COSI’ UCCIDEVAMO CON BATTISTI: INTERVISTA DI PANORAMA AL COMPAGNO DI TERRORISMO DI BATTISTI PIETRO MUTTI, ORA PENTITO
Pubblicato il 9 gennaio, 2011 in Giustizia, Il territorio, Politica | No Comments »
Cesare Battisti in carcere in Brasile tra un gruppo di deputati brasiliani, ovviamente di sinistra
Se il caso di Cesare Battisti è diventato un’affaire internazionale la colpa è anche sua, che esattamente trent’anni fa ha guidato il commando che ha fatto evadere il terrorista oggi conteso tra Italia e Brasile dal carcere di Frosinone, dove era rinchiuso con una condanna a 12 anni per banda armata, favorendo la sua latitanza. Il «colpevole» è Pietro Mutti, classe 1954, ex compagno di scorribante di Battisti nei Pac, i Proletari armati per il comunismo. Nel 1981 Mutti era passato da poco in Prima linea, viveva in un covo di Roma a pochi passi da San Giovanni. La grande fuga iniziò in una domenica di ottobre e insieme con Battisti, ventisettenne originario di Sermoneta (Latina), scappò anche un giovane camorrista.
«Non ci stupimmo, Cesare era stato ed era rimasto un piccolo malavitoso più che un estremista politico». Il gruppo attraversò a piedi le montagne e poi, in treno, raggiunse la Capitale. Da qui Battisti si diresse a Bologna, dove si rifugiò a casa della sua compagna, un’impiegata che era stata legata sentimentalmente a uno dei fondatori dei Pac. La donna condivideva l’appartamento con un’altra giovane. I loro nomi non sono mai emersi in nessun processo. E anche Mutti preferisce non farli.
Da Bologna Battisti passò in Francia, poi in Messico, quindi di nuovo in Francia e, infine, nel 2004 in Brasile, grazie, si dice, ai servizi segreti francesi. «Sono sicuro che, se anche il Brasile lo avesse estradato in Italia, prima del rimpatrio sarebbe riuscito a sfuggire di nuovo e a trasferirsi altrove» dice Mutti. E aggiunge: «In Italia comunque non tornerà mai. Bisogna mettersi il cuore in pace». Ma chi c’è dietro all’impunità di Battisti? «Credo la Francia e alcuni suoi intellettuali, forse Carla Bruni, la moglie di Nikolas Sarkozy» continua l’ex terrorista «però io non mi occupo di politica internazionale».
Oggi Mutti vive a Milano, la città dove è nato e cresciuto. Negli anni Settanta ha partecipato alla lotta armata, ha compiuto 45 rapine, ha ucciso un uomo; poi si è pentito, ha scontato otto anni di carcere. Il 3 gennaio 2011, in una notte senza nebbia, attende il cronista all’angolo di uno dei vialoni nella zona est. Ha tra le dita una delle immancabili Merit rosse. Ne fuma non meno di 20 al giorno: parte all’alba, quando sale sull’autobus che lo porta al lavoro alle porte di Milano. Indossa un paio di jeans, un maglione grigio e un giubbotto blu con collo di finta pelliccia. Ha un cappelletto in testa, occhialini e baffi brizzolati. È piccolo e snello. Ex operaio dell’Alfa romeo, nel 1977 insieme con un professore di scuola media e con un giovane immigrato sardo è stato proprio lui a fondare i Pac, un gruppo che in poco più di un anno ha rivendicato quattro omicidi e diverse gambizzazioni. Di quella banda faceva parte anche Battisti: «Ma lui si unì a noi più che per ideale politico per sfuggire ai suoi problemi con la giustizia». In effetti, poco più che ventenne, era già stato condannato per diverse rapine, era entrato e uscito più volte dalle patrie galere e all’inizio del 1978, dopo l’assalto a un ufficio postale della provincia laziale, aveva cercato rifugio a Milano, dove era in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei Pac, conosciuto nel carcere di Udine. In un bar gestito da cinesi, davanti a due sambuca e due fernet branca, Mutti commenta gli ultimi sviluppi del caso Battisti.
Che cosa pensa della decisione dell’ex presidente del Brasile, Lula, di non riconsegnarlo all’Italia?
Penso che Battisti sia stato il più furbo di tutti. Lui non era un personaggio del livello di Renato Curcio, e neppure di Valerio Morucci, uno che è riuscito, dissociandosi, a uscirne abbastanza pulito, eppure l’ha scapolata. Ha fregato tutti e ora probabilmente si godrà la vita senza aver mai pagato per le sue colpe.
Lei è il testimone oculare dell’uccisione del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro da parte di Battisti.
Sì: l’ho visto con i miei occhi uccidere quella mattina a Udine (era il 6 giugno 1978, ndr). Battisti ed Enrica Migliorati (una studentessa ventenne, membro dei Pac, ndr) stavano abbracciati come due findazati davanti alla casa di Santoro. Quando il maresciallo è uscito, Battisti gli ha sparato da dietro (tre colpi, di cui due a brucia pelo alla testa, esplosi con un revolver Glisenti calibro 10.20, ndr). Io e un altro compagno, Claudio Lavazza, operaio come me, abbiamo osservato tutto dall’auto in cui li attendevamo. Non mi ricordo se ho girato la testa o se ho osservato la scena dallo specchietto retrovisore della nostra Simca 1.300. Ma l’ho visto mentre sparava.
È sicuro di quello che dice?
Non ho dubbi. Fu lui a sparare, a scegliere il bersaglio, insieme con Cavallina (entrambi avevano conosciuto Santoro in carcere ndr), a fare i sopralluoghi, a portare via le armi in treno dopo l’agguato.
Quando siete scappati dopo aver ucciso Santoro lei, camuffato con dei baffi alla mongola, ha salutato un testimone alzando il pugno chiuso. Eravate su di giri?
Ricordo l’adrenalina per il primo omicidio, ma non c’era esultanza né disperazione. Per noi quella era un’operazione militare. Bisognava essere decisi. Punto.
Lei sostiene che Battisti sia stato anche l’autore materiale del delitto dell’agente di polizia Andrea Campagna. Nei verbali dell’epoca dice che quel delitto fu un po’ un «colpo di testa» di Cesare e del compagno Giuseppe Memeo.
Confermo quelle parole. Il suo ruolo me lo confidò lui stesso.
Battisti è stato incastrato da questi suoi ricordi, da queste sue dichiarazioni, quelle di un pentito. Ma dal Brasile sostiene che lei mente.
A parte che non è stato condannato solo per le mie dichiarazioni, comunque lo hanno accusato e giudicato fior di magistrati che non credo si facessero prendere in giro dal sottoscritto. In ogni caso vorrei sentirlo con le mie orecchie Battisti che mi dà del bugiardo.
Dall’estero l’ha definita «un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo».
Su di me hanno detto di peggio. Comunque quando ho raccontato ai magistrati le vicende dei Pac mi sono autoaccusato di azioni per cui non c’erano prove contro di me. Ho semplicemente detto la verità senza incolpare innocenti.
I sostenitori di Battisti la definiscono una «figura spettrale» e si domandano: «chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa sotto la nuova identità accordatagli dalla legge sui pentiti»
Posso farle vedere la mia carta d’identità: non ho mai cambiato nome, né città. È il loro amico che ha passato la vita a scappare e nascondersi.
Se incontrasse oggi Battisti che cosa gli chiederebbe?
In realtà credo che farei finta di non conoscerlo. Non ho più niente da dirgli. Il passato è passato. Di questa vicenda non mi interessa più niente. Io i conti li ho chiusi.
Che cosa prova nei confronti di Battisti?
Amare non l’ho mai amato. Eravamo caratterialmente troppo diversi. Ma non l’ho neppure odiato. Oggi mi è indifferente.
Che cosa pensa quando lo vede nelle foto sorridente e in manette in mezzo ai poliziotti brasiliani?
Rivedo il Battisti di trent’anni fa. È sempre stato un po’ sbruffone, un tipo strafottente. Però quando osservo quel ghigno penso anche che è stato il più astuto di tutti. Che l’ha messa in quel posto, mi scusi la volgarità, alla giustizia italiana.
Qual è il primo particolare che le viene in mente se ripensa a Battisti.
Il suo sguardo. Ricordo una cena dell’epoca con una compagna in una vecchia osteria di Milano. Alle pareti erano appese teste di animali impagliati. La ragazza guardò la volpe e mi disse: «Ha gli stessi occhi di Cesare».
Dunque era il più furbo. Ma era anche il più crudele?
Eravamo più o meno tutti uguali. Gente determinata. Diciamo che lui non era un prete, ma quanto alla crudeltà non sono io che posso dare pagelle, il mio non è il pulpito giusto. Anch’io ho sparato. E quando abbiamo deciso di ammazzare o gambizzare qualcuno non è che non abbia dormito la notte.
La differenza è che Battisti nega di averlo fatto. Lei non ha mai provato rimorso?
Eccome, se ne ho provato! Ho ucciso per sbaglio una guardia giurata. Per molti anni mi sono svegliato di soprassalto ripensando a lui e alla sua famiglia. E a lungo mi ha agitato il sonno anche il pensiero dei compagni che avevo «tradito» con il mio pentimento. A volte questi due incubi si sono accavallati. Ma oggi ho superato quell’angoscia.
E Battisti pensa che ogni tanto sia tormentato dai fantasmi del passato?
Se lo conosco bene, non credo proprio. Al massimo si sarà autoconvinto di essere stato incastrato. Se un giorno ammetterà di aver ucciso, racconterà che lo abbiamo messo in mezzo, che lo abbiamo infilato, lui povero ragazzo di provincia, in una storia più grande di lui. Ha sempre tirato l’acqua al suo mulino: prima, dopo, adesso. Ma non lo biasimo. Ha pensato a salvarsi e ci è riuscito.
Lei ha un figlio che sta per diventare maggiorenne. Conosce il suo passato?
Sì, ne abbiamo parlato. Abbiamo discusso anche di Battisti. Ma da tempo non affrontiamo più l’argomento e non so come mi giudichi o cosa pensi di Cesare.
Nel 2009 è stato girato un film su Prima linea, sui suoi vecchi compagni Sergio Segio e Susanna Ronconi…
Ne ho sentito parlare, ma non l’ho visto.
Se un regista volesse raccontare la storia dei Pac, chi potrebbe interpretare Battisti?
Credo che andrebbe benissimo Fabrizio Corona, più per l’atteggiamento che per l’aspetto fisico.
La giustizia italiana ha qualche colpa in questa vicenda?
Quella di non avermi arrestato prima che facessi evadere Battisti dal carcere di Frosinone. Senza quella fuga, sarebbe stata tutta un’altra storia. Da PANORAMA, GENNAIO 2011
……Questa intervista che inquadra esattametne di quale assassino sia stato Battisti si incorcia con la decisione del Tribunale Supremo del Brasile che ha deciso di mantenere in carcere Battisti sino alla discusisone del ricorso presentato dall’Italia contro il no di Lula alla sua estradizione e con le polemiche che sono divampate in Brasile contro la decisione di Lula. Confidiamo che alla fine Battisti ci sia restituito e finisca nel carcere la sua vita di delinquente. g.


La politica economica è un’arte del possibile. Al riguardo dai politici non ci si attende quindi una coerenza assoluta. Tuttavia i mutamenti di posizione dei finiani ora sembrano quelli di una nave priva di timoniere. Nell’ultima sessione finanziaria attaccarono il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, perché non faceva abbastanza per la crescita. Tesi azzardata in quel momento, dato che era necessario innanzitutto mettere in sicurezza i saldi del bilancio e il rapporto debito/pil per il triennio. Un’altra critica che si saldava con la prima riguardava la tendenza non abbastanza liberista del governo. Questo disagio di Fli emerge chiaramente nell’ultimo numero (novembre-dicembre) di Charta Minuta, rivista della Fondazione FareFuturo, dedicata a “Quel che resta di Reagan”. Volume nel quale Carmelo Palma, esponente non secondario di Fli, scrive che “nel 2006 Berlusconi e il centrodestra iniziano la sterzata anti reaganiana, che culminerà tra il 2007 e il 2008 nelle filippiche anti mercatiste e anti liberiste di Tremonti”.

Il 2011 del Partito Democratico è iniziato un po’ peggio di come era finito il 2010. Era piuttosto prevedibile. L’anno, infatti, si era chiuso con la mancata sfiducia a Silvio Berlusconi e con le minoranze interne che per amor di Patria e con le minoranze interne che, per amor di Patria, avevano deciso di rimandare la «resa dei conti» a dopo le vacanze. Detto fatto. Neanche il tempo di riprendersi dai bagordi natalizi ed ecco che la battaglia è ripresa più violenta che mai. Divisioni sul caso Fiat, divisioni sulla possibilità di congelare o modificare il meccanismo delle primarie, malumore crescente degli ex Popolari (Giuseppe Fioroni ha comunque ribadito che lui non se ne va), dei veltroniani, dei parisiani, dei rottamatori. Di tutti quelli che, insomma, non si riconoscono nella linea di Pier Luigi Bersani. Il momento della verità è fissato per il 13 gennaio quando si riunirà la direzione nazionale.
Mentre si estraggono i biglietti della Lotteria Italia è in pieno svolgimento un altro avvincente concorso: il gran premio Palazzo Chigi 2011 che vede impegnato Silvio Berlusconi nel salvare la pelle del governo dai continui assalti di amici e nemici. Mancano ancora un po’ di giorni, ma da metà gennaio in poi, ogni giorno sarà buono per capire se Silvio ha i voti per continuare la sua avventura.
Berlusconi è cotto. Non ce la fa. Non ha i voti. Dovrà capitolare e passare la mano. Ho perso il conto delle volte in cui questo scenario è stato dipinto dai suoi amici e nemici. Ogni volta, puntualmente, la forza del Cavaliere viene sottovalutata, la sua presa sul Paese e il suo potere di presidente del Consiglio sottostimato. Prima del 14 dicembre ero uno dei pochi – sulla base di un’analisi realista e non sulle fantasie e i desideri – ad affermare che Berlusconi avrebbe conquistato la fiducia e messo Gianfranco Fini all’angolo. Quando tutto questo si è realizzato, a chi mi guardava stupito per il realizzarsi di quanto andavo raccontando ho risposto: la politica si giudica sui dati di fatto, non sulle pulsioni personali di questo o quel leader o, peggio, dei giornali. Ora ci risiamo.
