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COSI’ UCCIDEVAMO CON BATTISTI: INTERVISTA DI PANORAMA AL COMPAGNO DI TERRORISMO DI BATTISTI PIETRO MUTTI, ORA PENTITO

Pubblicato il 9 gennaio, 2011 in Giustizia, Il territorio, Politica | No Comments »

Cesare Battisti in carcere in Brasile tra un gruppo di deputati brasiliani, ovviamente di sinistra

Se il caso di Cesare Battisti è diventato un’affaire internazionale la colpa è anche sua, che esattamente trent’anni fa ha guidato il commando che ha fatto evadere il terrorista oggi conteso tra Italia e Brasile dal carcere di Frosinone, dove era rinchiuso con una condanna a 12 anni per banda armata, favorendo la sua latitanza. Il «colpevole» è Pietro Mutti, classe 1954, ex compagno di scorribante di Battisti nei Pac, i Proletari armati per il comunismo. Nel 1981 Mutti era passato da poco in Prima linea, viveva in un covo di Roma a pochi passi da San Giovanni. La grande fuga iniziò in una domenica di ottobre e insieme con Battisti, ventisettenne originario di Sermoneta (Latina), scappò anche un giovane camorrista.

«Non ci stupimmo, Cesare era stato ed era rimasto un piccolo malavitoso più che un estremista politico». Il gruppo attraversò a piedi le montagne e poi, in treno, raggiunse la Capitale. Da qui Battisti si diresse a Bologna, dove si rifugiò a casa della sua compagna, un’impiegata che era stata legata sentimentalmente a uno dei fondatori dei Pac. La donna condivideva l’appartamento con un’altra giovane. I loro nomi non sono mai emersi in nessun processo. E anche Mutti preferisce non farli.

Da Bologna Battisti passò in Francia, poi in Messico, quindi di nuovo in Francia e, infine, nel 2004 in Brasile, grazie, si dice, ai servizi segreti francesi. «Sono sicuro che, se anche il Brasile lo avesse estradato in Italia, prima del rimpatrio sarebbe riuscito a sfuggire di nuovo e a trasferirsi altrove» dice Mutti. E aggiunge: «In Italia comunque non tornerà mai. Bisogna mettersi il cuore in pace». Ma chi c’è dietro all’impunità di Battisti? «Credo la Francia e alcuni suoi intellettuali, forse Carla Bruni, la moglie di Nikolas Sarkozy» continua l’ex terrorista «però io non mi occupo di politica internazionale».

Oggi Mutti vive a Milano, la città dove è nato e cresciuto. Negli anni Settanta ha partecipato alla lotta armata, ha compiuto 45 rapine, ha ucciso un uomo; poi si è pentito, ha scontato otto anni di carcere. Il 3 gennaio 2011, in una notte senza nebbia, attende il cronista all’angolo di uno dei vialoni nella zona est. Ha tra le dita una delle immancabili Merit rosse. Ne fuma non meno di 20 al giorno: parte all’alba, quando sale sull’autobus che lo porta al lavoro alle porte di Milano. Indossa un paio di jeans, un maglione grigio e un giubbotto blu con collo di finta pelliccia. Ha un cappelletto in testa, occhialini e baffi brizzolati. È piccolo e snello. Ex operaio dell’Alfa romeo, nel 1977 insieme con un professore di scuola media e con un giovane immigrato sardo è stato proprio lui a fondare i Pac, un gruppo che in poco più di un anno ha rivendicato quattro omicidi e diverse gambizzazioni. Di quella banda faceva parte anche Battisti: «Ma lui si unì a noi più che per ideale politico per sfuggire ai suoi problemi con la giustizia». In effetti, poco più che ventenne, era già stato condannato per diverse rapine, era entrato e uscito più volte dalle patrie galere e all’inizio del 1978, dopo l’assalto a un ufficio postale della provincia laziale, aveva cercato rifugio a Milano, dove era in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei Pac, conosciuto nel carcere di Udine. In un bar gestito da cinesi, davanti a due sambuca e due fernet branca, Mutti commenta gli ultimi sviluppi del caso Battisti.

Che cosa pensa della decisione dell’ex presidente del Brasile, Lula, di non riconsegnarlo all’Italia?
Penso che Battisti sia stato il più furbo di tutti. Lui non era un personaggio del livello di Renato Curcio, e neppure di Valerio Morucci, uno che è riuscito, dissociandosi, a uscirne abbastanza pulito, eppure l’ha scapolata. Ha fregato tutti e ora probabilmente si godrà la vita senza aver mai pagato per le sue colpe.

Lei è il testimone oculare dell’uccisione del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro da parte di Battisti.
Sì: l’ho visto con i miei occhi uccidere quella mattina a Udine (era il 6 giugno 1978, ndr). Battisti ed Enrica Migliorati (una studentessa ventenne, membro dei Pac, ndr) stavano abbracciati come due findazati davanti alla casa di Santoro. Quando il maresciallo è uscito, Battisti gli ha sparato da dietro (tre colpi, di cui due a brucia pelo alla testa, esplosi con un revolver Glisenti calibro 10.20, ndr). Io e un altro compagno, Claudio Lavazza, operaio come me, abbiamo osservato tutto dall’auto in cui li attendevamo. Non mi ricordo se ho girato la testa o se ho osservato la scena dallo specchietto retrovisore della nostra Simca 1.300. Ma l’ho visto mentre sparava.

È sicuro di quello che dice?
Non ho dubbi. Fu lui a sparare, a scegliere il bersaglio, insieme con Cavallina (entrambi avevano conosciuto Santoro in carcere ndr), a fare i sopralluoghi, a portare via le armi in treno dopo l’agguato.

Quando siete scappati dopo aver ucciso Santoro lei, camuffato con dei baffi alla mongola, ha salutato un testimone alzando il pugno chiuso. Eravate su di giri?
Ricordo l’adrenalina per il primo omicidio, ma non c’era esultanza né disperazione. Per noi quella era un’operazione militare. Bisognava essere decisi. Punto.

Lei sostiene che Battisti sia stato anche l’autore materiale del delitto dell’agente di polizia Andrea Campagna. Nei verbali dell’epoca dice che quel delitto fu un po’ un «colpo di testa» di Cesare e del compagno Giuseppe Memeo.
Confermo quelle parole. Il suo ruolo me lo confidò lui stesso.

Battisti è stato incastrato da questi suoi ricordi, da queste sue dichiarazioni, quelle di un pentito. Ma dal Brasile sostiene che lei mente.
A parte che non è stato condannato solo per le mie dichiarazioni, comunque lo hanno accusato e giudicato fior di magistrati che non credo si facessero prendere in giro dal sottoscritto. In ogni caso vorrei sentirlo con le mie orecchie Battisti che mi dà del bugiardo.

Dall’estero l’ha definita «un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo».
Su di me hanno detto di peggio. Comunque quando ho raccontato ai magistrati le vicende dei Pac mi sono autoaccusato di azioni per cui non c’erano prove contro di me. Ho semplicemente detto la verità senza incolpare innocenti.

I sostenitori di Battisti la definiscono una «figura spettrale» e si domandano: «chissà se è ancora vivo, chissà dove abita e cosa fa sotto la nuova identità accordatagli dalla legge sui pentiti»
Posso farle vedere la mia carta d’identità: non ho mai cambiato nome, né città. È il loro amico che ha passato la vita a scappare e nascondersi.

Se incontrasse oggi Battisti che cosa gli chiederebbe?
In realtà credo che farei finta di non conoscerlo. Non ho più niente da dirgli. Il passato è passato. Di questa vicenda non mi interessa più niente. Io i conti li ho chiusi.

Che cosa prova nei confronti di Battisti?
Amare non l’ho mai amato. Eravamo caratterialmente troppo diversi. Ma non l’ho neppure odiato. Oggi mi è indifferente.

Che cosa pensa quando lo vede nelle foto sorridente e in manette in mezzo ai poliziotti brasiliani?
Rivedo il Battisti di trent’anni fa. È sempre stato un po’ sbruffone, un tipo strafottente. Però quando osservo quel ghigno penso anche che è  stato il più astuto di tutti. Che l’ha messa in quel posto, mi scusi la volgarità, alla giustizia italiana.

Qual è il primo particolare che le viene in mente se ripensa a Battisti.
Il suo sguardo. Ricordo una cena dell’epoca con una compagna in una vecchia osteria di Milano. Alle pareti erano appese teste di animali impagliati. La ragazza guardò la volpe e mi disse: «Ha gli stessi occhi di Cesare».

Dunque era il più furbo. Ma era anche il più crudele?
Eravamo più o meno tutti uguali. Gente determinata. Diciamo che lui non era un prete, ma quanto alla crudeltà non sono io che posso dare pagelle, il mio non è il pulpito giusto. Anch’io ho sparato. E quando abbiamo deciso di ammazzare o gambizzare qualcuno non è che non abbia dormito la notte.

La differenza è che Battisti nega di averlo fatto. Lei non ha mai provato rimorso?
Eccome, se ne ho provato! Ho ucciso per sbaglio una guardia giurata. Per molti anni mi sono svegliato di soprassalto ripensando a lui e alla sua famiglia. E a lungo mi ha agitato il sonno anche il pensiero dei compagni che avevo «tradito» con il mio pentimento. A volte questi due incubi si sono accavallati. Ma oggi ho superato quell’angoscia.

E Battisti pensa che ogni tanto sia tormentato dai fantasmi del passato?
Se lo conosco bene, non credo proprio. Al massimo si sarà autoconvinto di essere stato incastrato. Se un giorno ammetterà di aver ucciso, racconterà che lo abbiamo messo in mezzo, che lo abbiamo infilato, lui povero ragazzo di provincia, in una storia più grande di lui. Ha sempre tirato l’acqua al suo mulino: prima, dopo, adesso. Ma non lo biasimo. Ha pensato a salvarsi e ci è riuscito.

Lei ha un figlio che sta per diventare maggiorenne. Conosce il suo passato?
Sì, ne abbiamo parlato. Abbiamo discusso anche di Battisti. Ma da tempo non affrontiamo più l’argomento e non so come mi giudichi o cosa pensi di Cesare.

Nel 2009 è stato girato un film su Prima linea, sui suoi vecchi compagni Sergio Segio e Susanna Ronconi…
Ne ho sentito parlare, ma non l’ho visto.

Se un regista volesse raccontare la storia dei Pac, chi potrebbe interpretare Battisti?
Credo che andrebbe benissimo Fabrizio Corona, più per l’atteggiamento che per l’aspetto fisico.

La giustizia italiana ha qualche colpa in questa vicenda?
Quella di non avermi arrestato prima che facessi evadere Battisti dal carcere di Frosinone. Senza quella fuga, sarebbe stata tutta un’altra storia. Da PANORAMA, GENNAIO 2011

……Questa intervista che inquadra esattametne di quale assassino sia stato Battisti si incorcia con la decisione del Tribunale Supremo del Brasile che ha deciso di mantenere in carcere Battisti sino alla discusisone del ricorso presentato dall’Italia contro il no di Lula alla sua estradizione e con le polemiche che sono divampate in Brasile contro la decisione di Lula. Confidiamo che alla fine Battisti ci sia restituito e finisca nel carcere la sua vita di delinquente. g.

TREMONTI CONTUNDENTE

Pubblicato il 9 gennaio, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

La politica economica è un’arte del possibile. Al riguardo dai politici non ci si attende quindi una coerenza assoluta. Tuttavia i mutamenti di posizione dei finiani ora sembrano quelli di una nave priva di timoniere. Nell’ultima sessione finanziaria attaccarono il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, perché non faceva abbastanza per la crescita. Tesi azzardata in quel momento, dato che era necessario innanzitutto mettere in sicurezza i saldi del bilancio e il rapporto debito/pil per il triennio. Un’altra critica che si saldava con la prima riguardava la tendenza non abbastanza liberista del governo. Questo disagio di Fli emerge chiaramente nell’ultimo numero (novembre-dicembre) di Charta Minuta, rivista della Fondazione FareFuturo, dedicata a “Quel che resta di Reagan”. Volume nel quale Carmelo Palma, esponente non secondario di Fli, scrive che “nel 2006 Berlusconi e il centrodestra iniziano la sterzata anti reaganiana, che culminerà tra il 2007 e il 2008 nelle filippiche anti mercatiste e anti liberiste di Tremonti”.

Senonché il Secolo d’Italia, organo di Fli, ieri lodava in prima pagina il “controcanto di Giulio” sulla crisi rispetto a Silvio Berlusconi, mentre Adolfo Urso, che di FareFuturo è segretario, su Repubblica sosteneva che Tremonti “ha smentito la fiction del presidente del Consiglio” e aggiungeva: “Realizzare le riforme dello sviluppo e della crescita, accanto a una politica dei conti rigorosa, Tremonti saprebbe farlo”.
Dunque Tremonti, nel giudizio dei finiani di un mese fa, non sapeva conciliare la crescita con il rigore e dal 2006 aveva sospinto Berlusconi su tesi anti mercatiste e anti liberiste che contraddicono lo sviluppo che invece s’alimenta di spirito reaganiano. Ora che però qualcuno spera (“spes ultima dea”) che Tremonti possa essere il leader di un governo senza/anti Berlusconi, il ministro dell’Economia è diventato l’uomo della crescita e delle riforme con rigore. Tuttavia la linea di Tremonti di due mesi fa e quella attuale non sono differenti.

Anzi, se si può fargli una critica, questa è che egli continua ad anteporre la politica del rigore a quella della crescita, mentre chi è fautore della tesi per cui il rigore serve come base per la crescita ora può auspicare che si discuta della “fase due”.

E del resto la legge di stabilità, per sua natura, non è una legge da infarcire di tematiche strutturali. Adesso, invece, si può discutere di crescita a saldi invariati. Tremonti, poi, non ha cambiato filosofia economica. Continua a sostenere tesi che non sono liberiste pure (o “mercatiste”) ma nemmeno anti liberali e anti mercato. Fra le varie formulazioni che ammettono regole, per assicurare concorrenza, stabilità economica e interventi sociali, Tremonti ha scelto una linea di economia di mercato sociale (diversa da quella genuina della “economia sociale di mercato”). Sono le valutazioni dei finiani sulla sua linea economica che cambiano da un giorno all’altro, pur di combattere contro Berlusconi, come persona. Ma la politica economica non è un prêt-à-porter. FRANCESCO FORTE – FOGLIO QUOTIDIANO, 9 GENNAIO 2011


CALDEROLI: SCOVEREMO I FURBI CHE MENTONO SULLA PRIMA CASA

Pubblicato il 9 gennaio, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il ministro: ridurremo l’imposta sui trasferimenti di proprietà dal 4 al 2%

Roberto Calderoli
Roberto Calderoli

«Scoveremo i furbi della prima casa, faremo una stretta sull’accatastamento delle abitazioni abusive per chi non si mette in regola entro febbraio, eviteremo i vantaggi per i Comuni turistici e sulla cedolare secca introdurremo dei bonus anche per chi è in affitto e per le famiglie». Con questo pacchetto di novità, al quale ha lavorato durante le vacanze di Natale, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli da martedì incontrerà i membri della Commissione bicamerale per convincerli a votare il suo decreto sul federalismo municipale. «Ma non voglio fare mediazioni stile Prima Repubblica, voglio trovare un punto di intesa soddisfacente per gli interessi del Paese».

Può anticipare qualcosa?
«Non sarebbe corretto. Posso soffermarmi sui punti più delicati sui quali ho lavorato e ne approfitto per smentire tutte le cifre uscite fino a ora che immaginavano buchi di bilancio fino a 2 miliardi di euro. Esercizi di fantasia».

E invece non costerà nulla?
«Assolutamente no. L’aliquota della cosidetta Imu, quella che diventerà l’imposta municipale del futuro, non è comunque ancora fissata nella legge».

Quanto vale il federalismo municipale?
«È il secondo capitolo dopo quello delle Regioni che però hanno dentro la sanità. Ricordo che l’Italia ha 8.094 Comuni e la nostra Costituzione non fa differenze tra città come Milano e piccoli centri abitati».

E veniamo al punto centrale, la casa. Come verrà tassata?
«Scoveremo i furbi della prima casa, quelli che in famiglia intestano più immobili, così emergerà il vero numero dei secondi alloggi che verranno tassati con aliquota da stabilire. Poi cambieremo l’imposta sui trasferimenti di proprietà che passa dal 4 al 2% per la prima casa e dal 10 all’8% per la seconda».

Così si riducono le entrate…
«Si, ma si recuperano risorse evitando le distorsioni e le furbizie dei proprietari che finora hanno assimilato la seconda alla prima abitazione intestandola ai figli e ai parenti. Non mi chieda come, è ancora un segreto, ma abbiamo individuato un meccanismo che finalmente rende giustizia per impedire quella che è una forma di evasione fiscale».

Cedolare secca sull’affitto, riuscirà ad accontentare le richieste di Mario Baldassarri?
«Penso proprio di sì. La sua proposta di introdurre il contrasto di interessi è giusta. In pratica anche chi è in affitto potrà detrarre una parte del canone, penso a una cifra intorno ai 300 euro di partenza. In questo modo anche l’inquilino sarà invogliato ad avere un contratto regolare. Con queste due leve il nero dovrebbe emergere».

Si parla di una mancanza di gettito di un miliardo di euro…
«La copertura arriverà dal meccanismo che metterà giustizia tra prime e seconde case e dall’emersione dei contratti in nero, ci saranno entrate tali da coprire qualsiasi disavanzo dovesse creare l’introduzione della cedolare secca».

Conferma l’aliquota del 22-23%?
«Top secret. Sto lavorando a un altro schema in modo da non favorire i grandi proprietari di immobili, una specie di imposta progressiva. Aliquota diversa per i canoni concordati. Ma non posso dire di più. Comunque il vantaggio sarà non solo del proprietario ma anche dell’inquilino. E penso di inventarmi qualcosa pure per le famiglie. Con queste novità spero cadano le pregiudiziali di Baldassarri e delle opposizioni».

L’Udc sostiene che, al contrario di quanto lei ha detto ieri, nel decreto sul federalismo municipale non c’è il quoziente familiare.
«Infatti non c’è. L’Udc ha capito male: io ho detto che il quoziente familiare è dentro il decreto sulla fiscalità delle Regioni e delle Provincie approvato dalla conferenza unificata. Non è escluso che anche i Comuni possano favorire la famiglia. Qualcosa sulla cedolare secca come ho detto prima, ma non certo sulla seconda casa».

Da uno a dieci, che percentuali ha secondo lei di passare il federalismo municipale alla bicamerale?
«Direi otto. Tutto quello che potevo fare l’ho fatto. Ho anche messo dentro una stretta per fare emergere i due milioni di case abusive: chi non la denuncia entro febbraio dovrà pagare anche la tassa di registro che andrà ai Comuni a compensare i tagli della legge di stabilità».

Altre novità?
«Sì. Per evitare di avvantaggiare i Comuni turistici pieni di seconde case, come hanno giustamente osservato alcuni della commissione, ho pensato di non dare tutta la tassa sui trasferimenti ai Comuni ma solo una parte, il resto con un tributo più omogeneo per un minor utilizzo dei fondi perequativi».

Lei ha detto che ci vuole non solo il federalismo «ma anche una riforma fiscale che io e Tremonti abbiamo già in testa». Può essere meno misterioso?
«Non ho l’autorizzazione ad anticipare nulla. Posso dire che il federalismo fiscale ha senso se si inquadra in una riforma complessiva. E qui ci vuole una maggioranza davvero molto ampia e un nuovo clima politico perché è una riforma che coinvolge tutti».

Il clima non sembra dei migliori. C’è chi comincia a mettere sotto accusa il ministro Tremonti. La Lega reagirà?
«Qualsiasi strumento che non sia la politica, alla fine si rivela un boomerang come è successo con Fini. Utilizzare quella strategia contro Tremonti, che è il garante dei nostri conti pubblici, è addirittura demenziale». INTERVISTA DEL CORRIERE DELLA SERA AL MINISTRO CALDEROLI A CURA DI ROBERTO BAGNOLI, 9 GENNAIO 2011

IL COLLE (E NAPOLITANO) CAMBIA BANDIERA….

Pubblicato il 8 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Tutti bravi, meno la Lega che è scettica a festeggiare come si deve i 150 anni dell’Unità d’Italia. Lo ha detto ieri Napolitano aprendo ufficialmente l’anno delle celebrazio­ni. Più che unire, l’inqui­lino del Colle evidente­mente mira a spaccare, gli italiani (oltre 3 milio­ni i votanti del Carroccio alle ultime politiche) e il governo. Chi governa, ha infatti aggiunto il pre­sidente, ha il dovere di ri­­spettare il Tricolore. Nes­sun accenno, critica o ri­chiamo a chi invece i sim­boli dell’Unità d’Italia li ha disprezzati per cin­quant’anni. Cioè lui stes­so e i suoi amici comuni­sti. Napolitano rimuove la verità che nelle piazze del Pci invase da bandie­re rosse il tricolore fosse bandito, che Bella Ciao venisse cantata al posto dell’inno di Mameli, la parola Patria considera­ta un residuo fascista. E già che ci siamo val la pe­na di ricordare come il suo partito passasse in­formazioni al nemico, l’Unione Sovietica, per aiutarla a meglio prepa­rare il piano militare del­la nostra invasione.

Non credo proprio che questo governo meriti rimbrotti sul tema del­l’Unità. Da sedici anni la maggioranza ruota attor­no a un partito che si chiama Forza Italia e che ha la come simbolo il tri­colore. Se Bossi ha un merito è proprio quello di aver tenuto ancorato a «Roma ladrona», attra­verso Berlusconi, il giu­stificato malessere del Nord incompreso e quin­di non intercetta­to dai so­loni democratici e repub­blicani. Bossi lo ha fatto a suo modo, discutibile, paradossale ma efficace. Nei primi anni ha inneg­giato alla secessione ben sapendo che l’obiettivo era il federalismo, prima osteggiato e poi sposato da tutto l’arco costituzio­nale. Ha aperto la campa­gna su sicurezza e immi­grazione clandestina prendendosi del razzi­sta, ma a differenza dei benpensanti da salotto che sfruttano e disprez­zano le loro colf, nel pro­fondo Nord badanti e di­pendenti stranieri sono stati assunti e messi in re­gola. Nelle feste padane non sventola il Tricolo­re, ma a fare le salamelle ci sono gli alpini, simbo­lo dell’Italia unita e soli­dale. Nel Carroccio si ce­lebra il dio Po ma guai a toccare un presepe, un crocifisso.

Ci voleva il fiuto di quell’altro animale della politica italiana, Silvio Berlusconi, per intuire che Bossi e la Lega non solo non erano una mi­naccia per l’Unità d’Ita­lia, ma addirittura una ri­sorsa. Certo, per gestire Bossi bisogna avere pa­zienza, coraggio e saper ingoiare qualche rospo. A differenza di Fini, che per invidia e incapacità è riuscito nel capolavoro di barattare «Dio, Patria e famiglia» con «Rutelli, magistrati e Montecar­lo ». Uno scambio che non paga, checché ne di­ca Napolitano. Il Giornale, 8 gennaio 2011


HA RAGIONE BERLUSCONI (e non solo lui): IL PD RITORNA AL PARTITO COMUNISTA

Pubblicato il 8 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Bandiere del Partito comunista Il 2011 del Partito Democratico è iniziato un po’ peggio di come era finito il 2010. Era piuttosto prevedibile. L’anno, infatti, si era chiuso con la mancata sfiducia a Silvio Berlusconi e con le minoranze interne che per amor di Patria e con le minoranze interne che, per amor di Patria, avevano deciso di rimandare la «resa dei conti» a dopo le vacanze. Detto fatto. Neanche il tempo di riprendersi dai bagordi natalizi ed ecco che la battaglia è ripresa più violenta che mai. Divisioni sul caso Fiat, divisioni sulla possibilità di congelare o modificare il meccanismo delle primarie, malumore crescente degli ex Popolari (Giuseppe Fioroni ha comunque ribadito che lui non se ne va), dei veltroniani, dei parisiani, dei rottamatori. Di tutti quelli che, insomma, non si riconoscono nella linea di Pier Luigi Bersani. Il momento della verità è fissato per il 13 gennaio quando si riunirà la direzione nazionale.
Nel frattempo i big democratici hanno ricominciato a parlarsi attraverso lettere sui giornali. Mercoledì Walter Veltroni ne ha inviata una alla Stampa in cui, prendendo spunto dal caso Fiat, lanciava l’appuntamento organizzato dalla sua fondazione al Lingotto di Torino (sabato 22 gennaio) e spiegava che la parola chiave della sinistra deve essere «cambiare» e non «difendere». Il segretario ha “risposto” ieri sul Messaggero chiamando a raccolta tutte le opposizioni e proponendo «un patto repubblicano» che affronti finalmente i problemi dell’economia, del lavoro e quelli istituzionali. Contemporaneamente, però, sempre Veltroni era costretto a smentire le voci della sua volontà di chiedere un congresso anticipato: «Sono interessato a null’altro che ad una vera discussione sull’identità programmatica del Pd, come ho cercato di fare nella mia lettera a La Stampa». Per fortuna che, in mezzo a tante chiacchiere, c’è chi lavoro per il futuro del Paese. Anche se forse sarebbe meglio dire per il passato. Ne ha parlato Marco Damilano sull’Espresso. Durante il periodo natalizio, mentre la sede del Pd al Nazareno chiudeva per ferie, in quella dei Ds a via Palermo ferveva l’attività. Perché la gloriosa Quercia è tutt’altro che morta e non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua storia e alla sua identità. Soprattutto nel 2011. Il 21 gennaio, infatti, ricorrono 90 anni dal congresso di Livorno che segnò la nascita del Partito Comunista italiano. Il 4 febbraio ne saranno invece trascorsi 20 dal congresso di Rimini quando la falce e il martello lasciarono spazio alla quercia del Pds. Altro che 150° anniversario dell’Unità d’Italia! Eventi così vanno assolutamente celebrati. E così Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei Democratici di Sinistra, si è rimboccato le maniche. Il risultato è una mostra che verrà presentata mercoledì prossimo alla Casa dell’architettura all’Acquario Romano dove rimarrà aperta dal 14 gennaio al 6 febbraio.
Successivamente, ma la cosa non è ancora certa, l’esposizione verrà allestita anche a Livorno, Genova, Perugia, Milano e Bologna. Il titolo: «Avanti Popolo, il Pci nella storia d’Italia». «La mostra – recita il depliant di presentazione – racconta settant’anni di storia d’Italia documentando la parte e il ruolo che vi ebbe il Partito Comunista Italiano dalla sua fondazione a Livorno il 21 gennaio 1921 alla nascita del Partito democratico della sinistra, a Rimini, il 4 febbraio 1991». Verranno esposti cimeli e documenti storici (sul manifesto che pubblicizza l’evento c’è la prima tessera del partito datata 1921) che fanno parte dell’archivio del Pci di cui sono depositarie la Fondazione Istituto Gramsci e la Fondazione Cespe. Due realtà strettamente legate alla storia comunista italiana (l’Istituto Gramsci nacque nel 1950 su iniziativa della segreteria del Pci ndr) e che oggi fanno riferimento a ciò che resta dei Ds. Dell’organizzazione e dell’allestimento si occuperà invece una società di Bologna, la Goodlink, che in questi anni ha lavorato con Nens, la fondazione di Bersani e Vincenzo Visco, alla realizzazione del festival Manifutura. Ma che in passato ha curato anche gli ultimi due congressi dei Ds. Insomma, ci sono tutti gli elementi per dar vita ad una grande celebrazione dell’orgoglio comunista. Che di questi tempi, con il segretario Bersani accusato di voler spostare il partito a sinistra, non sembra proprio ciò di cui i Democratici hanno bisogno.

«C’è un patrimonio, un archivio ben conservato – spiega Sposetti -. Finisce una storia politica è giusto far vedere come viene conservata». Di certo mentre il Pd arranca, i Ds danno prova di grande vitalità. E chissà che, vista l’aria che tira, non ci sia qualcuno che cominci a pensare seriamente che si “stava meglio quando si stava peggio”. Indietro Popolo.Nicola Imberti, Il Tempo, 8 gennaio 2011

UN APPELLO ALLA NAZIONALE: QUESTA E’ LA VOLTA BUONA PER FARE LA FESTA ALL’ITALIA

Pubblicato il 7 gennaio, 2011 in Costume, Politica, Storia | No Comments »

di Marcello Veneziani

Ma allora la facciamo o no questa Festa Nazionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia? Lo chiedo in giro, al presidente del comitato per l’Unità d’Italia, a ministri e protagonisti della politica italiana e delle istituzioni, ma nessuno sa dire niente e molti dicono che non è stata né bocciata né varata la decisione definitiva; resta italianamente nel mezzo, a bagnomaria. Il mistero della festa annunciata. Torno a chiederlo ora che da domani cominciano dal Tricolore i festeggiamenti per la nostra benedetta e maledetta unità d’Italia.

Se ricordate, si pensò di dichiarare festa nazionale il 17 marzo del 2011, data della proclamazione ufficiale dell’unità d’Italia 150 anni fa. Avanzai formale proposta in questo senso proprio nel comitato dei garanti e fu approvata. La proposta fu accolta nelle sedi istituzionali competenti e si decise di istituire solo per il 2011 la festa dell’Italia. Poi la scelta si arenò per motivi misteriosi che vanno dalla crisi economica (non ci sono soldi) al timore di creare contraccolpi antiunitari e dispiaceri ai leghisti. Si parlò di declassarla a solennità civile. Poi nulla. Per ora tutto resta affidato a qualche bel concertone per il 17 marzo, a una notte bianca, rossa e verde per deliziare l’Italia nottambula e alle celebrazioni soprattutto piemontesi che il neopresidente della Regione, il leghista Cota, ha confermato per intero, con soddisfatta sorpresa dei promotori. Ma di festa popolare e nazionale, festa nelle scuole e nei luoghi pubblici, manco a parlarne.
Ora io credo che un Paese debba avere la minima dignità di ricordare la data in cui si unì. Lo deve fare anche per ricordare il passato diviso, le pagine buie, le motivazioni di coloro che si opposero al Risorgimento e all’Unità. Motivazioni che sono veramente trasversali: leggetevi Gramsci e capirete le ragioni della diffidenza dei socialisti e dei comunisti anche nel nome dei contadini. Ma leggete pure le ragioni della contrarietà dei cattolici o dei meridionali, dei difensori degli Asburgo o dei Borbone. Ragioni rispettabili, a parte le esagerazioni revansciste. Ma ciò non toglie che un Paese adulto e civile abbia il dovere di ricordarsene. Ciò non toglie che l’Italia esiste e fino a prova contraria è la nostra Nazione, sancita dalla Tradizione e dalla Costituzione, dalla lingua e dalla malalingua. Aggiungete pure altre due considerazioni. La prima: non abbiamo una sola festa che celebri l’unità d’Italia, abbiamo la festa della Liberazione imperniata sulla dolorosa guerra civile e abbiamo la festa della Repubblica, impiantata sulla spaccatura a metà tra monarchia e repubblica. Il 4 novembre non è più festa da un pezzo. Non abbiamo una festa degli italiani e dell’Italia tutta. Una festa nata per unire, usando il bel motto del felice spot della Difesa per i 150 anni.

La seconda ragione ancora più contingente della prima è che la sorte ci ha giocato un brutto scherzo quest’anno: il calendario relega le festività civili della prima metà dell’anno nelle festività religiose, dal 25 aprile oscurato dalla Pasquetta al Primo Maggio inghiottito in una domenica. Dunque, Sor Giulio, possiamo anche permetterci a fronte di due feste risparmiate, di averne una per un compleanno particolare. Perché non farla? Certo, c’è il rischio elezioni, ma questo mi pare un motivo in più per farla. Perché non farla rischia di diventare un buon argomento da campagna elettorale per le opposizioni. Gente che fino a ieri considerava la patria fascista e il tricolore la bandiera del calcio, dei monarchici e dei missini, dirà che questo governo sotto ricatto della Lega non ha il coraggio nemmeno di difendere l’Unità d’Italia. Vedremo sfilare passerelle di cariche dello Stato, più uno sciame di patrioti giacubbini, da cumpare Di Pietro a cumpariello Vendola, più i patrioti emiliani del tortellino, Bersani, Fini e Casini, per esaltare l’unità d’Italia a dispetto del governo sordo.

È questo che volete? Allora dico al presidente del consiglio, ai ministri della Difesa e dei Beni culturali, della Pubblica Istruzione e della Gioventù: che aspettate a rianimare il disegno di legge per l’istituzione della festa nazionale almeno solo per quest’anno? Scuole chiuse, discorso alla nazione, festa popolare in tutta Italia. Tanto più che la festa è pronta, i Comuni e le Regioni già si sono mossi, saranno allestite mostre e ci saranno eventi. Non dite che con i problemi che ci sono non è il caso di festeggiare, perché con questa logica dovremmo stare sempre in lutto stretto a piangere miseria sull’Italia, come fanno i catastrofisti della sera. Se volete trovare una formula non lesiva di nessuno, nemmeno della Lega e degli antirisorgimentali cattolici, terroni e socialisti, ripartite da lontano, dall’Italia nazione culturale, cioè dall’Italia antica e medievale, dall’Italia della lingua e della letteratura italiana, dall’Italia primatista mondiale dei beni culturali e dall’Italia erede di una civiltà giuridica e un Impero che unì i popoli, e sede di un papato universale.

Poi rendete omaggio anche a chi si oppose o patì l’Unità d’Italia, date spazio anche a letture critiche, siate inclusivi nelle celebrazioni d’Unità. Ma fate la festa all’Italia, è un buon punto per ripartire. Un sobrio amor patrio ci vuole ancora. Un Paese che non si ama non si salva.

UNCONSIGLIO A CHI VUOL FAR FUORI BERLUSCONI, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 6 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Nessun uomo pubblico europeo ha mai realizzato un grado così alto di compenetrazione con il suo paese. È questo dato di fatto che rende innocua, litigiosa e inefficace l’opposizione politica e parlamentare, mentre eccita il golpismo costituzionale di una parte dell’establishment politicamente irresponsabile, legato alla cultura, alla chiacchiera, all’editoria e ai quattrini. La pervasività di Silvio Berlusconi è intollerabile per chi abbia un’idea liberal-conservatrice, invece che liberal-democratica, della politica moderna. Un simile leader politico non si può «battere» secondo le regole del gioco, perché è al di là delle regole del gioco, né sopra né sotto ma al di là, e dunque il partito della radicalizzazione e del rinfocolamento si esprime chiaramente in favore di un sovvertimento di tutte le regole, e intende liberarsi di Berlusconi, non sconfiggerlo in regolari elezioni. Lo hanno scritto a chiare lettere: buttiamolo giù con un ribaltone, escludiamolo per decreto dalla gara democratica, e solo dopo votiamo.
Il discorso dei dotti e dei savi diventa poi per un’immaginazione malata, come avvenne giusto un anno fa, lancio di un oggetto contundente contro la testa del tiranno. Oppure, su più vasta scala, degenerazione sociale e politica della piazza in violenza e retorica della società prigioniera, senza futuro.
Ma Berlusconi non cambia. È e resterà nel 2011 anche e soprattutto quello di questi due anni, con il terzo ritorno al governo sull’onda di una specie di selvaggio plebiscito nazionale, con la monumentalizzazione ideologica del discorso antifascista e liberale di Onna, con una politica estera spregiudicata e realista, con il risanamento dei conti e un tentativo di crescita sempre rintuzzato da errori, timidezze e circostanze avverse, e con la lunga campagna di destabilizzazione del governo partita dalla sua vita privata messa sotto l’occhio morboso del buco della serratura e del grande orecchio digitale intercettante.

Una campagna di cui il mostro si nutre, e che rovescia regolarmente contro i suoi avversari. Ci si deve augurare nel nuovo anno, perché il Paese che abitiamo sia accettabilmente soddisfatto delle cose buone che vi accadono, e costruttivamente inquieto per le cattive opere che non mancano, una generale resipiscenza. Una rassegnazione adulta e responsabile, senza resa né disperazione, da parte dei nemici del Cav, affinché si convincano della possibilità di batterlo producendo un’alternativa convincente e non assassinandolo in effigie ogni giorno o delegando il compito alla magistratura politicizzata e militante. E anche una condotta meno convulsa degli affari della maggioranza, e dintorni, con un’idea meno gladiatoria della politica.
Berlusconi in quanto fenomeno non è destinato a scomparire. Non si cambia carattere a settant’anni. Avremo ancora i suoi colori, le sue eccentricità, le sue follie, rabbie e pulsioni generose; anche le sue corrette decisioni, i suoi compromessi, il suo piacionismo universale. Speriamo di avere anche una riforma dello stato fiscale e la crescita che cura il debito pubblico e l’insicurezza del Paese. Giuliano Ferrara, Panorama

LA LOTTERIA DI BERLUSCONI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 6 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Mentre si estraggono i biglietti della Lotteria Italia è in pieno svolgimento un altro avvincente concorso: il gran premio Palazzo Chigi 2011 che vede impegnato Silvio Berlusconi nel salvare la pelle del governo dai continui assalti di amici e nemici. Mancano ancora un po’ di giorni, ma da metà gennaio in poi, ogni giorno sarà buono per capire se Silvio ha i voti per continuare la sua avventura.
Dopo aver fallito il 14 dicembre l’assalto alla Bastiglia con il capitano Fini che si è spiaccicato contro le mura della fortezza, gli avversari del Cav hanno cominciato a cercare un altro cavallo di Troia per l’operazione di caduta del regime. Hanno provato a tentare Giulio Tremonti, ma ben presto si sono resi conto che il ministro dell’Economia è esattamente il contrario di Fini, è intelligente e non cede alle sirene che lo dipingono come uno statista a prescindere.
Archiviato anche lo scenario tremontiano, spenti sul nascere da Bossi gli scenari da notte dei lunghi coltelli, ai nemici del Cavaliere non resta che sperare solo nel fallimento dell’operazione di allargamento. A quel punto la mission di Silvio diventa davvero impossibile. E Umberto Bossi avrà ottimi argomenti per staccare la spina. Ma prima che l’operazione di eutanasia forzata accada, Berlusconi potrà tentare di portare la linea di galleggiamento del governo a quota 325/330, quella che consente di navigare a vista. Per arrivarci la lotteria del Cavaliere prevede l’estrazione di molti biglietti. Vediamo quali sono.


1. Allargamento.
È il tagliando numero uno, quello che o salta fuori o salta il governo. In questo momento gli sherpa di Berlusconi hanno aperto colloqui con una ventina di deputati che non vogliono le elezioni anticipate. Il presidente del Consiglio si mostra ottimista e dice di avere i numeri. Realisticamente potrebbero arrivare una decina di voti in più, al massimo quindici. Con una maggioranza che oscilla tra i 325 e 330 voti si può provare a governare, navigando sempre a vista e con lo scafo che sfiora continuamente gli scogli, ma stando a galla e prendendo il tempo necessario per continuare nell’operazione di convincimento di quelli che ancora non ci credono.


2. Posti di governo.
Questo biglietto è già sicuro. I posti di governo sono oltre dieci, tutti più o meno buoni e in ogni caso migliori dell’idea di ritrovarsi senza seggio nella prossima legislatura. Ma l’assegnazione del tagliando passa attraverso una selezione dei vincitori che non è semplicissima. Qui il manuale Cencelli non vale, i criteri vanno inventati sul momento e pesati con un bilancino di precisione atomica. Esempio: prima di dare un sottosegretariato a qualcuno, bisogna vedere «quanto vale», cioè quanti parlamentari ha portato con sè a sostegno della maggioranza, ma naturalmente qualcosa chiederanno anche i singoli parlamentari. La politica non è una scuola di educande, è gestione del potere ed è chiaro che tutto questo fa parte del menù di qualsiasi governo, di destra e di sinistra. Per durare, occorre essere realisti. Sta al cuoco, Berlusconi e ai suoi aiuti in cucina trovare un equilibrio tra pietanze, porzioni e avventori del ristorante di Palazzo Chigi.


3. Rilancio e ministri.
Nella partita delle poltrone Berlusconi vorrebbe riservare quelle migliori a un paio di nomi importanti. In condizioni normali, questa sarebbe una scelta perfetta, ma con un bastimento che ha problemi di tenuta e ha già buttato gran parte della zavorra in mare, le cose sono più difficili. Il Cav ha sempre pensato che nell’esecutivo ci sia bisogno di qualche altra figura carismatica, capace anche di bilanciare il prezioso ma esorbitante (in termini di potere) ruolo di Giulio Tremonti. Non sarà facile, perché si tratta delle ciliegine sulla torta e, in questo caso, la torta non è ancora pronta e il rischio che si sgonfi mentre è nel forno sono alti.


4. Finiani.
Sono in rotta, un gruppo spaccato letteralmente in due: da una parte un filone che incarna una politica dipietrista (Bocchino, Granata, etc.), dall’altra una corrente berlusconiana moderata (Viespoli, Consolo, etc.) che fatica a stare nel gruppo. Per ora Gianfranco Fini li tiene uniti, ma gli scricchiolii sono sotto gli occhi di tutti. Potrebbero sfasciarsi del tutto, ma non subito.


5. Udc e Casini.
È il capitolo più delicato della storia: il corteggiamento del Pdl su alcuni centristi è arcinoto. La cosa non fa piacere a Casini, il quale ha davanti a sè due strade: infischiarsene, tirare dritto, non cooperare con Berlusconi ma correre il serio rischio di vedere assottigliarsi la sua truppa parlamentare; oppure rimettersi al tavolo della trattativa, concertare con Berlusconi un appoggio esterno e preparare le basi per un suo ritorno nel centrodestra. C’è poi la terza possibilità, quella suicida: restare a guardare alla finestra facendo il gioco di Fini che nel frattempo si lecca le ferite.


6. Bossi.
Il Senatur non è un tipo che le manda a dire: per lui o ci sono i voti per il federalismo, oppure si sciolgono le Camere e si va a casa. In questo scenario la Lega è certamente il partito che ha più mosse da giocare nella scacchiera, ma anche per il Carroccio le rose hanno le spine perché Bossi aveva sì promesso il federalismo ai suoi elettori, ma tra gli imprenditori che speravano in una diminuzione della pressione fiscale, soprattutto nel Veneto, crescono i dubbi sul tremontismo come cura per la crescita. Il salto della Lega nell’urna è certamente vincente, ma meno di quanto si immagini. Il biglietto della lotteria migliore, anche per Bossi, sarebbe quello di continuare la legislatura.
7. Il Cavaliere. Nella lotteria lui distribuisce i premi e nello stesso tempo cerca di prendere il bottino più grande: la continuità del governo. Le possibilità che ci riesca non sono poche, ma nello stesso tempo il Cavaliere continua nel suo test della piazza e ieri ha rispolverato i comunisti e gli ha fatto indossare il cachemire. Così nella lotteria del Cav Massimo D’Alema ha vinto un servizio fotografico glamour sul settimanale «Chi»: un comunista in cachemire. E un governo che non vuole restare in mutande. Mario Sechi, Il Tempo, 6 gennaio 2011


LA SICILIA DI LOMBARDO ASSUME MIGLIAIA DI PERSONE: SE LI PAGHI DA SOLA!

Pubblicato il 6 gennaio, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

No, non è razzismo. È amore. È amore per il Sud, per la dignità dei siciliani, per non restare impantanati nei vecchi errori, non vivere di assistenza, statalismo, posti pubblici pre elettorali, clientes e poltrone. Il governo democristofiniano in salsa rossa di Lombardo accusa i quotidiani del Nord di razzismo contro la Sicilia. Parla di campagna di fango. Non è questo. Semmai è il contrario. È salvare il Sud dalle tentazioni clientelari del Mpa. L’assessore alla Sanità della Regione, l’ex magistrato antimafia Massimo Russo, si sbaglia. Non c’è nessun piano politico. Non ci sono «padrini» e «servi sciocchi». Ci sono solo alcune domande e un po’ di cose che non tornano.
L’Italia sta faticando per tenere i conti pubblici sotto controllo. È dura. Ma è l’unica speranza per abbassare le tasse, soprattutto quelle sui salari, e tirarsi fuori da questa crisi melmosa. Il prezzo è alto. La cultura piange. Pompei frana. I poliziotti restano senza benzina. I magistrati si ritrovano con la rete informatica in tilt. I ricercatori dell’università, a torto o a ragione, salgono sui tetti. Gli statali bestemmiano sulla busta paga. Tremonti chiede sacrifici a tutti. Questa non è una scelta, ma una necessità. Poi si guarda in Sicilia e in Calabria e spunta un clima da festa pre elettorale.
Lombardo ha appena pubblicato un bando per 8.400 stagisti da impiegare per un anno, a 500 euro al mese, in enti locali, fondazioni e associazioni no profit. Il costo è di 6,5 milioni di euro. La notizia ha provocato la reazione di Brunetta, sindacati e industriali. Tutti parlano di precarizzazione e spese difficili da giustificare. Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, ci va giù pesante: «La situazione è drammatica. Qui un giovane su due non lavora. Il problema non si risolve regalando un sussidio a chi ha frequentato le segreterie politiche, danneggiando tutti gli altri giovani. La migliore lotta alla mafia che la politica può portare avanti è abbandonare il sistema assistenziale e puntare sul mercato per creare lavoro stabile. Non servono mance e clientele».

È questo il punto. Uno legge quello che accade in Sicilia, fa i conti con la benzina dei poliziotti, e si chiede se c’è qualcosa che non funziona. Questa storia poi arriva dopo il bando per i 4.000 posti negli ospedali, la riduzione delle tasse e l’allargamento dell’esenzione del ticket. Quanti in Sicilia possono non pagare il ticket? Il 65 per cento. Non è razzismo. È che ti viene da farti certe domande. Chi paga tutto questo? L’assessore Russo si arrabbia e dice che questi nuovi posti sono frutto della gestione sana e virtuosa della sanità siciliana. In meno di due anni sono rientrati dal buco colossale del passato e ora hanno un cospicuo tesoretto da spendere. È vero che mancano infermieri, vero che Russo ha scelto la strada della trasparenza e che da 10 anni non si fa un concorso. Qualche dubbio però resta. Anche in Sicilia.

In redazione arriva la telefonata di un dirigente sanitario. È uno del Pd. Chiede di restare anonimo perché teme ripercussioni sul lavoro. Spiega quello che sta accadendo. «È strano, ma il governo siciliano prima di pubblicare il concorso doveva fare un bando di mobilità. Se ne è dimenticato». Di che si tratta? È un bando per dare la possibilità a chi fa il medico o l’infermiere ad Aosta, Bergamo o Salerno o qualsiasi posto extrasiciliano di chiedere il trasferimento. Prima di assumere giù, chiedete se nel resto d’Italia c’è qualcuno disposto a lavorare in Sicilia. È un modo per far tornare a casa gli emigranti. Il governo Lombardo ha fatto finta di nulla. Questo ha messo in fibrillazione i siciliani della diaspora. Temono che la dimenticanza serva a favorire le clientele. I quattromila posti, sospettano pensando male, sono già assegnati. Ma la lettura può anche essere un’altra. Lombardo sa che il concorso può essere impugnato. La dimenticanza però è un’arma in funzione elettorale. Spieghiamo. Se non c’è ricorso il leader del Mpa fa felici 4.000 persone. Se viene bloccato può dire a tutti i siciliani: vedete? Io volevo darvi il lavoro, il Nord razzista ve lo ha tolto di bocca. Se davvero fosse così sarebbe una miseria. È un dubbio, per carità. Ma una domanda resta: chi pagherà la festa siciliana del governo Lombardo? Questa volta tocca a lui.

……La Sicilia che si appresta a tanto nuovo spreco di denari pubblici è quella ora amministrata da una giunta, la quarta da che si è votato l’ultima volta, presieduta da Lombardo che fa tanto il superman e sorretta da UDC, PD e FLI. Proprio così, i partiti che a Roma stanno all’opposizione e tanto criticano il governo nazionale che non riduce le spese per sostenere l’economia che langue. In Sicilia, invece, mentre la economia va a rotoli, questi stessi partiti assumono a man bassa migliaia di persone destinare a diventare lavoratori precari che naturalmente pretenderanno poi dallo Stato nazionale di essere trasformati in dipendenti fissi. Chissà che ne pensano i siciliani Briguglio e Granata, i  due pasaradan in spe (servizio permanente effettivo) trasformatisi in megafono del Fini moralizzatore a tempo perso. g.

IL CAVALIERE NON “TREMONTA”, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 5 gennaio, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Berlusconi è cotto. Non ce la fa. Non ha i voti. Dovrà capitolare e passare la mano. Ho perso il conto delle volte in cui questo scenario è stato dipinto dai suoi amici e nemici. Ogni volta, puntualmente, la forza del Cavaliere viene sottovalutata, la sua presa sul Paese e il suo potere di presidente del Consiglio sottostimato. Prima del 14 dicembre ero uno dei pochi – sulla base di un’analisi realista e non sulle fantasie e i desideri – ad affermare che Berlusconi avrebbe conquistato la fiducia e messo Gianfranco Fini all’angolo. Quando tutto questo si è realizzato, a chi mi guardava stupito per il realizzarsi di quanto andavo raccontando ho risposto: la politica si giudica sui dati di fatto, non sulle pulsioni personali di questo o quel leader o, peggio, dei giornali. Ora ci risiamo.

 

Il primo Cavallo di Troia, Gianfranco Fini, è caduto, ma come si dice a Roma «nun ce vonno sta’» e allora si inventano un secondo kamikaze: Giulio Tremonti. Secondo la vulgata che circola da tempo nel Palazzo e in certi ambienti dell’establishment, Giulio sarebbe pronto a fare le scarpe al Cavaliere con l’appoggio della Lega. Ancora una volta i desideri vengono scambiati per realtà. Conosco il ministro dell’Economia da tanti anni, penso sia una risorsa del Paese, un uomo di rara intelligenza, un politico raffinato, pragmatico, un intellettuale che ha saputo misurarsi con la difficile e spietata arte del governo.

Stimo Tremonti perché nel 2008 ha dato con il suo libro La paura e la speranza una cornice culturale alla campagna elettorale del centrodestra. Giulio ha visto e previsto «l’età del ferro» che stiamo vivendo e si è trovato con l’economista Nouriel Roubini nel club dei pochi che hanno compreso le storture del turbocapitalismo e della globalizzazione. Quelli che danno a Tremonti, anche nel centrodestra, la patente del Bruto della situazione sottovalutano non solo Berlusconi, ma anche il ministro dell’Economia e soprattutto Umberto Bossi, uno dei pochi a poter dare del tu alla politica.

Finché il leader della Lega avrà un rapporto chiuso a doppia mandata con il Cavaliere, ogni ipotesi di cambiamento alla guida del governo, ha il bollino dei marziani. Giulio Tremonti è un ottimo ministro dell’Economia e la sua ragionevole preoccupazione – condivisa con lo stesso Berlusconi, nonostante le differenti posizioni su alcuni punti dell’agenda del governo – è che per portare a termine la legislatura ci vuole una maggioranza autosufficiente.

É questo il punto su cui Tremonti è sensibile. Avendo in mano il portafoglio, non vuole correre alcun rischio. E se voltiamo lo sguardo al passato, è esattamente lo stesso tema dell’agenda di Berlusconi. Qualcuno obietta: questo è il motivo nobile, ma in realtà c’è un altro scenario. Quello per cui andando al voto anticipato, con una centrodestra zoppo (maggioranza certa alla Camera e in minoranza al Senato) alla fine della fiera, il presidente del Consiglio finirebbe per essere non Berlusconi ma Tremonti, ritenuto – a torto o a ragione – capace più del Cavaliere di aggregare altri partiti all’avventura di governo. É uno scenario che non conviene a nessuno, prima di tutto a Tremonti e per questo chi lo dipinge, soprattutto a destra, sbaglia di grosso. Provo a spiegare perché in dieci punti:

1. Tremonti non ha nessuna intenzione di seguire la parabola di Gianfranco Fini, sa benissimo che non si diventa leader contro Berlusconi, ma con Berlusconi;

2. Il ministro dell’Economia è un socialista liberale, non è un nemico del mercato, nè un uomo di sinistra né un centrista che ha preti e cardinali da schierare;

3. Tremonti con il Carroccio e Bossi ha un rapporto speciale, ma la politica per l’Umberto è Machiavelli sciacquato nel Po e non bisogna mai dimenticare che già una volta Tremonti fu costretto a dimettersi e la Lega non fece nulla per evitare la sua capitolazione per mano del subgoverno An-Udc impersonato da Fini e Casini;

4. Tremonti è un punto di riferimento del centrodestra, l’hardware e il software della politica economica, ma non è mai stato testato elettoralmente. Nessuno, nemmeno lui, sa quanto può valere dentro l’urna;

5. Tremonti a differenza di Fini è intelligente;

6. La magistratura è un potere fuori controllo per tutti, Tremonti compreso. E una sua discesa in campo sarebbe un boccone succulento per le toghe militanti che sognano la rivoluzione giudiziaria. Basta ascoltare le cose che raccontano Marco Travaglio e Milena Gabanelli per rendersi conto che il combinato-disposto informazione-pm è in fase di lancio;

7. Tremonti è un uomo con un carattere a tratti spigoloso, ma è leale e l’ha dimostrato;

8. Con Berlusconi e Letta, Tremonti è uno dei lati del triangolo che rappresenta il moderno centrodestra italiano;

9. Il ministro dell’Economia è stimato in patria e all’estero, ha un capitale personale da spendere bene e non ha alcuna intenzione di bruciarlo nel camino di quelli che sognano la caduta di Berlusconi hic et nunc. Tremonti è foderato d’amianto;

10. Tremonti sa che in Italia si governa con i voti e che i voti determinanti non li ha solo Bossi, ma anche e soprattutto Silvio Berlusconi. Chi immagina scenari da senato romano, pugnali sotto le tuniche e dialoghi da alto tradimento può mettersi l’animo in pace. Berlusconi ha il consenso e Bossi ha la consapevolezza che la forza della Lega e il controllo del Nord passano ancora attraverso la figura e i voti del Cavaliere. Questo significa una cosa molto semplice: se ci sono i voti la maggioranza va avanti, lo vuole la logica, lo vuole il Paese, lo comprende Bossi e lo sa benissimo anche Tremonti. Se invece i voti mancheranno, si andrà a votare e, state sicuri, Berlusconi, Bossi e Tremonti saranno, ancora una volta, dalla stessa parte. Per ora, Silvio non tremonta. Mario Sechi, Il Tempo, 05/01/2011