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FORZA ITALIA E L’ALLEATO INEVITABILE, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 7 novembre, 2015 in Il territorio | No Comments »

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Ma perché dovrebbe stupire, scandalizzare, dividere Forza Italia – o quel che ne resta -, il fatto che Berlusconi vada nella piazza della Lega a Bologna? Era il caso di montare uno psicodramma? Non vale neppure la pena rispondere a chi sta cercando di creare un clima da luglio 1960: è evidente che qualsiasi forza politica democratica ha diritto di espressione in qualsiasi città; e proprio da Bologna, con una manifestazione dal titolo molto esplicito, Grillo lanciò la sua rincorsa al 25 per cento. Più interessante è capire perché desti meraviglia e acrimonia, anche dentro Forza Italia, la circostanza che il fondatore manifesti con la Lega .

Non c’è dubbio che, se dovesse scegliere un commensale o un compagno di vacanze, Berlusconi preferirebbe Renzi a Salvini. Ma, dopo la fine delle larghe intese e dopo la rottura del patto del Nazareno, l’alleanza con i leghisti e la ricostruzione del centrodestra è per lui la via obbligata. Ogni leader politico ha uno schema in testa. E con quello gioca la sua partita. Lo schema di Berlusconi fin dal ‘94 è sempre stato unire tutti gli oppositori della sinistra, dai moderati ai radicali, senza arretrare di fronte a nulla: il Bossi secessionista, il Fini secondo cui Mussolini era il più grande statista del Novecento, e poi gruppuscoli e personaggi anche meno significativi. Non si vede perché non dovrebbe cercare anche ora l’alleanza con una Lega in salute, oltretutto in un momento in cui Salvini sembra aver rinunciato, almeno a parole, alla scorciatoia populista – l’uscita dall’euro, la guerra a Berlino e a Bruxelles – che la svolta greca ha dimostrato impraticabile.

Berlusconi rischia di sottomettersi a Salvini? Ma il consenso ormai è lì, lì ormai – anche a causa degli errori di questi anni – sono i suoi elettori, non al centro, presidiato da Renzi: un’area in cui sarà molto difficile che partitini nati da operazioni di Palazzo si trasformino in una forza politica autonoma e competitiva alle elezioni. E, se vuole conservare un ruolo di raccordo, Berlusconi deve stare dov’è il consenso; tentando di orientarlo in una prospettiva ragionevole di opposizione e di alternanza, anziché verso una deriva antisistema. Che poi nel ruolo di trait d’union che fu di Tremonti ci sia oggi il suo arcinemico Brunetta – grande sostenitore della flat tax , l’aliquota unica proposta dal Carroccio – è solo un’apparente bizzarria che conferma la regola della politica italiana degli ultimi vent’anni.

Non è impossibile che sia proprio la Lega a esprimere il candidato premier del centrodestra. Anche la Cdu – mutato il molto che c’è da mutare – nel 1998 lasciò che corresse per la cancelleria il capo degli alleati bavaresi della Csu: Stoiber però fu travolto dal socialdemocratico Schröder, il cui slogan era appunto «Die Neue Mitte», il nuovo Centro. Al di là della dimostrazione di forza a Bologna, per Salvini un ballottaggio contro Renzi sarebbe ostico; tanto più che il suo sbarco al Sud per ora è fallito, perché la Lega Sud non può nascere come una sottomarca di un prodotto del Nord. Ma se Salvini e Berlusconi trovassero insieme un uomo davvero nuovo, credibile e fuori dai giochi, come è stato Brugnaro per Venezia, allora l’esito finale potrebbe riaprirsi; perché il centrodestra in Italia ha una riserva di voti più ampia, e non è scontato che lo schema di Renzi – giocarsi la partita a tutto campo, ponendosi non come antiberlusconiano ma come postberlusconiano – porti i voti necessari a compensare l’emorragia a sinistra. Restare accanto alla Lega, per ricostruire un’alleanza credibile in futuro per il governo del Paese: al di là delle intemperanze verbali che certo ascolteremo domani da piazza Maggiore, Berlusconi non ha prospettive diverse da questa. Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 7 novembre 2015

….Aldo Cazzulo non è un “uomo di destra”, anzi è notoriamente su posizioni politiche molto lontane dalla Destra,  per cui c’è da stupirsi di quanto oggi scrive, anche paventando una possibile capacità di vittoria di un centro destra riaggregato alle prossime scadenze elettorali, vuoi amministrative, vuoi politiche. C’è da stupirsi, certo,   e magari anche da immaginare un qualche sospetto che si tratti di una tesi trappola, cioè sostenere la ineluttabilità della riaggregazione del centro destra e nell’ambito di questa il riavvicinamento di Forza Italia e Berlusconi alla Lega Nord e a Salvini,  per far scappare  gli elettori moderati, quelli non proprio felici del linguaggio di Salvini, allo scopo, nascosto, di indurli a rivolgersi al nuovo  ( e orrendo) nuovo centro  rappresentato da Renzi e dal suo partito in cui sono ormai più i transfughi che provengono da ogni parte politica che non gli originari fondatori del PD, cioè ex comunisti e ex cattolici democratici. Può essere, certo, perchè in politica ogni sospetto è lecito, anzi utile, ma nella fattispecie Cazzullo ha indicato una via obbligata per Berlusconi e per l’intero centrodestra: se non ci si aggrega non si va da nessuna parte, divisi si resta solo testimoni senza voce nel panorama politico del nostro Paese e del Continente che non è quello che avevano e avevamo sognato, cioè un continente capace di far politica, di essere interprete di tutti senza rinnegare le Patrie di nessuno. Sin qui la strategia, cioè unirsi. Poi c’è la tattica, cioè nell’ambito della riaggregazione individuare gli strumenti e i percorsi più utili per raggiungere l’obiettivo. E forse più che nella strategia, inevitabile, è nella tattica che si può e si deve misurare la capacità di una nuova alleanza che possa trasformarsi in forza di governo. E in questo senso non sono mancati nel passato, recente  e meno recente, molti errori, ma anche altrettanti esempi di intelligenza e buon senso. Da uomini di destra qual siamo,   senza se e senza ma, confidiamo con tutta la nostra forza che più che agli errori del passato, da passato  si attinga il buon esempio. g.

I MERITI DELL’EUROPA, di Antonio Polito

Pubblicato il 2 settembre, 2015 in Il territorio | No Comments »

Questa estate del settantesimo anniversario dalla fine della guerra l’Europa l’ha trascorsa a litigare sull’euro, ma l’Asia la sta passando a parlare di guerra. Domani la Cina comunista celebrerà per la prima volta, ascrivendosela, la vittoria contro il Giappone, con un’esibizione di potenza militare tanto più minacciosa perché inscenata in quella piazza Tienanmen dove l’Esercito Popolare fu usato contro il suo popolo (tra parentesi: era proprio necessario mandarci il nostro ministro degli Esteri? Non bastava un ambasciatore, come hanno fatto Usa e Germania?). Né è meno surriscaldato il clima nel Paese sconfitto: in Giappone infuria il dibattito sul riarmo, il governo reinterpreta e forse emenda l’articolo 9 della Costituzione, caposaldo del pacifismo nipponico post Hiroshima, con l’ambizione di riappropriarsi del diritto di usare le forze armate; e gli studenti protestano riempiendo la piazza di Tokyo come se fossero gli anni 60, insieme alle star della musica e della tv si schierano contro il premier Abe.

Territori restano contesi, tra il Giappone e la Russia, tra il Giappone e la Cina. La Corea del Nord è uno Stato canaglia che gioca col nucleare. Tokyo si sente accerchiata, sempre meno protetta da un’America stanca di guerra, teme di non potersi più permettere il pacifismo e appare sempre più stufa di dover chiedere continuamente perdono ai suoi ex nemici (per l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino l’attuale imperatore Akihito dovrebbe scusarsi con la Cina a nome del padre defunto Hirohito, riaprendo così la questione imperiale). Il Giappone riscopre il nazionalismo e lo nutre di un revisionismo storico che celebra, insieme alle vittime della guerra, anche i criminali di guerra sepolti con loro, e sempre più spesso tenta di ridimensionarne i crimini, a partire dallo stupro di Nanchino del 1937.

Per un europeo è sorprendente assistere al perdurare, e addirittura all’incrudelirsi di un così forte rancore per vicende storiche da cui ci dividono tre o quattro generazioni. I regimi asiatici sfruttano il patriottismo fino al punto di inventare tradizioni, per controllare il passato e far dimenticare i guai dell’oggi. È come se in Europa la Francia dedicasse una parata militare e una settimana di ferie dal lavoro a celebrare la sconfitta della Germania, o un giornale tedesco pretendesse le scuse di Elisabetta II per il bombardamento a tappeto di Dresda del 1945.

Ma la ragione per cui tutto ciò ci sembra assurdo e anacronistico non è perché la storia non si possa ripetere se non come farsa: basta guardare a ciò che sta accadendo in queste ore in Ungheria per capire che gli esseri umani sono capacissimi di ripetere anche la tragedia. Ciò che in Europa è diverso è l’atto di volontà politica con cui ci siamo buttati alle spalle il nostro tragico Novecento dando vita a una Unione tra gli Stati che si erano combattuti, trasformando cioè la fine della guerra in vera pacificazione, e l’antagonismo militare in cooperazione economica. I venti che soffiano in Asia, continente in cui questo processo non è mai nemmeno cominciato, dovrebbero ricordarcelo.

Aver messo fine alle guerre non è un merito obsoleto dell’Europa buono solo per la cerimonia del Nobel per la pace, qualcosa di così scontato e di così lontano dalle nuove generazioni da non giustificare più la fatica, le pecche e gli errori dell’Unione. Tutto sommato, è molto meglio litigare sull’euro che sul riarmo. Perfino la crisi dei migranti è una conseguenza di questo successo storico. L’Europa è un’oasi di pace circondata da un mare di guerre, attrae chi ama la vita come una calamita. O, se vogliamo, come un faro di civiltà nella notte infinita dell’odio tra i popoli . Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 2 settembre 2015

……Ha ragione Polito a rivendicare all’Europa il merito di aver trasformato  un’area di guerre, l’ultima  è stata la più disastriosa di tutte, in un’area di pace, e che è meglio litigare sull’euro ( e non solo!) piuttosto che cannonneggiarsi l’uno con l’altro. Però dimentica Polito di sottolineare  che il merito va riconosciuto e  ascritto ai Padri dell’Europa  che perseguirono con determinazione e impegno questo obiettivo; ma quegli stessi Padri dell’Europa unita, o meglio degli Stati uniti d’Europa, pensavano ad una Europa dei Popoli e delle Nazioni, non pensavano certo all’ Europa dei burocrati e ad una unione europea solo economica e non politica, o, peggio ad una europa dedescocentrica nonostante tra i Padri  della nuoiva Europa v’era Adenauer che, però, aveva una visione molto più aperta rispetto ai tedeschi di oggi. Ai meriti, quindi, debbono far da riscontro i demeriti e se si vuole le degenerazioni rispetto all’Idea che mosse gli statisti di un sessantennio fa ad adoperarsi per creare prima le condizioni e poi le basi per costruire uno Stato sovranazionale che però non affogasse gli spiriti e le tradizioni nazionali in una burocrazia cieca ed egemonica che ha finito col fomentare le avversioni ad una unione europa che annega in un mare di proteste e contestazioni. Si può tornare indietro, recuperare lo spirito dei Padri fondatori dell’unità eurpea e solo allora i meriti  di quei “visionari” potranno conuigarsi con una nuova e più fertile stagione “europea”. g.

SINISTRA DI GOVERNO: PENSIERI E PAROLE DA RITROVARE, di Antonio Polito

Pubblicato il 20 giugno, 2015 in Il territorio | No Comments »

La ex premier danese Helle Thorning-Schmidt (Reuters) La ex premier danese Helle Thorning-Schmidt (Reuters)

C ome i dinosauri, anche il gigante della socialdemocrazia rischia l’estinzione? Le dimissioni presentate ieri alla regina di Danimarca da Helle Thorning-Schmidt, la più glamour dei leader della sinistra europea (Renzi escluso), sembrano l’ultimo segno di un destino crudele, e forse irreversibile, che si sta abbattendo sulla storia centenaria del riformismo. La vicenda danese è altamente simbolica. La giovane premier, sposata col figlio di Neil Kinnock, storico capo del laburismo britannico, non esce infatti di scena per una delle solite oscillazioni del pendolo elettorale; ma è stata travolta dal boom di quella destra anti-immigrati che dal circolo polare in Norvegia fino alla linea gotica in Italia sta rubando voti alla sinistra in nome di un «sacro egoismo» nazionale.

È il male oscuro che divora le radici di una storia ispirata all’uguaglianza e alla fraternità. Per tenere insieme i suoi valori la socialdemocrazia ha sempre avuto bisogno di molti soldi, di crescita economica e forte tassazione, per pagare un sistema di welfare che è diventato il vanto del Vecchio Continente, ma oggi ne è anche la soma. La spesa pubblica non può più essere la misura della giustizia sociale, e la sinistra riformista non ha ancora trovato un altro modo di finanziarla. A soffrirne di più sono proprio gli elettori del tradizionale blocco sociale progressista. Nei quartieri dove sono nati il sindacato e il movimento cooperativo ora si aggirano disoccupati, giovani maschi arrabbiati, ceti medi impoveriti ed esposti alla concorrenza dei nuovi arrivati per la casa, per il lavoro, per l’assistenza.

Nelle società senza poveri, in Svizzera o negli Emirati, i lavoratori stranieri fanno meno paura, anzi, sono accettati come i nuovi servi. Ma non è così a Rotterdam, ad Anversa, o a Dresda. La sinistra riformista ha finora trovato una sola risposta: l’appello alla tolleranza e al cosmopolitismo. Ripete l’antico mantra di Roosevelt, non dobbiamo aver paura che delle nostre paure. Ma la gente ha paura lo stesso. Anche quando non va a destra, è attratta da un nuovo populismo non meno nazionalista, come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, e Grillo in Italia. La socialdemocrazia sta perdendo la battaglia delle idee. E se un movimento politico smette di saper parlare al presente può anche estinguersi, come successe ai liberali inglesi in pochi anni dopo la Grande guerra, o come profetizza Houellebecq accadrà tra breve ai socialisti francesi. Per quanto Renzi non faccia parte, né per cultura né per stile, della storia della sinistra socialdemocratica, neanche il suo Pd può ritenersi immune da questo sommovimento continentale. Neanche la ripresa economica, di per sé, mette oggi al riparo dalla rabbia e dalla paura. Alla danese Helle, di certo, non è bastata. Antonio Polito, Il Corriere  della Sera, 20 giugno 2015

IERI, OGGI E….DOMANI?

Pubblicato il 22 maggio, 2015 in Il territorio | No Comments »

QUELL’EUROCAVILLO CHE COSTA CARO ALLA PUGLIA, di Bepi Castellaneta

Pubblicato il 13 aprile, 2015 in Il territorio, Politica | No Comments »

La furia dell’acqua ha sparso terrore e morte trasformando una luccicante cartolina della Puglia turistica in una palude di fango. E un cavillo legato a una percentuale ha cancellato invece la speranza di un aiuto da parte dell’Europa. I danni infatti non sarebbero superiori all’1,5 del Prodotto interno loro regionale: tanto basta all’Ue per impedire di avviare la pratica, questa semplice soglia è sufficiente per respingere qualsiasi progetto di rinascita che passi per gli aiuti comunitari. Perché proprio quella percentuale è il limite fissato nei rigidi meccanismi di un ingranaggio che non fa sconti anche se paradossalmente si chiama «fondo di solidarietà». Una misura che sarà pure ancorata a una giusta ripartizione delle risorse tra i vari Paesi, ma sfugge a una logica di equità se si tiene presente che in una regione ogni provincia è differente dall’altra e il comune denominatore del Pil regionale può raccontare una situazione diversa dall’emergenza reale. Fatto sta che il Gargano si ritrova solo, lasciato a rimboccarsi le maniche dopo la tragedia che il 6 settembre dell’anno scorso travolse Peschici e altri centri vicini, un’alluvione che provocò due vittime e devastò nel giro di poche ore case e alberghi, campeggi e fattorie. Una terra in ginocchio, come annunciato dallo spicchio di mare divenuto marrone, un lago spettrale, immobile, sorvolato dall’elicottero di Matteo Renzi: il premier accorse al capezzale della Puglia ferita, ma non è chiaro quali verifiche siano state fatte dal governo per accertare se i danni fossero davvero inferiori alla fatidica soglia stabilita dall’euroburocrazia e se ci fossero i presupposti per avviare la richiesta di accesso ai fondi.

Due giorni fa la Commissione europea ha sbloccato 1,98 milioni di euro per la Bulgaria, 8,5 milioni per la Romania e 56 milioni per l’Italia: risorse che serviranno a coprire gli interventi di emergenza attivati in seguito alle alluvioni in Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte e Toscana. Lo ha annunciato la Commissaria per la Politica regionale dell’Ue, Corina Cretu, dopo l’interrogazione dell’europarlamentare (lombarda) di Forza Italia Lara Comi. Per la Puglia non è previsto neanche un centesimo: il governo italiano non l’ha inserita nel dossier inviato a Bruxelles. Sul Gargano dovranno arrangiarsi da soli, aggrappandosi a fondi statali e regionali. Come avvenne dopo il tragico incendio del 24 luglio del 2007 a Peschici: tre morti e migliaia di sfollati, almeno cinquanta milioni di danni, ma la richiesta di risarcimento fu respinta perché la domanda fu presentata in ritardo. E adesso, l’Europa è ancora più lontana. Bepi Castellaneta, Il Corriere del Mezzogiorno, 13 aprile 2015

…Una ragione di più per dubitare della efficienza e, sopratutto, delll’equilibrio della istituzione europea, la stessa che come nei paesi del terzo mondo sanzionano i pescatori italiani se usano reti di un millimetro in più dello stabilito per la pesca di pesci che attraverso le reti non passerebbero neppure se fossero fantasmi. Ecco, questa è la Europa dei burocrati strapagati per fare leggi e regolamenti a dir poco strampalati. E a farne le spese sono, come i quiesto caso, i ougliesi, i foggiani, i pescatori di Peschici. g.

I MISTERIOSI COSTI DEI POLITICI, di Gian Antonio Stella

Pubblicato il 2 aprile, 2015 in Il territorio | No Comments »

«Misteriosi e non accessibili»: sono sassate, le parole del «rapporto Cottarelli» per spiegare i troppi dubbi sui canali attraverso cui i soldi seguitano ad arrivare alla cattiva politica. Sassate che mandano in pezzi la bella vetrina luccicante dove era stata esposta agli italiani l’abolizione del finanziamento pubblico.
Ma come: neppure gli esperti scelti dal commissario incaricato dallo Stato di scovare le escrescenze da rimuovere con la spending review han potuto scavare fino in fondo? No. Carlo Cottarelli l’aveva buttata lì nell’intervista a Beppe Severgnini mentre già stava tornando al suo ufficio a Washington: «Spesso molti documenti non mi venivano dati. Non per cattiva intenzione, ma perché non facevo parte della struttura».

Il dossier «numero 5» sui costi della politica, tenuto in ammollo un anno (con spiritati inviti ad agire «entro fine febbraio 2014») accusa: «Il lavoro è stato reso difficoltoso dalla difficoltà di accesso ai dati e dalla bassa qualità degli stessi». Non solo «l’eterogeneità della contabilità regionale ha reso molto difficile svolgere stime accurate» ma, appunto, «restano misteriosi e non accessibili molti dei flussi finanziari che rappresentano forme diverse di finanziamento del sistema della politica». Testuale.

Vale per le Fondazioni dai nomi più altisonanti che, in assenza di regole chiare, sono ripetutamente coinvolte in pasticci troppo spesso dai risvolti giudiziari. Vale per i privilegi figli di altre stagioni e accanitamente difesi come le prebende ai giornali di partito, le agevolazioni postali (0,04 euro a lettera!) che si traducono «in un credito di Poste Italiane nei confronti del Tesoro per 550 milioni di euro», o l’Iva sulla pubblicità elettorale al 4 per cento, «ovvero la stessa aliquota vigente per i beni di prima necessità». Vale infine per le agevolazioni fiscali più generose concesse a chi regala soldi a questa o quella forza politica invece che, ad esempio, ad una onlus impegnata nell’assistenza ai malati terminali: «Non appare evidente il motivo per cui ai finanziamenti privati ai partiti debba essere riconosciuto un regime di favore rispetto alle altre associazioni».

Per non dire di norme che sembrano studiate apposta per sollevare fumo. Un esempio? Il comma 3 dell’articolo 5 dell’ultima legge sul finanziamento pubblico dove, in una brodaglia di 342 parole e tecnicismi si spiega che il nome di chi dona fino a centomila euro l’anno a un partito «con mezzi di pagamento diversi dal contante che consentano la tracciabilità» va reso comunque pubblico sul sito web del partito stesso. Ma solo nel caso «dei soggetti i quali abbiano prestato il proprio consenso». Evviva la trasparenza…
Eppure l’ex commissario ai tagli batte e ribatte lì: trasparenza, trasparenza, trasparenza. «La pressione dell’opinione pubblica è essenziale per evitare gli sprechi». Quindi, salvo le rare e ovvie eccezioni che riguardano la sicurezza, «tutto dev’essere disponibile online ». Tutto. Dalla banca dati dei costi standard a quella dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici.
E sempre lì torniamo. Alla necessità assoluta di offrire ai cittadini la possibilità di leggere i bilanci. Leggerli sul serio: la vera trasparenza non può essere alla portata dei soli specialisti in grado di capire le più acute sottigliezze da legulei. Se è vero, come scriveva un secolo fa Max Weber, che lo Stato «cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico perché questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico», è fondamentale per noi, che abbiamo un enorme problema di corruzione, aprire le finestre perché ogni contratto sia finalmente trasparente. E leggibile.
Perché è lì, come hanno dimostrato decine di casi, che si annida la serpe del finanziamento occulto dei cattivi imprenditori ai cattivi politici. Scardinando le regole della sana economia, facendo lievitare i costi e imponendo, dice la Corte dei Conti, «una vera e propria tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini».

Lo sapevamo già prima del rapporto Cottarelli? Certo. Colpisce, però, leggere su un documento ufficiale lo sfogo di chi, dopo essersi visto affidare dallo Stato la missione di studiare le storture di un sistema ancora corrotto dalla cattiva politica, spiega di aver dovuto fare i conti con ostilità enormi.
Basti leggere, oltre ai già citati, questo passaggio firmato dal gruppo di studio guidato da Massimo Bordignon, che confessa di non essere proprio in grado di fornire dati precisi, ad esempio, sulle buste paga reali di governatori, assessori o consiglieri: «La difficoltà a ricostruire una banca dati affidabile per i costi del personale politico, incontrata anche in questo rapporto, dipende (oltre che dalla presenza della diaria) dalla moltiplicazione delle indennità, che gonfiano le retribuzioni e rendono poco significativa la retribuzione del singolo consigliere per la stima della spesa complessiva» Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 2 aprile 2015

……Mentre per gli italiani di serie B c’è l’Agenzia delle Entrate che controlla anche i respiri di ciascuno di noi, per i politici non c’è regola che tenga, i loro conti restano blindati e inaccessibili per tutti, anche per quelli designati al controllo con tanto di roboanti decreti e altrettanti roboanti annunci. g.

DOPO IL CASO LUPI: DUE PESI E DUE MISURE, di Antonio Polito

Pubblicato il 21 marzo, 2015 in Il territorio, Politica | No Comments »

Maurizio Lupi, ex ministro delle Infrastrutture (Reuters)

Maurizio Lupi, ministro della Repubblica, non indagato, dimesso. Vincenzo De Luca, candidato governatore della Campania, condannato in primo grado per abuso di ufficio, non dimesso. Francesca Barracciu, indagata, candidata governatore della Sardegna, dimessa; poi promossa sottosegretario (insieme ad altri tre sottosegretari indagati, sulla cui posizione pare che il premier stia ora riflettendo). Nunzia De Girolamo, ministro, all’epoca non indagata, dimessa.

Ce n’è abbastanza per chiedersi se esista un nuovo codice non scritto per il trattamento dei politici che finiscono negli scandali, e chi l’abbia scritto. Di certo quello vecchio è caduto in disuso. All’epoca di Tangentopoli bastava un avviso di garanzia per tagliare la testa a un membro del governo. Ma anche dopo, nella Seconda Repubblica, vigeva una prassi che potremmo definire sì «giustizialista», ma regolata. In sostanza consisteva nell’affidare ai pm e ai giudici la selezione della classe dirigente: a ogni provvedimento giurisdizionale seguiva una più o meno adeguata sanzione politica. Prassi poi codificata in legge con la Severino, che fissa nella prima condanna il limite oltre il quale scattano le punizioni, cominciando con la sospensione per finire con la decadenza in caso di sentenza definitiva.

Ma oggi, nell’era Renzi, la Severino è contestata per eccessiva rigidità, e infatti pur condannato De Luca si candida; mentre sembra essersi alzata la soglia di tolleranza per i non indagati. La spiegazione potrebbe essere nello strapotere del premier: in realtà si dimette solo chi decide lui. E qualcuno perciò lo accusa di colpire di preferenza gli scandali degli altri, e di coprire quelli più vicini a lui; un classico caso di due pesi e due misure. Ma neanche questo sembra essere del tutto vero, perché fu Renzi a far dimettere il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, democratico, indagato, che non ne aveva alcuna voglia. Qual è allora il nuovo criterio?

Io credo che sia l’umore dell’opinione pubblica, di cui Renzi si considera un buon medium. Nel senso che il premier usa come metro morale il suo gradimento politico: se una condanna può essere perdonata dagli elettori (nel caso di De Luca, per esempio, parrebbe di sì, visto che ha vinto le primarie) lui lascia perdere, se capisce che può arrecargli un danno serio nel suo rapporto con l’opinione pubblica, come nel caso di Lupi, diventa inflessibile.


È un metodo a suo modo politico, certo più di quello giustizialista che non si può davvero rimpiangere; ma senza regole, e molto arbitrario. Soprattutto perché dipende da circostanze e dettagli casuali, spesso senza rilevanza penale, che possono molto influenzare l’opinione pubblica se sono mediaticamente efficaci. Un Rolex in regalo, per esempio, un abito di sartoria in offerta, un modo di parlare sgradevole o volgare al telefono, valgono mille condanne penali nel tribunale del popolo e dei media. E non è certo una novità. Berlusconi ha pagato molto di più in termini di consenso e di credibilità per il caso Ruby, nel quale è stato assolto, che nel processo per frode fiscale in cui è stato condannato.

È un processo tipico delle società di massa, ma pieno di incognite. Se infatti un’intercettazione è più importante di una sentenza, e diventa decisivo se farla conoscere o no, per riassunto o testuale, e il momento dell’inchiesta in cui la si rende pubblica, allora rischiamo che la lotta politica condizioni il corso della giustizia, invece che la giustizia influenzi la politica come avveniva vent’anni fa. Un giustizialismo alla rovescia, esercitato dalla piazza invece che dal tribunale. Non so se è meglio. Fu una piazza a salvare Barabba e a mandare a morte Gesù. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 21 marzo 2105

……..Ci gira intorno, Polito, ma la sostanza del problema è che Renzi decide chi deve soggiacere e chi no al giustizialismo edizione 2015. E’ valso per Lupi, non indagato, la regola del “prodomosua” cioè di Renzi che oramai è l’unica regola a cui si attiene il capo  del Pd e il capo del governo. Già questa anomalia,  il doppio incarico, la dice lunga sulla situazione italiana. Chi non ricorda, ai tempi della DC, la furibonda guerra che si scatenò all’interno della Balena Bianca quando De Mua, segretaro della DC, ebbe l’incarico di formare il governo, succedendo a Craxi fatto sloggiare da palazzo Chigi? I demitiani volevano che De Mita mantenesse il doppio ncarico, forse temendo, a ragione che il loro capo averbbe perso nel tempo tutti e due gli incarichi. Avevano ragione perchè così andò! Ma regola della incompatibilità del doppio incarico – segretario e premier – era una antica tradizione democristiana – solo Fanfani li aveva tenuti entrambi ma per pochiossimo tempo -  e quella regola prevalase, giustamente,  anche nel caso di De Mita. Del resto anche nel partito post comunista questa regola fu osservata allorquando D’Alema segretario, lasciò la carica per fare il premier. Invece Renzi, giunto a Palazzo Chigi dopo aver fatto sloggiare Letta con un post su twitter, si autò segnalò quale successore di Letta e si guardò bene dal lasciare il posto di segretario, senza che nessuno, all’interno del suo partito, glielo contestasse. Questa anomalia, il ruolo di controllore-controllato (qualcuno rilegga in proposito un piccolo saggio  degli anni 70 del secolo scorso che reca la firma di Pinuccio Tatarella) gli consente ora di spradoneggiare a suo piacimento decidendo, come se ci si trovasse ancora nell’assemblea francese postrivoluzione, chi deve morire e  chi deve essere salvato, usando a  questo riguardo, come parrebbe sostenere Polito, solo l’umore della folla, ovviamente utilizzato da Renzi solo a proprio favore. Ma non è così. Renzi decide solo in base al suo personale interesse che osa far coincidere con il suo di interesse. Tutto ciò più che apriree la strada ad un regime, apre la strada all’ulteriore arretramento del Paese a danno dei cittadini. g.

IL CENTRO DESTRA ALLO SBANDO, di Angelo Panebianco

Pubblicato il 6 marzo, 2015 in Il territorio, Politica | No Comments »

L a questione delle alleanze elettorali è oggi il solo argomento di rilievo di cui si discuta pubblicamente nell’area moderata (Forza Italia, Ncd) del centrodestra. Forza Italia deve allearsi con Alfano e Casini o con la Lega di Salvini? O deve riuscire a tenerli tutti insieme? Le alleanze sono importanti ma è patologico che soltanto di questo si parli. Svela il vuoto di idee da cui quella parte del centrodestra è afflitto e mostra, più in generale, uno schieramento di destra che, sul piano nazionale almeno, potrebbe essere destinato a non toccar palla per un tempo assai lungo (cinque anni? dieci? di più?). Perché discutere di alleanze anziché delle cose che si intendono fare, significa non avere capito quali novità abbia introdotto nel discorso pubblico l’ascesa di Matteo Renzi.Lega di Salvini a parte (che invia messaggi chiari agli elettori sulle cose che vuole fare), se guardiamo agli stili comunicativi dei vari esponenti del centrodestra, solo pochissimi sembrano avere mangiato la foglia, sembrano aver compreso la novità.
Prima di Renzi, la politica elettorale funzionava così: si formavano l’una contro l’altra armata due coalizioni altamente eterogenee, attraversate da dissensi programmatici radicali, tenute insieme solo dalla volontà di battere il comune nemico. Così faceva Berlusconi, così faceva la sinistra. Chi vinceva le elezioni, naturalmente, non riusciva a governare. Mettendo insieme il diavolo e l’acqua santa, la Lega di Bossi e l’Alleanza Nazionale di Fini, gli ex democristiani di Casini e Mastella e i liberisti della prima Forza Italia, nel 1994 Silvio Berlusconi fece il miracolo di fare nascere uno schieramento politico di destra. In una Repubblica che un tale schieramento non aveva mai conosciuto la novità fu sconvolgente. Negli anni seguenti, però, i limiti di alleanze elettorali culturalmente e programmaticamente eterogenee vennero tutti fuori. Si faceva una grande fatica a governare, non parliamo poi della possibilità di mantenere le ambiziose promesse elettorali.
Chiedersi oggi se ci sarà o no una alleanza che comprenda i pro-euro di Alfano e gli anti-euro di Salvini, il liberoscambismo di Forza Italia (o di certi suoi settori) e il protezionismo economico duro e puro della Lega, i filo-americani e i filo-russi, significa ragionare nei termini antichi, quelli che hanno preceduto il ciclone Renzi. Alle Regionali ancora ancora, ma chi volete che possa prendere sul serio una simile armata Brancaleone nel caso di elezioni politiche nazionali?

Come e perché Renzi ha cambiato le carte in tavola? Le ha cambiate dicendo cosa avrebbe fatto o voluto fare, anche in barba ai maggiorenti del suo partito. Ha avuto successo (è stato premiato dall’opinione pubblica) perché ha rotto con la tradizione. Non ha detto alla sinistra, come si faceva prima di lui: mettiamoci tutti insieme intorno a un tavolo e troviamo un minimo comun denominatore. Ha detto invece: io voglio fare questo e quello, chi ci sta venga con me.

Non c’è bisogno di prendere per oro colato tutto ciò che Renzi ha detto e dice, o ha fatto e fa, per riconoscere il cambiamento radicale di cui è stato l’artefice. Si può anche pensare tutto il male possibile delle sue riforme, ma gli va comunque dato atto del fatto, ad esempio, che sta cercando di sconfiggere (eliminando il bicameralismo paritetico) il conservatorismo costituzionale tradizionalmente dominante a sinistra. Ancora, si possono anche fare le bucce al Jobs act ma si deve riconoscere che lo scontro fra Renzi da un lato e la Cgil e la sinistra del Pd dall’altro non è una pantomima, è un conflitto vero.

In queste circostanze, continuare, come fa Forza Italia, ad invocare alleanze fra gli opposti (come Alfano e Salvini) significa non avere capito che le regole del gioco sono cambiate.

A destra, solo Salvini parla di cose da fare anziché di alleanze. Proprio questo probabilmente, lo premierà elettoralmente. Solo che se ciò avvenisse, se a destra il baricentro si spostasse verso la Lega, il centrodestra nel suo insieme non sarebbe più competitivo per un lungo periodo. Se il suo più temibile avversario dei prossimi anni risulterà Salvini, Renzi potrà dormire tra due guanciali. Nessuno lo farà sloggiare da Palazzo Chigi per chissà quanto tempo.

Il centrodestra tornerà competitivo solo se e quando la parte più centrista di quell’area avrà appreso la lezione. Quando avrà capito, cioè, che per vincere non deve smussare le differenze fra i partiti, al fine di dare vita a alleanze elettorali incoerenti e purchessia, deve fare invece proposte chiare agli elettori. Per rendere di nuovo il centrodestra competitivo rispetto alla «sinistra dopo la cura Renzi» quelle proposte, presumibilmente, dovrebbero avere due obiettivi: il contrasto, sul piano culturale oltre che politico, in nome del libero scambio, all’impraticabile e irrealistico protezionismo economico propugnato dalla Lega, nonché il definitivo abbandono di quel corporativismo spicciolo (caro sia al Nuovo centrodestra che a settori di Forza Italia), quella vocazione a tutelare ogni categoria professionale «amica», che ha sempre impedito al centrodestra, quando ha governato, di aprire i mercati chiusi e protetti alla concorrenza. Se le proposte intercetteranno favori e umori dell’opinione pubblica, le alleanze seguiranno. È vero il fatto, naturalmente, che, proprio come ha dimostrato la sinistra, le nuove idee richiedono nuovi leader.

Stringere buoni accordi elettorali, in politica, è sempre cosa utile. Ma lo è di più capire come e perché il gioco sia cambiato e quali siano le nuove regole. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 6 marzo 2015

…..Il titolo dell’articolo di Panebianco era: Il  complesso dell’altro Matteo. Lo abbiamo cambiato  perchè in verità quella di Panebianco è una desolante rassegna dello stato  attuale del centrodestra italiano  che espulso dal potere,  per tentare di  ritornarci pensa solo a ripetere uno schema che se andò bene 20 anni fa, nel vortice di Tangentopoli, con risultati miserabili, acuiti da questioni private del leader che in queste ore tornano prepotentemente ed indecentemente alla ribalta, non è più attuabile oggi.  Scrive Panebianco che mettere insieme il diavolo con l’acqua santa come accedde nel 1994 non  solo non è più possibile ma non raggiungerebbe l’obiettivo, sempre che un elettorato ormai disilluso e in qualche modo “educato” dall’avventura renziana, sia disposto a tornare indietro e accontentarsi di slogan piuttosto che di risultati. Non sono gli slogan che possono aiutare il centrodestra nel secondo decennio del 21° secolo,  in primo luogo a raccogliere consensi e quindi a  riprendere la scena. Sono i programmi di lavoro che debbono corrispondere alle attese degli elettori dimostrandosi concreti e realizzabili. Ma ove pure il centrodestra fosse capace di  elaborare ed esprimere un programma  unitario in grado almeno in teoria di raccogliere  il consenso, occorre che chi lo illustri agli elettori abbia le carte in regola. Cioè, scive Panebianco, le nuove idee, alias i nuovi programmi, hanno bisogno di nuovi leader. Di ciò ha bisogno il centrodestra, di nuovi leader in grado con il linguaggio e il comportamento, ripetiamo, con il comportamento oltre che con il linguaggio,  di rendere credibile uno schieramento che ha fatto di tutto, nel linguaggio e nel comportamento, per alienarsi il voto di  milioni di elettori. Ma non ci sembra nè che ce ne siano  all’orizzonte, nè che ci sia chi, al centro o in periferia, sia disposto a far largo e spazio ai  possibili protagonisti di  una nuova aurora per il centro destra italiano. Anzi, al centro e in periferia, in ciascuna delle tante molecole in cui si è frammentato il centro destra, imperversa solo il “togliti tu che mi ci metto io”. Sic stantibus rerum, il peggio deve ancora venire. Purtroppo. g.

Perché io elettore di centrodestra non voterò Schittulli, di Amerigo De Peppo

Pubblicato il 26 febbraio, 2015 in Il territorio, Politica | No Comments »

Francesco Schittulli con Silvio BerlusconiFrancesco Schittulli con Silvio Berlusconi

Caro Presidente Berlusconi, può un elettore importunare il leader del suo partito, peraltro già alle prese con mille problemi, per annunciargli che, in occasione della prossima tornata elettorale, non potrà contare sul suo voto? Che nel suo piccolo non sosterrà un gentiluomo come il professor Schittulli? Può e deve.

Lo deve innanzitutto per quella doverosa lealtà nei Suoi riguardi , quella lealtà che è mancata in quegli eletti con il simbolo del PdL che, all’improvviso, hanno voltato le spalle a Lei e a quegli Elettori che li avevano votati, nel caso dei parlamentari senza neanche poterli scegliere.

Lo può, perché, almeno nel mio caso, intendo dare nel mio piccolo un segnale: non sono detentore di un pacchetto di voti, controllo a malapena il mio, ma se, dopo aver votato Forza Italia e Pdl ininterrottamente dal 1994 a oggi, intendo prendermi una “vacanza”, vuol dire che almeno ai miei occhi si sta commettendo un suicidio politico ed è impossibile per me prendervi parte.

Mi spiego. Dopo l’ennesima delusione per il risultato alle elezioni comunali a Bari, ho sperato, ho voluto credere che almeno in vista delle regionali la scelta del candidato sarebbe avvenuta in tempi brevi e che, come peraltro era stato fatto in passato, sarebbe stata scelta una figura capace quantomeno di potersi battere per la vittoria. Invece assisto da mesi al solito, mesto teatrino della politica: tavoli di coalizione che non hanno portato a nulla, assurdi veti personalistici, figli di una volontà di resa dei conti, che hanno fatto ipotizzare sin dal primo momento una soluzione di compromesso al ribasso, uno snervante ping pong tra Bari e Roma. Insomma, rinvii su rinvii: per fortuna la legge imponeva ovviamente la presentazione delle candidature prima del voto, altrimenti sulla scheda, come su alcuni atti di compravendita di immobili, avremmo trovato la dicitura “candidato presidente da definire”…

Sono intimamente convinto che le primarie di coalizione sarebbero state l’unico modo per dare uno choc positivo all’elettorato pugliese di centrodestra, visto che non si riusciva a tirare fuori il coniglio dal cilindro, ossia un nome nuovo così carismatico da rompere tutti gli schemi e riaprire una partita che non io, ma l’autorevole notista del Giornale Adalberto Signore dà per persa già da qualche mese. Ormai però, dopo aver archiviato l’opzione primarie, il risultato finale sarà che Schittulli candidato, con l’ennesima partenza ad handicap e l’inevitabile “fuoco amico” che lo colpirà da alcuni settori della coalizione, grazie anche all’inqualificabile sistema del voto disgiunto, potrà ambire al massimo a un onorevole piazzamento. Insomma, il nuovo governatore della Puglia ha già un nome: Michele Emiliano.

E allora? Tempo fa, respinsi con sdegno l’analisi di un amico, politico pugliese della Prima Repubblica, secondo il quale la nostra regione era diventata ormai l’Emilia Romagna del Sud, ma ora devo purtroppo ammettere che aveva e ha ancora ragione.Di qui la mia decisione. Non parteciperò all’ennesimo funerale del centrodestra pugliese, non voterò per un galantuomo, sconfitto in partenza, ma non mi asterrò, dal momento che in questo modo andrei a confondermi con chi è ammalato, con chi è lontano da casa per lavoro, o magari si è dimenticato dell’appuntamento elettorale per andare alla partita o dalla fidanzata…

No, io non mi asterrò e per rafforzare questo mio gesto polemico voterò per Michele Emiliano. Se con questi atteggiamenti poco comprensibili il centrodestra sta facendo di tutto per agevolargli il cammino verso la vittoria, facendomi sentire deluso come i tifosi di quelle squadre i cui giocatori si vendevano le partite, allora offro il mio aiuto anche io, e in maniera trasparente, a Michele Emiliano, attribuendogli il mio piccolo, insignificante consenso. Il mio no a Schittulli non è un no alla sua persona, ma, come ha detto Lei motivando il Suo rifiuto a votare Mattarella, un no al metodo usato per arrivare alla sua candidatura.

Il mio comunque non vuol essere un invito ad altri elettori del centrodestra perché mi imitino, ma solo la reazione di chi ritiene che così non si possa andare avanti. Se, come i comunisti, credessi nel primato del Partito, al pari di Maurizio Ferrini, il mitico personaggio di arboriana memoria di cui Bersani sembra il clone, direi: “non capisco, ma mi adeguo” e voterei, turandomi il naso. Da inguaribile liberale quale sono, sognatore e individualista, dico invece: “non capisco e non mi adeguo”. Amerigo De Peppo, cfr. Il Corriere del Mezzogiorno, 26 febbraio 2015

….Salvo qualche non marginale “modifica ed integrazione”, questa lettera aperta di un elettore storico, come egli stesso si definisce, di Berlusconi e del centrodestra, potrebbe essere scritta e firmata e sottoscritta da uno qualsiasi dei 10 milioni di elettori di centrodestra che fra il 2008 e il 2014 hanno disertato il voto al PDL-F.I. in tutta la penisola o da uno qualsiasi delle decine e decine e decine di migliaia  di elettori pugliesi che hanno fatto altrettanto tra il 2008, il 2013 e il 2014  e che si apprestano a farlo anche nella ormai imminente scadenza elettorale delle Regionali. Lo spettacolo che si offre agli occhi degli elettori del centrodestra pugliese è ancor più drammatico  rispetto allo spettacolo offerto altrove. Qui lo spettacolo è non solo deludente quanto penoso, con gli insulti che ormai volano come stracci da una parte all’altra, tra i “nemici” di Fitto, che, va detto, hanno dato il là alla bordata di insulti e minacce e  i suoi “amici”, tra i quali non sono mancati i primi disertori come è consuetudine  in ogni luogo e in politica ancor di più. Una cosa però va detta con chiarezza: Fitto ha ragione da vendere nelle cose che dice e nelle contestazioni che fa per la gestione del partito e delle mancate  battaglie politico-parlamentari  di questi ultimi due-tre anni, ma  ha torto lì dove dimentica che di questo andazzo  egli stesso ha fatto uso, o quanto meno ha consentito che se ne facesse uso da parte del suo “cerchio magico” (non è solo Berlusconi ad averne uno….) in suo nome e per suo conto  nella gestione del partito nella nostra regione. Il risultato è che al netto di tutto, le prossime scadenze elettorali, salvo miracoli  e ripensamenti da pate di centinaia di migliaia di elettori moderati, segnaranno la palla in rete di Emiliano in Puglia e, purtroppo, di Renzi nel resto d’Italia, mentre il popolo di centrodestra, quel 65% di italiani, come amava ricordare  Tatarella, che non è e mai sarà di sinistra, dovrà rinuciare non solo a vedere le proprie idee trionfare, ma rinunciare, forse  per sempre, all’obiettivo   di un unico grande contenitore politico-elettorale di centro destra, visto che  prolificano galli e pollai, e tante, tante galline. g.

PRESIDENTE MATTARELLA, ORA APRA IL QUIRINALE AGLI ITALIANI, di Gian Antonio Stella

Pubblicato il 11 febbraio, 2015 in Il territorio | No Comments »

Brindano a Madrid: il Palacio Real, nel 2014, ha fatto il botto: un milione e duecentomila visitatori. In un solo anno. Mostre temporanee e «dependance» escluse. Quanti il Quirinale, dicono i dati diffusi dall’ex segretario generale come prova di apertura al pubblico, in tutti gli otto anni di Giorgio Napolitano. Il confronto dice tutto. E potrebbe spingere Sergio Mattarella, nuovo inquilino di quello che è considerato uno dei più bei palazzi del pianeta, a chiedersi: può essere sufficiente, come gira voce, aprire qualche stanza in più per qualche ora in più la domenica prolungando fino alle otto di sera le visite previste ora soltanto la mattina?

Può esser vantato come un grande successo l’ingresso nella «casa degli italiani» nel 2014 di 15.400 alunni e insegnanti pari a 42 al giorno e cioè poco più di quanti studenti visitano quotidianamente la redazione del Corriere ? Sono in tanti, ormai, a invocare la trasformazione del Quirinale in uno straordinario museo della storia, della cultura, dell’arte d’Italia. Dall’ex vicepremier e ministro della cultura Francesco Rutelli ai presidenti del Fai Andrea Carandini e di Italia Nostra Marco Parini e via via un numero crescente di studiosi, parlamentari, siti web, opinion makers , associazioni, cittadini, giornali… In prima fila il nostro.

Certo, rovesciare di colpo le scelte dei predecessori non è facile. I presidenti nei decenni hanno privilegiato il palazzo sul Colle come luogo simbolo dell’eccellenza e del prestigio del Paese in grado di stupire e affascinare i Grandi del mondo, come una sorta di strepitosa vetrina del nostro patrimonio storico e monumentale. C’era un senso, nel vivere il Quirinale come una sorta di «Reggia» laica senza Papi e senza re. Ma oggi? Anche Francesco, scegliendo di vivere in bilocale del convitto di Santa Marta aveva lo stesso problema: non sarebbe suonata, quella decisione, come una presa di distanza dai Pontefici precedenti? Ha deciso la svolta. E Dio sa quanto il gesto sia stato apprezzato dai fedeli. C’è chi insiste che no, non è il caso che il presidente della Repubblica, di questi tempi, traslochi in un altro palazzo, magari bellissimo, nel centro di Roma. Che il cuore dello Stato è lassù sul Colle e lì deve restare. Può essere. Vanno custoditi con amore, certi simboli. Ma se la stessa Casa Bianca ha accolto l’anno scorso 600 mila visitatori spalmati su cinque giorni settimanali pur essendo un bel villone molto più piccolo e più esposto a ogni genere di rischio, possiamo ben immaginare che il Quirinale, con le sue 1.200 stanze, possa esser insieme le due cose. Lo scrigno dello Stato e un immenso spazio museale spalancato tutti i giorni, e non in dosi omeopatiche, ai suoi proprietari: gli italiani. Gian Antonio Stella, Il Corriere della Sera, 11 febbraio 2015

-….Altri l’hanno  già scritto, ora si aggiunge Gian Antonio Stella a chiedere al neo presiente della Repubblica di rinunciare al ruolo di “re laico” nelle 1200 stanze del Quirinale per aprire le porte di questo splendido palazzo alcentro di Roma, con i suoi giardini sinora privilegio della casta di regime il 2 giugno di ogni anno,  le scuderie aperte solo in occasione di mostre,  e le già ricordate 1200 stanze,  a beneficio degli italiani cosicchè essi possano davvero sentirsi i padroni di quella “casa”. Lo farà Mattarella o come spesso è accaduto sceglierà la strada delle prediche d’occasione, come quella enunciata in occasione della sua proclamazione (penso alle speranze e alle sofferenze degli italiani…)  e perpetuerà la regola sinora seguita dai suoi predecessori? Il tempo, in tempi brevi, darà la risposta. g.