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PAPA BENEDETTO XVI: DA FIGLIO DI UNA CUOCA A OPERAIO NELLA VIGNA DI CRISTO

Pubblicato il 12 febbraio, 2013 in Storia | No Comments »

Che le dimissioni del Papa fossero da attendersi è dire troppo. Che ce ne fossero le premesse, è la pura verità. Ci sono uomini cui il destino dà più di quanto loro non desiderino e Joseph Ratzinger non avrebbe mai voluto essere il successore di Pietro.
Il peso dei suoi quasi ottantasei anni – ingravescentem aetatem – cui il Pontefice si è riferito per spiegare il gesto, è solo un motivo aggiuntivo. Già quando, ancora settantenne, la sua crescente fama faceva pensare che sarebbe potuto succedere a papa Wojtyla, Ratzinger voleva tirarsi indietro. Quante volte negli ultimi anni del lungo regno di Giovanni Paolo II, il suo prezioso collaboratore bavarese gli aveva chiesto il permesso di ritirarsi a vita privata? Decine, dicono i bene informati. Avrebbe voluto – dopo diversi lustri in Vaticano, in cui si era trasferito da Monaco nel 1982 – tornare in Germania a scrivere libri, lasciando i gravosi compiti romani: quello di decano del Collegio cardinalizio e di prefetto della Congregazione per la fede (ex Sant’Uffizio).

Ah, ristabilirsi tra i verdi prati in vista delle Alpi, anche a costo di passare tre quarti dell’anno sotto l’ombrello, ma senza il peso degli incarichi e accanto a Georg, il fratello maggiore. Quella era la vita cui ambiva e che ora, dopo un decennio fantastico ma che gli era sfuggito di mano, potrà finalmente realizzare. Fu Wojtyla, che lo voleva assolutamente al suo fianco, a forzarne la volontà, insistendo perché restasse a Roma e conferendogli, con la sua fiducia, quel prestigio che lo ha poi portato sul trono di Pietro. Finché, con la decisione di ieri, la natura umana di Ratzinger ha avuto il sopravvento sui progetti celesti.
Benedetto XVI fu eletto dopo soli due giorni di conclave, al quarto scrutinio, il pomeriggio del 19 aprile 2005. Si presentò al balcone, dopo l’Habemus Papam, incerto e intimidito, con l’aria di chi aveva assistito al verificarsi di ciò che più temeva. «Fratelli e sorelle – disse -, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore». Nessuna falsa modestia, ma la percezione esatta che il neo papa aveva di sé. Pochi giorni prima, nell’omelia funebre del suo predecessore, Joseph aveva detto di lui con l’ammirazione sincera di chi intuiva che mai avrebbe saputo seguirne l’esempio: «Grazie a un profondo radicamento in Cristo, il Papa ha portato un peso che va oltre le forze puramente umane». Un radicamento in Cristo che è un dono di Dio e che il pontefice dimissionario dichiara adesso – umile e leale – di non possedere nello stesso grado.

Joseph è nato nel giorno di sabato santo del 1927 in un paesino della Baviera orientale, Marktl am Inn, che già dal nome – Mercatino sull’Inn – evoca la paciosità di un borgo rurale. Suo babbo, che si chiamava come lui, era graduato della gendarmeria locale, la mamma una cuoca d’albergo. Nonostante i modesti mezzi finanziari della famiglia, i due fratelli furono messi in seminario a pagamento, precocemente incanalati nel loro futuro. Si frapposero però la guerra e la regola nazista che obbligava l’arruolamento nella Hitlerjugend dei giovani a partire dai quattordici anni. Il sedicenne Joseph, fu assegnato all’artiglieria contraerea in difesa del complesso Bmw, poi alle intercettazioni telefoniche, infine allo scavo di trincee. Durante una marcia, il ragazzo disertò. Riacciuffato, scansò per un pelo la fucilazione con la fuga propiziata da un sergente. A Germania atterrata, il futuro Papa fu, come tanti sbandati, imprigionato dagli Alleati e recluso per alcune settimane in un lager.

Tornato in seminario, divenne prete a 24 anni, nel 1951, insieme a Georg. Quattro anni dopo, presentò una tesi su San Bonaventura, per l’abilitazione all’insegnamento di Dogmatica nell’Ateneo di Frisinga. Il lavoro fu bloccato dal relatore che la giudicò «pericolosamente modernista», per eccesso di «soggettivazione». Un’accusa che nel mondo cattolico tedesco suona come un cedimento alle sirene protestanti. Il mansueto Ratzinger si piegò all’insegnante e modificò la tesi, ottenendo il titolo. Per un decennio, insegnò in diverse università e, nel 1962, si affacciò per la prima volta a Roma, nell’officina del Concilio Vaticano Secondo. Era al seguito del cardinale di Colonia, come suo consulente teologico. Acuto, progressista e rigoroso insieme, si fece un nome tra le porpore. Chiuso il Concilio, tornò all’insegnamento tedesco ma con ormai un piede stabile nella Città leonina. Paolo VI, nel 1977, lo nominò arcivescovo di Monaco e Frisinga e, poco dopo, cardinale. Così, alla sua morte, il neo porporato partecipò al primo dei suo tre conclavi con l’elezione di Papa Luciani. Quaranta giorni dopo, Joseph entrò nuovamente nella Cappella Sistina per l’elevazione di Wojtyla. Il rapporto tra i due mitteleuropei fu di affinità e il legame di ferro. Fosse stato per l’affetto, Ratzinger avrebbe preso lo stesso nome pontificio del predecessore. Ma non volendo per venerazione paragonarsi, assunse quello di Benedetto, ormai in disuso. L’ultimo era stato Benedetto XV (Della Chiesa), il Papa della Grande guerra, che bollò come «inutile strage». Ed è proprio a questo atteggiamento che Ratzinger si è collegato chiarendo che la sua prima aspirazione era la pace.

Joseph sarebbe stato il Papa perfetto di un mondo armonico. Ama Mozart e i due gatti suoi conviventi nell’appartamento vaticano. È fedele al passato, tanto che nello stemma ha voluto i simboli di quando era arcivescovo di Frisinga: il Moro, emblema dell’Universalità della Chiesa e l’Orso che uccise il cavallo col quale San Corbiniano si stava recando a Roma e che, rimproverato dal sant’uomo, si caricò per espiazione i bagagli portandoli fino alla Città eterna. Ha sfoggiato meravigliosi abituati rituali, meritandosi nel 2007 il titolo di Uomo più elegante del mondo. Appena eletto, abolì il concerto di Natale in Vaticano. Il primo anno, limitandosi a non assistere, con gran dispetto di Ron, Laura Pausini e altri artisti. Dal 2006, facendo emigrare altrove il concerto. «Il papa non ama il pop», fu la spiegazione.

Il mondo dei suoi anni di regno, non è stato però quello dell’ordine, ma delle sfide. Ratzinger ha combattuto il relativismo e il relativismo è dilagato. Ha chiesto scusa per i preti pedofili e un tribunale del Texas l’ha imputato, tanto che gli Usa hanno dovuto concedergli l’immunità per esentarlo dal processo. Per moralizzare, ha vietato l’accesso ai seminari a chi «pratica l’omosessualità» e i gay lo hanno vituperato. Ha perdonato i vescovi lefreviani, per riconciliarli alla Chiesa, e si è trovato contro la comunità ebraica, poiché uno tra loro negava la Shoah. Ha steso la mano all’Islam che, però, per poco non gli lanciava una fatwa per una citazione vecchia di secoli. Ha dichiarato il suo amore speciale per l’Italia e l’Italia gli ha negato l’aula dell’Università di Roma per un discorso. Finché, stanco, il Papa venuto dal Paese dei Superuomini è tornato uomo tra gli uomini. Gian Carlo Perna, 12 febbraio 2013

.……………Lo abbiamo già scritto e desideriamo sottolinearlo: Benedetto XVI è stato un grande Papa e la sua decisione, sofferta e meditata, lo conferma: la  rinuncia al Soglio e al potere per il bene della Chiesa. Ogni riferimento ai pochi precedenti è del tutto  ininfluente quanto irrilevante. La percezione della riduzione del vigore fisico,  e solo di quello,  lo hanno indotto a scegliere una strada che solo gli stolti e i malpensanti possono irridere o disconoscerne la eccezionalità. Anzi, bisogna invece riconoscere al Papa  la lungimiranza legata alla sua devozione per la Chiesa che lo ha voluto suo Pastore: questa Chiesa, la sua Chiesa, ha bisogno di polso fermo e grande vigore per affrontare le sfide del mondo moderno. Caratteristiche che non appartengono più per la naturale evoluzione dell’età avanzata a Papa Benedetto ma che il conclave dovrà individuare nel suo successore al quale Papa Benedetto lascia in eredità molti problemi ma anche i suoi insegnamenti che sono anche conforto per tutti i credenti. g.

BENEDETTO XVI LASCIA IL PONTIFICATO IL 28 FEBBRAIO

Pubblicato il 11 febbraio, 2013 in Storia | No Comments »

L’annuncio in latino durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto

Papa Benedetto XVIPapa Benedetto XVI

Il Papa lascia il pontificato dal 28 febbraio. Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto. La notizia è stata confermata dal Vaticano. Joseph Ratzinger, nato il 16 aprile 1927, era stato eletto papa dal conclave il 19 aprile 2005, dopo la morte di Giovanni Paolo II. REAZIONI – «Un fulmine a ciel sereno» reagisce il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano, commentando la decisione di Benedetto XVI.

…………...La notizia è stata lanciata dall’ANSA poco dopo l’annuncio in latino dello stesso Papa. Bisogna risalire di secoli per trovare un altro  PAPA  che abbia rinunciato al Soglio  (il  precedente più noto  è quello di  Celestino V, autore del “gran rifiuto” che Dante collocò per questo fra gli ignavi) ed è  difficile immaginare che la sua decisione, di certo ponderata a lungo, possa essere modificata. Anche in questa decisione si può individuare la grandezza di questo Papa, lungimirante teologo e attento studioso dello spirito della Chiesa del terzo millennio. Ora toccherà al Conclave scegliere il degno successore di Benedetto XVI, il cui compito sarà quello di imprimere alla Chiesa di Roma la capacità di affrontare le grandi sfide del mondo moderno.g.

NAPOLITANO SCOPRE L’ACQUA CALDA: IL COMUNISMO E’ FALLITO (CON UN POST SCRIPTUM: MA ERA TANTO BELLO…)

Pubblicato il 9 febbraio, 2013 in Costume, Storia | No Comments »

Napolitano dice che il comunismo ha fallito (con un post scriptum: ma era tanto bello)

Di acqua sotto i ponti ne è passata, ma ancora tanta ne deve passare. Certo, sono trascorsi parecchi anni da quel maledetto 1956 quando, all’indomani dell’invasione dei carri armati sovietici a Budapest – che sparavano sulla folla inerme – e della fucilazione dei rivoltosi ungheresi, Giorgio Napolitano non solo non ne prendeva le distanze ma elogiava l’Urss che, a suo dire, rafforzava la pace nel mondo. Cinquantasette anni dopo Napolitano è presidente della Repubblica, è stato il regista della stagione di Monti, di cui ha santificato l’azione dal primo all’ultimo giorno, dando il “la” al coro dei laudatores. E ora interviene in campagna elettorale con una confessione storica a metà, che serve soprattutto a tranquillizzare quella parte di mondo cattolico che ha molte riserve sulla sinistra. Sceglie – guarda caso– il giornale del Vaticano, l’Osservatore Romano, per dire che il «comunismo ha fallito», un modo come un altro per dire “non preoccupatevi, il matrimonio Bersani-Monti s’ha da fare”. C’è un “ma”: parla infatti del «rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana» e che aveva finito «come, con fulminante espressione, disse Norberto Bobbio, per capovolgersi, nel convertirsi di fatto nel suo opposto». Come dire: l’ideologia era ottima, la concretizzazione sbagliata. Quindi è una finta bocciatura anche perché – al di là della teoria del dissolvimento dello Stato, ormai finita nel dimenticatoio – il punto cruciale è nell’insieme di conseguenze negative e drammatiche che ha avuto la dottrina marxista (e quindi l’ideologia). Che – checchè ne dica o ne pensi Napolitano – non è mai stata tesa né all’emancipazione sociale né alla liberazione umana. Tutto questo senza neppure scomodare gli effetti delle correnti di pensiero trotzkista o leninista, su cui sarebbe superfluo soffermarsi. 9 febbraio 2013

10 FEBBRAIO: RICORDARE LE VITTIME DELLE FOIBE TITINE CANCELLANDO I NOMI DEI CARNEFICI DALLA TOPONOMASTICA ITALIANA

Pubblicato il 9 febbraio, 2013 in Politica, Storia | No Comments »

A quasi 70 anni dai fatti, ci sono ancora dozzine di strade e piazze intitolate al Maresciallo, “il boia degli italiani”

Provate a immaginare una giornata della memoria dell’Olocausto celebrata in un Paese dove ci siano delle vie o piazze dedicate ad Hitler oppure a uno dei suoi gerarchi.

Domani, 10 febbraio, lo Stato ricorda l’esodo di oltre 200mila istriani fiumani e dalmati e la tragedia delle foibe con le sue migliaia di vittime. Però una dozzina di vie di città italiane sono ancora intitolate al maresciallo Tito, boia degli italiani alla fine della seconda guerra mondiale.

Da due anni il sindaco di Calalzo (Belluno), Luca de Carlo, e il suo assessore, Antonio Da Col, sono impegnati nella battaglia per cambiare la toponomastica dedicata al fondatore della Jugoslavia comunista. Nel 2011 hanno scritto al presidente Giorgio Napolitano: «Sarebbe un segnale fondamentale per ricomporre le tragedie della storia, se Lei decidesse di accogliere il comune sentire delle nostre genti ritirando le onorificenze a Tito (oltre che ai suoi colonnelli Ribicic e Rustja) e contestualmente disponendo la rimozione in tutto il Paese dei toponimi ad essi intitolati». Nessuna risposta è mai arrivata dal Quirinale.

Josep Broz Tito venne decorato nel 1969, dall’allora presidente Giuseppe Saragat, come «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana» con l’aggiunta del Gran cordone, il più alto riconoscimento. Nessuno ha mai pensato di levargli questa onorificenza per «indegnità», come è previsto dalla legge. L’Italia l’ha fatto lo scorso anno, per la stessa onorificenza di Tito, che Napolitano aveva appuntato sul petto di Bashar al Assad nel 2010. Il presidente siriano, pur immerso fino al collo nel bagno di sangue nel suo Paese, non ha mai ucciso però un solo italiano.

Oltre a Tito sono stati decorati dal Quirinale i suoi uomini più fidati: Mitja Ribicic, Cavaliere di Gran Croce e l’ammiraglio jugoslavo Franjo Rustja. Il primo, nel 1945, era un alto ufficiale della polizia segreta attiva contro gli italiani. A Lubiana, nel 2005, venne aperta un’inchiesta a suo carico per crimini di guerra, ma 60 anni dopo è stato impossibile trovare le prove.
L’ammiraglio Rustja nei terribili 40 giorni dell’occupazione di Trieste (maggio-giugno 1945) era primo assistente al comando del IX Corpus. L’unità di Tito che deportò e fece sparire per sempre molti italiani.

Lo scorso anno il sindaco di Calalzo ha inviato la lettera contro le vie e piazze dedicate a Tito alla dozzina di comuni italiani che le ospitano tutt’oggi.

Luigi Aurelio Verrengia, nel 2011 primo cittadino di Parete nel casertano, aveva dichiarato: «Non sono favorevole alla rimozione, a meno che non sia determinata da disposizioni legislative. Penso che sia orrenda la storia delle foibe, ma resta pur sempre la valutazione che Tito ebbe una funzione storica rispetto all’antinazismo e all’antifascismo».

Il sindaco di Scampitella, in Campania, aveva promesso di farlo, ma via Tito campeggia ancora su Google map vicino a via Kennedy. Stesso discorso per Campegine (Reggio Emilia) dove una mozione di Pdl e Lega per cancellare via Tito è stata respinta. «Nonostante tutto è stato un grande statista» aveva detto nell’occasione Luca Vecchi, capogruppo del Pd. Via Maresciallo Tito spicca anche a Cornaredo, in Lombardia. A Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, è vicina alla strada dedicata a Palmiro Togliatti e a quella a Mao Tse Tung.

Non a caso i sindaci interpellati non hanno risposto al sindaco di Calalzo, che ieri, assieme a una delegazione dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, che rappresenta gli esuli, è andato a protestare dal prefetto di Belluno. «Sono state levate le medaglie ad Assad e a Tanzi, dopo il crack Parmalat, ma non a Tito – spiega De Carlo a il Giornale -. Lancio l’idea di una raccolta di firme in Rete per ritirare l’onorificenza al boia degli italiani e cambiare i nomi di vie e piazze a lui intitolate».

Sembra assurdo, ma nel silenzio tombale del Quirinale e di tanti comuni è l’unico scossone di un paese che celebra le vittime delle foibe con manifesti di rito intrisi di luoghi comuni  e allo stesso tempo continua a onorare il loro carnefice, il comunista Tito e i suoi complici.

TRE DOMANDE DI PARTE A UN PRESIDENTE DI PARTE, di Marcello Veneziani

Pubblicato il 30 gennaio, 2013 in Politica, Storia | No Comments »

Illustre Presidente Napolitano, dopo aver sentito il suo vibrante discorso sul fascismo e l’antisemitismo, mi permetta di rivolgerle tre brevi domande.

La prima. Sapeva che il presidente dell’infame Tribunale della razza, nonché firmatario del «Manifesto della razza», Gaetano Azzariti, diventò il più stretto collaboratore del suo leader Togliatti al ministero di Grazia e Giustizia, dopo essere stato Guardasigilli con Badoglio? Avete mai avuto nulla da ridire, lei e il suo Partito, sul fatto che poi, grazie a questi precedenti, lo stesso Azzariti sia diventato presidente della Corte costituzionale fino alla sua morte nel 1961?

La seconda. Sapeva che il primo concordato tra lo Stato italiano e gli ebrei fu fatto nel 1930 dal regime fascista? Una commissione composta da tre rappresentanti degli ebrei e tre giuristi varò un concordato in cui, scrive De Felice, «il governo fascista accettò pressoché in toto il punto di vista ebraico». Il presidente del consorzio ebraico, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini «la vivissima riconoscenza degli ebrei italiani» e sulla rivista ebraica Israel Angelo Sacerdoti definì la nuova legge «la migliore di quelle emanate in altri Stati».

Terzo. Presidente, ha mai detto e scritto qualcosa sulle centinaia di italiani, comunisti, antifascisti e a volte anche ebrei, che fuggirono dall’Italia fascista e furono uccisi nella Russia comunista con l’avallo del segretario del suo partito, il sullodato Togliatti? In Italia, persino sotto il Duce, avrebbero avuto una sorte migliore…  . Il Giornale, 30 gennaio 2013

.……………..Non aspetti risposta Veneziani da Napolitano, uno dei più fedeli sudditi italiani del regime comunista, responsabile non solo della morte delle centinaia di militanti comunisti italiani fuggiti nel paradiso proletario  trovandovi il carcere e la morte, ma non ha mai versato una lacrima sui milioni di russi amamazzati e trucidati dal regime sovietico nei lunghi  e terribili anni delle purghe staliniste, nei lager siberiani o  nelle carceri moscovite dove scomparivano nel nulla, come se mai fossero esistiti. Certo, il regime fascista fu sicuramente un regime autoritario e liberticida, ma allo stesso modo, assai peggio, lo fu il regime sovietico ma mentre del primo, ad ogni occasione, se ne ricordano le nefandezze, dell’altro si fa di tutto per occultarne addirittura l’esistenza, come se  dal 1917 al 1989, la Russia, e tanta parte del mondo, siano state governate da tante mammollette e non, invece, dai peggiori carnefici  che la storia ricordi, non foss’altro per il numero delle vittime, c’è chi sostine decine di milioni di vittime. Ma Napolitano pare non averne nè memoria nè pentimento, non tanto personale, quanto della sua parte politica che mai ha fatto i conti con la storia e con se stessa. Del resto, Togliatti, accusato di aver personalmente autorizzato l’assassinio di tanti comunsiti italiani non ortodossi, è lo stesso Guardasigilli che non solo, come ricorda Veneziani, arruolò al ministero che guidava il presidente del Tribunale della razza voluto da Mussolini dopo la promulgazione delle leggi razziali, ma fu lo stesso che volle l’amnistia per gli ex fascisti, molti dei quali, tantissimi, transitarono dal fascismo al comunismo, spesso diventandone autorevoli esponenti, come negli anni roventi del primo dopoguerra un libro, “Camerata dove sei?”, documentò con nomi e cognomi, da ex littori a famosi intelettuali che smisero la sahariana per indossare la camicia rossa. Ma di questo, disinvoltamente, pur nella fremente ira del momento, Napolitano ha preferito tacere, Ovviamente tacerà anche alle domande di Veneziani. g.

BERLUSCONI E MUSSOLINI, di Francesco Perfetti

Pubblicato il 28 gennaio, 2013 in Politica, Storia | No Comments »

A leggerle per intero, le dichiarazioni di Silvio Berlusconi pronunciate ieri mattina a Milano in occasione dell’inaugurazione del Memoriale della Shoa, sono meno mirabolanti di quel che si possa pensare e di come sono state pronunciate. Il Cavaliere ha condannato non soltanto le leggi razziali ma anche l’alleanza con la Germania di Hitler precisando che la scelta antisemita è stata la «peggior colpa» del Duce: il che, per inciso, lascia intendere che altre colpe, anche gravi, potrebbero essergli imputate.Ha poi aggiunto, senza entrare in particolari, che «per tanti altri versi» Mussolini aveva fatto bene. Poche parole, poche battute, ma sufficienti per innescare un vespaio. Nel corso di una campagna elettorale dai toni così accesi come quelli che si registrano ogni giorno, le parole di Berlusconi su Mussolini, sulle leggi razziali e sul fascismo hanno avuto l’effetto di radicalizzare ulteriormente la lotta politica rafforzando e ricompattando il fronte dell’antiberlusconismo. In realtà, se c’è una osservazione critica da muovere alle poche battute del Cavaliere, questa potrebbe riguardare l’opportunità di averle pronunciate in una occasione e in una sede che avrebbero dovuto indurre a una maggiore compostezza, se non anche cautela politica, perché il peso storico della tragedia dell’Olocausto rappresenta, con la sua unicità, un fatto di enorme portata di fronte al quale il silenzio e il raccoglimento dovrebbero essere d’obbligo. Detto questo, però, va anche precisato che Mussolini e il suo governo qualcosa di positivo pure lo fecero. Vorrei solo ricordare, in questo momento di grave crisi economica e con un disavanzo statale a livelli stratosferici, che fu proprio durante il primo governo Mussolini che, grazie alla politica economico-finanziaria di Alberto De Stefani, l’Italia riuscì a centrare l’obiettivo del pareggio del bilancio: un obiettivo che, in tutta la storia unitaria del paese, fu raggiunto in due sole occasioni, con il governo di Marco Minghetti e della Destra storica nel 1876 e, appunto, con il governo Mussolini nel 1924. Si potrebbero aggiungere, all’attivo di un ideale bilancio del regime, altri risultati di non poco conto: dalla riforma della scuola legata al nome di Giovanni Gentile alla chiusura della questione romana, dalle grandi bonifiche fino alla creazione di quella «economia mista» che è sopravvissuta al crollo del regime e ha finito per costituire un tratto caratterizzante dell’Italia democratica del secondo dopoguerra, dalla legislazione sociale allo Stato imprenditore. Tutti fatti, questi, che hanno spinto alcuni studiosi, soprattutto di scuola americana, ad assimilare il fascismo a una developmental dictatorship, cioè a dire a una «dittatura di sviluppo» o, se si preferisce, a un regime funzionale a uno stadio di trapasso economico verso l’industrializzazione. Ma de hoc est satis anche perché, sull’altro piatto della bilancia, c’è naturalmente il peso dell’illegalismo e della violenza delle origini cui fecero seguito, dopo il delitto Matteotti, la trasformazione dello Stato in senso autoritario, il consolidamento della dittatura e, nell’ultima fase, il tentativo di costruire uno Stato totalitario propriamente detto. Silvio Berlusconi ha lasciato intendere, nelle sue poche battute, che la fase di involuzione del fascismo, quella che avrebbe portato alla catastrofe, ebbe inizio proprio quando l’Italia scelse di allearsi con la Germania di Hitler mettendo in soffitta la tradizionale linea di politica estera, che, all’indomani del primo conflitto mondiale e fino alla guerra d’Etiopia, l’aveva vista ancora partecipe del «campo» dei Paesi vincitori del conflitto mondiale e preoccupata di garantire la pace europea. Si tratta, pur in prima approssimazione, di una interpretazione corretta perché proprio l’alleanza con la Germania significò l’imbocco di una strada di subalternità politica e sudditanza ideologica che avrebbe portato alla disastrosa scelta bellica e all’accettazione ingiustificata e ingiustificabile di aberranti e criminali pulsioni antisemite. Accennando in maniera implicita a tutto questo e pur tacendo il connotato illiberale e dittatoriale del fascismo, Berlusconi ha, senza dirlo apertamente, richiamato l’attenzione sull’opportunità che la storia non utilizzi le lenti deformanti dell’ideologia e che invece, in linea con la celebre espressione di Benedetto Croce, sia non «giustiziera» ma «giustificatrice», capace cioè di comprendere e far comprendere lo svolgimento dei fatti. Ma quale può esser mai, da un punto di vista politico, il motivo di questa uscita di Berlusconi che, per quanto in sé e per sé non inesatta, finisce per caricare i suoi avversari? È difficile pensare che quella del Cavaliere sia una «voce dal sen fuggita». È più probabile che si tratti di una strategia per far sì che il suo nome si al centro dell’attenzione. E che egli possa apparire, ancora una volta contro tutti, il Cavaliere coraggioso capace di dire cose impopolari. Il Tempo, 28 gennaio 2013

L’OCCUPAZIONE TEDESCA, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 12 dicembre, 2012 in Politica, Storia | No Comments »

Lo spread scende, la Borsa sale e gli sciacalli restano a bocca asciutta. Il tentativo di fermare il ritorno in campo del centrodestra usando le leve della finanza è svanito nel giro di ventiquattro ore. Delusi dai poteri forti, gli antiberlusconiani ora si aggrappano alla Germania di Angela Merkel, che ieri è intervenuta in modo inusuale sugli affari interni italiani, auspicando, di fatto, un non-ritorno di Berlusconi. Già, se la generale Merkel perdesse il suo soldatino Monti, addio ai sogni egemonici a costo zero. E quindi giù bastonate e ricatti all’Italia libera, come se il risultato delle nostre elezioni valesse meno del suo pensiero.

È dai tempi della Repubblica sociale italiana che la Germania non osava tanto nei confronti dell’Italia. Ricordate? Mussolini liberato sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi e insediato sotto tutela a Salò, con ministri e generali fantocci che dovevano obbedire agli ordini che arrivavano da Berlino.
Sappiamo come andò a finire. Mussolini travestito da tedesco fermato sulla via di fuga, poi Giulino di Mezzegra e Piazzale Loreto. Se Dio vuole, i tempi sono cambiati. Niente paracadutisti, armi e cappi. Ma la guerra è la stessa, la si combatte con le banche, lo spread, i giornali.

Passi La Repubblica, ma fa tristezza vedere il Corriere della Sera, presunto quotidiano della borghesia del Nord, svendere i suoi lettori e il Paese intero ai voleri della Germania. Ferruccio de Bortoli, il direttore, si comporta come il Mussolini repubblichino: si aggrappa alla Germania per tentare di negare agli italiani il diritto di essere liberi, liberi di scegliere nelle urne chi dovrà governarli, senza condizionamenti esterni. Evoca lo spread così come il Duce imbrogliava, per convincere il suo popolo, fantasticando sull’arma segreta di Hitler che avrebbe cambiato i destini della guerra. Paradossi della storia. La sinistra costretta a ripetere gli errori del fascismo, il centrodestra a combattere una guerra di liberazione.
Noi non siamo la Germania, e ce ne vantiamo. Vogliamo stare in Europa ma da Paese libero e sovrano, in grado di porre condizioni utili alle nostre imprese e alle nostre famiglie. Se ci sarà da combattere, mediaticamente parlando, noi siamo pronti.

.…..Scrive  il direttore del Giornale, Sallusti, incarcerato e ora  anche sospeso dal solerte Ordine dei Giornalisti della Lombardia che si è unito in incestuoso rapporto con la cricca dei giudici che hanno mandato al gabbio un giornalista reo di “omesso controllo”, reato previsto da una legge fascista mai abrogata in 70 anni di  strombazzata democrazia, che Monti è il Mussolini del 2012, perchè come Mussolini si è messo al servizio della Germania. Non condividiamo questo accostamento, senza entrare nei particolari della Storia, tra un comune e servizievole burocrate che non ha mai pensato all’Itala ma solo a se stersso, quale è Monti, e Mussolini, che pur con tutti i suoi errori, compreso il peggiore, quello di aver indossato una divisa tedesca per sfuggire al suo destino, resta uno statista che ha lasciato un segno nella storia del nostro Paese la cui valutazione obiettiva e oggettiva sarà compito, quando si saranno placate le pur naturali passioni di parte, agli storici del futuro. Nel frattempo non mescoliamo le cime con le foglie. g.

RITRATTO DI PINO RAUTI E DELLA DESTRA DIVERSA, di Gennaro MALGIERI

Pubblicato il 3 novembre, 2012 in Politica, Storia | No Comments »

Gennaro Malgieri, giornalista, intellettuale, deputato, già direttore de Il Secolo d’Italia, scrive oggi, sul Tempo, un ritratto a tutto tondo di Pino Rauti. Lo pubblichiamo perchè non è soltanto una commemorazione commossa, un omaggio reverente ad una figura straordinaria della Destra italiana, ma perchè nel ritratto che Malgieri delinea della storia personale, politica , morale di Rauti  si possono riconoscere tutti coloro, specie quelli ormai canuti, che negli anni 60 e 70 furono, vollero essere, protagonisti di tante battaglie per una Italia diversa e migliore. Come la sognava e la voleva Pino Rauti.

Pino Rauti è stato il simbolo vivente della complessità della destra italiana. La scarsa dimestichezza del giornalismo politico del nostro Paese ad affrontare i personaggi «cruciali» della vita pubblica, soprattutto quando sono difficili da incasellare nelle gabbie ideologiche, lascia spazio all’incomprensione o, peggio, alla rimozione. È accaduto a Rauti, intellettuale di natura gramsciana (tanto per sfuggire alle definizioni scontate), che con la sua ostinata capacità di attirarsi i fulmini demolitori dell’establishment politico e mediatico, ha testimoniato il primato della cultura in politica a spese del piccolo cabotaggio elettoralistico e partitocratico. In questo senso egli ha riassunto la sua militanza per oltre sessant’anni finendo per rappresentare quella certa idea della destra che confonde gli osservatori non meno che la maggior parte di coloro che nella destra stessa pure si riconoscono o si sono riconosciuti. La sua fiera «diversità» Rauti l’ha dispiegata tutta nel perimetro dell’irregolarità, il ché gli ha procurato notevoli fraintendimenti che tuttavia non lo hanno mai fatto deflettere dalla convinzione maturata fin da giovanissimo: la necessità, cioè, di coniugare i valori tradizionali con la «questione sociale» in una sintesi che oggi potremmo arditamente definire «metapolitica» che immaginava a fondamento di una Repubblica pacificata e modellata secondo i criteri della partecipazione e del decisionismo. Si fa presto a liquidare Rauti come un «incendiario d’anime», per usare la forte e suggestiva espressione che la Pravda – niente di meno – coniò per lui nel 1979 quando perfino in Unione Sovietica ci si accorse che dalle idee rautiane, ben articolate nell’ambito di giovani politici che erano anche intellettuali, e veicolate da un giornale che egli aveva appena fondato, Linea, poteva venir fuori una destra non convenzionale, ma alternativa a quella stereotipata dei perbenismi in voga e un po’ parruccona, funzionale ai ceti borghesi e rassicurante lo stesso sistema dei partiti. Una destra «rivoluzionaria», insomma, gravida di idee e capace di una suprema apostasia: la negazione delle virtù plebee in nome di una paradossale aristocraticità sociale, più vicina alla concezione di un George Sorel e del sindacalismo che ne discendeva che ad una destra tutta «legge e ordine» il cui conservatorismo si esauriva nel perimetro quieto dell’opposizione parlamentare. Rauti ha tentato, in parte riuscendoci, con le sue iniziative politiche e culturali, con le sue riviste, i suoi libri (comunque la si pensi resteranno fondamentali «Le idee che mossero il mondo» e la «Storia del fascismo» in cinque volumi scritta insieme con Rutilio Sermonti), i suoi centri di studio e di riflessione che raccolsero la gioventù più reattiva e anticonformista della destra dalla fine degli anni Sessanta in poi. La complessità di una destra che si richiamava non al fascismo in quanto tale, ma al più vasto mondo intellettuale tradizional-conservatore, le cui ascendenze evoliane innanzitutto erano innegabili, è testimoniata proprio dall’azione formatrice di Rauti per il quale le nuove scienze e l’ambientalismo, il radicalismo istituzionale ed il popolarismo localistico, le tematiche giovanili – dalla musica alternativa all’arte d’avanguardia, dalle problematiche femminili alla rilettura dei fenomeni aggregativi da cui discesero i famosi Campi Hobbit, dalla narrativa fantastica alla fumettistica che era appannaggio soltanto della sinistra, tanto per citare alcune espressioni che contribuirono a svecchiare la destra italiana – e la rivisitazione del solidarismo in una chiave che prevedeva il superamento della lotta di classe e la messa in discussione del capitalismo finanziario, fornirono al mondo che si ritrovava nel Movimento Sociale Italiano un vero e proprio arsenale di idee per combattere, come si diceva allora, la «buona battaglia». Rauti è stato il motore di tutto questo fermento di innovazioni che neppure la più dura, accanita, mostruosa persecuzione politica e giudiziaria a cui è stato sottoposto per circa quarant’anni, ha frenato. E di questa pagina della storia personale di Rauti che s’intreccia con quelle più controverse e problematiche della storia repubblicana, un giorno si dovrà dare conto, partendo dall’assunto che le idee non si processano e non si possono costruire mostri funzionali ad una strategia elaborata in chissà quali santuari che avrebbe dovuto destabilizzare il sistema allo scopo di stabilizzare assetti di potere che si facevano la guerra con gli strumenti che purtroppo abbiamo conosciuto. Legioni di inquisitori e di pistaroli hanno provato a distruggere la credibilità di Rauti, la sua onorabilità, il suo stesso mondo politico, ma non ci sono riusciti. Gli innumerevoli processi che ha affrontato non soltanto non lo hanno piegato, ma lo hanno reso più forte: è sempre stato assolto, uscendo indenne dalle numerose inchieste che, come testimoniarono i suoi colleghi del Tempo, fin dal 1972, nulla avevano a che fare con un giornalista che amava l’impegno politico e lo interpretava come un assoluto dovere civile anche quando le «pericolose» o «rischiose» idee che professava potevano costargli caro. Nonostante tutto le innumerevoli volte che è stato eletto deputato, parlamentare europeo e rappresentante del nostro Paese nel Consiglio d’Europa, dimostrano che la fiducia che gli veniva accordata – condivisa peraltro da tutto il suo partito – era più forte dei pregiudizi. Rauti, comunque, è sempre stato un’anima inquieta. Fin da quando giovanissimo aderì alla Repubblica Sociale Italiana e fu poi imprigionato nei campi di concentramento nordafricani maturò la convinzione che il suo sarebbe stato il destino di un «agitatore». Tra i giovani aderenti al Msi della prima ora, mostrò immediatamente insofferenza anche verso un ritualismo neofascista nostalgico e privo di spessore spirituale, tanto da far parte del «commando» dei Far, occultamente diretto da Pino Romualdi, accusato di attentati sovversivi (per la cronaca, non un capello venne torto a nessuno) e mandato alla sbarra nel 1951 insieme con tanti altri rivoluzionari, il più illustre dei quali, si presentò al Palazzaccio in carrozzella, accompagnato e difeso gratuitamente dal più grande avvocato del Novecento, Francesco Carnelutti: era Julius Evola la cui «Autodifesa» resta tra i testi più significativi per comprendere la stagione dei vinti nella Repubblica democratica ed antifascista. In quelle circostanze, nel mentre la lotta politica si faceva più dura, Rauti maturò la convinzione che il parlamentarismo nel quale si stava confinando il Msi lo avrebbe condannato all’estinzione. Promosse il Centro Studi Ordine Nuovo, che, contrariamente ad una vulgata menzognera, nulla aveva di «sovversivo»; condusse parallelamente la polemica politica e indirizzò verso la formazione culturale numerosi giovani. Poi la riconciliazione con il Msi di Almirante e l’ambiziosa battaglia per «sfondare a sinistra» convinto che soltanto la destra nazionale e sociale poteva dare al Paese una conformazione nuova. Ne divenne segretario nel 1990, ma anche per giochi di potere interni la sua esperienza al vertice del partito durò poco. Molto ci sarebbe da dire di quella confusa stagione che, comunque, resta la più fervida dopo il tempo almirantiano segnato dalla Grande Destra. Rauti se n’è andato dopo i suoi amici con cui ha vissuto il sogno della rivoluzione impossibile: Giano Accame, Enzo Erra, Fausto Gianfranceschi. Tutti protagonisti di una destra incompresa dalle riserve ancora ricche per chi volesse penetrarla ad là delle coltri nebbiose che impediscono una seria visione politica. Lo raccomandava Rauti soprattutto ai suoi giovani amici: non disperdere il raccolto di una storia poiché senza radici non vi può essere avvenire. È ciò che di più prezioso rimane di lui in chi lo ha ammirato, gli ha voluto bene e perfino in chi lo ha contestato. Comunque la si pensi, al suo cospetto, oggi si deve ammettere che Rauti è stato un uomo della destra complessa, appunto, non convenzionale, impastata di certezze e di contraddizioni e perciò viva, che, non merita di essere liquidata come il frutto di una marginale ideologia. Gennaro Malgieri, Il Tempo, 3 novembre 2012

IL PASSATO COMUNISTA CHE IMBARAZZA NAPOLITANO: NEL 56 IL PCI SBAGLIO? E LUI DOV’ERA?

Pubblicato il 9 giugno, 2012 in Politica, Storia | No Comments »

Era il 10 maggio 2006. Per uno di quei paradossi da cui, troppo spesso, la storia viene segnata, il primo (post) comunista saliva al Quirinale proprio nel cinquantesimo anniversario della rivolta ungherese soffocata nel sangue dai sovietici.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Quello stesso uomo che nel 1956, al congresso del Pci, aveva difeso l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss polemizzando con i compagni che volevano prenderne le distanze. Col passare dei decenni Giorgio Napolitano farà autocritica ed etichetterà come prodotto di “zelo conformistico” quel suo intervento in cui aveva detto che in Ungheria l’Urss portava pace.

Adesso è un altro Napolitano. Almeno è così che il presidente della Repubblica prova a descriversi in una lunga intervista alla Gazeta Wyborcza pubblicata oggi su Repubblica alla vigilia delle visita del capo dello Stato in Polonia. Alle domande di Adam Michnik, uno dei fondatori di Solidarnosc ed oggi direttore del quotidiano, il numero uno del Quirinale ci tiene a rispondere come garante della Costituzione. Così, ripercorre con tranquillità il proprio passato, fa mea culpa ricordando Enrico Berlinguer e Michail Gorbaciov, analizza il berlusconismo e l’attuale situazione politica. Il mio cammino verso il Quirinale attraversando la storia d’Italia è il titolo dell’intervista fiume. Ma sono le parole sull’invasione di Budapest nel 1956 e sulla primavera di Praga nel 1968 a stridere con la militanza di Napolitano nel Partito comunista.

“Il sentiero della mia vita è un processo passato attraverso prove ed errori – spiega a Michnik – sono partito dagli ideali che in gioventù ho sposato, più che per scelta ideologica, per impulso morale e sensibilità sociale, guardando alla realtà del mio Paese. Nell’arco dei decenni, ho cercato di andare al di là degli schemi entro i quali all’inizio era rimasta chiusa la mia formazione. Ho attraversato delle revisioni profonde, molto meditate e intensamente vissute”. Alla Gazeta Wyborcza il capo dello Stato iracconta del periodo in cui era membro attivo di un Pci, un partito che portava nel suo dna il mito dell’Unione sovietica e il legame col movimento comunista mondiale. “Questi elementi originari, a un dato momento, sono diventati una prigione dalla quale il Pci doveva liberarsi”, ammette Napolitano ricordando quel 1956. L’appoggio all’intervento sovietico a Budapest, appunto. Adesso Napolitano ammette che fu “una tragedia, anche per il Pci, un errore grave e clamoroso del gruppo dirigente, a partire da Togliatti”. A detta del capo dello Stato il Pci capì l’errorefatto ancor prima di fare pubblica ammenda. E per questo per cui, quando nel 1968 (Togliatti era già deceduto da quattro anni) l’Urss e gli altri Paesi del blocco sovietico entrarono coi carrarmati in Cecoslovacchia, il Pci ufficialmente si schierò contro quell’intervento.

Arrivarono poi gli anni Settanta, l’eversione rossa, la fine della prima Repubblica, il berlusconismo. Tutto in un soffio. Napolitano, la storia dell’Italia, la legge così: “I cicli si sviluppano e poi si esauriscono”. Tra errori e smentite, appunto. Tanto che gli Anni di Piombo sono riassunti come un’alleanza tra gruppi di estrema destra e lo Stato per evitare, attraverso la strategia della tensione, che il Pci giungesse al governo. E le Brigate Rosse? Napolitano ne parla en passant limitandosi che i brigatisti “respingevano ogni compromesso” tanto che “finirono per porsi obbiettivi di violenza rivoluzionaria”. Niente di più. Meglio glissare su quel terrorismo rosso che mise in ginocchio il Paese versando il sangue di innocenti e che oggi continua a riemergere come un fantasma del passato. Andrea Intini,. Il Giornale, 9 giugno 2012

.………………Non è la prima volta, dopo essere stato eletto, fortunosamente, presidente della Repubblica Italiana, che Napolitano sparge lacrime di coccodrillo sul suo passato comunista. A proposito del 1956 e della rivolta di Budapest, soffocata nel sangue dai carri armanti sovietici, Napolitano ha già detto di “essere pentito, che il Pci sbagliò″ etc, etc. Troppo comodo e troppo facile. Troppo comodo e troppo facile uscirsene con qualche frase di circostanza e con ciò considerare chiuso il conto con la storia, non solo quello del PCI,  ma anche quello suo personale. Già allora Napolitano era un dirigente comunista, non di primissimo piano ma neppure di secondo piano, quanto meno era pari grado per esempio dell’on. Giolitti che sconvolto dalla repressione sovietica della Rivoluzione magiara, abbandonò il partito comunista per aderire al PSI.  Eppure ce n’era abbastanza per meditare. Citiamo da “Budapest, i giorni della Rivoluzione“  il libro di Enzo Bettiza,  che racconta la rivolta ungherese e le reazioni del PCI. Scrive Bettiza  che “tutti i 19 membri della direzione del PCI pensavano che si doveva estirpare radicalmente e al più presto il contagioso tumore di Budapest“  e ricorda che Togliatti “domenica 4 novembre – mentre la rivolta affogava nel sangue – brindava con un bicchere di vino rosso in più all’inizio della seconda e definitiva repressione russa e qualche giorno dopo scriverà sull’Unità che è mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la forza questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiaccire il fascismo nell’uovo“. Nessuno nel PCI ebbe da ridire sui brindisi di Togliatti e sulle parole agghiaccianti che dedicava alla rivolta sul giornale del partito comunista, confermandosi lo spietato killer del bolscevismo internazionale. Nessuno. E ovviamente nemmeno Napolitano. A distanza di 56 anni da quelle giornate, le lacrime di Napolitano si confermano lacrime di coccodrillo che non lo perdonano del silenzio con cui assistè alla violenza con cui furono accompagnati al martirio  i patrioti ungheresi, dal premier della Rivolta  Nagy Imre, impiccato dai sovietici e riabilitato dopo la caduta del Muro nel 1989, ai tanti, sopratutto i ragazzi,  che sacrificarono  sul selciato delle strade di Budapest la loro giovinezza  per rivedicare il diritto alla libertà e alla democrazia. g.

LA PRIMAVERA MAI ARRIVATA. I “NUOVI LEADER PEGGIO DEI RAIS”

Pubblicato il 2 gennaio, 2012 in Costume, Politica, Storia | No Comments »

Dal Cairo a Tunisi a Bengasi, piazze ancora in rivolta: ieri contro i tiranni, oggi contro chi li ha rimpiazzati

La chiamavano primavera,ma quest’anno non arriverà. La stagione delle illusioni se n’è andata,ha lasciato posto allo sconforto di una rivoluzione mai germogliata. Lo dicono a Sidi Bouzit dove la fiammata e il sacrificio del venditore ambulante Mohammed Bouazizi accese la rivolta tunisina. Lo ripetono le folle egiziane di piazza Tahrir. Lo gridano qui a Maidan Al Shajara, la Piazza dell’Albero nel cuore di Bengasi dove i lavoratori neri in tuta e caschetto giallo fedeli a Gheddafi randellarono i dimostranti dando vita alla leggenda dei mercenari al soldo del raìs.

Dieci mesi dopo la piazza è di nuovo piena con i sacchi a pelo srotolati e le tende coperte di murales. Ci sono gli invalidi di guerra con i moncherini fasciati. Ci sono i reduci in mimetica e scarponi, gli intellettuali verbosi, gli arrabbiati cronici. Tutti di nuovo in piazza. Tutti di nuovo a gridare slogan al cielo. Tutti pronti a inveire contro i nuovi «raìs». Ibrahim Musmari ha 25 anni compiuti da poco. Le due gambe dilaniate da un razzo esploso davanti alla sua jeep sono rimaste su una duna di Brega. Fino a una settimana prima era solo un fabbro. Raccoglieva ferraglia, la plasmava tra incudine e martello e ci ricavava quel che bastava per vivere. Poi ha imbracciato il kalashinikov, s’è sentito un eroe. «Quando mi svegliai all’ospedale e scoprii di essere vivo mi arrabbiai. Avrei preferito essere già in paradiso. Gli amici mi dissero “sii felice, ora sei un eroe hai dato metà di te per la rivoluzione”.Mi mandarono a curarmi in Qatar e poi in Grecia. Non avevo più le gambe ma tutti mi aiutavano. Poi hanno ucciso Gheddafi e io mi sono ritrovato qui a Bengasi, senza un soldo, senza un sussidio, senza un grazie. Non sono più né martire, né eroe. Sono solo un rottame. Sono come quei pezzi di ferro con cui mi guadagnavo da vivere. Mi hanno usato e venduto ».

Dietro alla carrozzella dell’invalido si fan largo le urla di Mararfel Sway. Ha 50 anni, dirige un sindacato e nonostante cammini ancora sulle proprie gambe sembra molto più infuriato del povero Ibrahim. «Perché grido? Perché urlo? Leggiti quei 18 punti – sbraita puntando il dito contro il manifesto appeso a un palazzo – vogliamo che il Cnt (Consiglio Nazionale di Transizione) ci dica come usa i soldi del petrolio, vogliamo sapere quando ci sarà un’elezione e come gestiranno il nostro futuro. A dieci mesi dalla rivoluzione non conosciamo neppure i nomi di tutti i componenti del Cnt, l’identità di molti continua ad esser segreta… e sai perché? Perché sono gli stessi che controllavano soldi e istituzioni con Gheddafi».

Anche tra i giovani ritornati nella Piazza dell’Albero il refrain più di moda è trasparenza.

«Il potere del Cnt è oscuro come una finestra infangata- s’infervora il 23enne Mohammad Albajenie. A febbraio bivaccava nelle tende dei Giovani per il Cambiamento piantate davanti al tribunale,sognava l’eldorado petrolifero di una Libia trasformata in nuova Dubai. Ora per pagarsi l’università lavora in un supermercato e la sera corre in piazza per urlare la propria delusione: «Ci hanno promesso la democrazia perché non si dimettono? Non sono stati né scelti né eletti, sono lì solo perché erano gli unici a disposizione, devono andarsene a casa, vogliamo un Cnt eletto dal popolo».

La rabbia di Maidan Al Shajara a Bengasi è la stessa respirata due settimane fa a Sidi Bouzit in Tunisia. Nell’epicentro di tutte le rivolte arabe del 2011 Moez e gli altri colleghi del carrettiere martire Mohammed Bouazizi, ripetono in coro un solo concetto. «Lui è morto e ci ha regalato la libertà di protestare, ma quelli arrivati dopo Ben Alì non ci hanno ancora dato né lavoro né dignità. Qui la rivoluzione è solo uno slogan, tutti lo ripetono ma quando fanno i conti con il portafoglio scoprono di esser poveri come prima».
Un’identica frustrazione dilaga tra i tavolini del quartiere Bursa, la retrovia di piazza Tahrir dove i rivoluzionari della prima ora, i ragazzi e le ragazze ammaliati dal sogno di un Egitto democratico, laico e liberale fanno i conti con il tradimenti degli islamici e i fucili dei militari.

Alaa Alja, 22 anni, ti mostra i quindici punti di sutura nascosti sotto la fascia azzurra annodata sul capo. «Li vedi questi? I militari ci hanno tirato dei mattoni dall’alto di un palazzo, intorno a me i miei amici sono morti colpiti dai proiettili. In piazza quella sera c’eravamo solo noi. I Fratelli Musulmani, i salafiti, gli islamici ormai pensano solo alle elezioni e al potere. Ci hanno usati per cacciare Mubarak e ora lasciano che i militari ci facciano fuori. La rivoluzione un anno fa era un sogno, ora è solo un ricordo dal gusto amaro». Il Giornale, 2 gennaio 2012

.………….E’ un film già visto più e più volte.  Potremmo citare centinaia di esempi. Ne facciamo uno solo. Alla caduta del fascismo furono tanti i gerarchi  che smessa la sahariana si affrettarono ad indossare la nuova divisa, e ancor di più furono  gli adulatori che si inventarono antifascisti e ripresero ad adulare, ora  i nuovi potenti. Quindi niente di nuovo sotto il sole. g.