersi a giutiziere che manco Charles Bronson saprebbe fare più cinicamente meglio. Un’ultima cosa. Celentano che si è improvvisato autentico interprete del Vangelo s’è mostrato anche poco pratico dei suoi esortamenti, tra cui quello che invoca perchè “la mano destra non sappia quel che fa la mano sinsitra”. Ci riferiamo alla devoluzione del suo faraonico cachet in beneficienza. Il tutto però attraverso i fari della comunicazione mediatica che ha acceso i riflettori su un gesto che per essere sincero e quindi apprezzabile  doveva effettuarsi nella discrezione che eleva l’atto. Invece Celentano e la sua consorteria hanno trasformato il gesto cui sono stati costretti dalla violenta  reazione alla scandalosa enormità del compenso,  in occasione per farsi pubblicità gratuita grazie alla quale ovviamente trarranno vantaggio, come sarà facile constatre tra qualche giorno,  nella vendita del nuovo disco di Celentano. Il che, tra l’altro, dimostra che l’ex supermolleggiato che è apparso moscio e sgonfiato non è poi più tanto sicuro delle sue sole qualità canore per cui fa ricorso alla pubblicità per esser certo di fare centro. g. P.S. Pare che la direttrice generale della RAI abbia “commissariato”  il festival: farebbe bene a commissaria se stessa perchè ha ceduto al ricatto di Celentano che ha preteso di essere accolto a scatola chiusa. S’è visto cosa ne è uscito. g.

IL “GRANDE” BLUFF DEI DEPUTATI: IL VITALIZIO NON SI TOCCA

Pubblicato il 14 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Un parlamentare Nessun parlamentare rinuncia al vitalizio. L’avrebbero potuto fare dal 31 gennaio ma, almeno per ora, non c’è stato un solo onorevole che abbia deciso di approfittarne. È stata la deputata del Pd Rosy Bindi a tagliare la testa al toro e a proporre all’ufficio di presidenza di Montecitorio di approvare una norma per consentire ai deputati di dire addio all’assegno. Una «provocazione» rivolta verso l’Idv e la Lega, continuamente critiche sui costi della politica e i privilegi della Casta. La misura è scattata tredici giorni fa. Ma tutto tace. Eppure in questi anni sono stati tantissimi i parlamentari che hanno tuonato contro i privilegi dei politici, tentando, a parole, di riavvicinare la società civile al Parlamento. Ma nemmeno l’escamotage della Bindi è servito. Anzi alcuni deputati lo ritengono illegittimo. «Non c’è possibilità di rinunciare al vitalizio – dice Antonio Borghesi (Idv), da tempo in prima linea sul tema – Si potrebbero soltanto trasferire i soldi del vitalizio a una eventuale altra posizione previdenziale già in corso. Ma con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo non cambia niente, i parlamentari avranno di fatto gli stessi soldi». Lui ci ha provato ad abolire i vitalizi degli ex e degli onorevoli in carica ma il suo ordine del giorno è stato approvato solo da 22 deputati (498 i contrari). «I vitalizi non esistono più – fanno eco alcuni parlamentari – Il problema è stato risolto con il passaggio al sistema contributivo». Non è così. Infatti se dal 1° gennaio 2012 anche gli onorevoli accantonano i contributi pensionistici come tutti gli altri comuni mortali, in realtà il «sacrificio» per gli attuali inquilini di Camera e Senato è piccolissimo. Deputati e senatori attualmente in carica («eletti» alle Politiche del 2008) avranno lo stesso il vitalizio, anche se l’entità sarà pari alla somma accumulata in tre anni e mezzo (fino, appunto, al 31 dicembre 2011). Prenderanno intorno ai 2 mila euro netti al mese per il resto della vita invece dei vecchi 2.486. Le cose cambieranno dalla prossima legislatura. Ora l’unica vera modifica riguarda l’età. Se prima infatti era possibile ottenere il vitalizio a 50 anni, adesso ne servono 65. A meno che non si abbiano più mandati: in questo caso l’età può scendere fino a 60 anni. È per questo che ventitré ex parlamentari e due in carica hanno presentato un ricorso al Consiglio di giurisdizione, l’organo che ha il compito di dirimere le controversie tra singoli onorevoli e Montecitorio. Unico a fare un passo indietro, il deputato del Pdl Jannone. Tutti gli altri ex (eletti dal 1994 in poi, 15 con la Lega) contestano l’allungamento dell’età per avere l’assegno. Loro sì che avrebbero potuto rinunciare al vitalizio. Ma non ci hanno pensato nemmeno. «C’è un problema normativo, oltre che morale – sintetizza un altro parlamentare che vuole restare anonimo – quelli in carica non possono rinunciare a un diritto che ancora non hanno maturato, quelli vecchi, in quanto ormai fuori dal Parlamento, non hanno alcuna intenzione di farlo. Sono le leggi». Ma le leggi non le fanno loro? Almeno potevano risparmiare agli italiani la beffa del provvedimento lanciato dalla Bindi. Anche se dagli uffici di Montecitorio fanno sapere che per dire addio al vitalizio ci sarà ancora tempo. Fino a che i deputati tuttora in carica diventeranno ex. Chissà che qualcuno non ci ripensi. Ma non è stata solo la Camera dei deputati a provare ad abolire i vitalizi. Alla Regione Lazio, nella Finanziaria del dicembre scorso, è stato stabilito di dare il vitalizio anche agli assessori non eletti ma, contestualmente, è stato approvato un emendamento che consente ai consiglieri di rinunciare all’assegno: 3 mila euro netti al mese maturati dopo una sola legislatura alla Pisana. Per decidere c’era tempo fino alla fine di gennaio. Ebbene soltanto un politico ha presentato la richiesta: l’assessore all’Urbanistica Luciano Ciocchetti. Non ha chiesto di rinunciare all’assegno (ne ha maturati uno da ex parlamentare con due mandati e uno da ex consigliere con altrettanti mandati) ma di diminuirne l’entità, non sommando alla pensione anche questa legislatura. A conti fatti un «sacrificio» da mille euro al mese. Meglio di niente. Alberto Di Majo, Il Tempo, 14/02/2012

UN ALTRO GIRO IN CARROZZA, di Mario Sechi

Pubblicato il 14 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

La politica genera la propria crisi dal suo interno e non vuole prendere atto del fatto che sia giunto il momento di cambiare. Il livello di fiducia nei partiti è rasoterra: l’ultimo sondaggio dell’Ispo di Renato Mannheimer per il Corriere della Sera dice che solo l’otto per cento dei cittadini ha fiducia nei partiti, contro un novantuno per cento che ne ha pochissima e un restante uno per cento agnostico. Se fossi un professionista della politica, mi preoccuperei per il mio futuro. Ma il Palazzo fa altri ragionamenti, segue il proprio istinto di autoconservazione, il peggior consigliere in questa fase storica. Così i partiti restano tra l’incudine e il martello: la contemporaneità lancia sfide che richiedono rapidità e coraggio, ma le istituzioni sono lente e in Parlamento i cuor di leone non abbondano. Su questo scenario difficile la crisi economica ha piazzato un altro ostacolo insidioso: l’antipolitica. In origine era collocata nella trincea dell’antiberlusconismo, poi è diventata anti-tutto e i segnali che è forte e in grado di distruggere qualsiasi movimento sono chiari. Quello che sta accadendo nelle primarie del Partito democratico ne è un esempio. I candidati di Bersani perdono con regolarità impressionante le sfide sul territorio. Chi vince è un’eccezione oppure ha il vantaggio di correre in zone del Paese dove regge ancora l’organizzazione che fu del Pci. Il resto è disgregazione, faida interna, sorpasso da parte di movimenti che danno voce al disagio senza preoccuparsi di essere un’alternativa. Nel centrodestra si è aperto un dibattito sulle primarie, su futuro dei tecnici (Passera e Monti) e sul candidato a Palazzo Chigi nel 2013. Certezze? Non pervenute. Il partito più forte? Quello dell’astensione. Il governo Monti è paradossalmente figlio dell’antipolitica, ma poteva essere un’occasione per riformare i partiti e dare un assetto istituzionale migliore al Paese. Finora sono state prodotte solo molte chiacchiere, un tentativo di cambiare la legge elettorale e poi buio fitto sul resto. Mancano quindici mesi alla fine della legislatura, alternative a Monti non ce ne possono essere, ma questo non significa che la politica chiude e i partiti vanno in letargo. Dovrebbero produrre idee sul cambiamento del Paese senza attendere che qualcuno gliele detti, lavorare sul territorio e proporre un pacchetto di riforme bipartisan. Non si vive di sola legge elettorale. Tagliare i parlamentari, chiudere l’era del bicameralismo perfetto, dare qualche potere in più al governo sarebbe una scelta saggia. Niente. Preferiscono tenersi il vitalizio, sperando di farsi un altro giro. Sono senza ruote e cavalli, ma tragicamente in carrozza.  Mario Sechi, Il Tempo, 14/02/2012

…………….Basta dare una occhiata ai giornali di questa mattina per trovare conferma della totale disattenzione dei partiti rispetto  allo scenario che sta loro difronte. Alfano dice, Casini dice, Fini dice, Rutelli strabuzza gli occhi, Bersani dice, Franceschini dice, Di Pietro dice, Vendola strabuzza la parola..E tutto continua come prima. Peggio di prima. Quasi quasi,  verrebbe voglia di dire, insieme ad un redivivo  Guareschi, “adda venì baffone”. g.

I FINTI TAGLI DI RE GIORGIO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 13 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

La notizia è stata battuta ieri pomeriggio dalle agenzie di stampa in modo assolutamente inaspettato: il Quirinale risparmia e il suo costo torna a essere quello del 2008, cioè 245 milioni all’anno.

La notizia, per la verità, è vecchia di sette mesi (fu annunciata nel luglio scorso) e la domanda è: come mai Napolitano sente l’esigenza di spacciarla come nuova in una tranquilla e normale domenica pomeriggio di febbraio? Probabilmente la risposta è che quella che si apre oggi non è una tranquilla settimana di febbraio. Al pettine arriva infatti la questione dell’articolo 18, la riforma del mercato del lavoro, che è lo scoglio sul quale il governo Monti rischia il naufragio come uno Schettino qualsiasi. Così Giorgio Napolitano, come il comandante De Falco, dalla sala operativa lancia ordini e gestisce le operazioni di soccorso. Prima fra tutte convincere la riluttante Camusso (e la sinistra tutta) a non fare barricate e non far scendere il Paese in piazza. Secondo alcune voci di palazzo, ci sarebbe addirittura Napolitano in persona dietro (e forse dentro) l’incontro segreto, svelato ieri da la Repubblica , che Monti avrebbe avuto nelle scorse ore con la leader della Cgil.

Forse per questo il Quirinale, che su sacrifici e risparmi ha una coda di paglia lunga chilometri, ha sentito il bisogno di riaffermare la sua propensione al virtuosismo e alla sobrietà. Pura strategia di marketing, un peccato veniale benvenuto se, come qualsiasi incontro segreto o ufficiale, servirà a schiodare il mercato del lavoro italiano. Ma, detto questo, e Napolitano non ce ne voglia, non prendiamoci in giro. Il Quirinale non ha fatto tagli e risparmi come quelli chiesti agli italiani, semplicemente ha rinunciato ad aumentare le spese come previsto e resta una reggia elefantiaca e costosissima. Re Giorgio e la sua corte costano, nonostante tutto, quattro volte tanto la Corona inglese, tre volte tanto l’Eliseo (e in Francia il presidente è anche il premier di fatto), dieci volte tanto la presidenza tedesca, con il doppio dei dipendenti del re di Spagna e oltre il doppio di quelli della Casa Bianca.

Insomma, se tagli sono stati fatti, gli effetti proprio non si vedono. E poco tranquillizza il fatto che nella nota diramata ieri già si dica che «a partire dal 2014 il fondo di dotazione non potrà essere ulteriormente bloccato». Scusi presidente, ma dimezzare invece, di peso, organici e costi è chiedere troppo? Alessandro Sallusti, Il Giornale 13 febbraio 2012

………………L’importante  è che i sacrifici li facciano gli italiani. Del resto all’epoca in cui il “Re”  era un solerte quanto silente funzionario comunista, accadeva che i capi del Cremlino vivessero nel lusso più sfrenato mentre il popolo moriva di fame. E nessuno si ricorda che quel silente e solerte funzionario del pc italiano si sia minimamente preso la briga di protestare. Il silenzio nel suo passato  è stata la sua arma, al contrario di ora allorchè parla anche quando gli converebbe tacere. g.

LA DISTRUZIONE DI UN POPOLO (greco) di Mario Sechi

Pubblicato il 13 febbraio, 2012 in Politica, Politica estera | Nessun commento »

il sogno dei fondatori dell’Unione? L’Europa è l’odore acre dei lacrimogeni sparati contro il compositore greco Mikis Teodorakis, un artista di 88 anni che voleva parlare alla folla? Quali parole avrebbero usato oggi il francese Jean Monnet, il franco-tedesco Robert Schuman, gli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, il tedesco Konrad Adenauer, i padri fondatori dell’Europa, di fronte allo scempio di Berlino, alla debolezza di Parigi e ai tentennamenti dell’Italia di fronte a un’azione che ha un punto di partenza ipocrita (salvare le banche tedesche e francesi) e un punto d’arrivo folle (ridurre in povertà una nazione). Quando perfino uno speculatore da mar degli squali come George Soros dice che «la Merkel sta portando l’Europa nella direzione sbagliata» allora bisogna drizzare le antenne. La ricetta del rigore in questo scenario produce più recessione. I poveri diventano più poveri. E i ricchi mettono le ali ai capitali. Consiglio la rilettura de «Il Grande Crollo» di John Kenneth Galbraith. È il racconto della crisi del 1929, sono elencati tutti gli errori di ieri che si stanno ripetendo oggi. Solo che lo scenario è quello europeo e gli americani – che quella lezione l’hanno imparata – sono preoccupati. Il piano di salvataggio della Grecia è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa. Il Parlamento di Atene lo vota? Passa la linea kamikaze tedesca sposata dal ministro delle Finanze greco, Venizelos, che dice «scegliamo il male per evitare il peggio»? Bene. È la soluzione? Il risultato sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fasciocomunismo che si propagherà al resto dell’Europa. Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Francia e Germania hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell’Europa si sta trasformando in un incubo. È una situazione che indigna e suscita rabbia. Nessun popolo va al patibolo cantando e dicendo grazie. Nessun popolo si fa condurre alla fame e alla disperazione. Promemoria per i saggi di Berlino: quel popolo brucerà la casa di chi lo affama. La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che rischia di disgregare la già fragile solidarietà europea. È una deriva già presente nel linguaggio. Il ministro tedesco Wolfgang Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e hanno un suono sinistro e minaccioso. Quando centomila persone in piazza Syntagma applaudono gli anarchici, i black bloc, l’estrema destra e l’estrema sinistra, vuol dire che la ragione è tramontata da un pezzo e che c’è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente. La polarizzazione della politica produce mostri. Altro che bilanci. Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa s’agita nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica. Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe. Mario Sechi, Il Tempo, 13 febbraio 2012

.…………Non bastano più le parole. Dinanzi alla tragedia della Grecia che in un domani prossimo venturo potrebbe essere anche la nostra,  bisogna intraprendere iniziative concrete per impedire che la Merkel con il suo vassallino Sarkozy completi l’opera di distruzione dei popoli e della stessa Europa che non è ceerto quella che avevano sognato i grandi idealisti dell’800,  i grandi uomini di stato del 900, e gli uomini e le donne all’inizio del 2000, quando  era stato fatto credere che l’euro sarebbe stato solo l’anticamera per giungere alla tanto sognata unione dei popoli e delle nazioni. Così non è stato, anzi l’euro è stato lo strumento attraverso il quale alcuni cinici burocrati slegati dalle realtà e dalla storia stessa dell’Europa hanno strangolato ogni sogno e dissolto ogni speranza. L’affossamento della Grecia per salvare le banche franco-tedesche è la ghigliottina di ogni speranza di superare i nazionalismi per imboccare la strada della coesione europea. Lo strangolamento del popolo greco è una ripetizione di antiche  e non dimenticate prevericazioni dei potenti contro i deboli. Non è così che avevamo sognato che potesse nascere l’unione europea. Sta prevalendo l’egoismo e, diciamolo pure, la strafottente cattiveria dei tedeschi in uno alla abituale vocazione alla presunta  grandeur degolliana dei francesi. Gli uni e gli altri mostrano di non aver compreso le lezioni della storia. Potranno tentare di strangolare i popoli ma finiranno sotto le macerie della rivolta che spesso più che dagli ideali è provocata dalla fame. In Grecia ci siamo, tra poco si estenderà in ogni parte del vecchio continente. E allora, si salvi chi può. g.

MALTEMPO E MALA TEMPORA, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 12 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Forza lupi, son tornati i tempi cupi. Rinevica a Roma, ma stavolta Gianni Alemanno non spala: fa la spola tra una televisione e l’altra procurandosi molti nemici e – lui crede, d’altronde è fascista – molto onore.

Ma è più probabile che stia dissipando molti consensi, ammesso che non ne avesse dissipati già abbastanza per garantirsi la sconfitta alle prossime elezioni. Qualcuno scommette. Se il sindaco riproporrà la propria candidatura, non supererà il 35- 37 per cento. Si consoli: essere battuti dal generale Inverno non è biasimevole. È successo anche a Napoleone e a Hitler, può succedere anche a lui.

Il fatto che in gennaio e in febbraio faccia freddo non dovrebbe sorprendere. Invece sono stupiti perfino gli scienziati. Ho letto su vari quotidiani che il pianeta non corre più il rischio del surriscaldamento e che l’effetto serra è una benedizione del cielo: ci salverà dalla glaciazione. Gli ecologisti della domenica, e della politica, come commentano questa faccenda, cioè che il guaio non è più il caldo bensì il freddo? Tacciono. Forse stanno riorganizzando le idee.

Mi piacerebbe conoscere in proposito l’opinione di Fulco Pratesi, guru del Wwf, che anni fa scrisse sul Corriere della Sera un editoriale memorabile, in cui spiegava come affrontare l’emergenza siccità (era estate e non pioveva da un paio di settimane, capirai che dramma). O, meglio, raccontava con dovizia di particolari il protocollo che egli aveva personalmente adottato, consigliando i lettori di fare altrettanto: evitare con cura di lavarsi, non azionare lo sciacquone del water, cambiarsi la biancheria (calze, mutande) ogni due o tre giorni. Con rispetto parlando, una porcata pazzesca.

Leggo sulla Repubblica che i clochard, abituati a pernottare al binario 19 della stazione Termini di Roma, non vogliono saperne, nonostante la temperatura siberiana, di trasferirsi al dormitorio pubblico, dove, se non altro, funziona il riscaldamento. Preferiscono morire assiderati (e, difatti, alcuni sono morti e probabilmente altri ne moriranno). Se fanno certe scelte, avranno le loro buone ragioni, ma le tengono per sé e continuiamo a non capire perché rifiutino ogni aiuto. Cosicché invece di suscitare in noi un sentimento di pena, ci fanno pensare che abbiano qualche filo staccato. Per non violare la loro libertà di campare come gli pare, assistiamo sbigottiti al loro suicidio. Chi avesse un suggerimento per convincerli a farsi dare una mano, non esiti a comunicarlo al Giornale. Provvederemo a inoltrarlo a chi di dovere.

Mentre in Italia si trema per il clima polare, in Vaticano si trama. Niente di nuovo. I preti sono uomini e ne hanno tutti i difetti, forse alcuni di più, tra cui un alto tasso di ipocrisia. E la notizia che un cardinale va in giro a dire (e a scrivere) che c’è un piano per uccidere il Papa viene minimizzata, nascosta, presa sottogamba. Gran parte dell’informazione laica (democratica, antifascista eccetera) intuisce che le alte gerarchie della Chiesa non gradiscono sia data pubblicità all’indiscrezione ( vera), e si presta al gioco. Giornali e tv rinunciano a gridare e parlano del progettato delitto con un fil di voce, in modo che pochi odano e, soprattutto, che all’ombradel Cupolone nessuno si irriti. Missione compiuta.

Ratzinger è angosciato, sta male? Conviene non amplificare. Il Vaticano, pur nel suo declino, rimane un potere. Chi gli si è messo contro si è sempre strinato. E non parlo per sentito dire.

Tanto per stare allegri, un accenno alla Grecia. Da un anno è sull’orlo della catastrofe e, a forza di ripeterlo, non ci facciamo più caso. Il problema è che adesso non è sull’orlo, ma sta precipitando. Questione di giorni. I conti dello Stato ellenico sono un cimitero. La gente, anziché rimboccarsi le maniche, scende in piazza a protestare, come se servisse a qualcosa. Il Paese si paralizza e non produce neanche quel poco che potrebbe.

Il default non è un pericolo: ormai è una realtà.

Il lettore obietterà: e io che ci posso fare? Nulla. Ma è opportuno tener presente che se la Grecia si schianta, e si schianterà a breve, la seguirà a ruota il Portogallo che si trascinerà appresso la Spagna. Tre nazioni fuori dall’euro, indebitate e non in grado di restituire i soldi che si sono fatte prestare, faranno implodere l’Unione europea. Addio moneta unica, addio sogni unitari. Addio Merkel e addio Sarkozy. Ciascuno tenterà di limitare i danni tagliando i ponti con i ruderi della Ue. Si tornerà al nazionalismo. E Mario Monti con i suoi professori? Auguriamo loro di non smarrire la sinderesi. Ci sarà bisogno di calma e sangue freddo. Che, data la stagione, non è impossibile avere. Vittorio feltri, Il Giornale, 12 febbraio 2012

.……Un pò di sana ironia e di altrettanto sano sarcasmo non fanno male, specie nei tempi bui che stiamo vivendo. E  per fortuna non siamo ancora giunti ai livelli da tragedia della vicina Grecia dove proprio in queste ore gli affamati delle Merkel e di Sarkozy tengono sotto assedio il Parlamento per costrinerlo a non votare le misure  deliranti imposte ai greci. A proposito di tragedia,  alcuni decenni fa, quando la “meglio” gioventù di destra  non aveva ancora trovato la sua musa nell’ex ministro Meloni, nei raduni giovanili missini si raccontava una barzelletta che pare attuale ancora oggi. Un papà e un ragazzino visitano Montecitorio e guardano dall’alto l’ampia Aula  dell’Assemblea. Passano alcuni giorni,   il ragazzino, tornando da scuola, interroga il papà: qual’è la differenza tra guaio e tragedia? E il papà, dopo averci riflettuto appena un attimo risponde: ti ricordi l’aula di Montecitorio che abbiamo visitato? Ebbene è crollata e sono morti tutti. Oh Dio, esclama il bambino, che tragedia! E il papà: è questo è  il guaio, che non succede mai! g.