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SONO I PARTITI A ESSERE IN CRISI, NON LA POLITICA, UN’IDEA PER USCIRNE.

Pubblicato il 19 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

Tra i partiti politici in Parlamento e il governo tecnico-presidenziale di Monti è in corso un duello riservato e confidenziale, il cui esito appare ignoto agli stessi protagonisti. Tutto fa ritenere che i duellanti siano stati trascinati nella sfida senza avere la piena consapevolezza dell’alto livello dello scontro. Forse è stata la forza delle cose a imporre una svolta istituzionale a due protagonisti così diversi e inconsapevoli.

In tutto il mondo in generale e in Italia in particolare, si vive all’interno di stati-nazioni, inadeguati e insufficienti a fronteggiare la complessità istituzionale della globalizzazione. In economia troviamo risposte, anche crudeli al superamento del limite nazionale, ma in politica il sovranazionale è o inaccettabile o fumoso e velleitario. Nella storia dei popoli ogni fine di ciclo che modifica gli equilibri di potere sociale investe gli assetti istituzionali e mette in discussione i fondamentali costituzionali.
In Italia è già successo durante il ’900. Nel 1923-28 il fascismo diede una soluzione autoritaria alla crisi del Parlamento e dei partiti politici, che non avevano capito la vastità del conflitto sociale provocato dalla guerra e la tragedia civile generata dal ritorno dalla trincea dei giovani ufficiali della piccola borghesia. Invece nel 1943-45 i partiti del Cln diedero una soluzione democratica alla crisi dello stato unitario e totalitario del fascismo. Il fascismo aveva risolto il problema del superamento del pluralismo politico in Parlamento, con la soppressione dello stesso Parlamento e con l’identificazione del partito unico con lo stato.

Il tutto si realizzò a Statuto albertino invariato. Il 3 giugno del 1923, dopo pochi mesi dalla marcia su Roma, Mussolini pronunciò al Senato un illuminante discorso, e disse: “Si dice che questo governo non ami la Camera dei deputati. Si dice che si vuole abolire il Parlamento o svuotarlo di tutti i suoi attributi essenziali. Signori, sarà tempo di dire che la crisi del Parlamento non è una crisi voluta dal sottoscritto o da quelli che seguono le mie idee: il parlamentarismo è stato ferito non a morte, ma gravemente, da due fenomeni tipici del nostro tempo: da una parte il sindacalismo, dall’altra il giornalismo; il sindacalismo che raccoglie in determinate associazioni tutti quelli che hanno interessi speciali e particolari da tutelare e che vogliono sottrarli alla incompetenza manifesta dell’assemblea politica; ed infine il giornalismo, che è parlamento quotidiano, la tribuna quotidiana, dove uomini venuti dall’università, dalle scienze, dall’industria, dalla vita vissuta, vi sviscerano i problemi con una competenza che si trova assai difficilmente sui banchi del Parlamento. Ed allora questi due fenomeni tipici dell’ultimo periodo della civiltà capitalistica sono quelli che hanno ridotto la importanza enorme che si attribuiva al Parlamento. Insomma il Parlamento non può più contenere tutta la vita di una nazione, perché la vita delle nazioni moderne è eccezionalmente complessa e difficile”.

Cosa avvenne in Italia e in Europa con la nefasta teoria del partito che si fa stato, è scritto nella storia tragica del ’900. Ma le culture durano più a lungo nella vita dei popoli e vanno oltre le stesse rotture sociali e politiche. L’intreccio tra partito o partiti dominanti e stato è il triste lascito che le ideologie totalitarie lasciarono in eredità alle nuove generazioni. Il 20 novembre del 1946 la prima sottocommissione dell’Assemblea costituente approvò con il consenso di tutti i partiti e l’opposizione della destra liberale, l’o.d.g. di Dossetti: “La prima sottocommissione ritiene necessario che la Costituzione affermi il principio del riconoscimento giuridico dei partiti e delle attribuzioni ad essi di compiti costituzionali”. Con quel voto nasce la Repubblica parlamentare dei partiti ai quali si affidarono compiti costituzionali palesi e occulti.

Lo stato fascista fu travolto dalla guerra
e con esso il Partito nazionale fascista costituzionalizzato con il Gran consiglio del fascismo. La Repubblica parlamentare dei partiti è finita con la crisi dello stato-nazione e con il rigetto della costituzionalizzazione del partito politico. Il duello attuale tra governo Monti e partiti politici residuali della Prima Repubblica non avviene sul terreno del debito pubblico, ma nel campo straordinariamente politico della doppia crisi italiana: la fine della Repubblica dei partiti tutta interna alla crisi dello stato-nazione.

Non lasciamoci fuorviare da argomenti banali e superficiali. Non è in crisi la politica. E’ in crisi il partito politico. E’ in crisi quella particolare forma di partito che si fa stato e che pretende di essere nazione. Decostituzionalizzare i partiti vuol dire rivedere l’art. 49 della Costituzione. I partiti non possono essere organi dello stato o sovrapposti allo stato. Devono tornare alla loro funzione originaria: essere corpi intermedi nella società per mediare tra cittadini e stato. Altro che liberalizzare i taxi! Occorre sciogliere il legame incestuoso partiti-stato. I partiti devono essere nello stato ma non possono essere lo stato. Solo così i partiti avranno la forza autonoma di poter giudicare anche le degenerazioni dello stato o le cessioni di sovranità nazionale. di Rino Formica, il Foglio 19 gennaio 2012

………….Rino Formica,ex senatore,  ex vicesindaco di Bari, ex  vice di Craxi, ex ministro delle Finanze, ha superato da tempo gli 80 ma è ancora atentamente vivace sulla scena della politica come dimostra questo suo intervento  sul Foglio di Ferrara di questa mattina. Analisi lucida e circostanziata , da cui si può anche  dissentire, ma non può non condividersi la tesi secondo cui non è in crisi la Politica, ma i partiti, gli strumenti che la Costituzione volle fossero incaricati di operare il rapporto tra cittadini e Stato. Incarico che nel tempo è stato stravolto, avendo i partiti usurpato funzioni e ruoli che non competevano loro, specie quello di sostituirsi allo Stato. E’ quel che è accaduto, da qui, secondo Formica, da sempre attento e lucido analista dei fatti della politica, la grave crisi in cui versa il sistema. Come uscirne? Secondo Formica rimodulando il ruolo dei partiti, semplice a dirsi ma difficile a farsi. Specie con questi partiti che ormai rispondono solo a se stessi, avendo abiurato, da tempo,  alle regole della democrazia interna, e di fatto trasformandosi in apparati totalitari che non consentono nè discussioni nè ricambi. Perciò, l’analisi di Formica, seppure giusta, è difficile che possa trovare applicazione. g.

IL LODEN DEL PREMIER NON SI PUO’ BAGNARE, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 19 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Vada a bordo,caz… L’ordine dato via telefono al riluttante capitano Schettino dall’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno è subito diventato un cult.

Mario Monti

Mario Monti
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Stampata su magliette, parafrasata in internet su migliaia di blog, la frase ha fatto il giro del mondo. È come se la tragedia già stesse scivolando in farsa. Lo provano anche le risate e gli applausi raccolti in studio dal comico Crozza l’altra sera a Ballarò . Battute di cattivo gusto che hanno dato la stura alla polemica che ancora mancava nel Paese dei parolai. O meglio, la mamma di tutte le polemiche, perché ovviamente non è che Silvio Berlusconi potesse essere tenuto fuori da questa vicenda. Secondo la solita compagnia di giro, Schettino sarebbe l’emblema dell’Italia berlusconiana. Ora, all’ex premier si possono rimproverare diverse cose, ma se c’è uno che si è immerso personalmente e fisicamente nei dolori e nei drammi degli italiani, questi è proprio Silvio Berlusconi. Da Onna all’Aquila, fino a Lampedusa, Berlusconi è sempre salito sulle navi in difficoltà ed è sceso soltanto quando anche l’ultimo dei passeggeri era stato messo al sicuro. E ancora oggi, che non è più al comando, il Pdl è rimasto sulla plancia di questa Italia incrinata.

Così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori. Perché se c’è una cosa che stride in questa vicenda è la totale assenza, fisica e mediatica, del premier Monti e del ministro dei Trasporti Passera. Capisco che chi è abituato ai salotti vellutati di congressi e seminari possa avere difficoltà a muoversi tra gommoni e soccorritori sporchi di fatica e fradici di sudore. Capisco che indossare stivaloni e giubbotti non griffati sia poco chic, che i loden si possano sporcare, ma forse noi italiani meritavamo di essere rappresentati tra i soccorritori e i parenti delle vittime al massimo livello. E invece niente. Neppure il presidente Napolitano si è scomodato. E dire che solo pochi giorni fa lo aveva fatto per portare il suo conforto alla cittadina cinese coinvolta a Roma in una sparatoria che si è poi dimostrata essere un regolamento di conti tra bande criminali. I cinesi con mazzette in tasca valgono più dei parenti delle vittime della Costa? Più di una pacca sulle spalle ai sub che stanno rischiando la vita nella pancia della Concordia?

In verità il governo, un ministro al Giglio ce l’ha spedito, ma non per gli uomini morti e vivi. Sul posto infatti si è visto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, preoccupato per la salute di scogli e coste. Una cosa comunque è vera, il comandante che non ne ha voluto sapere di stare in plancia nel momento del pericolo ci ricorda un italiano famoso, basso di statura con spiccato accento del Nord. Non si chiamava Berlusconi ma Vittorio Emanuele, quello che in piena guerra scappò da Roma, dopo averla fatta grossa, lasciando il suo esercito senza ordini. In qualche modo i nostri padri e nonni se la cavarono, come se la sono cavata quasi tutti quelli della Concordia. Perché per fortuna da sempre c’è anche un’Italia che non scappa, berlusconiana o no che sia. Alessandro Sallusti, Il Giornale 19 gennaio 2012

.…………..E’ vero, nè il premioe, nè il ministro ex banchiere si sono visti all’isola del Giglio, dove non erano in gioco sole le vite umane, importantissime, ma l’onore dell’Italia e la sua economia turistica, gravemente lesi, l’uno e l’altra, dalla tragica vicenda della Costa Cocordia e del  uo comandante, cialtrone non tanto per aver provocato il naufragio della nave affidata alla sua guida, quanto per aver abbandonato sulla nave centinaia di passeggeri dandosela a gambe anzi in barca insieme ad altri ufficiali che dell’onore non hanno nè sentore nè idea. Nè Monti nè Passera si sono visti dalle aprti dell’isola del Giglio, nè è accorso in elicottero il re e imperatore Giorgio 1°, il quale, come ricorda Sallusti, pochi giorni addietro, solerte e funereo, si è presentato al capezzale della moglie del cinese assassinato in un regolamento di conti tra malavitosi. E’ vero, la mamma aveva perso una figlioletta di pochi mesi e questo ci addolora tutti, ma la stessa donna era stata reticente e poi falsa testimone in una vicenda che da subito presentava larghe ombre che avrebbero dovuto consigliare ponderazione e cautela alla alta carica dello Stato che invece si è preoccupato come gli capita di fare da un pò di tempo in qua il Pertini del secondo millennio. L’avevamo rilevato ma avevamo constatato sgomenti che nessun  organo di informazione aveva rilevato questa insidiosa anomalia della più alta carica dello Stato. Ha rimediato ai vasti silenzi il bravo Sallsuti che con nun solo colpo ha impallinato il governo e il suo  pigmalione. M anon basta. Non basta deninciare le omisisoni, occorre denunciare le responsabilità di chi si occupa delle pagiuzze negli occhi degli altri e non s’avvede delle travi nei propri. g.

COSI’ ANDIAMO A FONDO, di Mario Sechi

Pubblicato il 15 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Domani riaprono le Borse e con il declassamento del debito italiano e francese vedrete dopo mister Spread un altro termine del dizionario finanziario acquistare popolarità: sell-off. Cos’è? Tecnicamente è la vendita di titoli durante un periodo di ribasso delle quotazioni e si fa per evitare ulteriori perdite di capitale. La decisione di Standard & Poor’s mette il nostro debito sovrano fuori dal paniere di parte della finanza strutturata, non acquistabile da fondi di investimento che per statuto possono comprare solo debito con la «A». E noi siamo in «B». Il problema si propaga a pioggia anche agli istituti di credito e assicurazioni che hanno in pancia i nostri titoli di Stato. È giunto il momento di battere i pugni sul tavolo di Bruxelles. La politica deve riprendersi lo scettro, l’Italia dire che non è la Grecia, non si farà massacrare dall’eurodogma tedesco, non si farà condannare alla crescita zero e all’insolvenza.
Il 30 dicembre scorso scrissi un editoriale in cui c’erano tre elementi sui quali pensavo Palazzo Chigi e il Parlamento dovessero fare delle riflessioni: 1. Downgrade del debito pubblico italiano entro gennaio; 2. Sell-off dei titoli di Stato e delle azioni delle banche e assicurazioni; 3. Intervento diretto del Fondo Monetario Internazionale con linea di credito dedicata all’Italia e piano di risanamento dell’economia dettato da Washington. Il primo punto si è realizzato, il secondo avrà un primo banco di prova già domani e nelle prossime sedute di Borsa e soprattutto nelle aste di titoli di Stato, il terzo è una conseguenza dei primi due ma mi risulta da fonte bene informata che la signora Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, abbia già detto ai suoi collaboratori «abbiamo i soldi, prepariamoci a intervenire sull’Italia».

Di fronte a questo scenario, al posto di Monti non avrei perso un minuto ad inseguire il taxi di giorno e andare al market la notte, ma mi sarei dedicato alla soluzione del problema della riduzione del debito pubblico e alla correzione delle scelte di leadership incerte e confuse come quelle di Merkel e Sarkozy. Si è fatto altro e comincio a pensare che i tecnici siano dei politici improvvisati. Se è così, ridateci i politici.  Mario Sechi, Il Tempo 15 gennaio 2012

……..Diamo atto al direttore de Il Tempo  di questa  onesta e coraggiosa retromarcia, la seconda dopo quella di ieri con l’editoriale che anche noi abbiamo ripreso. Sechi è stato uno di quelli che ha sostenuto da subito senza se e senza ma il governo Monti, tra i pochi, riteniamo,  che  lo hanno fatto senza secondi fini, ma avendo a cuore, a suo modo,  le sorti del Paese. E lo ha fatto in qualche  modo  anche rinnegando se stesso,  lui che nell’ultimo anno era  stato tra i pochi difensori appassionati di Berlusconi e del suo governo e più vastamente della storia politica del centro destra italiano dal 1994 in poi.  Insomma, ci aveva creduto, aveva creduto che Monti poteva costituire una opportunità per il Paese, sopratutto nell’ipotesi di riuscire lì dove nessun  altro poteva riuscire, cioè creare una “grande coalizione” che supportasse il Paese in una fase che definire difficile è semplice eufemismo. E’ vero, la “grande coalizione” è nata, con il PDL unito all’UDC e al PD nel sostegno del governo, ma i risultati sono  stati deludenti. E non solo perchè alla fin fine Monti non ha inventato nulla che già non si sapesse, cioè spremere i contribuenti, ovviamente i più numerosi, ovvero i poveri, per fare cassa, evitare accuratamente di tagliare la spesa pubblica e neppure, sia pure per mere ragioni simboliche,  i costi delle tante caste italiane, dalla politica alla giudiziaria alla burocratica, ma perchè nè ha messo su in oltre due mesi dal suo insediamento nessuna iniziativa seria e concreta per favorie lo sviluppo e la crescita, nè ha saputo intraprendere, lui che si dice un esperto delle cose europee e in Europa  si autoproclama stimato e considerato almeno quanto Berlusconi fosse non stimato e non considerato, nessuna iniziativa che costringesse i due spericolati masnadieri che hanno occupato la scena europea, la Merkel e Sarkozy, a cambiare registro e toni. Sechi ha preso atto di tutto ciò e con la lealtà che gli è propria riconosce che questi tecnici sono solo dei politici improvvisati…per cui ridateci i politici. Appunto. Ma ciò, e bene che Sechi se ne faccia portavoce, necessita di un passaggio obbligatorio, quello elettorale. g.

MONTI DAL PAPA NON BACIA L’ANELLO E LA MOGLIE NON METTE IL VELO

Pubblicato il 14 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

Ci aveva fatto sorridere ieri vedere in TV l’ex centralinista della ex CISNAL, ora UGL, la signora Renata Polverini, per volontà di Berlusconi presidente della Regione Lazio, all’incontro con il Papa insieme ad sindaco di Roma Alemanno e al presidente della Provincia Zingaretti, vestita di nero e con  una elegante veletta nera che le ricopriva il capo e quasi per intero il viso. Ci aveva fatto sorridere perchè   la ex  popolana appariva travestita da regina, perchè solo le cattolicissime  Regine,  secondo un antico rituale quando si recano in visita dal Papa si vestono di nero e indossano sul capo la veletta in segno di rispetto e riverenza. Ci aveva fatto sorridere la Polverini,  è vero, ma in fondo ci aveva fatto piacere perchè il Papa è il Papa, il Vicario di Cristo sulla terra, il Capo della Chiesa cattolica,  il Vescovo di Roma, il Capo dello Stato del Vaticano. E tutto sommato cme dice il proverbio meglio abbondare che deficiere. Ha scelto di deficiere invece l’attuale presidente del Consiglio il super laico Mario Monti che recatosi in visita ufficiale dal Papa, vi si è recato indossando una qualsiasi quanto anonima grisaglia,  dinanzi al Papa non si è genuflesso, al Papa non ha baciato l’anello.  E peggio di lui la moglie, che essendo la moglie di un sobrio ha recitato la parte della sobria. Anche lei si è presentata all’incontro in maniera scialba, con l’evidente scopo di sottolineare la sua laicità, e ovviamente senza alcun velo che le coprisse il capo. Eppure entrambi i coniugi, secondo quanto riferiscono i zelanti telegiornali dal giorno in cui hanno avuto la fortuna di essere innalzati sui troni della politica italiana, la domenica mattina vanno a messa. Ma a messa ci si va inginocchiandosi e, le donne, coprendosi il capo. Perciò ci pare che la esibizione ultralaicistica di entrambi ci poteva essere risparmiata, poteva essere risparmiata al popolo italiano che ora più che mai  solo in Dio può fare affidamento, visto che gli uomini hanno fallito. Come lo stesso Monti che chiamato a salvarci,  per il momento affonda nella inconcludenza e nella incongruenza: ultime notizie non solo il declassamento alle treb dell’Italia, ma anche la marcia indietro quasi generale dei partiti che lo sostengono in materia di liberalizzazioni se è vero che nelle ultime ore si sarebbero tirati indietro su quelle dei tassisti e delle farmacie, mentre pare che sarebbero d’accordo sulla liberalizzazione dei caldarrostai che potranno vendere la loro merce in ogni angolo di Roma e per tutti i giorni dell’anno, anche in pieno agosto, salvo qualche sporadico distinguo da parte dei caldarrostai cileni che invece sono contrari. Scherzi a parte, ci apre che Monti abbia perduto una buona occaisone per essere, oltre che mostrarsi all’altezza del ruolo. g.

L’UNIONE E’ DA ROVESCIARE, di Mario Sechi

Pubblicato il 14 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Non ci voleva il nobel per l’economia per capire che aria tirava con le agenzie di rating. E quel che avevo anticipato qualche settimana fa sulla base dei rumors del mondo finanziario è avvenuto: Standard & Poor’s ha declassato un’altra volta il debito italiano. Fin qui, il copione è stato rispettato. Quel che invece non possiamo prevedere è la reazione del governo Monti. Il professore è stato chiamato a Palazzo Chigi per tenere il bilancio in ordine e convincere i mercati sulla coerenza della manovra economica e la sua reale fattibilità. Nonostante la professione di sobrietà e altre dichiarazioni sopra e sotto il loden, l’esecutivo non ha convinto i mercati, cioè chi compra e chi vende i titoli del debito italiano e delle imprese quotate. Perché? Nel piano di Monti la parte dedicata alla crescita non si vede e quella dei tagli alla spesa pubblica è desaparecida. Siamo in recessione e con una manovra depressiva, taxi e aspirina non sono il rilancio del Pil, ma la botteguccia triste e un po’ polverosa del liberale alle vongole. Figurarsi quanto si impressionano davanti all’imperdibile «riforma del 3570» quelli delle agenzie di rating, abituati a bruciare i capitali delle nazioni e superare impuniti gli scandali dove c’è il loro zampino. È evidente che il Vecchio Continente così finisce a carte quarantotto e un capo di governo dovrebbe combattere con astuzia e coraggio. Qui emerge però il limite reale del governo tecnico. Nato per assecondare Bruxelles e tradurre in politica la lettera dell’austerità costi quel che costi, non può che ripeterne lo schema, non ha sufficiente autonomia, non può alzare la voce perché non conosce la durezza dell’arena politica e la dura legge del voto. Quel che invece serve è proprio la politica. A questo punto dovrebbero essere i leader di partito – Berlusconi, Bersani,Casini e chi ci sta – a riunire il Parlamento e dare al governo dei tecnici un mandato per rovesciare un tavolo europeo che così apparecchiato fa pena. E la Francia avrebbe un egoistico motivo per stare dalla nostra parte. Servono statisti. Con Winston Churchill un’agenzia di rating non avrebbe abbattuto un continente. Sarebbe semplicemente e per sempre fuorilegge.  Mario Sechi, Il Tempo, 14 gennaio 2012

.…….Il direttore de Il Tempo, dopo essersi arruolato nelle file dei sostenitori del governo dei tecnici, è tornato sui suoi passi e oggi scrive che Monti e il suo govenro non hanno combinato granchè, anzi hanno peggiorato la situazoione con interenti repressivi e depressivi che non sostengono la crescita. E chiede un governo politico. Anzi chiede uno statista alla Churchill, come se i Cghurchill nascessero a comando o si inventino allo stesso modo. Monti era un bluff e sotto il loden, di quelli che la gente comune non può permettersi, nascondeva solo il modesto travet che è sempre stato. I leaders e anor più gli statisti sono queli che hanno fantasia e nel loro lavoro, prima ancora che la scienza,  ci mettono passione. C’è qualcuno che abbia questi requisiti in questo momento nel nostro Paese. Se c’è si faccia avanti e per carità non ditelo a Napolitano che da ex uomo  del PCI  non ama nè la fantasia nè la pasisone. g.

UNA CASA INGUAIA MONTI, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 13 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

C’è chi sul terremoto ride, come l’imprenditore Piscicelli, quello che poi pagò l’albergo di lusso all’ormai ex sottosegretario Carlo Malinconico. E c’è chi sul terremoto risparmia un bel po’ di soldi, come il neoministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. Mi spiego. L’uomo scelto da Monti per riportare ordine e moralità tra i dipendenti dello Stato, come noto ha acquistato dall’Inps, nel 2007, un appartamento a prezzi stracciati (1.500 euro al metro) in centro a Roma, di fronte al Colosseo. Per ottenere il super sconto, Patroni Griffi, presentò anche una perizia dalla quale risultava che lo stabile era a rischio sismico. Oggi noi documentiamo come quel quartiere di Roma non sia classificato a rischio sismico, cosa del resto provata dal fatto che da duemila anni il Colosseo è in piedi e non ha mai subito neppure una piccola scossa. Vuoi vedere che il capo dei capi del Paese ha fatto il furbetto? Diciamo che alcuni indizi non depongono a suo favore. Il primo è che nella trattativa con l’Inps, Patroni Griffi aveva come avvocato proprio Carlo Malinconico, uomo come noto propenso a non pagare i conti attraverso sotterfugi. Il secondo: non è certo nobile che, alla faccia del rigore etico sbandierato da Monti, percepisca ben due mega stipendi dallo Stato, uno come ministro, l’altro come magistrato in aspettativa.
Raccontiamo questo (e probabilmente ancora non è tutto) senza alcun compiacimento. Ma forse Patroni Griffi farebbe bene a riflettere sull’opportunità di rimanere su quella sedia prima di fare la fine dell’amico e collega Malinconico: sbugiardato da inchieste giornalistiche ed ex amici imbarazzanti. Già ieri si è ingarbugliato in giustificazioni fumose ed è caduto nel ridicolo dichiarando che dalla finestra di casa sua non può vedere bene il Colosseo perché dovrebbe fare contorsioni «incompatibili per uno come me che soffre di vertigini». Poverino. Due stipendi, una casa di lusso sottratta per due lire al patrimonio dei pensionati italiani, e neppure vede bene il Colosseo. Faccia una cosa: venda l’appartamento, incassi la plusvalenza e sparisca. Che ben più di vertigini il suo governo ha fatto venire ai milioni di italiani costretti a pagare una nuova tassa su case comprate a prezzo pieno, con il mutuo e senza furberie. Che a questi signori più che la testa girano altre parti del corpo, perché al sacrificio non si può aggiungere la presa per i fondelli. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 13 gennaio 2012
……………….Fa bene Sallusti a scavare.Prima il sottosegretario che non pag ai conti, poi il ministro che compra a prezzo stracciato, chi sarà il prossimo? E dire che Monti sosteneva nell’Aula un tempo sorda e grigia che il suo govenro non aveva scheletri nell’armadio e prometteva che avrebbe messo online i redditi dei suoi ministri. Di sceletri ne sono venuti fuori e che scheletri, ma nessuno ha visto online i redditi dei ministri montiani. On line ci sono solo i controlli nella vita privava degli italiani da parte degli sceriffi di Befera: c’è da rigirare il film “La vita degli altri” , questa volta ambientato  non nella Germania comunista della Stasi, ma nell’Italia pseudo democratica di Monti.

DOPO MALINCONICO, SCANDALO IN VISTA PER IL MINISTRO (DI MONTI) PATRONI GRIFFI

Pubblicato il 11 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

Filippo Patroni Griffi, ministro per la Pubblica amministrazione, nel 2008 acquistò dall’Inps un casa vicina al Colosseo ad un prezzo scontatissimo come immobile “non di pregio”. Do­po un lungo braccio di ferro con l’istituto previdenziale davanti a Tar e Consulta, l’abitazione “popo­lare” di 109 metri quadrati è costa­ta solo 177mila euro. Per il Catasto l’immobile è in un’area “ballerina”, cioè a rischio sismico, ma è nel pieno centro di Roma. L’ambiguità del ministro: il successore di Brunetta ha un doppio stipendio eppure attacca i privilegi.

Roma – Annuncia una Pubblica amministrazione «efficiente e trasparente», promette di tagliare le auto blu anche agli enti locali e di non ammettere deroghe al tetto per gli stipendi dei manager pubblici ma proprio lui, Filippo Patroni Griffi, potrebbe provocare il nuovo strappo all’immagine di rigore e correttezza del governo Monti, dopo le dimissioni del sottosegretario Carlo Malinconico.

La casa del ministro Filippo Patroni Griffi in via Monte Oppio, a Roma, vicina al Colosseo

La casa del ministro Filippo Patroni Griffi in via Monte Oppio, a Roma, vicina al Colosseo
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Il fatto è che sul ministro per la Pubblica amministrazione pesa la storia della casa al quartiere Monti, vicino al Colosseo, acquistata dall’Inps nel 2008 ad un prezzo scontatissimo come immobile «non di pregio». E per il Catasto a rischio sismico, anche se la capitale di terremoti non ne ha mai visti. Dopo un lungo braccio di ferro con l’istituto previdenziale davanti a Tar e Consulta, l’abitazione «popolare» di 109 metri quadrati è costata solo 177mila euro.

Da settimane a perseguitare Patroni Griffi non è solo l’accostamento con Malinconico, ma soprattutto quello con la famosa casa di Claudio Scajola: stessa vista sull’Anfiteatro Flavio, pagata cinque volte di più. L’ex ministro del governo Berlusconi è finito nei guai giudiziari e si è dovuto dimettere perché nel 2004 tirò fuori appena 600mila euro per 180 metri quadri, mentre un milione e 100 mila euro per i magistrati li avrebbe versati l’imprenditore Diego Anemone. Ora Patroni Griffi si trova a dover giustificare un privilegio calcolato 1.630 euro al metro quadrato. Ma respinge ogni parallelo. «Credo siano situazioni molto diverse- dicela mia vicenda non è assimilabile. Non è personale, ma ha riguardato tutti gli acquirenti degli enti previdenziali di tutta Italia, secondo parametri fissati per legge, quindi è una situazione diffusa e generalizzata».

Quanto alla vicenda Malinconico, prima delle dimissioni Patroni Griffi si dice sicuro che tutto si chiarirà ma evita altri commenti: «Vorrei rispondere di faccende che riguardano me». Il ministro chiede anche di non dimenticare, per la storia della casa al Colosseo, i tanti «anni di professionalità » alle sue spalle. Anni di prestigiosi incarichi nella Pubblica amministrazione in cui, e questa è un’altra spina nel fianco, è diventato un campione del doppio stipendio, mantenendo sempre la sua retribuzione da consigliere di Stato fuori ruolo e aggiungendo di volta in volta quella degli altri ruoli in ministeri e autorità. Ecco perché crea qualche imbarazzo che proprio lui si occupi ora di mettere fine allo scandalo del cumulo degli stipendi, autotagliandosi la retribuzione. Patroni Griffi era ieri all’audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Lavoro della Camera.

Auspica, sul tetto per i compensi dei manager pubblici pari allo stipendio del Primo presidente della Cassazione (305mila euro lordi l’anno), che non ci siano deroghe. La norma riguarderà anche lui, che guadagnerà di meno. Nel decreto «Salva-Italia» è stato infatti inserito, in sede di conversione, il terzo comma che prevede possibili deroghe per le posizioni apicali di alcune amministrazioni. Ma Patroni Griffi si augura che nel testo «quasi pronto per essere inviato alle Camere» vi sia «l’applicazione a tutti i soggetti interessati, con una riduzione automatica al tetto fissato».

Quanto ai tagli delle auto blu, per il ministro bisogna «estirpare l’idea» che «siano uno status symbol ».Sono,invece,«un mezzo operativo per consentire di lavorare meglio all’ufficio». Dopo il 20 gennaio ci sarà una verifica degli effettivi risparmi per sapere quanto si è speso nel 2011 e qual è il costo attuale delle auto di servizio. Sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione e l’individuazione delle eccedenze, il ministro annuncia che punterà sulla mobilità. «Anche se una cosa è spostare una persona dal quartiere Prati all’Eur,altra cosa da Vercelli a Catania». Si guarda bene dal citare il quartiere Monti. Annamaria Greco, Il Giornale 11 gennaio 2012

REGALI ALLA SEGRETARIA DI FINI DA PARTE DELL’IMPRENDITORE CHE PAGAVA L’ALBERGO ALL’EX SOTTOSEGRETARIO MALINCONICO. MA FINI RSTA AL SUO POSTO, IMPERTERRITO .

Pubblicato il 11 gennaio, 2012 in Costume, Politica | No Comments »

Per un Malinconico che si dimette a causa delle vacanze in hotel pagate dall’imprenditore della «cricca» Francesco De Vito Piscicelli, c’è qualcuno che non si dimetterà mai, nonostante le promesse passate.

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini resta saldo sulla sua poltrona, incurante di Montecarlo e delle intercettazioni dell’inchiesta su G8 e Grandi eventi che hanno portato alla luce i rapporti tra lo stesso Piscicelli e il suo entourage, professionale e familiare. In particolare è la storica segretaria di Fini, Rita Marino, che viene più volte pizzicata a chiacchierare con Piscicelli di affari relativi all’appalto per la piscina di Valco San Paolo, una delle opere previste per i mondiali di nuoto del 2009.

L’imprenditore spende spesso il nome della Marino, e talvolta quello di Fini, anche per «sbloccare» situazioni delicate in Campidoglio. E sempre Piscicelli, stando a una relazione del Ros, a giugno 2008 parlando con l’altro imprenditore coinvolto nelle indagini, Riccardo Fusi della Btp, parla di un appuntamento con il fratello del presidente della Camera. «Ti cercavo di dire, stamattina – dice Piscicelli a Fusi in un’intercettazione – che lunedì alle 9 ho questo appuntamento con Massimo, il mio amico Massimo, eh… il fratello di Gianfranco». E il link con Fini lo fanno i carabinieri. «Il riferimento – scrivono – è molto probabilmente all’onorevole Gianfranco Fini, attuale presidente della Camera dei deputati. Il fratello Fini Massimo è coniugato con Patrizia (…) compare come socio della cooperativa Poliambulatorio Cave srl a cui è intestata la scheda telefonica 340… in uso a Massimo Fini».

Più abbondanti, come si diceva, i rapporti telefonici, e gli appuntamenti, emersi dalle carte dell’inchiesta a proposito di Piscicelli e Rita Marino, concentrati a cavallo tra fine 2009 e inizio 2010. Il 24 novembre, per esempio, ecco Piscicelli chiamare alle 10,48 il centralino di Montecitorio, che lo mette in contatto con la segretaria di Fini. P: «Rita, buongiorno, come sta?». M: «Buongiorno, bene, grazie, ha ricevuto tutto?». P: «Non ancora… va be’, ci vuole ancora qualche giorno». M: «Arriva, arriva». P: «Senta dottoressa, avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale, di una cosa importante che le devo parlare». M: «E io sono qua». P: «Mi dica lei quando vendo a disturbarla… domani mattina per lei va bene?». M: «Quando vuole». P: «Allora domani alle 10.30-11, va bene?». M: «Domani un attimo… allora, domani è 25, sì sì, va benissimo».

I rapporti sembrano stretti, se è vero che qualche giorno dopo, il 9 dicembre, quando il Rup (responsabile unico del procedimento) dei lavori per la piscina di Valco San Paolo, Enrico Bentivoglio, chiede a Piscicelli una strada per far incontrare Mauro Della Giovampaola col sindaco di Roma, Piscicelli taglia corto: «Vuole andare dal sindaco? E dobbiamo andare un attimo, fare un passaggio diverso (…) prendere Mauro, andare da Rita Marino e… vabbe’ mi organizzo».

Un’altra intercettazione mostra che il rapporto tra i due è bidirezionale. Parlando con un altro imprenditore di fondi da sbloccare, infatti, Piscicelli il 15 gennaio spiega: «Ieri mi stavo buttando giù, te lo giuro… no ma perché ti rendi conto che veramente, guarda, il nostro lavoro…era tutto fatto, pronto… il mandato alla ragioneria del Comune di Roma, mi chiama la mia amica (Rita Marino, ndr) della segreteria di Gianfranco (Fini, ndr) e va be’, dice: “corra là perché c’è qualcosa che non quadra”. Corro a vedere e questi mi dicono”(…) questo è un mutuo che dobbiamo fare” (…) per fortuna che dei 5,135 milioni del Comune (…) 3 e dispari sono mutuo…mentre un milione e mezzo è fondi».

A Rita Marino,  Piscicelli, per Natale, fa un bel regalo. Il 15 dicembre 2009, annotano i carabinieri, «informa la moglie che sta andando presso la gioielleria Bonanno per orientarsi sul tipo di regalo da fare per Rita, lasciando intendere che questo regalo è connesso con il pagamento del Sal per i lavori della piscina di Valco San Paolo».Fonte Il Giornale, 11 gennaio 2011

…………..Restiamo in attesa del solito e puntuale comunicato stmapa, magari a firma della moglia, nel quale Fini sosterrà che del regalo di Piscitelli alla sua segretaria lui non ne sa nulla…ma la sua segretaria quando chiamava se chiamava a nome di chiamava?

IL PDL E IL CASO COSENTINO

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Politica | No Comments »

Siamo chiari. Se giovedì’ la Camera voterà a favore dell’arresto in carcere dell’on. Cosentino, ex sottosegretario del governo Berlusconi e coordinatore regionale in Campania, al PDL non resterà altro da fare che staccare la spina al governo dei falsi tencici e interromepre la già innaturale maggioranza con quella parte della Camera che insegue impeterrita la sua vocazione giustizialistica e, sopratutto, vendicativa verso il centrodestra. Ci riferiamo al PD, senza peraltro dimenticare il compportamento ignobIle della Lega e dei suoi espoenti, dello stesso Maroni che da ottimo ministro dell’Interno sta per trasformarsi in un qualsiasi sbirro di stampo sovietico.L’arresto in carcere di Cosentino sulla scorta di accuse che lo stesso leghista Paolini ha definito “claudicanti” e il radicale Turco “del tutto infondate” è solo un ulteriore schiaffo al centrodestra, al PDL in primo luogo e poi alla sacralità del Parlamento già violentemente scossa dal caso Papa. Subire senza reagire che ciò accada e che il deputato Cosentino sia ristretto in carcere come un malfattore, senza che gli sia stato celebrato il processo e che le accuse contro di lui siano state provate, violentando il principio costituzionale secondo il quale ciascuno è innocente sinchè non sia stato emesso il verdetto finale di colpevolezza, significa violare la Costituzione e consentire ad un potere che tale non è, cioè quello giudiziario, di imporsi al di sopra del Parlamento che è sovrano perchè riceve l’investitura dal Popolo. E’ bene ricordare che i Padri Costituenti, spesso chiamati in causa ma di cui quando conviente se ne dimenticano gli insegnamenti, non a caso vollero nella Costituzione l’ex art. 68  il quale garantiva ai parlamentari l’immunità parlamentare senza escluderne le responsabilità. Sull’onda giustizialista di Tangentopoli il Parlamento suicidò se stesso, eliminando l’art. 68 della Costituzione cosicchè contravvenendo alle ragioni che avevano indotto i costituenti a prevederlo. Le conseguenze sono visibili ad occhio nudo. Prima Papa, ristretto in carcere per 100 giorni, senza processo e con accuse che per l’altro coindagato si sono conciliare con un patteggiamento ampiamente al di sotto della soglia per cui si poss andare al “gabbio”, ora Cosentino, con accuse che devono essere dimostrate in sede processuale, nel corso del dibattimento dove, come vuole la riofrma del processo penale, deve formarsi la prova. Al momento non ci sono prove ma solo tesi e non è possibile andare in galera per via delle tesi. Tutto ciò lo diciamo per Cosentino, lo abbiamo detto per Papa, lo avremmo detto anche per Penati, l’ex braccio destro di Bersani, accusato di accuse non molto dissimili, nella sostanza,  di quelle rivolte a Cosentino, ma per il quale nessuno ha chiesto l’arresto in carcere. Lo ripetiamo. Se giovedì la Camera dovesse acconsentire all’arresto di Cosentino,  al PDL non resterebbe altro da fare che tirarsi fuori da una maggioranza che più innaturale non potrebbe essere e svincolarsi da un abbraccio che potrebbe risultare mortale al termine di un esperimento di governo che peggiore non potrebbe essere. g.

INCREDIBILE, ORA SI E’ RAZZISTI SE DICI DI ESSER EITALIANO

Pubblicato il 10 gennaio, 2012 in Costume, Cronaca, Politica | No Comments »

Mai più vantarsi del made in Italy. Questo tricolore che tanto sbandieriamo, soprattutto negli ultimi mesi di enfasi unitaria, sta diventando scomodo. Abbiamo vissuto anni in cui il solo pronunciare la parola patria e mettere alla finestra una bandiera diventava oggetto di caccia all’uomo: era, quella, la stagione di una certa egemonia, che eliminava come nostalgie fasciste anche le più elementari espressioni di identità nazionale.

Macelleria di Treviglio (Bergamo)

In seguito la storia ha un po’ camminato. Prima gli slanci repubblicani e risorgimentali di Ciampi, poi tutto il fritto misto del centocinquantesimo anniversario, in qualche modo hanno ripulito la bandiera dalle sovrastrutture ideologiche, restituendole la sua missione originaria di unire, non certo di dividere. Un buon lavoro di tutti quanti. Ma potrebbe essere inutile. La luna di miele sembra già finita: improvvisamente, esibire il tricolore e proclamarsi italiani procura una nuova patente, nemmeno così nuova, nemmeno così originale, più che altro buona per tutti gli usi e per tutte le occasioni: razzismo. Né più, né meno.

È L’Eco di Bergamo a raccontare l’esperienza surreale di Antonino Verduci, macellaio in Treviglio, vetrina direttamente sul centro storico. Non è ben chiaro come e perché, ma ad un certo punto le sue vendite hanno cominciato a scendere in modo preoccupante, per via di un’inspiegabile nomèa nata attorno al negozio: è gestito da marocchini musulmani, si raccontava in giro, magari vende carne particolare che arriva da chissà dove.

Stanco di passare per quello che non è, bravo o cattivo che sia come venditore, comunque non straniero, il macellaio ha dunque deciso di avviare una personalissima campagna pubblica, «per fare chiarezza, per evitare qualsiasi equivoco»: sul vetro del suo negozio sono comparsi un tricolore e un cartello molto chiaro, «Macelleria italiana».

In modo istintivo e artigianale, la mossa del macellaio è un po’ quella che si vedono costretti ad adottare i costruttori di biciclette nostri per distinguersi dall’invasione dei prodotti asiatici: «Bicicletta tutta made in Italy», scrivono sui loro telai. Lo stesso fanno gli scarpari, i sarti, gli stessi fornitori di alimentari. Contro la marea dei prodotti più o meno taroccati, più o meno sottocosto, e comunque di provenienza esotica, l’ultima frontiera delle nostre aziende è puntare tutto sulla propria italianità, che per fortuna significa ancora qualcosa.

Questa l’intenzione del macellaio trevigliese, ma evidentemente anche l’intenzione più elementare, in questa era di perbenismo conformista e di buonismo tanto al chilo, diventa un boomerang pericoloso. Neppure il tempo di farsi la vetrina made in Italy e il macellaio si ritrova messo al muro, al muro più odioso dell’epoca moderna, quella rete dei social-network dove tanta bella gente sfoga tutta la sua furia inquisitrice, fustigatrice, moralizzatrice, senza mai esporsi e rimetterci in proprio. Il popolo di Facebook, come viene troppo rispettosamente definito, prontamente lancia la sua fatwa: «Orrore», «Macellaio razzista», «Boicottiamolo», «Ricorda la scritta negozio ariano ai tempi del nazismo», e via bombardando. Italiani e marocchini, più italiani che marocchini, tutti a lapidare il razzista del tricolore. In nome della vigilanza permanente antirazzista, il pessimo soggetto va perseguitato pubblicamente. Magari, dipingiamogli un marchio indelebile sullo stipite o sulla saracinesca: a suo tempo funzionava….

Diciamolo: forse dovremmo smetterla di dare tanto peso all’eminente popolo della rete. Sinceramente, sta diventando un termometro troppo autorevole per tutto, dalla politica al costume, dalla cultura alla giustizia. Stiamo attribuendo a questa massa informe e anonima, che lancia i suoi siluri da chissà dove, il ruolo di ago della bilancia su qualunque fenomeno e su qualunque questione. Anche in questo caso, la denuncia contro il macellaio razzista mobilita anime troppo equivoche e sfuocate, perché davvero l’Italia intera debba sentirsi così malmessa. Purtroppo, però, vale la famigerata regola: infanga infanga, qualcosa resterà. Così, alla riapertura del lunedì mattina, la macelleria tricolore si ritrova in qualche modo sotto protezione, con passaggi di volanti della Polizia a scanso di effetti collaterali.

Anche questo è un segno dei tempi: dal lontano pregiudizio verso le insegne «Macelleria islamica» siamo arrivati alla «Macelleria italiana» sotto scorta. Bello: potremo tutti raccontare ai nostri nipoti che ad un certo punto, chissà come, dichiararsi italiani significò essere razzisti. Purtroppo, noi c’eravamo. Il Giornale, 10 gennaio 2012

…..Lasciamo il commento ai nostri lettori. Piuttosto, chissà se il presidente Napolitano assai sollecito nel fare telegrammi e andare in visita, uno di telegrammi lo manderà al macellaio di Treviglio, magari per ordinargli un chilo di filetto da mettere in tavola al Quirinale. E quanto alle visiste , ci piacerebbe che egli partecipasse ai funerali dei due anzini coniugi baresi che ieri l’altro si sono lasciati morire causa la miseria, abbandonati da tutti, compreso lo Stato capace di pretendere sacrifici e altrettanto incapace di comprendere e alleviare  i disagi. Questo Stato può piacere a Napolitano, ma non piace a noi. g.