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FINI? ANDRA’ CON LA SINISTRA…LA PROFEZIA IN UN LIBRO DI AN DEL 2005

Pubblicato il 15 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

di Mariateresa Conti

«Fini, nel riconoscere che c’era bisogno di un salutare e rigenerante “bagno di umiltà” si riferiva forse più al Cavaliere che a se stesso. Una velenosa stoccata che, nel chiaro intento di colpire apertamente Berlusconi, si è rivelata come una cinica sollecitazione al premier affinché si facesse finalmente da parte e lasciasse ad altri il posto del comando…».
Non è un commento al discorso programmatico del presidente della Camera e leader del Fli a Mirabello. E nemmeno un’analisi post assemblea del Pdl di aprile, quella in cui il presidente della Camera, puntando l’indice accusatore, ha attaccato a testa bassa il Cavaliere. Comunque uno scritto recente, direte voi, viste le considerazioni contenute, il piano di Fini per scalzare Berlusconi e diventare leader del centrodestra. E sbagliate, clamorosamente. Perché il testo da cui è tratto il brano citato ha ormai oltre cinque anni. È stato pubblicato nell’anno di grazia 2005 ed è tratto da un saggio interessante, «Lo Spergiuro. Da Fiuggi a Gerusalemme – dalla Fiamma alla Farnesina (e dal governo all’opposizione?)», edizioni L’Aquilone. A scriverlo non un veggente, non un mago con la palla di vetro, ma Emilio D’Andrea, giornalista, ex militante del Msi prima e di An poi, ex consigliere regionale della Basilicata, uscito dal partito in polemica con la gestione di An. Anzi, pardon, non uscito ma cacciato via dall’allora leader di Alleanza nazionale, che lo ha espulso perché “reo” di avere assunto posizioni critiche rispetto alla dirigenza e, udite udite, di avere fondato proprio in dissenso con Fini un gruppo consiliare autonomo.
Cinque anni portati benissimo, quelli del volumetto. Che traccia un ritratto impietoso del giovane Fini-Pinocchio – così lo dipinge l’autore – diventato leader grazie ad Almirante prima e a Berlusconi poi. Un leader ingrato, che, secondo l’autore, ha calpestato i suoi padri con l’abiura del fascismo e con gli attacchi al Cavaliere che lo aveva sdoganato. D’Andrea parte da lontano, da «la carriera del raccomandato», così si intitola il capitolo riguardante i primi passi del giovane Gianfranco, baciato dalla fortuna e da Almirante-Geppetto che incoronandolo delfino lo ha sempre aiutato e protetto.
È l’analisi di un militante deluso, la sua, di un fedelissimo che ha visto disperdersi, a causa della leadership di un «padre padrone» che è come «l’ottone, che luccica ma non è oro», il patrimonio della destra. Di un militante che si preoccupa, anche, per i primi germi di una liaison con la sinistra. Guardate cosa scrive, a proposito del 1998, ben 12 anni fa: «In quell’anno Fini si avventurò oltre ogni limite, contro l’orientamento ufficiale di Forza Italia, in favore del “sì” al referendum sull’abolizione della quota proporzionale, sostenuto anche dai Ds, da Segni e da Di Pietro…». E poi, gli «applausi» della sinistra, annotati quasi con orrore dall’autore: «da D’Alema a Gavino Angius e, persino Fausto Bertinotti!», scrive D’Andrea. Profetico.
Sono tante le notazioni che potrebbero essere calate in pieno nella cronaca di oggi, non escluse quelle sulla «gestione patrimoniale del partito» affidata a una «stretta oligarchia di vertice», l’affaire Montecarlo insegna. Ma è il capitolo che D’Andrea dedica alla propria cacciata quello che, letto adesso, si rivela a dir poco illuminante. Tutto nasce da una contesa locale, la nomina di un capogruppo dall’alto che D’Andrea non digerisce. Protesta, scrive una lettera a Fini. E nelle more che la sua voce, pur in dissenso, sia ascoltata, costituisce al consiglio regionale della Basilicata un gruppo autonomo. Ed ecco cosa accadde: «Sul Secolo d’Italia – scrive D’Andrea – quotidiano d’informazione del partito e non già suo deliberante organo di disciplina, un breve trafiletto annunciava l’avvenuta mia espulsione da partito per avere aderito ad un gruppo consiliare diverso da An. Fu quella – chiosa l’autore – un’abnorme e dispotica forzatura dello statuto e del regolamento, che per casi simili prevede ben altre e più articolate modalità». Esattamente quello che Fini, oggi, contesta a Berlusconi e al Pdl. Chi di espulsione ferisce…

.La storia di Fini è un lungo elenco di capitomboli e di giravolte di cui si sono persi i numeri. Non ci stupirà più di tanto che la sua storia si concluda (speriamo presto!) negli antri bui della sinistra parolaia e rancorosa che da qualche tempo ha eletto Fini a suo utlimo oracolo. Insieme a Vendola. g.

LE SETTE VITE DI BERLUSCONI, di Mario Sechi

Pubblicato il 14 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Non è ancora il momento per tirare le somme, ma la politica va commentata in ogni sua mossa. E se oggi guardiamo la scacchiera non possiamo non vedere che per Gianfranco Fini la vita si fa difficile. Non che navigasse in mari tranquilli, ma in ventiquattr’ore il presidente della Camera registra sul suo taccuino di gioco il fatto che il repubblicano Giuseppe Nucara annuncia la costituzione di un gruppo parlamentare di venti deputati e l’Udc è in pieno marasma. Il nuovo gruppo si chiamerà – come anticipato da Il Tempo - «responsabilità nazionale» e aggiungerà i suoi voti a quelli dei finiani che, secondo quanto espresso a Mirabello dal leader Fini, voteranno il governo in carica.

La politica italiana è roba per gente con i nervi saldi e per questo non bisogna anticipare il risultato, ma se le premesse si traducono in fatti, Berlusconi mette a segno un colpaccio da maestro che la dice lunga sulla qualità degli avversari. Mai sottovalutare il Cavaliere. Ha sette vite come i gatti. Fini vede in queste ore assottigliarsi tutto il peso dei voti del gruppo che aveva costituito alla Camera e al Senato. Al netto delle difficoltà che emergeranno comunque durante le sedute parlamentari, l’influenza dei finiani potrebbe uscirne fortemente ridotta. Casini nel frattempo vede sotto i suoi occhi il gruppo dei parlamentari siciliani prendere una rotta imprevista: l’Udc non è un monolite, i parlamentari siciliani hanno detto chiaramente che la linea di Pier non li convince, che così non si va da nessuna parte e loro non ci stanno. O meglio, ci stanno a votare il Cav.

Al di là dei numeri e della cronaca che registra ogni giorno una sorta di stop and go della politica, lo scenario che sta emergendo è abbastanza chiaro: il partito dello sfascio, delle elezioni anticipate a ogni costo, la fazione del logoramento, il gruppo del tanto peggio tanto meglio (facendo finta di esser il meglio in circolazione) non ha il consenso non degli italiani – cosa per la quale non c’era bisogno di aver fatto grandi studi per capirla – ma neppure dello stesso Parlamento che di andare a votare non ne vuol sapere e di vivacchiare aspettando uno sbadiglio o uno sternuto di Fini neppure. Intendiamoci, qui le partite sono tutte ancora aperte e, osservando da parecchio tempo il Palazzo, so bene che i voti sono in cassaforte solo quando la votazione s’è chiusa. Ma la sensazione è quella che lo scollamento tra i desideri degli antiberlusconiani (già ridimensionati dal fatto che non possono permettersi le elezioni) e la realtà politica e sociale sia gigantesco.

Di Fini abbiamo parlato parecchio durante l’estate, ma val la pena ribadire che il suo progetto politico se non assente ha una gittata cortissima: ha rotto con la destra classica, ha avviato un percorso verso una terra di mezzo dove impera una gran confusione ideologica, la sua truppa parlamentare somiglia a una Babele. Non sono grandi ingredienti per sfornare una buona torta politica. Se a questo aggiungiamo il deficit di organizzazione che gli impedisce di rompere del tutto e giocare la carta delle elezioni anticipate, è chiaro che così Gianfranco sbatte dritto contro un muro di titanio. Fini ha i suoi guai, ma ciò che è davvero incomprensibile è come Pier Ferdinando

Casini, un politico di razza, uno allevato nel ventre della Balena Bianca, uno che conosce benissimo il Palazzo, un enfant prodige del Parlamento, possa sprecare tutto il suo talento in una posizione ormai surreale. Né a destra né a sinistra, collocato in un centro mobile che l’elettorato non ha mai sposato fino a farlo diventare un’onda di piena. Vien da chiedersi e chiedergli: Casini, dove vai? Non può agitare la bandiera dell’antiberlusconismo dei descamisados, è lontano anni luce per formazione culturale e tradizione politica dalla sinistra laicista, il suo garantismo non può permettersi di finire in ostaggio degli alleati deboli di Di Pietro, e lui ancora si ostina a stare nel limbo, in una posizione politica «né né» che tra un po’ lo farà apparire come un leader immaturo, cosa che tra l’altro Pier non è affatto. Casini può anche non far pace con Berlusconi, ma deve tornare a percorrere la corrente del centrodestra e appoggiare il governo di Silvio con una formula che sia rispettosa delle sue scelte degli ultimi anni. Si può divorziare da un leader politico come Berlusconi, non apprezzarne lo stile e la cultura politica, distinguersi e perfino farci la guerra ogni tanto, ma se la tua storia è quella della Democrazia cristiana, allora devi esser flessibile e pragmatico, cattolico e laico insieme: Casini dopo lo strappo di Fini dalla destra classica, è l’unico che ha ancora un elettorato potenziale di matrice moderata. Ma l’elettorato è come un campo da coltivare. Se tu te ne allontani, non lo ari, semini e curi, allora non puoi lamentarti se il raccolto è scarso. L’elettorato di Casini non sta a sinistra né tantomento nel fantomatico centro che non è maggioritario. Sta a destra. E Casini deve coltivarlo. Se lo fa, torna in campo per il futuro, se sceglie di stare dall’altra parte o di non scegliere, si ritrova a giocare a scopa con Fini. Sai che divertimento.

CARO PRESIDENTE, FAI LA SVOLTA, di Mario Sechi

Pubblicato il 12 settembre, 2010 in Il territorio, Politica | No Comments »

Mario Sechi, direttore de Il Tempo, scrive oggi una lettera al Presidente Berlusconi sul Pdl. E propone: alla festa di Atreju mentre i finiani esultano e dicono che lei “è al tramonto”, spiazzi tutti,  rilanci il partito e dia più spazio ai giovani. Ecco il testo della lettera pubblocata sotto forma di editoriale sulla prima pagina del quotidiano romano, da sempre voce ed espressione dell’elettorato moderato della Capitale e di gran parte del centro-sud italiano.

Il premier Silvio Berlusconi Caro Presidente Berlusconi, lei oggi sarà l’ospite d’onore della festa di Atreju. È un appuntamento importante perché la manifestazione ha confermato di essere l’unica dove la politica – non il potere per il potere – è anima e passione. Prima di cominciare a parlare, guardi bene negli occhi quelle migliaia di giovani e si chieda. Cosa si attendono da un leader politico? Cosa sognano questi ragazzi? Cosa posso fare per loro? Cosa significa quella luce che vedo nelle loro pupille? Molti di loro quando lei nel 1994 scese in campo erano appena dei bambini. Non hanno il ricordo dei terribili anni di Tangentopoli, non possono scavare nella memoria per ritrovare le sue parole quando decise che si poteva e doveva provare a costruire «un miracolo italiano». Anche io in quegli anni ero molto giovane, ma avevo già cominciato a scrivere sui giornali. Superati da un bel po’ i 40 anni, mi impegno tutti i giorni per costruire qualcosa che resti a lungo, lasciare in eredità parole chiare, giornali ben fatti e, un domani, istituzioni culturali più forti e autorevoli.

Cultura, visione del mondo, classe dirigente per il futuro. Lei sa bene che in questa surreale estate in alcuni salotti si è deciso a tavolino di inaugurare la stagione del «dopo Berlusconi» e con essa cercare di liquidare il “berlusconismo” come fenomeno sociale. Ieri Italo Bocchino alla festa dell’Udc a Chianciano ci ha offerto un saggio di questo pensiero, dicendo che lei è «un’anomalia», che «il berlusconismo è alla fine» e dunque bisogna «rimettere in piedi il sistema» e che sta per arrivare la stagione di un modello politico «non più bipolare». Mi vengono i brividi al pensiero di quale sistema abbiano in mente. Pensano che una volta tolto di mezzo lei, il Cavaliere nero, si potrà fare tabula rasa di tutto quel che hanno significato questi sedici anni di storia italiana. Tasto reset e via. Questi poteri puntano dritti alla restaurazione. Prima Repubblica. Forse peggio perché senza partiti ben costruiti. Sarebbe un errore gigantesco e mi auguro non solo che prevalga la saggezza, ma che lei non si limiti alla ricerca del dato numerico, ai seggi necessari per neutralizzare la tenaglia finiana. Serve un progetto politico rafforzato che recuperi anche lo spirito originario, quello del 1994 e spenga ogni tentativo di cambio di regime senza legittimazione popolare. Caro Presidente, non basta «andare avanti», non è sufficiente salvare la legislatura e continuare a tenere in vita il governo. Serve di più, lasci perdere il dibattito tra «falchi» e «colombe», è l’ora di far volare qualche aquila con lo sguardo lunghissimo perché è giunto il momento di riconoscere alcuni errori, correggerli e dare un colpo d’ala.

Il Pdl nel giro di una settimana ha visto tre momenti importanti di formazione per i giovani: Atreju a Roma, la Summer School di Magna Carta a Frascati e la scuola di formazione politica di Gubbio. Non c’è altro partito che oggi faccia altrettanto. Ma dove finiscono poi questi giovani? Un leader politico – e lei lo è – ha il dovere di interrogarsi sul cosa ne sarà di quei giovani quando la sua avventura politica sarà terminata. Lei deve chiedersi: «Cosa lascio in eredità a questi ragazzi?». Sono certo che nel suo cuore conosce le risposte. Dietro di lei c’è un gruppetto di sessantenni che si spaccia per il nuovo ma mira solo a conquistare la poltrona, amministrare l’esistente e metabolizzare la sua uscita per poi gattopardescamente concludere che «bisogna che tutto cambi affinché tutto resti come prima». E invece bisogna cambiare. E per farlo occorre un coraggio da leoni.

Cambiare cosa? Migliorare la selezione della classe dirigente del suo partito, tanto per cominciare. Approfitti dello strappo di Fini, spinga il piede sull’acceleratore e faccia qualche nuovo innesto nel gruppo dirigente attuale. Metta in pista qualcuno dei trentenni e quarantenni. Nel partito ci sono. Gente in gamba che conosce l’economia, la politica, le potenzialità della società connessa. Gente che ha una visione del mondo più grande del proprio collegio elettorale o, peggio, tornaconto personale. Questo non significa accantonare l’esperienza di chi ha lavorato con lei finora, tutt’altro, l’esperienza è un valore, ma bisogna rigenerare il Pdl per rispondere ai “nuovisti” parolai con i fatti.

Renda incompatibili gli incarichi parlamentari e regionali con quelli nel partito. E apra un dibattito per proporre di regolare con una legge seria la vita dei partiti politici con primarie vere, non quelle burla del Pd che si vanta di esser democratico e non lo è.

Al lavoro nel partito deve affiancarsi una diversa presenza nelle istituzioni che fanno consenso e cultura. Lei sa benissimo che in quelle sedi gli intellettuali liberali sono visti come una minaccia, nelle case editrici - nelle sue in particolare, caro Cavaliere - chi seleziona i libri da leggere, i film da produrre, il materiale culturale che poi diventa anche e soprattutto idea politica, ha una visione delle cose lontana anni luce da quelle del mondo conservatore. Il partito della restaurazione, quello che sogna da sedici anni la sua fine, si alimenta di questa incapacità del centrodestra di cambiare marcia. Questo vale per la cultura, per l’economia, per la finanza, per l’apparato dello Stato dove i voltagabbana sono già pronti a cambiare casacca un’altra volta. S’è mai chiesto come mai nel grande sistema dei media – quello che detta davvero l’agenda politica – si parla un linguaggio che non è quello liberale? Ci faccia caso, tutto l’immaginario nazionale è costruito attorno a suggestioni che nulla hanno a che vedere con la società che lei rappresenta. I simboli e le parole della rivoluzione conservatrice sono stati sapientemente occultati in tutti questi anni. Si fa una gran fatica a parlarne e si viene spesso marginalizzati proprio nei contesti in cui si potrebbe dare testimonianza di una cultura diversa, alta e popolare nello stesso tempo, capace di interpretare questa fase della modernità. Pensi alla classe dirigente della Rai. Dov’è l’Italia moderata nelle idee di viale Mazzini? Quale voce ha la maggioranza silenziosa? Pensi ai manager di altre grandi aziende. Sono quasi tutti già appagati, arrivati e poco curiosi del mondo, mentre i più giovani e capaci sono emarginati. Se c’è qualcuno che ce l’ha fatta, è un’eccezione. Promuova una legge dove i mandati nei cda delle grandi aziende non sono rinnovabili per più di due volte. Faccia crescere i talenti giovani e chi ha avuto tutto dall’azienda si accomodi a fare il presidente onorario. Metta le università italiane di fronte al fatto che hanno mancato il loro compito, che i rettori sono in gran parte da cambiare, che molti di loro hanno letteralmente fatto «bancarotta». Apra alle agevolazioni fiscali per chi finanzia l’arte, la ricerca, lo studio. E lasci perdere le «tre i», è roba stravecchia dettata da cariatidi accademiche e ministeriali abbarbicate alla poltrona. I giovani in gamba queste cose le sanno già benissimo. Metta altre due parole nel programma e nel suo prossimo discorso in Parlamento: «C», come concorrenza di idee e «M», come meritocrazia. Sia lei la guida del «moderno» e lasci a Fini e ai suoi precari alleati la ragnatela e la polvere dell’antico partito novecentesco.

Solo così la sua egemonia elettorale si trasformerà in egemonia culturale. Per respingere l’assalto in corso e provare a costruire una prospettiva lunga, che va oltre il 2013, occorre che il suo consenso diventi qualcosa di diverso da una straordinaria macchina acchiappa-voti. Lei è già nella storia, ma quei ragazzi che ha davanti hanno bisogno di una guida per cominciare a scrivere la loro di storia. Non li lasci soli. Non si volti indietro. Lei ha il dovere di regalare loro un sogno. Lo realizzi.

BERLUSCONI, FINI E L’OCCIDENTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 11 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini Il partito del rigore. E quello della spesa. Il partito nato dalle urne. E quello dei giochi di Palazzo. Il partito che non archivia Dio, Patria e Famiglia. E quello del relativismo e della confusione dei valori. Il partito della rivoluzione reaganiana. E quello della restaurazione partitocratica. Il partito che nove anni dopo non ha dimenticato il «siamo tutti americani» pronunciato l’11 Settembre 2001. E quello che ha smarrito le ragioni dell’Occidente. Silvio Berlusconi. E Gianfranco Fini. Due mondi opposti. Scontro di civiltà dentro la politica italiana. Quella di oggi, cari lettori, è una data particolare. Ognuno di noi ricorda perfettamente dov’era quando il primo aereo si conficcò come una spada dentro il corpo di una delle due torri. Sembrava un incidente. Poi arrivò il secondo e nessuno ebbe più dubbi: l’America era sotto attacco. Il nostro mondo era minacciato. Nove anni dopo, siamo qui. E non siamo più tutti americani.

Quello che sta accadendo nella politica italiana ha molto a che fare con il mondo dopo l’11 settembre 2001. Più di quanto si possa immaginare. In poco tempo abbiamo assistito a un ripiegamento dell’Occidente su se stesso, all’avanzare di forze che hanno minato quel poco che resta della nostra identità. Superata l’emozione, contati i morti, la distanza non solo tra noi e l’America, ma quella tra chi ha ancora a cuore le sorti della nostra civiltà e quelli che pensano di annacquarla e disperderla, è diventata siderale. Il vero dibattito sul nostro tempo, le ragioni della nostra esistenza, il fondamento di tutti i ragionamenti sulla nostra contemporaneità, hanno come data di partenza il 12 settembre 2001, il giorno dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Siamo stati testimoni di uno shock della storia, di un salto gigantesco in un’altra epoca. L’attacco di al Qaeda ha messo a nudo chi sono i nostri veri nemici. E non mi riferisco ai talebani, ma alla debolezza interiore dell’Occidente, alla sua illusione di potersi difendere senza mai combattere per un ideale. L’Italia, Paese al centro del Mediterraneo, alleato storico degli Stati Uniti, ha vissuto quel trauma in maniera particolare. Abbiamo visto una minoranza cercare di battersi per riaffermare le ragioni della nostra civiltà, la democrazia per tutti e non per pochi, i valori non negoziabili al posto del suk etico e morale. Nove anni dopo, quella battaglia infuria ancora.
L’America di Barack Obama vive quel travaglio nella certezza di una Costituzione formidabile e di un presidente che, pur avendo commesso molti errori, non può sfuggire al verbo dei padri fondatori. Noi siamo invischiati in una lotta dove una minoranza culturale cerca di tenere alta la bandiera dell’Europa con le sue radici: l’impero Romano e le radici cristiane. La culla della civiltà del Vecchio Continente è qui, nella Città Eterna. La difesa di quella memoria, la sua cura, dovrebbe essere uno dei nostri primi doveri. Ma vediamo all’opera troppi sfasciacarrozze, troppi uomini incapaci di avere una visione del mondo. A Silvio Berlusconi si possono rimproverare non poche cose – e domani, 12 settembre, ci tornerò – ma gli va dato atto di aver compreso qual era la partita in gioco. Due sono i grandi shock storici ai quali abbiamo assistito in questi nove anni. Entrambi accadono in settembre: l’11 settembre 2001 l’Occidente scopre di essere vulnerabile, la fortezza America viene trafitta. Il 15 settembre 2008 Lehman Brothers, quarta banca americana fondata nel 1850 fallisce. E la crisi finanziaria si occupa di ridisegnare il potere globale. Due fratture della contemporaneità che hanno sconvolto il mondo. E l’Italia ne è uscita a testa alta, nonostante quel che dicano e scrivano i benpensanti. Quando l’America decise di reagire, Silvio Berlusconi fu dalla parte giusta. Quando la bolla finanziaria esplose, Giulio Tremonti prese il timone e diede la rotta giusta. Potevamo sbagliare e oggi guardare la carcassa della nostra nave abbandonata sugli scogli.
E invece abbiamo dimostrato che quando le crisi sono devastanti abbiamo ancora genio e risorse. Potevamo fare meglio? Può darsi, ma se guardiamo le ferite degli altri, possiamo dire che questo centrodestra, pur con grandi limiti, ha trovato una ragion d’essere. Oggi questo patrimonio di scelte e ideali è in pericolo. In discussione non ci sono le poltrone dei finiani o di altre sagome grigie della politica italiana. In gioco ci sono i pilastri di una politica che dal 1994 ha tenuto incollato, con grandi difficoltà, il nostro Paese all’Occidente. Niente è eterno, ma se vince il partitello del relativismo, della spesa, del meridionalismo piagnone, della politica estera senza carattere e fantasia, allora possiamo davvero chiudere i battenti e scrivere una parola finale: restaurazione. Noi, anche nell’imperfezione e approssimazione di questi giorni, preferiamo continua a raccontare un’altra storia: quella di un’incompiuta e ideale rivoluzione conservatrice.

LA STABILITA’ DEL GOVERNO BERLUSCONI E’ GARANZIA PER L’ITALIA

Pubblicato il 10 settembre, 2010 in Economia, Politica, Politica estera | No Comments »

Il presidente russo Dmitry Medvedev e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi Silvio Berlusconi sbarca oggi in Russia, a Yaroslav, per partecipare ad un Forum sulla democrazia che il Cremlino ha l’ambizione di trasformare in una Davos d’Oriente. Ma il clou della visita è il pranzo sul Volga con Dmitri Medvedev: i capi della superpotenza vogliono capire gli sviluppi della politica italiana, e soprattutto se il Cavaliere resterà al governo. Già all’inizio della settimana Vladimir Putin aveva dichiarato – fatto inusuale per gli standard diplomatici russi – di «seguire con attenzione la situazione dell’Italia», augurandosi continuità nell’azione di Berlusconi. Il motivo è evidente: in questi due anni l’Italia è diventata per Mosca un partner economico e strategico di primo livello pur non rinnegando l’appartenenza al campo moderato ed occidentale. E dunque ciò che avviene a palazzo Chigi, e la sua stabilità, è per la prima volta rilevante sulla scena internazionale. Tutto questo vale assai più dei comizi di Gianfranco Fini ed anche delle pernacchie di Umberto Bossi.

Il fondatore di Futuro e Libertà nella sua intemerata di Mirabello non è riuscito a tirar fuori una sola proposta economica con un minimo di concretezza. Anzi, ha dato la sensazione di una certa nostalgia per lo Stato spendaccione e assistenzialista: non basta parlare di ricambio generazionale, di diritti dei precari o di federalismo solidale; bisogna anche indicare con quali risorse finanziarie e quali strumenti di mercato si intendono affrontare i problemi.

Quanto a Bossi, la sua visione delle cose economiche appare tuttora ancorata al localismo: può portare consensi in campo sociale, però non sta dietro a processi che spesso sfuggono alle grandi potenze e ad intere macro-aree, figuriamoci se possono essere controllati da Bergamo o Treviso. La Lega continua saggiamente ad affidarsi all’acume di Giulio Tremonti, tuttavia non è andata esente da qualche scivolata, a partire dalle fondazioni bancarie nelle quali ha voce in capitolo, fino al caso attuale del governatore del Friuli-Venezia Giulia, pizzicato ad utilizzare l’auto blu per scopi personali. Il famoso slogan «Roma ladrona» andrebbe revisionato. Ma se questi sono, diciamo così, problemi di crescita, quelle di Fini appaiono come vere lacune politiche e culturali.

Il presidente della Camera può strappare applausi facili alzando la voce sulle «genuflessioni a Gheddafi»: dimentica di aver firmato (assieme a Bossi) una legge contro l’immigrazione clandestina che solo ora, grazie ai buoni rapporti con il regime di Tripoli, ha prodotto risultati. Ma soprattutto trascura gli interessi strategici dell’export delle imprese italiane: la sensazione è che Fini sia un po’ regredito alla dimensione di An, o del Msi, cioè ad una iper-valutazione della politica pura con una sostanziale indifferenza per la concorrenza ed il mercato. Di fatto tutti i dossier più importanti, e che richiedono saldezza e continuità nell’azione del governo (con o senza elezioni) continua ad averli in mano Berlusconi. Dal nucleare, sul quale la Lega ha pure assunto un atteggiamento ambiguo, alle infrastrutture, fino ai debiti-monstre ereditati nelle regioni e nei capoluoghi del centro-sud, Roma in testa. Senza ovviamente trascurare l’evoluzione della crisi: abbiamo dati sopra le attese sulla vendita di case, e stime deludenti dell’Ocse e del Fondo monetario sul Pil. Se fossimo negli Usa daremmo più importanza ai primi, perché certificano un dato di fatto rispetto a previsioni; ma soprattutto perché fotografano una certa ritrovata fiducia patrimoniale degli italiani; mentre il Pil, indicatore in movimento, può nascondere molte cose, dal sommerso alla propensione delle imprese ad investire all’estero. In ogni caso non c’è affatto da abbassare la guardia. Né tantomeno da cambiare governo dell’economia; caso mai da potenziarlo. I grandi accordi in campo energetico, dal nucleare agli approvvigionamenti di gas dalla Russia e alle concessioni petrolifere dell’Eni in Libia, sono stati negoziati personalmente dal Cavaliere. E qui il discorso dell’interim allo Sviluppo economico non regge, visto che dall’altra parte ci sono Sarkozy, Putin e Gheddafi.

Stessa cosa si può dire per il riposizionamento della Finmeccanica dopo i problemi incontrati con la Casa Bianca di Barack Obama: il gruppo di Guarguaglini deve per forza andare a contendere a Francia e Inghilterra i mercati emergenti, nonché tornare, appunto, sul nucleare. Dove però Gianranco Fini (anche Umberto Bossi, ma sorprende meno) appare davvero a corto di strategie è su come affrontare, da Roma in giù, il dilemma sintetizzabile in «debiti contro sviluppo».

Non è un dibattito accademico, ma una realtà che incide mese dopo mese sulle tasche dei contribuenti o sull’avvio di un’impresa. E forse non a caso tutti i principali amministratori locali – Gianni Alemanno, Renata Polverini, Giuseppe Scopelliti – benché provengano dall’area di An o dai suoi paraggi, si sono ben guardati dal seguire il loro antico leader. Si tratta, per fare l’esempio di Roma e del Lazio, di proseguire la gestione commissariale di un debito di venti miliardi e contemporaneamente amministrare la capitale ed una regione con il secondo Pil d’Italia. La continuità è un obbligo. Non c’è spazio per i comizi. Ps. Non abbiamo neppure sfiorato le ricette economiche della sinistra. Non è una dimenticanza: semplicemente non risultano pervenute. (Il Tempo- 10 settembre 2010)

BERLUSCONI IN AULA?: SIA SEVERO, di Mario Sechi

Pubblicato il 9 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi La crisi aperta da Gianfranco Fini nella maggioranza, il conflitto e la confusione ideologica tra i finiani, la contestazione al segretario della Cisl durante la festa del Pd, sono le facce della stessa medaglia: c’è chi sguazza nel caos e cerca di trarne vantaggio, c’è chi questo caos lo alimenta tutti i giorni con atti o omissioni gravi, c’è chi il caos lo interpreta come il semaforo verde per tornare a sentirsi rivoluzionari. Di cose brutte in passato ne abbiamo viste parecchie, alcune di quelle che si presentano davanti ai nostri occhi sono davvero imbarazzanti, ma se mettiamo insieme i cocci che stanno schizzando per terra, non possiamo non vedere che uno scenario di instabilità e contrapposizione radicale rischia di far piombare il Paese in un clima ancor più pericoloso. Il Palazzo ha riaperto i battenti in uno scenario da rompicapo. Il capo del governo sta cercando di capire se e come potrà mandare avanti l’esecutivo e salvare una legislatura preziosa per consentire al Paese di continuare sulla strada della ripresa.
I menagrami nonve lo diranno, ma il mercato immobiliare italiano si sta riprendendo: è un segnale di ottimismo delle famiglie che spazza via gran parte delle critiche lanciate in questi mesi sull’operato di Berlusconi e di Giulio Tremonti. S’è detto che eravamo con le ruote sgonfie, ma se le famiglie la pensassero così non si sognerebbero di investire, accendere mutui, far ripartire il mattone, indicatore principe della ricchezza degli italiani. Sarebbe un peccato terribile far naufragare la legislatura quando ci sono segnali di ripresa della fiducia e mentre il governo si appresta a emettere altri miliardi di debito, il polmone che finanzia l’attività dello Stato. L’Italia non ha bisogno di sfascisti. Si sono fatte un sacco di ipotesi bislacche sul come uscire dallo stallo nel governo. Credo che la via maestra sia una sola: agire dentro le istituzioni e misurare di volta in volta le forze e la reale volontà dell’avversario. Tutto il resto, le manifestazioni, gli appelli, le interviste televisive, sono importanti per la comunicazione e il rapporto con la base elettorale, ma non risolvono il problema della sopravvivenza dell’esecutivo e non sono la spiegazione di cui ha bisogno il cittadino per capire che cosa sta succedendo. Per fare questo, Berlusconi deve andare in Parlamento con un discorso molto netto, chiarissimo, molto severo. Deve raccontare ai parlamentari e agli italiani che cosa è accaduto da un anno a questa parte. A costo di essere ruvido, deve far emergere tutte le contraddizioni del caso Fini. Non per far cambiare idea al presidente della Camera, questo mi pare un obiettivo vano, quanto per dare ai membri della Camera e del Senato un quadro esauriente della situazione. Deve presentarsi in Parlamento come uno statista che ricorda agli eletti dal popolo che devono rispondere al popolo dei loro atti e devono assicurare al Paese stabilità e continuità di governo. In questa maniera Berlusconi farà un richiamo – l’ultimo – a quanti hanno davvero a cuore le sorti della legislatura. Serve responsabilità, non andare avanti alla cieca. La navigazione a vista è pericolosa.
Per questo il presidente del Consiglio non può limitarsi a incassare il voto dei finiani perché questo lo metterebbe subito nella difficile condizione dell’ostaggio politico di una minoranza che in testa ha una sola cosa: logorarlo. Berlusconi ha il dovere – e deve spendere tutte le sue energie per farlo – di dare una maggioranza autosufficiente al governo. Il presidente del Consiglio deve guidare il Paese senza andare ogni giorno con il cappello in mano a chiedere il voto dei finiani. Mi rendo conto della difficoltà del progetto, ma al di fuori di questa dimensione politica ci sono solo due scenari: 1. i finiani consumano il governo, ma lo tengono in vita per tarlarlo meglio, fino a farlo implodere al momento opportuno; 2. il governo cade subito e si tenterà di dar vita altrettanto rapidamente a un ribaltone e chissà quali altri inconfessabili papocchi. La terza via, quella del voto anticipato, quella che sembrerebbe più scontata, in realtà è la più difficile. E in ogni caso, per arrivarci in maniera limpida, cristallina, occorre appunto un discorso parlamentare di Berlusconi molto solido e politicamente denso. È la pietra sulla quale fondare un nuovo patto con gli elettori, quello che condurrà poi alla data del 2013, scadenza naturale della legislatura. Prima di tutto questo, è necessario misurare le legittime ambizioni della Lega. Bossi è un uomo dal fiuto politico eccezionale, il suo obiettivo primario dichiarato è il federalismo, ma la Lega è anche un partito particolare. Non è un movimento politico riducibile alla classica bipartizione destra-sinistra.
La Lega ha un programma che di volta in volta si modula sui bisogni dei suoi elettori e gli interessi del partito nel gioco delle alleanze. Agli albori del movimento Bossi amava dire che era fondato su «basi socio-economiche» e gli intellettuali – che niente hanno mai capito del Carroccio – storcevano il naso senza afferrare che il Senatur diceva sul serio e poteva permettersi in un certo senso di essere se non a-ideologico, certamente privo degli -ismi del Novecento e robustamente pragmatico, il tanto che basta per essere percepito come alternativo e in grado di passare dalla formula di partito di opposizione, alla dimensione simultanea «di lotta e di governo». La collocazione della Lega nel centrodestra non è un dato permanente.
Il Carroccio è il miglior alleato di Berlusconi perché non è ancora un partito che ha raggiunto la dimensione che gli consentirebbe di rendersi completamente autonomo. Ma un’altra tornata elettorale, magari causata da una rottura traumatica dell’esperienza di governo, darebbe al partito di Bossi il carburante per mettersi al centro di tutto il sistema politico, cioè diventare una formazione in grado di scegliere di volta in volta gli alleati più funzionali al raggiungimento degli obiettivi politici. Una SuperLega non conviene a nessuno, né a destra né a sinistra. E un governo in ostaggio dei finiani le darebbe ancora più forza. Anche per questo motivo Berlusconi deve pensare alle elezioni anticipate come seconda miglior scelta. Prima deve venire il tentativo di rendere il governo autosufficiente. Così salva non solo il suo governo, ma il Paese da una frattura politica e sociale certa di cui gli avventurieri di destra e di sinistra non si curano. Solo così nessuno potrà rimproverargli di non aver provato a fare il suo dovere di uomo di Stato. Perché chi rompe, alla fine paga.

ANNOTAZIONI SULLA CRISI POLITICA

Pubblicato il 8 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

UFFICIO DI PRESIDENZA DEL PDL: DECIDE IL PARLAMENTO

Come volevasi dimostrare, sarà il Parlamento a decidere il proseguimento della legislatura e del mandato ricevuto dagli italiani, o viceversa il ritorno alle urne. Quanto Silvio Berlusconi, nel vertice del Popolo della Libertà del 20 agosto, aveva delineato e annunciato i cinque punti di programma da sottoporre alle Camere, aveva visto giusto: era quello il cammino politicamente e istituzionalmente più corretto, ma soprattutto più chiaro di fronte all’opinione pubblica, per valutare la tenuta o meno della maggioranza.

Tutto il resto era, ed è, roba da comizio, da corridoio, da palazzo, insomma rigurgito e scorie della vecchia politica. Il richiamo alla responsabilità, alla lealtà, agli impegni presi attraverso un voto trasparente e pubblico: questo è ed è sempre stato il modo di fare del Pdl.

Prima delle elezioni Berlusconi presentò un programma elettorale chiaro, e lo sottopose agli alleati di coalizione e soprattutto al giudizio degli italiani. E’ quanto si fa adesso in una situazione che è stata resa complessa non da colpe del governo.

Il governo – non ci stancheremo di ripeterlo – ha infatti mantenuto gli impegni e ben operato. Non lo diciamo noi, lo dicono gli altri. All’estero, la commissione europea riunita ieri e lunedì a Bruxelles assieme all’Ecofin ha riconosciuto che l’Italia non corre rischi dal punto di vista dei conti pubblici, e ha anche fatto propri due punti proposti da tempo dal governo italiano: l’emissione di obbligazioni europee per finanziare infrastrutture, e no ad altre tasse destinate a colpire il sistema finanziario.

All’interno è paradossalmente l’opposizione a riconoscere, magari in modo involontario, la bontà dell’azione di governo. Quando propone inverosimili governi tecnici presieduti da Giulio Tremonti (ma non era il ministro dei tagli e della macelleria sociale?), e quando si appella al proseguimento dell’opera di risanamento economico pur di non tornare alle urne.

Ma basta guardarsi intorno per vedere quanto sia diversa la situazione in Italia e all’estero. Ieri in Francia sciopero generale contro la riforma delle pensioni annunciata da Sarkozy: da noi pace e stabilità sociale, pur di fronte a riforme rilevanti che hanno definitivamente messo in sicurezza il sistema previdenziale.

La Federmeccanica ha deciso di disdire il contratto nazionale delle “tute blu”, di fatto attuando nella pratica la riforma dei contratti di lavoro alla quale hanno lavorato il governo e le confederazioni riformiste, contro l’ostilità preconcetta di Fiom e Cgil. E’ un riconoscimento importante da parte del mondo imprenditoriale e sindacale.

Ancora: per uscire dalla crisi, Barack Obama ha deciso di puntare sulle infrastrutture, stessa priorità individuata da sempre da Berlusconi. E dalla Russia, Vladimir Putin ha dichiarato di seguire con interesse le vicende italiane: l’interesse è che il nostro Paese mantenga la stabilità e il ruolo di protagonista nelle vicende politiche ed energetiche internazionali.

In passato mai c’era stata tanta attenzione alla stabilità politica italiana. E qui torniamo al programma dei cinque punti annunciato da Berlusconi. Sono altrettante riforme strategiche per il nostro futuro, e sono frutto del programma di governo votato dagli elettori e poi dal Parlamento all’atto dell’insediamento. Dunque non è pensabile che siano oggetto di mercanteggiamento politico da parte di chi, su quel programma, si è guadagnato il posto di parlamentare, di sottosegretario, di ministro o ancora di più.

In Parlamento si vedrà chi ci sta e chi non ci sta. Chi non ci sta si assume la responsabilità di una eventuale crisi, e dal suo logico sbocco. Dal quale uscirà nuovamente vincitore il centrodestra di Berlusconi. Non pensiamo che avrà invece molto successo il teatrino dei vecchi riti, dei vecchi comizi, e delle vecchie formule trasversali, che nessuno capisce. E che non servono all’Italia – ma diciamo a nessun Paese – in momenti come questo.

Una politica fine a se stessa era forse un lusso di altri tempi, quando potevamo mantenere un’infinità di partiti. L’ultimo a farne le spese è stato Romano Prodi, con la sua sterminata e rissosa coalizione, che non a caso si è suicidata. Noi non faremo mai questo errore. La politica delle cose concrete e del bipolarismo è ciò che serve al bene di tutti, e che l’Italia di oggi vuole.

ALCUNE RIFLESSIONI SUL SISTEMA ELETTORALE

I giochi li aveva aperti Bersani, subito seguito dalla stampa dei cosiddetti “poteri forti”: votare sì, ma solo dopo aver cambiato la legge elettorale. E subito il segretario del Pd si è messo al lavoro per gettare le basi di un eventuale governo tecnico che tenesse fuori Pdl e Lega, al solo scopo di modificare, e alterare, le regole del gioco per permettere anche a chi è minoranza nel Paese dal dopo guerra ad oggi di governare.

E’ vero che per due volte negli ultimi 14 anni la sinistra è andata al potere, ma è stata favorita proprio da una legge elettorale che ribaltava l’equilibrio politico del Paese: non a caso, in termini proporzionali ha sempre raccolto meno voti del centrodestra. Di fronte alla reazione degli esponenti del Pdl, che hanno ribattuto a Bersani proprio quest’ovvietà (volete cambiare la legge per vincere non avendo i numeri e per mettere all’opposizione permanente chi invece i numeri ce li ha da sempre), oggi, sul Corriere della Sera e su Repubblica, sono intervenuti esponenti storici della Prima Repubblica (Rino Formica ed Emanuele Macaluso, in un pezzo a doppia firma nella pagina delle lettere del quotidiano di via Solferino) e costituzionalisti (quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky), per dire quanto sia brutta l’attuale legge elettorale.

Il punto è: ogni legge è perfettibile, ma è paradossale che si attacchi a testa bassa proprio quella che riflette alla perfezione gli equilibri politici del Paese. Si tratta di un proporzionale puro – con sbarramento (al 4% se non sei in coalizione, al 2% se sei in coalizione) e premio di maggioranza – che garantisce rappresentatività e governabilità, impedisce l’eccessiva frammentazione parlamentare, non altera il voto della maggioranza degli italiani. E allora? Allora vuol dire che chi tanto disperatamente vuole intervenire normativamente ha uno scopo che certo non è quello di migliorare la legge.

Si vuole cacciare Berlusconi e poiché, numeri alla mano, non possono sottrargli elettori si cerca di far pesare in modo diverso i voti, cosicché chi è maggioranza si trovi improvvisamente all’opposizione. E’ questo il piano in atto, il progetto di Bersani e compagni, ma non solo: un governo tecnico solo per il tempo necessario a portare a termine il progetto di 3 lustri: eliminare Berlusconi dalla scena politica. E poiché non ci sono riusciti per via giudiziaria, provano a farlo per via normativa.

Ecco perché la legge elettorale è così presente nel dibattito politico, come se i cittadini si cibassero di porcellum o mattarellum, e non vedessero l’ora di vedere la loro busta paga incrementata dal vademecum del perfetto elettore. Ecco perché nessuno si preoccupa di economia e degli italiani. Perché sono già partite le grandi manovre, in vista di un possibile ritorno alle urne, per sottrarre proprio al popolo ciò che l’articolo 1 della Costituzione dispone in maniera che più chiara non si può, il nostro diritto di scegliere chi governa.

Il Pd, molto semplicemente, trovando proseliti a sinistra ma non solo, cerca la solita scorciatoia: invece di riorganizzarsi, di cercare i voti, di entusiasmare gli elettori, di regalare un sogno agli italiani, di dare una svolta riformista, sta studiando il mezzo per sottrarre questi valori e pregi a chi li ha da sempre: Silvio Berlusconi.

FINI A MIRABELLO: ECCO COME AFFONDA UN SEDICENTE CAPO

Pubblicato il 7 settembre, 2010 in Politica | No Comments »


di Marcello Veneziani

Dopo sedici anni di immersione subacquea negli abissi del berlusconismo, Fini riemerge a pelo d’acqua e dice: preferisco la montagna. O Gianfranco, non te ne sei accorto prima che non ti piaceva nulla di Berlusconi e del suo piglio da monarca, che detesti tutto della maggioranza in cui sei stato eletto presidente della Camera, dal partito-azienda al presidenzialismo, dalla legge elettorale alla tua legge sull’immigrazione, dal pacchetto giustizia alla scuola e al fisco? E, dopo aver coabitato per sedici anni ventimila leghe sotto i mari, scopri ora che la Lega tira troppo per il Nord e poco per l’Italia? Ma va, non te n’eri mai accorto che Bossi non era propriamente un patriota risorgimentale, un romanesco verace e un sudista convinto? E con che stomaco citi ora la destra che hai demolito in tutte le sue versioni?
Come prevedevo facilmente alla vigilia del discorso di Mirabello, Fini ha rotto gli indugi e ha detto con fermezza che vuol tenere il piede in due staffe. Fate schifo, amici, alleati e camerati di una vita – ha detto -, il partito non esiste, ma io resto con voi. Esempio mirabile di finambolismo, variante sleale del funambolismo. Soffermiamoci su quattro passaggi chiave.
1) Il pdl non esiste. Lo penso anch’io, che da tempo traduco Pdl in Partito del Leader, aggiungendo però che Pd è Partito del e non si sa di cosa. Il partito non esiste, però esiste un leader, esiste un governo ed esiste un grande popolo di centrodestra. Non esiste una leadership del partito che faccia da pendant al premier, è vero, ma questa carenza riguarda chi avrebbe dovuto occupare quello spazio: a cominciare dal cofondatore, Fini, che è sparito per anni e ora si riaffaccia alla politica. Non s’è visto nel Pdl l’accenno di un contenuto, di una linea, di una strategia culturale e politica che andasse al di là di Berlusconi. Ma se il Pdl è niente, come dice Fini, immaginate cosa sarà una particella ribelle del niente, denominata Fli? Se il Pdl non esiste, ci può essere la scissione dal nulla?
2) Il governo sotto schiaffo. L’Italia sognava da una vita un governo di legislatura in grado di governare e decidere. E questa volta ce l’aveva. Ma Fini ci offre di tornare alla concertazione, al ricattuccio permanente, alla mediazione di partiti e partitini. E dire che la destra aveva costruito la sua fortuna sul presidenzialismo e sul capo del governo decisionista. Ora Fini diventa il megafono della vecchia Italia che vuole governi deboli, poteri forti e convergenze larghe. Perciò piace ad avversari, procure, circoli di stampa e gruppi di affari. Il governo indebolito, sotto schiaffo, è una manna per loro.
3) Fini sogna una legge elettorale che sancisca la fine del bipolarismo. Se Fini fosse davvero il leader del futuro direbbe: la legge che abbiamo voluto, me compreso, offende la sovranità popolare, ridiamo agli italiani la possibilità di decidere gli eletti con preferenze o uninominale. Ma aggiungendo: però salviamo la governabilità e il rafforzamento dell’esecutivo, col premio di maggioranza e poi magari con l’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. Invece no, Fini chiede di poter sfasciare il bipolarismo e restituire il Paese agli aghi della bilancia, ai terzisti e ai giochini di palazzo.
4) Infine, la destra. A Mirabello è davvero rinata An, come dice Maroni, è sorta un’altra destra, come scrive La Repubblica che si commuove perfino a sentir citare Almirante da Fini (che lo ha tradito trentatré volte)? No, la furbata di portarsi il santino nipotino di Tatarella e il santone fascistone di Tremaglia, di arruffianarsi la vecchia base con un paio di citazioni del vecchio repertorio missino, non sono la destra. E tanto meno sono la destra moderna, nuova e futurista di cui si eccitano i finiani. E poi «le radici della destra» non sono a Mirabello, come ha detto Fini. Sarebbe davvero poca roba una destra con quelle radici lì, così corte e contorte. No, le radici della destra sono in luoghi, storie, opere, pensieri, tradizioni che non si possono ridurre alla piccola storia del finianesimo, nel suo viaggio tra le rovine, dal Msi ad An, dal grande nulla del Pdl al piccolo nulla del Fli. La destra è un popolo e non una setta, è una cultura e non una citazione rubata, è un disegno civile e politico e non una carriera personale, è una comunità e non una musica da Camera, un progetto di riforma dello Stato e non una riforma elettorale per sfasciare un governo e scroccare un partito. E chi è di destra nutre amor patrio, cioè amore dei padri, mica dei cognati. Trovo ridicolo il titolo del Corsera: «A Mirabello Gianfranco batte Almirante» notando che la folla di domenica era maggiore di quella dei tempi di Almirante. Ma per forza, quella missina era la festa innocua di un piccolo partito ai margini della politica, questo è un evento mediatico e politico che ha riflessi sul governo e sul Paese. Anche Bruto, se avesse fatto una conferenza stampa dopo aver pugnalato Cesare, avrebbe avuto il pienone.
A proposito di titoli, ne ho trovato sul medesimo giornale un altro, favoloso e stucchevole: «Elisabetta e quel bacio dal palco: sono qui per lui»; ma per chi volete che fosse la Tulliani a Mirabello, per Donato La Morte, per i tortelli di zucca? Questo per dire che era stata una facile profezia la ola in favore di Fini dei grandi giornali: saranno anche loro asserviti a qualcuno come i tg e i giornali berlusconiani deprecati dal medesimo Fini? Ma no, ma che dite…
Dopo Mirabello il bilancio dell’operazione finiana è il seguente: un governo e un partito azzoppati, elezioni alle porte, una destra decapitata e spaccata che piace così ridotta solo agli avversari. Complimenti. Un vero leader.

FINI, OVVERO IL DUCE DI MIRABELLO

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Ciascuno ha il destino che si merita. Evidentemente a Fini è toccato quello di finire a fare il duce di Mirabello, piccolo borgo in provincia di Ferrara, città  che ha dato i natali oltre che a Italo Blabo anche a Vittorio Sgarbi. E’ a Mirabello che  l’ex fascista investito da Almirante del compito di traghettare il neofascismo italiano  nel nuovo millennio, che è passato disinvoltamente  dal definire  Mussolini quale “maggior statista del novecento” ad accusare  il fascismo  di essere “il male assoluto”, che altrettanto disinvoltamente è passato dalla assicurazione che mai avrebbe mandato un  proprio figlio a scuola da un maestro gay a sostenere  la ufficializzazione del rapporto  delle coppie omosessuali, che dopo aver firmato la legge Bossi-Fini  contro la immigrazione clandestina auspica l’ingresso in massa degli immigrati ai quali  propone di concedere subito  la cittadinanza italiana, è a Mirabello che Fini, gonfiando il torace alla stregua del pur ricusato Benito, ha fatto l’ennesima capriola della sua vita, anzi ne ha fatte parecchie. Due soprattutto, una umana e l’altra politica. L’umana riguarda Silvio Berlusconi. Dopo sedici anni  si è accorto che Berlusconi è il “nuovo male assoluto”, illiberale e stalinista, che lo ha cacciato dal partito che lui, Fini, ha contribuito a creare, cioè il PDL, sorvolando, disinvoltamente, non è manco il caso di sottolinearlo, sul fatto che è lui ad esseri messo fuori con i suoi lamentosi attacchi al governo nell’ultimo anno. E nei  confronti di Berlusconi  si è  lanciato in una aggressione rancorosa e acida che nulla ha di politico e molto di velenosa gelosia per l’uomo che lui non saprà mai essere, essendo sempre stato lui, Fini, l’uomo che ha vissuto solo e soltanto di politica e di compromessi. La capriola politica è conseguente a quella umana. Per distinguersi da Berlusconi,  con inavvertita dabbenaggine,  si sposta sull’altro versante della politica, a sinistra,  e come i suoi “caporali” (avendo  i colonnelli da tempo, giustamente!,  preso le distanze da lui) si avventura con il linguaggio  tipico della sinistra ad aggredire la Destra di cui egli si dice però il vero ed unico depositario. Anzi, ripete ancora il ritornello della “destra nuova, europea, diversa” senza ancora una volta declinare i principi e i valori cui questa sua nuova destra dovrebbe ispirarsi. Insomma, il duce di Mirabello affoga nell’ovvio e nella rabbia. Forse anche per il flop del pur tanto propagandato appuntamento di Mirabello che ha  fatto registrare una affluenza di appena un quinto di quanto annunciato dal “caporale” Bocchino  (si chiedeva un lettore come si chiamino i seguaci di Bocchino….), circa duemila persone (rispetto alle diecimila attese, con i parcheggi e i maxi

la "compagna" di Fini

schermi desolatamente rimasti inutilizzati),  pochine in verità, anche perchè  a nulla sono serviti gli espedienti circa le presunte  contestazioni usate per accendere curiosità e stimolare la partecipazione: nessuna contestazione perchè l’ovvio non vale la pena di contestarlo. Anzi, una sola  v’è stata ed è venuta non da un “affarista” berlusconiano ma dal figlio di uno dei sette fratelli Govoni, uccisi dai partigiani alla fine della guerra, allontanato sgarbatamente dal servizio d’ordine perchè non disturbasse il dire di Fini. Che forse per questo, vistosi senza contestazioni, se ne è cercata una per conto suo. Così a proposito della campagna giornalistica di Feltri e Belpietro nei confronti degli affari della “sua” famiglia, i Tullianos, dalla casa di Montecarlo, su cui Fini ha tranquillamente sorvolato, ai contratti milionari in Rai per la suocera casalinga e il cognato gaudente,  su cui pure ha  taciuto in barba al codice etico che Fini vuole per gli altri meno che per se stesso,  l’ha definita una vera e propria “lapidazione”. Magari per farsi bello dinanzi alla sua compagna, la Elisabetta, ex di Gaucci,  rotondo anzichè no patron del Perugia,. Peccato però che ha ignorato vergognosamente che c’è chi  davvero rischia la lapidazione, Sakineh, la donna  iraniana  alla quale,  forse,  Fini, ex ministro degli esteri, doveva rivolgere il suio pensiero, prima di paragonare le miserabili vicende affaristiche della sua famiglia alla tragedia che rischia di  consumarsi in Iran. In ciò c’è tutta la miseria umana e politica di Fini, il duce di Mirabello. g.

LE INFAMIE (a Mirabello) DI FINI, di Antonio Sallusti (Il Giornale)

Pubblicato il 6 settembre, 2010 in Politica | No Comments »

Dice alcune cose e il loro contrario. E tace su molto, troppo per essere credibile. L’atteso discorso di Gianfranco Fini, pronunciato ieri a Mirabello, lascia le cose come stavano. Nel senso che adesso sono chiari e ufficiali i motivi della rottura. La politica non c’entra. Semplicemente Fini odia il Pdl («non c’è più, è morto», dice con soddisfazione), odia Silvio Berlusconi («si comporta come il capo della Standa»), odia Bossi («la Padania non esiste») odia il ministro Tremonti e suoi «tagli orizzontali», disprezza i suoi ex colonnelli che non l’hanno seguito, e ai quali non riconosce la libertà e il diritto al dissenso che invoca per se stesso. E odia i giornali «fogli d’ordine infami» che hanno sollevato la questione della casa di Montecarlo e degli appalti Rai ai suoi familiari.
Se il Pdl, nella testa di Berlusconi, doveva diventare il partito dell’amore, Futuro e Libertà nasce come partito dell’odio, figlio di una frustrazione personale nata il giorno dopo la fusione di An con Forza Italia. Troppo ampio era il divario tra le forze elettorali dei due partiti, troppa la differenza di carisma e capacità tra i due leader, per realizzare il sogno inconfessato di continuare a comandare e disporre come ai vecchi tempi. Fini non ha accettato di essere minoranza e ieri ha messo in scena una infame, questa sì, ricostruzione storica che non sta in piedi. A sentirlo, pareva che il Pdl fosse stata una sua idea anche se in realtà ai tempi l’aveva bollata come «comica finale» salvo ripensarci per opportunismo, che lui fosse il faro del liberismo italiano, dimenticando che ha smesso di fare il saluto fascista non molto tempo fa e su consiglio di Berlusconi. In sostanza ha detto che senza di lui quel fesso e illiberale del Cavaliere non sarebbe andato da nessuna parte.
È infame (usiamo l’aggettivo che lui ha usato nei nostri confronti), chi tradisce qualcuno (lui ha tradito il Pdl e i suoi elettori), è infame chi non dice la verità. E Fini ha avuto quantomeno molte amnesie. Ha paragonato i partiti di Berlusconi alla Standa, ma non ha detto che in quel grande magazzino lui e i suoi ci sono stati benissimo per diciassette anni, durante i quali non gli sembrava vero di essere usciti dalla bottega del Msi e di partecipare al grande shopping(…)
(…) di governo: deputati, ministri, stipendi, benefit, ricchi premi e cotillon tra i quali, per lui, la presidenza della Camera.
Ha detto che il Popolo della libertà non c’è più. Ma non ha annunciato la creazione di un nuovo, suo partito. È un po’ da infami rimanere con chi ti fa schifo per opportunismo contingente, per non avere il coraggio di andarsene e affrontare le elezioni. Dice che farà la terza gamba della maggioranza, ma a che titolo? Berlusconi è a capo del Pdl, Bossi della Lega. Per lui una corrente (Futuro e Libertà) è uguale a un partito, e giocherà con i suoi deputati e senatori a ricattare la maggioranza. Dice che si andrà avanti senza ribaltoni o cambi di campo, ma non c’è da credergli. Le dichiarazioni sue e dei suoi uomini, i fatti degli ultimi mesi dicono esattamente il contrario.
Del resto, che non ci sia da fidarsi, è dimostrato anche dal fatto che anche ieri ha taciuto sulla casa di Montecarlo. O meglio: ha liquidato l’inchiesta del Giornale come un’infamia, che la magistratura chiarirà tutto, non ha fatto cenno alla sua richiesta, da vero liberale, di licenziare i direttori dei quotidiani a lui sgraditi. Chi usa l’insulto è perché non ha argomenti, perché non può dire la verità. Ci voleva poco a spiegare dei soldi, dei paradisi fiscali, del cognato. Ma l’uomo non ha coraggio, e neppure il senso del ridicolo. Lo ha dimostrato pochi minuti dopo, quando rispolverando l’antica retorica ha detto che per i politici ci vorrebbe un codice etico perché la loro attività non deve rispondere solo ai codici penali. Evidentemente, nella sua testa, l’etica si ferma a Ventimiglia, quello che accade in Costa Azzurra sono solo affari suoi. E l’ultima infamia di Fini è non aver detto che, coerentemente con la sua analisi, domani mattina si dimetterà da presidente della Camera essendo diventato leader di uno schieramento politico ostile alla maggioranza che lo ha eletto in quella carica. Ha ragione Di Pietro che a caldo, poco minuti dopo la conclusione del discorso, ha commentato: Fini, non fare il furbo, che qua nessuno è fesso.