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POLIZIOTTI VIOLENTI? LA FINOCCHIARO DICE BALLE AFFERMA IL MINISTRO DELLA GIOVENTU’ GIORGIA MELONI IN UNA INTERVISTA AL GIORNALE

Pubblicato il 16 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Andrea Cuomo

Gli infiltrati nelle manifestazioni? Balle. I Black bloc? Leggende metropolitane. Il ministro della Gioventù Giorgia Meloni sgombera il campo dai tanti equivoci alimentati, dopo i violenti scontri di martedì a Roma, da chi ha interesse a «buttarla in caciara» e a coprire i veri responsabili dei disordini.

Chi sono?
«Appartengono a una realtà che noi conosciamo bene e che ha vari nomi: No Tav, No G8, no a tutto quello che sappiamo. E sono sempre gli stessi, ovvero la rete dei centri sociali, Autonomia operaia eccetera. Sono loro che vanno in giro e che puntualmente pensano di dover organizzare una distruzione sistematica della città, di doversi scontrare con la polizia. Del resto quando uno va a manifestare con i caschi anche senza motorino, bardato per nascondere il volto…».

E gli infiltrati?
«Ma questa degli infiltrati è una balla vecchia, che va avanti con una certa scientificità almeno dal G8 di Genova e ogni volta si riaffaccia puntualmente. Dire che tra quelli che mettono a ferro e fuoco le città ci sarebbero poliziotti infiltrati equivale a dire che c’è la complicità se non la regìa del ministro dell’Interno, cioè del governo. E la cosa incredibile di questa tesi, sostenuta da giornali come Repubblica, è che viene energicamente smentita dai diretti interessati, cioè da quelli che hanno provocato gli incidenti alle manifestazioni, che protestano in rete: ma come, ci siamo presi le manganellate, ci hanno arrestato e ora il merito se lo prendono i poliziotti fascisti? Basta ascoltare le radio dei collettivi, o andare sul sito di Indymedia per capirlo».

Su Indymedia si dice anche chiaramente: il ragazzo con la pala e il giaccone beige fotografato in vari momenti con in mano delle manette «non è uno sbirro, ma uno di noi».
«Questa vicenda, sostenuta anche da Anna Finocchiaro, è geniale! Repubblica pubblica delle foto in cui si vede questo personaggio con delle manette in mano, quindi – concludono loro – un poliziotto. Poi sul Corriere della Sera si vede questo tipo che viene trascinato via dalle forze dell’ordine. Peraltro, cuor di leone rivoluzionario, avrebbe piagnucolato: non mi potete toccare, sono minorenne…».

Passiamo ai Black bloc.
«Altra leggenda metropolitana. Ne parliamo come se fossero una squadra specializzata che esce fuor dal nulla, si infiltra nelle manifestazioni e distrugge le città. Ma in Italia non c’è nulla di simile, è uno strumento inventato a uso e consumo di chi vuole nascondere i veri responsabili degli incidenti perfino contro la volontà di questi ultimi».

Ma perché la violenza è sempre fascista?
«Mi fa sorridere che tal Enzo Letizia, segretario nazionale dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, commentando gli scontri dica: bene la polizia contro la violenza fascista. Ma questa gente è tutt’altro che fascista! Il tentativo che si fa è di dire che chi è violento, anche se è di sinistra, assume atteggiamenti che sono di destra e quindi è di destra anch’egli. Ma non è così: questa gente si proclama antifascista».

La Finocchiaro chiede anche: chi paga questi distruttori?
«A questa domanda è facile rispondere: questi signori sono finanziati da tutte quelle amministrazioni che per decenni hanno permesso che occupassero stabili abusivi facendo poi sanatorie, fornendo loro luce e utenze, patrocinando o sponsorizzando le loro iniziative. E la Finocchiaro questo dovrebbe saperlo piuttosto bene come dovrebbe saperlo bene tutta Italia».

Si dovrà pur fare un distinguo, però, tra manifestanti pacifici e frange violente…
«Certo, anche perché i violenti sono i primi nemici di chi scende in strada per le sue idee, cancellano completamente slogan e concetti. Però chi ha un po’ di esperienza delle piazze sa che quando c’è un movimento ampio e forte che vuole escludere una minoranza violenta è in grado di farlo perfettamente. Soprattutto quando gli incidenti sono annunciati. Mi auguro di vedere in futuro quelli che manifestano pacificamente cacciare questa gente dai propri cortei e mi auguro che la stampa gli dia la giusta visibilità».

Pasolini diceva, a proposito degli scontri di Valle Giulia, nel 1968: io sto con i poliziotti, sono più proletari loro. È ancora così?
«Sì, questo fatto di giocare a fare la rivoluzione pretendendo di essere blanditi dalla intellighenzia più borghese e coperti dal potere politico è francamente patetico. Spesso questi signori sono figli di papà che distruggono la città, le auto, le edicole e i negozi della povera gente, fanno la guerra a gente che guadagna due lire per fare un lavoro pericolosissimo. Tra queste due facce dei giovani italiani non ho dubbi su chi scegliere».

Il Giornale, 16 dicembre 2010

DAL TENTATO RIBALTONE ALLA NASCITA DEL CENTRINO, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 16 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Fini

Fini si  mangia le mani  dopo la  cocente sconfitta subita contro Berlusconi. Ora se ha dignità deve dimettersi da presidente della Camera dove ormai è un abusivo, anzi un portoghese.
Dal tentato, e fallito, ribaltone parlamentare a quello mediatico. Ribaltare la realtà è ormai il segno distintivo di Gianfranco Fini e dei suoi compagni di strada, da Casini a Bersani. A leggere la maggior parte dei commenti apparsi sui giornali di ieri sembrava che Berlusconi e la maggioranza avessero di fatto perso e che a vincere fossero stati loro. «Governo Scilipoti», hanno definito in molti l’esecutivo uscito indenne dalla conta ironizzando sul deputato transfuga dell’Idv che sarebbe stato decisivo nella votazione. Ovviamente non è vero. Semmai, decisiva è stata la crisi di coscienza di tre deputati finiani che non se la sono sentita di tradire elettori e ideali (da soli hanno spostato sei voti). Decisiva è stata la compattezza dell’asse Pdl-Lega. La verità viene ribaltata anche sul ruolo e sulla forza del Fli, partito che si è dimostrato inutile alla maggioranza quanto all’opposizione che aveva scommesso di abbattere Berlusconi usando Fini come Cavallo di Troia.
La verità è che i ribaltonisti sono usciti dal voto a pezzi (ieri, per la prima volta dall’inizio crisi, un emendamento del Fli non è passato in aula). Tanto che a poche ore dalla sconfitta, Fini, Casini e Rutelli hanno annunciato di voler unire i cocci. Costituiranno un unico gruppo parlamentare, prova generale di una coalizione da mettere in campo in caso di elezione. Un gruppo di centro che non guarda a sinistra, giurano. E mentono. Tutti e tre (Fli,Udc e Api) sono già alleati del Pd nel governo della Sicilia. Un gruppo unito come un sol uomo, giurano. E ri-mentono. La prova è che martedì, uno tra Fini e Casini dovrà rimangiarsi al Senato il voto già dato sulla riforma universitaria. Alla Camera, infatti, il Fli votò a favore e l’Udc contro. Prima prova, quindi, e primo rospo che uno dei centristi dovrà ingoiare. Ne seguiranno altri, perché i cattolici di Casini e i laicisti di Fini non saranno d’accordo (…)
(…) su nessun tema etico, su come e dove indirizzare le poche risorse economiche che ci sono, su dove tagliare. Per la verità, e siamo alle comiche, non c’è accordo neppure sul nome da dare a questo schieramento: Alleanza per la Nazione, propongono dal Fli evocando An; Unione dei Centristi, ribattono dall’Udc cercando di sdoganare la propria sigla.
Insomma, la grande novità della politica italiana nasce sotto i peggiori auspici e secondo i vecchi riti. Nasce per salvare il soldato Fini dalla sconfitta totale, dargli un po’ di ossigeno perché possa illudere i suoi, molti dei quali propensi al ritorno in casa Pdl, che ci sia un futuro politico dopo la batosta di martedì. In sostanza è Casini che sta cercando di inghiottire i traditori di Berlusconi per traghettarli, insieme all’ex candidato premier dell’Ulivo Rutelli, nella pancia della sinistra, senza la quale, fuori dal Pdl, è impossibile pensare di vincere non dico le elezioni politiche ma neppure quelle di un consiglio comunale.
Questa descritta non è un’ipotesi di fantapolitica ma il progetto neppure tanto segreto di Massimo D’Alema, l’eterno sconfitto che non sia rassegna a uscire di scena. Proprio D’Alema vede in Casini il nuovo Prodi, cioè il prestanome ideale per riportare gli ex comunisti alla vittoria elettorale e quindi a palazzo Chigi. Il centrino dovrebbe quindi essere l’embrione di un centrone fascio-catto-comunista da contrapporre all’asse Pdl-Lega. Che facciano. Quattro leader sconfitti non ne fanno uno vincente. Quattro idee sommate non ne fanno una buona. Lo si è visto in tutte le elezioni, così come nella votazione sulla sfiducia. Un’operazione di questo genere non farà che accelerare la fuga dei loro parlamentari (ed elettori) verso schieramenti con idee chiare e univoche. Berlusconi e Bossi aspettano a braccia aperte. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 16 dicembre 2010
……….Chissà se il ragionamento di Sallusti e le sue tesi troveranno conferma nei fatti. Quel che è certo è che ieri sera a Fini e ai suoi sodali, sia del FLI che dell’UDC, sarà venuto un colpo a leggere i sondaggi che i maggiori  istituti hanno realizzato tra la sera del 14 e la giornata del 15 dicembre: tutti hanno registrato una impennata all’insù del PDL che unito alla Lega e agli altri partiti minori del centrodestra veleggia tra il 42 e il 44%. Ovviamente tutti hanno sottolineato che il sondaggio risente dell’emozione creata dalla vittoria di Berlusconi al Senato e alla Camera contro i ribaltazionisti e che quindi va verificato nei prossimi giorni se il dato si conferma o meno. Vedremo. Ma importante è anche l’altro dato, quello che riguarda il partitino di Fini e Bocchino, quello con la bava alla bocca come è apparso a tutti gli italiani quando hanno sentito alla Camera Bocchino inveire contro Berlusconi quasi avesse a che fare con un guappo, dato che semmai l’unico guappo è lui. Ebbene il partititio di FLI, secondo questi sondaggi è precipitato nelle intenzioni di voto al 4,1%, cosicchè in una forbice che va tra il 3 e il 5%, quindi in tempo per fare la fine del partito di Bertinotti. E’ in questo clima da tragedia greca per uno come Fini che si crede un padreterno che nella serata di ieri è stato dato vita al centrino, come lo chiama Sallusti, al tentativo di creare un’amalgama tra opposti e divergenti quali sono sicuramente Fini e Casini, con Casini che essendo notoriamente più furbo di Fini e per nulla ossessionato personalmente dal Cavaliere, userà Fini per raggiungere i suoi scopi, che possono anche non essere quelli ipotizzati da Sallusti ma di certo non saranno quelli di Fini. Il quale si troverà così a non aver voluto essere il secondo di Berlusconi ma si dovrà accontentare di fare da usciere a Casini. E la parabola avrà la sua fine. All’ingiù. g.

SENZA DIGNITA’

Pubblicato il 15 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Sostiene Berlusconi che Fini è un buon tattico, ma un cattivo stratega, tant’è che vince qualche scaramuccia ma perde tutte le guerre. E successo ieri alla Camera dove tronfio sedeva sul trono che gli italiani gli hanno affidato perchè li difendesse dall’assalto della sinistra,  mentre proprio grazie a lui la sinistra tentava il colpaccio, mandare a casa il centrodestra grazie ad una congiura di palazzo il cui primo congiurato era proprio lui, Fini. Ma l’attesa è stata…disattesa, perchè il Parlamento, la Camera, oltre che il Senato, ha ridato fiducia a Berlusconi, anche se solo con tre voti di maggioranza. Pochi sostiene Fini che dietro le quinte, ingrugnito per la sconfitta, definisce solo numerica la vittoria di Berlusconi, ovviamente avendo in mente di colpire alle spalle, come da sempre lui solo sa fare. Ed infatti già oggi ha calenderizzato la mozione di sfiducia al ministro Bondi, uno dei tre coordnatori del PDL, uno degli uomini di punta di Berlusconi. Colpire Bondi, appena dopo la sconfitta di ieri, deve essere sembrata  a Fini  la maniera per esorcizzare la sconfitta, per rendere un pò amara la vittoria di Berlusconi verso il quale l’odio di mescola con la gelosia per quello che Berlusconi è e lui non sarà mai. Bondi ha scritto al Capo dello Stato per sottolineare la non terzietà di Fini, acclarata dall’uso che ha fatto in questi mesi, anche fisicamente, degli uffici della Presidenza della Camera e dall’uso che anche in questa occasione ha fatto dei suoi poteri discrezionali. Il suo portavoce si è affrettato a dichiarare che la mozione era calenderizzata da tempo, per cui Bindi avrebbe potuto chiedere notizie allo stesso Fini. Burocratico, come al solito, privo di qualsiasi emozione, tant’è che mai affronta il contradditorio e da mesi si sottrae a qualsiasi intervista che non siano quelle con stampa e TV amiche. Il problema, invece, è politico. Fini non asscura più la terzietà che la carica di presidente della Camera sottende e pretende, non garantisce sobrietà e distacco nellr decisioni, e ciò nulla ha a che vedere col fatto che quando presiede la Camera egli è imparziale. E anche questo, d’altra parte, è falso. Ieri un presidente che si fosse chiamato Pertini, l’antifascista Pertini, mai avrebbe consentito al deputato Di Pietro di rivolgersi al capo del governo con i toni scurrili che tutti hanno potuto ascoltare e se quel deputato non avesse desistito, l’antifascista pertini l’avrebbe espulso dall’Aula. Invece il fascista Fini, ancorchè convertitosi all’antifascismo di convenienza, si è guardato bene dal farlo, si è limitato a “richiamare” il deputato Di Pietro mentre il capo del governo si allontanava in segno di protesta. Il colmo. Il capo del governo si allontana mentre viene insultato e il presidente della Camera nulla ha da dire e da fare. E’ questa la ragione per la quale già da tempo Fini avrebbe dovuto dimettersi, a maggior ragione dopo la sconfitta di ieri che è anche e prima di tutto la  sua sconfessione, la sconfesisone dei suoi atti e delle sue scelte non già di deputato ma di presidente della Camera.  Ecco perchè deve dimettersi, ma dubitiamo che lo faccia o che lo farà, perchè a lui, che non è Pertini, manca la dignità della sofferenza subita per conquistare traguardi che si onorano anche con le rinunce. g.

…..E’ di pochi minuti fa la notizia che il trio Lescano della politica italiana, Casini, Fini e Rutelli, dopo aver speso alla ruolette della Camera tutte le loro speranze di soppiantare il Cavaliere, ci riprovrano, rilanciando, e formando il Polo della Nazione. Pinuccio Tatarella, maestro insuperabile nel coniare sigle, motti e slogans (indimenticabile quello: “contro il centro sinistra,  DDT – De Marzio, Di Crollalanza, Tatarella”) non sarebbe orgoglioso di un trio che nemmeno nei nomi sa essere innovatore. Da annotare però che in 24 ore sono passati da 80 di ieri ai 100 di oggi secondo Casini:  gli altri venti sono nati nel bosco come i funghi. Speriamo non siano velenosi. g.

BERLUSCONI ROTTAMA FINI, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 15 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Berlusconi ha vinto, Fini ha perso. È questo il risultato del voto di fiducia ed è bene scriverlo nella sua brutale semplicità perché in queste ore è già partita la surreale gara dei «ma, però…», della «vittoria numerica ma non politica», della «maggioranza che non c’è più» e altra varia umanità con la quale si fa un bel gioco di fumo e specchi ma nessun passo avanti nell’analisi politica, cioè in quella materia che serve a capire cosa sta accadendo nel Palazzo. Mentre nei giornaloni suonavano le campane a morto del governo e del Presidente del Consiglio, mentre nelle case degli intelligenti a prescindere si metteva in frigo lo champagne e si ordinavano le tartine per festeggiare la defenestrazione del Cav, qui su Il Tempo abbiamo cercato di spiegare nei giorni scorsi perché è molto pericoloso scambiare i propri desideri per fatti compiuti, perché le aspirazioni e gli incubi di un leader non sono la rappresentazione esatta del mondo che c’è là fuori, perché un’ossessione non sempre diventa la migliore azione. Cose semplici, dettate dalla logica, dal buonsenso, dalla frequentazione della realpolitik. Cose ritenute inutili da naviganti futuristi e non. Risultato: la flotta invincibile della nuova destra europea, moderata, raffinata, colta, europea, si è fracassata sugli scogli e ora è alla deriva, in balìa di una tempesta politica che è appena iniziata. Volevano affondare il perfido Silvio e ora sono loro che rischiano di colare a picco.

Gianfranco Fini ha giocato il tutto per tutto. Non è un lettore di Machiavelli e in fondo questo lo sapevamo. Non è uno stratega e ne abbiamo avuto la prova regina. Ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare e invece di assaporare la vittoria, è stato segnato dalla sconfitta. Bruciante. E beffarda perché la sua sfida agli occhi di chi osserva con un minimo di mestiere la politica è apparso da subito un suicidio non calcolato, l’opera tragicomica di un kamikaze per errore. Fini non ha perso soltanto l’epica sfida con Berlusconi. Ha perso anche un pezzo del gruppo parlamentare alla Camera. Ha perso credibilità. Dopo aver perso la testa in questo progetto senza capo né coda ha perso pure la faccia. E ora? Se avesse un po’ di coerenza e rispetto per la carica istituzionale che ricopre, dovrebbe dimettersi. Se cominci una guerra contro il presidente del Consiglio e la perdi, fai un dignitoso passo indietro e riprendi il tuo cammino sul viale dei perdenti. Invece no. Ancora ieri s’è premurato di informare gli italiani che assistevano alla sua Caporetto che mai e poi mai lascerà lo scranno di Montecitorio. Il 14 dicembre – come spiegavo nei giorni scorsi – così diventa uno spartiacque della politica italiana. Chi pensava di proiettare i propri disegni politici oltre questa data, sorvolando l’affermazione del Cavaliere, non ha capito un fico secco di quel che è accaduto ieri a Montecitorio. Da questo momento in poi comincia un altro film, il plot è dettato da un’altra sceneggiatura e i protagonisti cambiano scenario e obiettivi.

Berlusconi ha vinto la seconda battaglia (la prima era quella del 29 settembre) sul voto di fiducia e in due mesi ha incassato il semaforo verde per il suo governo. Sono fatti che pesano come macigni sulla vita politica. Ieri sera di fronte al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non si è presentato un Cavaliere disarcianato da un indiano cresciuto in via della Scrofa che ne brandiva lo scalpo, ma un leader che ha superato per due volte la prova dell’aula e può sostenere di fronte al Quirinale un paio di cosette interessanti che riassumo qui a beneficio dei lettori: 1. ho la maggioranza, risicata, ma ce l’ho e fino a prova contraria vale per continuare a stare in sella; 2. ho la possibilità di provare ad allargare questa maggioranza ad altri partiti; 3. proverò a governare ma se mi accorgo che non è possibile, con questo risultato non può esserci un altro governo, un altro presidente del Consiglio, un’altra maggioranza; 4. ergo, le elezioni anticipate sono l’unica alternativa al mio governo. Sono fatti che Giorgio Napolitano, un uomo che è cresciuto nei partiti, ha ben presenti e intorno a questi dati della realtà ruoteranno tutti i ragionamenti e le prossime mosse ed esternazioni del Presidente della Repubblica.

Ben diversa è la situazione di Fini e del suo gruppo politico. Il leader di Fli da oggi fa parte dell’opposizione, non è più il centrodestra di Berlusconi e neppure un altro centrodestra come s’affannano a teorizzare i suoi cervelloni. È vero che gli elettori lo percepivano già come un alieno, ma la sua uscita dall’orbita dei conservatori italiani ora è totale e irrimediabile. Idealmente Fini è stato attratto dalla forza gravitazionale di una galassia che comincia con Di Pietro, passa per Bersani e finisce con Vendola. La sua traiettoria e rivoluzione intorno a questo sistema di pianeti non è né quella di Pierferdinando Casini né quella di Francesco Rutelli. Bastava ascoltare con attenzione l’intervento alla Camera di Italo Bocchino (un disastro totale, degno del guinness dei fiaschi politici) e confrontarlo con quello dal tono ben diverso dei leader dell’Udc e dell’Api per capire che i futuristi sono più in sintonia con il trattorista Tonino da Montenero di Bisaccia che con il cosiddetto Terzo Polo dei moderati. Quelli che la vedono lunga nel Palazzo prevedono un ulteriore smottamento di una parte della collinetta finiana verso la pianura del Pdl e dunque una imminente riorganizzazione di un governo più che autosufficiente. Vedremo. In ogni caso, Fini si è autoscaraventato nel cono d’ombra dell’opposizione dura e pura e da questo momento è in un pollaio pieno di galli gelosissimi l’uno dell’altro. Il suo bacino di voti, infatti, è quello dell’antiberlusconismo non del centrodestra come qualcuno s’affanna a dire in queste ore.

Basta una lettura attenta dei sondaggi d’opinione e una proiezione dei potenziali flussi elettorali per capire che Fini può dare più fastidio a Bersani e Di Pietro che a Berlusconi. Ma c’è di più: in caso di elezioni, la presenza di Fini e dei terzopolisti potrebbe avere un effetto boomerang sui rapporti di forza in Senato. Per effetto della sottrazione di voti, infatti, Fli darebbe a Pdl e Lega molti più senatori nelle regioni dove i due partiti sono forti, al punto che anche Palazzo Madama sarebbe in pugno al Cavaliere. Del controllo della Camera neppure si discute, sarebbe di fatto un fortino azzurro-verde. Non so quanti esponenti della Comitato di Liberazione Nazionale da Silvio, abbiano dato un’occhiata ai numeri – a giudicare dai proclami fatti in questi giorni, nessuno – al loro posto ci farei due o tre pensierini e mi metterei con il pallottoliere a contare i seggi. Chi invece quei numeri sembra già averli masticati è Silvio Berlusconi che ieri ha ribadito il concetto: «Se non si può governare, si va alle elezioni». Ecco, il voto continua ad essere una delle opzioni sul tavolo. La fiducia del Cavaliere alla Camera non l’ha smaterializzato, ma solo rinviato. Se Berlusconi fosse caduto, la Santa Barbara del voto anticipato sarebbe con le polveri bagnate e impossibile da usare. Ma così non è stato e quell’arsenale oggi è non solo intatto, ma addirittura irrobustito perché le armi a disposizione del nemico si sono nel frattempo ridotte a ben poca cosa. Possono sperare solo nell’appoggio della magistratura (in gennaio la Consulta deciderà sul legittimo impedimento e ne vedremo delle belle), ma da sedici anni le toghe sono non solo un ostacolo ma anche un formidabile fornitore di carburante per i carri elettorali del Cavaliere. In termini militari, Berlusconi e Bossi in questo momento sono una superpotenza in grado di controllare gli spazi di cielo, terra e mare. Gli altri? Hanno perso una battaglia fondamentale, se provano ancora a manovrare, rischiano di perdere la guerra. Mario Sechi, Il Tempo, 15 DICEMBRE 2010

E ADESSO FINI DEVE ANDARE A CASA

Pubblicato il 15 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Fini, sulla poltrona di presidente della Camera con accanto il fido Bocchino, l’uomo con la bava alla bocca che ieri con il suo discorso rabbioso contro Berlusconi ha mandato all’aria il progetto finiano.

Fini? Fini è solo. Questo dice il 14 dicembre. Non lo vede Casini, non lo vede Bersani, non lo ha mai visto Di Pietro. Non vuole più vederlo Berlusconi. E anche tra i suoi si sussurra che molte colombe vogliano tornare a casa. Quello che vede Gianfranco dal suo posto a Montecitorio è uno spettacolo desolante. Ma presto potrebbe tornare giù, ad altezza d’uomo. Tutti, a destra e sinistra, si aspettano che Fini si dimetta da presidente della Camera. Lo chiede la maggioranza con insolita chiarezza. E diversi ministri sono intervenuti perché faccia un passo indietro. C’è imbarazzo anche nell’opposizione. Follini con cortesia gli fa notare che quando lui lasciò la maggioranza si dimise da tutte le cariche: «Ma sono scelte personali». Niente da fare. Fini non è Follini. Ha scelto che lo scranno più alto di Montecitorio sarà il suo fortino. E ci si aggrappa come un naufrago, disperato.

Fini è la fotografia di una sconfitta. Legge con voce impersonale i numeri del suo fallimento. La delusione è tanta, il volto teso, con gli occhi sgranati. Davanti alla processione dei si alla fiducia mostra che forse non se lo aspettava. Era ancora sicuro di farcela. Eppure qualcosa non ha funzionato. Quando ha visto che Moffa non era lì a votare ci è rimasto davvero male. «Non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo proprio», ha sussurrato con gli occhi bassi. Sconfitto da se stesso: se il Fli avesse retto ora saremmo qui a raccontare un’altra storia. Invece tocca a Fini masticare la delusione trasformandola in odio. Basta ascoltare cosa dice Bocchino dietro le quinte e Granata a destra e manca: «Berlusconi? Gli renderemo la vita impossibile».

La spallata non è riuscita. Ancora una volta non è stato all’altezza delle sue aspettative. Nelle scommesse politiche del presidente della Camera c’è sempre qualcosa che balla, una cifra che non torna, un azzardo che all’improvviso diventa troppo alto. Questa doveva essere la sua giornata. Questo 14 dicembre se lo era costruito a tavolino, sicuro che il suo avversario fosse alle corde, con le mani basse e senza via d’uscita. Il guaio di Fini è che sottovaluta sempre Berlusconi. È per questo che al momento di mostrare le carte i suoi bluff vengono scoperti.

Quello che ci lascia in eredità questa giornata fredda e con le strade ammaccate è l’inconsistenza del Fli. Il suo partito è depresso e diviso. La dittatura dei suoi nuovi colonnelli, Bocchino, Granata, Briguglio, ha umiliato chi lo ha seguito per una scelta di cuore. Non immaginando che il capo anche questa volta si sarebbe dimostrato freddo e distante. Non è facile innamorarsi di Fini. È uno che ti fa sentire in debito con la vita. L’unica cosa concreta che è riuscito ad ottenere da questa vicenda è il clima da guerra civile che si respira nel centrodestra. Il resto è un muro.

La chiarezza di schierarsi all’opposizione non cambia i suoi progetti. Si va avanti con la strategia della guerriglia: sabotare, disfare, preparare agguati, contrastare. «D’ora in poi – sintetizza un finiano – saremo una falange macedone. Saremo un esercito compatto, perché dobbiamo difenderci…». Ma tutto questo ha un valore solo negativo. Non ha un futuro. È lo sfogo rancoroso di un antiberlusconismo privato e viscerale. È l’unica merce politica che riescono a mettere sul mercato. Solo che accanto al loro negozio ci sono concorrenti molto più ricchi e antichi.

Lo strappo dalla maggioranza non ha costruito nulla. La diaspora dell’altra destra non è un’alternativa. Fini ha deluso i suoi nuovi compagni di strada. Non è lui l’antidoto a Berlusconi. Ed è un uomo che ormai odora di insuccesso. L’alleanza con Casini non è mai decollata. Fini si è infilato in un vicolo cieco. Non può tornare da Berlusconi, ma non c’è nessun altro che è pronto a scommettere sulla sua fortuna. Non gli resta che correre da solo, con una squadra a pezzi e senza il favore degli elettori. È da qui che deve ripartire, ma ci vorrebbe un colpo d’ala.

Invece no. Quello che si vede è lo sforzo di un uomo che resta abbarbicato all’ultima poltrona della sua vita.

Salvatore TRAMONTANO PER IL GIORNALE, 15 DICEMBRE 2010

……L’ultima poltrona della sua vita, perchè la congiura fallita di ieri ha messo a nudo il re. Il re Fini, re solo di se stesso e delle sue smodate ambizioni e delle sue altrettanto furiose frustrazioni, ha finito di concionare e l’ultima cosa che può fare è di rimanere sulla poltrona di cui ha fatto squallido mercimonio per tentare di disarcionare il Cavaliere. Per farlo ha ridicolizzato se stesso con la tesi secondo cui quella di Berlusconi è una vittoria solo….numerica. Ma lo sa Fini che in democrazia sono i numeri a contare e a fare la differenza? E se per caso avesse prevalso la sfiducia per tre voti cosa avrebbe detto? Fini sa bene che sta arrampicandosi sugli specchi di una sconfitta che prima ancora che numerica è politica, politica senza appello, perchè da oggi in poi, nulla sarà più come prima. Certo, i suoi uomini ( e chissà quanti in verità!) si trasformeranno alla Camera (di certo non al Senato) in forsennati dipietristi, veri e propri terroristi, ma il terrorismo può fare qualche danno, può conseguire qualche vittoria momentanea, ma alla fine vince sempore lo Stato, vincono gli interessi nazionali, quelli dei quali da sempre Fini se ne impipa. D’altra parte è proprio da uno dei suoi randellatori che gli dovrebbe venire l’esempio. Briguglio, secondo solo a Bocchino in materia di killeraggio di Berlusconi, ieri sera si è dimesso da componente del COPASIR, l’organo parlamentare di controllo dei servizi segreti, con una lettera indirizzata al presidente dell’organo, D’Alema e allo stesso Fini. Ha scritto Briguglio nella lettera che essendo stato nominato in rappresentaza della maggioranza, non può rimanere nell’incarico essendo ormai passato all’opposizione, come stabilito da Fini, solo da lui, domenica scorsa durante la chiacchierata con la signora Annunziata. Ha fatto bene Briguglio. Fini lo imiti, al più presto. Anch’egli fu eletto dalla maggioranza e in rappresentanza della maggioranza. Ora che ufficialmente è passato all’opposizione dimettersi dalla carica di presidente della Camera non è solo un dovere morale, ma un obbligo istituzionale. Se ci rimane è un abusivo, anzi un portoghese. g.

DA DAGOSPIA UN PO’ DI GOSSIP

Pubblicato il 14 dicembre, 2010 in Costume, Gossip, Politica | No Comments »

Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera 1
Caro Dago , allora , se ho capito bene : la sinistra si è alleata con l’ex successore di Almirante per essere ancora sconfitta da Berlusconi , giusto ?
OBSERVER

LA SMORFIA DI GIANFRANCO FINI

Lettera 2
Dago darling, anche i titolisti di “Il Messaggero” (de Roma, ovviamente) sono bravissimi nel fare satira. Ecco oggi, mentre Roma “brucia”, il sottotitolo “Le tre partorienti in Aula alla Camera: applausi e carezze”. Non ho letto l’articolo e quindi a tutt’ora non so se poi si sono sgravate lì a Montecitorio e se hanno fatto in tempo ad andare in ospedale.
Natalie Paav

Lettera 3
Egregio Direttore, “Due traditori nell’Idv” . Il Pd ha garantito 206 voti su 206 deputati. “Se non ci fossero stati due traditori dell’Idv avremmo vinto”. Così il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini. Allora anche il Pd ha scoperto che il problema di questa democrazia è l’Idv di Di Pietro? Era ora, ma come sempre in ritardo: qualcuno, prima di loro, l’aveva detto da tempo e non solo il Pdl. Anche l’Udc e la Lega non vedono di buon occhio il molisano ” Trattorista”. Certo, se questo pensasse di più a casa sua e non a quella altrui…ma questa è altra storia! Grazie per l’attenzione e buon lavoro
L. C. G. – Montepagano (Te)

Berlusconi

Lettera 4
Caro Dago, come agente immobiliare Fini è un fallito, si è fatto occupare l’appartamento di Montecarlo dal cognato e non è riuscito a sfrattare Berlusconi da Palazzo Chigi. E come politico invece? Beh, aspettiamo almeno che cominci prima di giudicare…
Zadeu

Lettera 5
Le Spa italiane dovrebbero proporre, oltre a talassoterapia e tradizionali bagni di fango, fieno, cioccolato, miele ed alghe, anche la “coproterapia”. Nella merda gli italiani ci sguazzano da tempo, ed è di oggi la (fiduciosa) conferma che piace. Shitty business but business.
Marina

Lettera 6
L’unica soluzione rimasta a Fini è quella di ripresentare “Bocchino” non come capo gruppo Fli ma,come un ben più pragmatico punto di programma

Giulia Buongiorno entra alla Camera in sedia a rotelle

Lettera 7

Fini: quella di Berlusconi è una vittoria di Pirro. La sua è una sconfitta da pirla.

Lettera 8
Caro Dago, un’esclamazione per riassumere la giornata: FINI-TOH!!!
Giorgio

Lettera 9
Caro Dago, dopo la débâcle sulla sfiducia, Fini ancora più patetico di prima: “Vittoria numerica, vedremo se politica”. E per lui invece, sconfitta numerica ma non politica? Gianfry vada a farsi una doccia fredda
M.Godiani

Lettera 10
Caro Dago, Berlusconi incassa la fiducia per tre voti di scarto, 314 a 311. Ora Silvio può venderne uno a Di Pietro…
F.K.

Lettera 11
Riassunto della giornata dopo il voto di fiducia: Berlusconi cerca di allargare, a Fini glielo hanno allargato per bene.
Little Tonno

Scilipoti

Lettera 12
caro Dago, un tempo, nel Carosello TV, abbiamo avuto una bellissima donna (Virna Lisi)
alla quale era concesso da tutti dire quel che volesse: “con quella bocca può dire ciò che vuole…” Come poteva pretendere di essere ascoltato Fini parlando con un Bocchino. Come siamo caduti in basso. Ciao.

Lettera 13
Caro Dago, stasera tutti sotto Palazzo Chigi con Fini, Bersani, Di Pietro e D’Alema a guardare il “tramonto” di Berlusconi…
Tuco

Lettera 14
Fini è stato sconfitto. Questi sono i numeri. Per il resto, nonostante abbia avuto l’appoggio dei grandi giornali e nonostante i tentativi, oggi, di inficiare il risultato del voto con storie immaginate di corruzione o di pressioni politiche, la storia del Parlamento registreà come una sconfitta l’arroganza di un leader che ha avuto la stessa disavventura della rana di Fedro. La rana si gonfia per apparire più grossa fino a scoppiare. Voleva prendere il posto di Berlusconi ma non ha avuto la forza. Si è inimicato i suoi stessi elettori di AN, me compreso, che per 2/3 non lo sopportano più per i suoi errori fatti di arroganza e di scorrettezza politica nell’occupare un posto istituzionale e usarlo come come soggetto politico. Cosa volete? I giardinetti lo attendono, perdendo la credibilità che la sinistra gli assegnava fino a quando disturbava il manovratore. Ma ora? Lo abbandoneranno al suo destino. Tanti saluti
Giovanni Gennaro

antonio di pietro idv

Lettera 15
La Polidori contraria alle Case Chiuse …in Camera si spuntano prezzi migliori.
P@°L°

Lettera 16
Caro D’Agostino, gli oppositori hanno tirato un enorme respiro di sollievo: ieri avevano davvero temuto che il governo fosse finito.
Larry Svizzero

Lettera 17
Fini è stato capace di uccidere Msi An Fli, accusato di tentato omicidio di Pdl! roba che nemmeno Rosa e Olindo…

Lettera 18
Caro Dago, alla fine è arrivata la fiducia al governo anche alla Camera con 314 voti contro 311. Non mi pare davvero una maggioranza schiacciante. A determinarla tre voti di aderenti al Fli e soprattutto i parlamentari Scilipoti, Calearo e Grassano. Da osservatore dell’estrema periferia, mi sembra una “vittoria di PIrro” che non risolve i problemi dell’Italia. Cordiali saluti.
Giovanni Attinà

Fini e Bocchino

Lettera 19
Caro Dago, Silvio ha cinque figli naturali. Con un po’ di pazienza e oculatezza Gianfranco Fini avrebbe potuto essere il figlio politico di Berlusconi. Ma invece, stupidamente, ha gettato alle ortiche tutto quello che il destino gli stava consegnando su un piatto d’argento. Solo gli stolti non sanno riconoscere la fortuna quando gli capita tra le mani!
M.P.

Lettera 20
Caro Dago, A proposito di nomignoli : l’Onorevole ( si fa per dire) Guzzanti, che incassa da Camera e Giornale due lauti stipendi dob ( d’origine berlusconiana) e poi sfiducia i Cavaliere, è la prova provata del pecunia non olet. Che ne dici, pertanto, di chiamarlo Paolo Puzzanti ? Salve
Natalino Russo Seminara

Lettera 21

Bocchino ha detto che Berlusconi può dare lezioni su come si dioventa ricchi. Lui invece può prendere lezioni su come si può evitare di parlare con la bava alla bocca.

Lettera 22
Dopo il tenente Garcia De Gregorio, Baffetto Razzi e Cicciobombolo Scilipoti proporrei all’attento selezionatore Di Pietro di cambiare il nome del suo partito….magari l’Italia Dei Voltagabbana.
Vaquiña

Lettera 23
Egregio Direttore, Con riferimento alla maggioranza avuta alla Camera da Berlusconi, Bersani e D’Alema dichiarano: scandalosa compravendita. Ora, finché lo dice Bersani passi pure, ma D’Alema non credo abbia dimenticato come ottenne di fare il Presidente del Consiglio, dove prese la maggioranza e con il soccorso di Chi ( pace all’anima sua). La politica è tutto, a partire dall’arte del compromesso, ma pretendere o di dimenticare il giorno prima o di essere circondati da smemorati, mi sembra troppo!
Grazie per l’attenzione e buon lavoro
Valeria Monteforte – Siracusa (Sr)

Lettera 24
Nel 2005, si profetizzava che i berluscones, se perdevano le elezione, avrebbero fatto le barricate e chissà quali altri orrori. Sappiamo come andò: non accadde niente di niente. E Prodi andò tranquillamente al governo. Oggi invece le maggiori città italiane sono state messe in ginocchio dai cortei anti-cainano. Ma ovviamente questo non è squadrismo, non è intimidazione, non è violenza antidemocratica contro i rappresentanti del popolo, non è un’offesa alla sacra costituzione: è invece giusta e benedetta espressione dei sentimenti altamente democratici della parte sana della nazione.
Francesca

BERSANI Fiducia alla Camera

Lettera 25
caro DAGO, se cito Pascal (“stupido è colui che fa l’altrui male senza ricavarne vantaggio”) chi viene subito in mente fra le massime cariche dello stato? quanto a quello che succede in aula e per le strade della povera cara Roma, come dar torto a Flaiano (“in Italia i fascisti si dividono in fascisti propriamente detti e antifascisti”)?
un caro preoccupato saluto
BLUE NOTE

Fiducia al Senato

E ORA FINI SI DIMETTA

Pubblicato il 14 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

E ora Fini si dimetta. Sia il Senato, sia la Camera, hanno confermato la fiducia al governo di Silvio Berlusconi. E’ una sconfitta degli sfascisti, e,  in primo luogo, del presidente della Camera che ha ordito e costruito la congiura di palazzo che avrebbe dovuto mettere all’angolo il capo del governo. La congiura è fallita anche lì dove al suo ideatore sembra più facile che potesse andare in porto. E’ fallita alla Camera dove i voti a favore di Berlusconi sono stati 314 contro i 311 che hanno votato per la mozione di sfiducia che ha visto unire i voti di quanti erano stati eletti nelle liste del PDL e con il suffragio degli elettori anticomunisti ai voti degli ex e post comunisti che nel delirio finiano avrebbero dovuto in seguito aprirgli la strada a chissà quali traguardi. Per ora il suo unico e decente traguado sono le dimissioni da presidente della Camera. Ieri al Senato, il sen. Pera,  senza molti giri di parole,  ha rilevato l’anomalia di una presidenza istituzionale trasformata in partito politico, oggi, al termine della sua  dichiarazione di voto, lo ha rimarcato l’on. Cicchitto, capo dei deputati del PDL, che successivamente ha invitato Fini a “riflettere”. A riflettere anche sul fatto che invece di perdere voti Berlusconi, i voti li ha persi lui, visto che due deputate pur trasmigrate nel FLI hanno votato contro la sfiducia e un altro,, l’on. Silvano Moffa, vecchio militante missino, ex presidente della Provincia di Roma, lo stesso che aveva tentato in extremis una intesa che evitasse sia la conta, sia la ormai irrimediale frattura nell’ambito del centrodestra, non ha partecipato al voto, significativa quanto decisamente sofferta decisione che pesa su Fini molto più dei voti che gli hanno portato le due donne prepartorienti, una delle quali si è presentata al voto in carrozzella. Ora gli resta Bocchino (oltre Granata che di meglio non ha saputo fare che insultare la deputata Polidori che al momento del voto ha scelto di votare per Berlusconi), il quale Bocchino dopo essere stato in Aula protagonista di una esibizione pari a quella di Di Pietro, ha reagito alla sconfitta citando un aneddoto che riguarda Togliatti che ad un euforico Paietta che gli diceca di aver “preso la Prefettura di Milano” rispose gelido “e ora che te ne fai”. Povero Bocchino, ciascuno si consola come può. Appena pochi giorni fa gridava”abbiamo 317 voti contro Berlusconi”, ora che i voti sono scesi a 311 e il premier ha ottenuto la maggioranza e la fiducia, ne sminuiscxe il valore e il significato. Come al solito c’è sempre una volpe(Bocchino) che lascia perdere l’uva che non riesce ad agguantare perchè non matura. Lo sappiamo, non si governa con pochi voti di maggioranza, specie avendo sparsi tra i banchi di Montecitorio quel che di peggio può esserci in politica: i traditori. Ma per questo, Berlusconi e il PDL non si arroccheranno nella fiducia ottenuta e promuoveanno l’allargamento della maggioranza perchè la legislatura non si interrompa, perchè possa assicurarsi un governo stabile nella congiuntura economica che l’Italia sta attraversando, perchè si possa completare la riforma del federalismo e avviare la realizzazione delle altre grandi riforme, quella istituzionale in primo luogo e quella della giustizia, urgente questa, insieme alle regole per la sicurezza e l’ordine pubblico. Che va salvaguardato dalle aggressioni di sfaccendati e delinquenti come quelli che hanno tentato di mettere a soqquadro Roma ed altre città; Roma sopratutto, il cui centro è stato teatro di inaudite violenze contro cose e persone, la cui responsabilità ricade su chi ha pensato di poter usare la violenza per forzare le decisioni del libero e democratico Parlamento italinao. Una violenza che ci ha ricordato un passato ancora non affidato solo ai libri di storia e i cui segni sno ancora visibili nella società italiana. g.

FUTURO SENZA LIBERTA’, l’editoriale di Mario Sechi

Pubblicato il 13 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Gianfranco Fini Uno dei due cadrà. Questa è la brutale sintesi del voto di fiducia in Parlamento. Il duello tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini è giunto al suo epilogo. Finalmente. Comunque vada, siamo di fronte a un punto di svolta della nostra storia politica: Fini ieri ha annunciato che dal 15 dicembre il suo gruppo passerà all’opposizione e con un colpo netto d’ascia, senza alcuna discussione interna, con quei modi spicci che lui ha sempre rinfacciato al Cavaliere, ha reciso brutalmente il filo che le «colombe» di Fli avevano tessuto per tenere in piedi almeno la speranza di un accordo nella maggioranza che fu. Fini svela il suo vero volto: un Futuro senza Libertà. Mi hanno colpito le parole di Silvano Moffa, un moderato, uno che ha dimostrato lealtà a Fini, nel commentare la dichiarazione di guerra del presidente della Camera. Sono colme di «profonda amarezza», hanno il tono dell’addio e vi traspare tutta la delusione per l’occasione perduta e la preoccupazione per una parabola senza alcuna prospettiva. Moffa è un vero signore, coerente, garbato, colto, si era illuso che il suo leader fosse fatto della stessa pasta. E invece ha visto con i suoi occhi il panorama arroventato della terra di mezzo in cui il Gianfranco furioso ha scaraventato Fli e coloro che onestamente ci hanno creduto.

In realtà, bastava osservare con sufficiente distacco lo scenario politico per rendersi conto che la sortita di Fini era ampiamente prevedibile. Non siamo di fronte a un comportamento che ha una logica politica, ma a un’azione scomposta, priva di riflessione e analisi. Attenzione, non penso che il puro istinto e la cattiveria siano qualcosa di alieno alla politica, in realtà ne sono parte fondamentale, ma funzionano solo se si sposano all’analisi, alla freddezza della mossa di fronte all’avversario e alla disponibilità al compromesso, esito terreno di qualsiasi azione politica. Quest’ultima parte nel Fini di oggi è del tutto assente. Il suo è un primitivo e rozzo tentativo di far cadere il suo Cavaliere, a prescindere dai discorsi politici, dai programmi, dalle proposte, dal destino della maggioranza, del Parlamento e di un intero Paese. La differenza tra uno statista e un politicante sta tutta qui. E chiunque abbia un minimo di intelligenza capisce che stiamo parlando di un abisso. Solo che in quell’abisso rischia di finirci il Paese tutto. Chi predica responsabilità e alza il sopracciglio un po’ schifato come se avesse appreso i rudimenti dello Stato a Westminster e non in via della Scrofa, ieri ha dimostrato di infischiarsene del debito pubblico, delle famiglie monoreddito che soffrono, delle aziende che chiedono stabilità, degli impegni internazionali dell’Italia, degli appelli dello stesso Capo dello Stato. Davvero un bel modo per festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia. I discorsi di Fini erano aria fritta e tali sono rimasti.

Il vero e unico scopo era solo quello di abbattere Berlusconi, ridurre la maggioranza a una maceria fumante e sul disastro costruire un’avventura a dir poco pericolosa. Dalla sua viva voce abbiamo appreso che Fli va all’opposizione e sempre dalle sue labbra è uscita la davvero singolare proposta di un governo presieduto da Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia, cioè l’uomo simbolo dell’esecutivo guidato dal Cavaliere, colui che firma la politica economica del governo, il signore che ha le chiavi della cassaforte. Basta e avanza questo per certificare che siamo di fronte a un problema solo personale, a un dissidio interiore irrisolto, a un’ambizione frustrata che cerca la soluzione finale e non il punto d’equilibrio tra le parti. È un modo di proporsi come «nuovo» e «alternativa» che va respinto perché proviene da chi ha condiviso sedici anni di politica berlusconiana e ne ha avuto indubbi benefici. Un politico è un essere umano, commette azioni buone e meno buone, ma ciò che è inaccettabile e imperdonabile è l’assenza di lucidità, di spirito costruttivo, di vero senso dello Stato. Fini annunciando che Fli va all’opposizione, ha iscritto il suo gruppo tra gli antiberlusconiani, si associa a Di Pietro e Bersani, cioè a quelli che dovrebbero essere i suoi opposti politici e culturali. Così apre una prateria al centro per l’Udc di Pierferdinando Casini, il quale, a questo punto, può davvero legittimamente cominciare a giocare la partita del futuro postberlusconiano. Prima di tutto questo però ci sarà il discorso di oggi di Berlusconi. Mi attendo un intervento asciutto, fermo, un richiamo alla responsabilità, un paletto fermo contro le tentazioni di restaurazione e una visione coerente delle cose da fare da qui al 2013. Poi tutti avranno 24 ore per pensarci, per valutare se è il caso di far piombare il Paese in una crisi dagli esiti davvero imprevedibili con una compagnia di giro che non ha un programma, non ha una visione del futuro, ma solo la bava alla bocca e pochi sogni ben confusi.

La partita non si chiude con il voto di domani, ma è dalla data del 14 dicembre che parte una nuova sceneggiatura del film italiano. Siamo realisti, spazziamo via i giochi degli illusionisti e dei ciarlatani di Palazzo: anche se Berlusconi dovesse cadere, questo non significa che il Cavaliere sparisce, esce di scena, se ne va a prendere il sole ad Antigua e comincia un’era felice, carnevalesca, con ricchi premi e cotillons per tutti. In realtà si aprirebbe una stagione di enorme incertezza, il caos istituzionale e sociale dove non c’è una guida sicura ma debolissima e senza legittimazione popolare, una questione settentrionale e meridionale pronte a sfociare in una secessione e uno sciame gigantesco di locuste straniere pronto a divorare il Paese, perché gli speculatori fanno i conti sui loro margini di guadagno, pigiano un pulsante e spostano capitali, scommettono sul default e per loro un crac del governo in questo momento è una manna di miliardi. In questo scenario, con la crisi internazionale in corso e con un sistema istituzionale così debole e delegittimato, non sarebbe la fine di Berlusconi, ma l’inizio della fine dell’Italia. Mario Sechi, Il Tempo, 13 dicembre 2010

FINI, E’ UN VALORE DI CENTRO DESTRA TRADIRE GLI ELETTORI DI CENTRO DESTRA E PORTARE A SINISTRA I LORO VOTI?, editoriale di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 13 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

Ci siamo, oggi Silvio Berlusconi parla a Senato e Camera. Sul tavolo c’è la mozione di sfiducia presentata da Gianfranco Fini, alleato con Casini e la Sinistra. Il tentativo di disarcionare il premier che il presidente della Camera ha innescato sei mesi fa dopo due anni di incubazione, giunge quindi al momento della verità. Il compagno Fini ce la farà ad offrire su un piatto d’argento il grimaldello che la sinistra e Di Pietro cercano da sedici anni? In casa Pdl sono ottimisti, il blitz fallirà. Anche se nelle ultime ore la macchina del soccorso rosso ha girato a mille e, come al solito, la Rai ha fatto la parte del leone. Lucia Annunziata si è messa in ginocchio davanti a Fini, invitato ieri per l’ennesima volta e senza contraddittorio nella sua In 1/2 ora. Santoro ha scatenato i suoi segugi fin dentro casa Scilipoti (l’ex Idv che ha abbandonato Di Pietro e potrebbe votare la fiducia) ad aggredire l’anziana madre (91 anni), tanto da procurarle un malore. La Gabanelli ha messo in piedi in tutta fretta un Report-bis sulla casa di Antigua del premier.

I traditori, dopo settimane di trionfanti annunci di nuove maggioranze possibili e terzi poli decisivi, sentono mancare il terreno sotto i piedi e hanno perso la testa. Bocchino esterna ogni ora con la bava alla bocca. L’ultimo appello di Fini è che Berlusconi persegue solo suoi interessi e non rappresenta più i valori del centrodestra. E allora ci piacerebbe sentire oggi in aula i rappresentanti del Fli spiegarci bene e definitivamente alcuni loro valori fondanti. Per esempio. È un valore di centrodestra svendere una casa del partito (quella di Montecarlo) al cognato del capo tramite due società offshore? È un valore del centrodestra negare il fatto, giurare di dimettersi semmai venisse accertato e poi, di fronte all’evidenza, tradire il giuramento? È valore di centrodestra che il presidente della Camera minacci un dirigente Rai per fare avere alla suocera un appalto da un milione e mezzo di euro? È un valore del centrodestra sottrarre dal conto di una fondazione oltre centomila euro per comprare al capo (Fini) una vettura Bmw, pur senza averne diritto? È un valore del centrodestra farsi pagare, come fa Bocchino, i debiti del proprio giornale (il Roma di Napoli) con soldi pubblici sottratti in periodo di crisi al volontariato? È un valore del centrodestra usare, come fa Fini, le strutture della Camera, e il potere che deriva dall’esserne presidente, per fare pressioni su deputati che erano scettici a lasciare il Pdl e confluire nel Fli? È un valore del centrodestra mettere a disposizione della sinistra i voti raccolti da elettori convintamente berlusconiani? È un valore del centrodestra tradire?

Dubitiamo che Fini e Bocchino avranno il coraggio e l’onestà di rispondere a queste domande. Non possono farlo, perché sono codardi e sleali. Hanno disfatto una maggioranza per ambizioni personali e problemi economici (la fusione Forza Italia-An gli ha tolto il controllo della cassaforte del partito). Non hanno progetto politico né elettori. Tra trentasei ore speriamo che il Parlamento certifichi il loro fallimento. IL GIORNALE, 13 DICEMBRE 2010

LO SCANDALO E’ IL FLI CHE CALPESTA LA SOVRANITA’ POPOLARE

Pubblicato il 13 dicembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Gennaro Sangiuliano

Il 21 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema, la prima volta di un ex comunista, quell’esecutivo ottenne la maggioranza e la fiducia grazie all’apporto determinante di 39 parlamentari eletti nel centrodestra, alcuni addirittura «nominati» nelle quote proporzionali, come il ministro della Difesa Carlo Scognamiglio proveniente dalla lista di Forza Italia. Molti di questi deputati ricevettero indubbiamente vantaggi politici perché divennero ministri o sottosegretari. Non vi furono remore ideologiche, D’Alema nominò sottosegretario il senatore Romano Misserville, storico esponente missino, che si dichiarò estimatore di Benito Mussolini. Il centrosinistra non aveva una maggioranza, varò altri due governi grazie al trasformismo di deputati eletti col centrodestra. Nessuna procura aprì inchieste per verificare quali «utilità» (usiamo la terminologia del codice penale) fossero state riconosciute.

Nessuno si sognerebbe di affermare che Giovanni Giolitti non sia stato uno statista, il suo riformismo segnò il delicato passaggio dall’Italia agricola a quella industriale. Eppure, Giolitti per tenere in piedi i suoi governi fu costretto a ricorrere spesso alla pratica del cambio di schieramento di alcuni parlamentari. Quei governi introdussero il suffragio universale che ampliò la base democratica dell’elettorato, riconobbero l’azione dei sindacati, instaurarono la prima previdenza sociale. Prezzolini che pure attaccò duramente Giolitti, poi pentito lo definì la «prosa della politica». Camillo Benso, conte di Cavour, il padre dell’unità italiana, per supportare i suoi progetti unitari nel 1852 inaugurò il cosiddetto connubio, l’aiuto di deputati provenienti dall’opposizione. Quando, eletto deputato nel 1887, Gabriele D’Annunzio cambiò schieramento politico, pronunciò la celebre affermazione «vado verso la vita». Winston Churchill iniziò a militare nel partito conservatore, poi passo ai liberali con i quali fu ministro, per poi tornare a guidare i conservatori.

Tornando ad oggi, l’impressione è che ogniqualvolta un parlamentare del centrosinistra si schiera col centrodestra viene immediatamente bollato come un volgare «venduto», mentre quando accade l’inverso, cioè un deputato del centrodestra che va a sinistra, diventa un virtuoso che dopo una meditata e travagliata analisi approda alla terra del bene. Se spostiamo, però, l’asse del discorso dalle boutade della politica alla dottrina costituzionale, si verifica come tutta la materia debba rimanere assolutamente confinata nell’ambito della politica senza alcun risvolto giudiziario. Anche uno studente di giurisprudenza che prepara l’esame di diritto costituzionale sa bene che l’articolo 68 della Costituzione pone paletti invalicabili quando recita che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Questo articolo consacra un principio di autonomia e indipendenza del Parlamento, di antica derivazione e sacro in tutte le democrazie. Se così non fosse si minerebbe l’autonomia della politica e soprattutto la sovranità popolare, perché in ogni atto politico o voto potrebbe essere ravvisata, più o meno strumentalmente, merce di scambio. Cosa dire quando la sinistra propose e ottenne un regime fiscale di vantaggio per le cooperative, salvo verificare una certa contiguità economica fra proponenti e avvantaggiati?

Il trasformismo è eticamente e storicamente una pratica deprecabile, assolutamente criticabile sul terreno della filosofia politica. Tuttavia, come hanno insegnato Benedetto Croce e una lunga schiera di pensatori, guai a pesare la politica con categorie del diritto. La politica deve essere giudicata dai cittadini e non da altri poteri che potrebbero coltivare disegni egemonici. La nascita del nuovo gruppo parlamentare di Futuro e libertà, in questi mesi, sta mettendo a rischio la tenuta della maggioranza politica espressa liberamente dai cittadini italiani in una consultazione elettorale. Il patrimonio da preservare è, sicuramente, questo, perché frutto della più alta espressione democratica: la sovranità popolare. Il Giornale, 13 dicembre 2010