LE MANI SPORCHE SULLA REPUBBLICA, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 18 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »
Le celebrazioni dei vent’anni dall’inizio di Tangentopoli hanno raggiunto il culmine della retorica e dell’inganno. Mani pulite fu sì un’opera meritoria,ma anche altro.Cioè una operazione di polizia politica condotta ben oltre il limite della legalità che non ha prodotto i frutti sperati proprio perché viziata all’origine. I reduci di quella stagione ambigua danno fiato alle trombe ma lo spartito è monocorde. Mancano le storie degli abusi commessi dai pm, mancano le scuse per i 400 processi che si sono conclusi con l’assoluzione di presunti colpevoli ai quali è stata rovinata ingiustamente la vita. Manca una analisi seria sull’entrata in politica, nelle file della sinistra, di due dei pm protagonisti di quei giorni (Di Pietro e D’Ambrosio)quasi a voler completare il lavoro iniziato nelle aule di giustizia. Non c’è ragionamento su chi ha impedito, usando strumenti giudiziari, che davvero in Italia nascesse una Seconda repubblica.
È un fatto che proprio l’alleanza tra i magistrati del presunto cambiamento e i superstiti della Prima repubblica (ex dc, ex pci) abbia bloccato sul bagnasciuga lo sbarco del nuovo corso, quell’armata messa insieme da Silvio Berlusconi su mandato elettorale della maggioranza degli italiani. Un fuoco di sbarramento, fatto di avvisi di garanzia e sotterfugi politici, ha impedito per vent’anni quelle riforme costituzionali e istituzionali senza le quali la Seconda repubblica è rimasta parola vuota, un mero ricambio di uomini ma non di regole. Il contrario, per esempio, di quello accaduto in Francia, dove la Quinta Repubblica aveva gli stessi uomini (i gollisti) ma una costituzione nuova ed efficiente (presidenzialismo con elezione a suffragio universale).
Corruzione, privilegi e inneficienze sono figli di sistemi complessi e complicati ancora prima che di debolezze umane. Potremo cambiare governi e parlamentari, ma se non mettiamo mano a una nuova Costituzione Mani pulite resterà una inutile, interessata e cinica prova di forza di un potere su di un altro. Così come è stata l’azione giudiziaria in questi ultimi vent’anni.
……….I ventanni di Tangentopoli sono stata occasione di molta retorica, in concomitanza, però, con la denuncia della Corte dei Conti secondo la quale la corruzione in Italia ha raggiunto vette impressionabili, 60 miliardi l’anno, cosicchè vanificando nei fatti l’obiettivo che doveva essere perseguito, cioè la lotta al malaffare. Il quale imperversa nel nostro Paese coinvolgendo tutti. Sostiene Di Pietro, intervistato sull’argomento, che colpevole è il Parlamento che non avrebbe ratificato una specifica risoluzione della Unione Europea e che comunque non ha adottato provvedimenti legislativi che impedissero il dilagare del malaffare. ovviamente è sottintesa l’accusa al Parlamento e ai govenri che si sono susseguiti dal 1994 ad oggi di non aver fatto il loro dovere. Sottoscriviamo. Ma l’ex OM Di Pietro non è lo stesso che buttata la toga alle ortiche si è dato alla politica, si è fatto un partito per conto suo, è entrato in Pasrlamento ed è stato anche ministro? E allora perchè non cita se stesso insieme a tutti gli altri dinanzi al Tribunale del Popolo Italiano che in queste ore è affamamto dalle misure anricrsi del governo Monti mentre dilaga una corruzione che con i suoi 60 miliardi annui è pari ad almeno una manovra di sangue del ministero in atto e di qualsiasi altro ne prendesse il posto? g.



Nessun parlamentare rinuncia al vitalizio. L’avrebbero potuto fare dal 31 gennaio ma, almeno per ora, non c’è stato un solo onorevole che abbia deciso di approfittarne. È stata la deputata del Pd Rosy Bindi a tagliare la testa al toro e a proporre all’ufficio di presidenza di Montecitorio di approvare una norma per consentire ai deputati di dire addio all’assegno. Una «provocazione» rivolta verso l’Idv e la Lega, continuamente critiche sui costi della politica e i privilegi della Casta. La misura è scattata tredici giorni fa. Ma tutto tace. Eppure in questi anni sono stati tantissimi i parlamentari che hanno tuonato contro i privilegi dei politici, tentando, a parole, di riavvicinare la società civile al Parlamento. Ma nemmeno l’escamotage della Bindi è servito. Anzi alcuni deputati lo ritengono illegittimo. «Non c’è possibilità di rinunciare al vitalizio – dice Antonio Borghesi (Idv), da tempo in prima linea sul tema – Si potrebbero soltanto trasferire i soldi del vitalizio a una eventuale altra posizione previdenziale già in corso. Ma con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo non cambia niente, i parlamentari avranno di fatto gli stessi soldi». Lui ci ha provato ad abolire i vitalizi degli ex e degli onorevoli in carica ma il suo ordine del giorno è stato approvato solo da 22 deputati (498 i contrari). «I vitalizi non esistono più – fanno eco alcuni parlamentari – Il problema è stato risolto con il passaggio al sistema contributivo». Non è così. Infatti se dal 1° gennaio 2012 anche gli onorevoli accantonano i contributi pensionistici come tutti gli altri comuni mortali, in realtà il «sacrificio» per gli attuali inquilini di Camera e Senato è piccolissimo. Deputati e senatori attualmente in carica («eletti» alle Politiche del 2008) avranno lo stesso il vitalizio, anche se l’entità sarà pari alla somma accumulata in tre anni e mezzo (fino, appunto, al 31 dicembre 2011). Prenderanno intorno ai 2 mila euro netti al mese per il resto della vita invece dei vecchi 2.486. Le cose cambieranno dalla prossima legislatura. Ora l’unica vera modifica riguarda l’età. Se prima infatti era possibile ottenere il vitalizio a 50 anni, adesso ne servono 65. A meno che non si abbiano più mandati: in questo caso l’età può scendere fino a 60 anni. È per questo che ventitré ex parlamentari e due in carica hanno presentato un ricorso al Consiglio di giurisdizione, l’organo che ha il compito di dirimere le controversie tra singoli onorevoli e Montecitorio. Unico a fare un passo indietro, il deputato del Pdl Jannone. Tutti gli altri ex (eletti dal 1994 in poi, 15 con la Lega) contestano l’allungamento dell’età per avere l’assegno. Loro sì che avrebbero potuto rinunciare al vitalizio. Ma non ci hanno pensato nemmeno. «C’è un problema normativo, oltre che morale – sintetizza un altro parlamentare che vuole restare anonimo – quelli in carica non possono rinunciare a un diritto che ancora non hanno maturato, quelli vecchi, in quanto ormai fuori dal Parlamento, non hanno alcuna intenzione di farlo. Sono le leggi». Ma le leggi non le fanno loro? Almeno potevano risparmiare agli italiani la beffa del provvedimento lanciato dalla Bindi. Anche se dagli uffici di Montecitorio fanno sapere che per dire addio al vitalizio ci sarà ancora tempo. Fino a che i deputati tuttora in carica diventeranno ex. Chissà che qualcuno non ci ripensi. Ma non è stata solo la Camera dei deputati a provare ad abolire i vitalizi. Alla Regione Lazio, nella Finanziaria del dicembre scorso, è stato stabilito di dare il vitalizio anche agli assessori non eletti ma, contestualmente, è stato approvato un emendamento che consente ai consiglieri di rinunciare all’assegno: 3 mila euro netti al mese maturati dopo una sola legislatura alla Pisana. Per decidere c’era tempo fino alla fine di gennaio. Ebbene soltanto un politico ha presentato la richiesta: l’assessore all’Urbanistica Luciano Ciocchetti. Non ha chiesto di rinunciare all’assegno (ne ha maturati uno da ex parlamentare con due mandati e uno da ex consigliere con altrettanti mandati) ma di diminuirne l’entità, non sommando alla pensione anche questa legislatura. A conti fatti un «sacrificio» da mille euro al mese. Meglio di niente. Alberto Di Majo, Il Tempo, 14/02/2012
