UN FORUM TRA I PARTITI E L’ESECUTIVO, di Mario Sechi

Pubblicato il 22 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

L'ex premier Silvio Berlusconi (s) con il neo presidente del Consiglio Mario Monti (di spalle) Breve ripassino delle puntate precedenti. Corriere della Sera, 18 dicembre, il ministro Elsa Fornero parla di riforma del lavoro e articolo 18: «Non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». Viene giù il diluvio. Il Pd va in mille pezzi, Bersani fa il restauratore di mosaici, il governo si accartoccia, il sindacato spara a raffica. Patatrac politico. Passano tre giorni e tre notti. Ansa, 21 dicembre, il ministro Fornero continua a parlare e a Porta a Porta chiosa: «Vogliamo lasciarlo stare questo articolo 18?». Non voglio infierire, è Natale e siamo tutti più buoni. Ma se qualcuno voleva un esempio sul come non si gestisce una partita politica di questa importanza e sul come la comunicazione del governo Monti sia inadeguata, ecco il pasticcio. Era chiaro fin dall’inizio che parlare di riforma dell’articolo 18 avrebbe provocato un terremoto. Era lampante che non ci sarebbe stato margine di manovra con la Cgil. Era sotto gli occhi di tutti che il Pd non avrebbe retto al richiamo della foresta. E mentre si consumava l’ennesimo psicodramma a sinistra, Berlusconi riacquistava l’abito di regista della crisi. Il pranzo con Monti ha certificato che senza il Cav non si va da nessuna parte. Non c’è partita senza i voti del Pdl, ma soprattutto senza il suo leader. È questa la verità della giornata politica, il resto è chiacchiera e baruffa di Palazzo. La transizione si fa con Berlusconi e non contro di lui. Si concorda con il Pdl e non senza. La rotta è sicura solo se c’è un disegno condiviso e non una mappa dove si tracciano i punti e poi si comunica alla ciurma parlamentare che si rema verso un dove sconosciuto. Credo che in questi giorni l’esecutivo abbia capito che con il Parlamento non c’è da scherzare. Un esecutivo d’emergenza, figlio di uno «stato d’eccezione», ha poteri straordinari, ma nello stesso tempo è fragile perché privo della fonte di legittimazione sovrana: il voto del popolo. Proprio per questo a Palazzo Chigi dovrebbero imparare a memoria la lezione: a Montecitorio e Palazzo Madama bisogna andarci con le idee chiare, bisogna presentarsi solo dopo aver mandato avanti gli sherpa per capire com’è il terreno, vedere se il sentiero è spianato o pieno di trappole. Se Giarda va in aula e la Lega comincia a usare i fischietti, siamo non solo nel campo del rumorismo, ma del filibustering e allora il governo deve avere una strategia per combatterlo, aggirarlo e andare avanti. Un governo sostenuto dai partiti ma senza partiti ha bisogno per forza di un «gabinetto di guerra» per affrontare un simile fuoco di sbarramento. È evidente che di questo passo non si va lontano. Servono un forum di consultazione permanente tra Palazzo Chigi e i partiti e un piano di lavoro che tenga conto anche delle Camere. Ribadisco il concetto: bisogna tenere impegnato il Parlamento. Dargli una missione. Berlusconi ha fatto bene a dire che bisogna usare quel che resta della legislatura per avviare le riforme. A questo serve il Parlamento. Se un onorevole vaga senza meta, perde il suo ruolo (di maggioranza e opposizione) e dopo essersi smarrito cerca un giochino nuovo per non morire di noia. Quale? Il ribaltone del governo votato dai ribaltonati consenzienti. Un’altra meraviglia italiana.  Mario Sechi, Il Tempo, 22 dicembre 2011

.……….Questo editoriale di Sechi è la fotografia del marasma in cui versa la politica italiana e nella quale l’ha gettata il re Giorgio 1° che ancora ieri concionava sulla bontà dell’operazione militare che ha costretto il Parlamento a darsi un governo non eletto dal popolo e che non ha alcuna forza autonoma per assumere decisioni. Il governo, dice Sechi, deve tener conto del Parlamento, ma questo avviene quando il governo è espressione del Parlamento, non quando, come nel caso del governo Monti, il Parlamento se l’è ritrovato suo malgrado. E specie se questo governo naviga in piena confusione. Lo dimostra la povera ministro Fornero che ieri sera a Porta a Porta è apparsa in tutta la sua assoluta inutilità. Dopo aver dichiarato che l’art. 18 non è un totem, ieri sera da Vespa, tra un sorrisino e l’altro, si è rimangiato tutto, anzi, come una casalinga (con tutto il rispetto per le casalinghe) nel salotto di casa a ciarlare con le amiche,  ha detto: ritiro tutto, facciamo finta che non ho detto niente… e subito dopo lasciandosi andare a raccontare il sogno affidato ad un giornalista straniero: se avesse la bacchetta magica, cosa farebbe? E lei, giuliva, ha risposto: darei il lavoro ai giovani. Insomma, manco fossimo nelle soap opere televisive.  E questi sarebbero i super tecnici, alias i superuomini (o supere donne) che dovrebbero salvare l’Italia. Andiamo, re Giorgio, questi non riuscirebbero neppure a gonfiare un palloncino, altro che salvare l’Italia. g.

IL VOTO ANTI-SPREAD, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 21 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il presidente Napolitano ieri ha detto molto, ma non tutto. Ha raccontato come è andata, dal suo punto di vista, con il governo Monti. In sintesi: una scelta inevitabile che non ha provocato alcuna sospensione della democrazia.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Il capo dello Stato ha ricostruito le ultime drammatiche settimane: la crisi, lo spread, le pressioni internazionali, gli inciampi della maggioranza. Tutto vero, per carità. Ma non è detto che una somma di verità porti a disegnare un quadro vero. Il governo Monti, e questo Napolitano non lo ha detto,non nasce all’improvviso sull’onda di una emergenza.

È invece il punto di approdo di chi, per oltre tre anni, ha lavorato, giorno dopo giorno, per fare cadere Berlusconi e ribaltare il risultato elettorale senza passare per le urne. Lo stesso Monti, falliti tentativi per via politica (la scissione di Fini) e quelli giudiziari-mediatici, era stato allertato da tempo, e con lui i pezzi da novanta dell’attuale esecutivo.Non prendiamoci in giro. Non si lasciano banche, rettorati e relativi compensi dalla mattina alla sera per spirito di servizio. Per cui è vero che la democrazia non è stata sospesa, ma è certo che la democrazia è stata raggirata, presa in giro e beffata. Nella forma tutto è a posto, nella sostanza si è trattato di un piano diabolico orchestrato proprio dal Quirinale e andato in porto sulla debolezza generale del quadro politico.

Napolitano ha realizzato il suo sogno di ex comunista: liberarsi di Berlusconi, e ha trovato nella crisi un alleato più affidabile della sinistra.Al momento c’è riuscito, anche se con scarsi risultati. La Spagna ha preferito andare alle urne. Il nuovo governo ha presentato una manovra con molti tagli alla spesa e meno tasse. Da ieri, il suo spread, a differenza del nostro, è tornato a livello pre-crisi. Vuoi vedere che gli elettori ne sanno più dei banchieri? Alessandro Sallusti, Il Giornale, 21 dicembre 2011

LA LEZIONE SPAGNOLA: TAGLI, TANTI E NIENTE TASSE

Pubblicato il 20 dicembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

La strada giusta scelta da Madrid: no al governo tecnico e subito al voto. Poi una manovra che riduce le spese

Ieri il nuovo premier spagnolo, il popolare Mariano Rajoy, si è presentato in Parlamento e ha detto due cose fondamentali: non verranno aumentate le tasse e si procederà a tagli della spesa pubblica, salvando però il potere di acquisto dei pensionati.

Mariano Rajoy

Mariano Rajoy, il premier spagnolo eletto dopo Zapatero

Il tutto condito da un piano di riforme liberalizzatrici dell’economia iberica; partendo dai potenti (anche lì) enti locali e arrivando al mondo del lavoro. Una manovra fiscale comunque ci sarà: e si prevede vicina ai 20 miliardi di euro. Fatte le debite proporzioni, in termini relativi è doppia rispetto a quella pensata da Monti. Ovviamente il discorso programmatico di un nuovo leader si deve poi concretizzare nei fatti. Entro la fine dell’anno, Rajoy, terrà il suo primo consiglio dei ministri e a quel punto capiremo nel dettaglio le mosse spagnole, e come dai principi si passerà alla pratica.

Cosa insegna all’Italia il caso spagnolo? Fondamentalmente tre cose. Le elezioni anche in tempi di crisi se danno una maggioranza forte e pienamente legittimata forniscono al nuovo governo una spinta riformista. L’idea che votare, durante una tempesta finanziaria, sia una sciagura è falso. Ci sono però due controindicazioni da prendere in considerazione: la prima è che il rigore dei conti si tiene meno bene a ridosso delle elezioni, la seconda è che le elezioni, soprattutto in Italia, non assicurano una maggioranza certa. Con altrettanta freddezza si deve però certificare che l’arrivo del governo Monti non ha migliorato i nostri differenziali e che la cosiddetta «credibilità internazionale» si vede più nelle foto e nei titoli dei giornali che nelle quotazioni dei mercati.

Il lato su cui aggredire la crisi del debito è quello della spesa. Non si devono ridurre, per quanto possibile, i quattrini nelle tasche dei cittadini attraverso nuove forme di tassazione o manovre estemporanee di cassa. Ovviamente non sta scritto da nessuna parte che la ricetta di Rajoy funzioni, ma noi riteniamo che sia la strada più giusta per la nostra politica economica.

Vediamo di essere più espliciti.
Proprio ieri i funzionari di Senato e Camera hanno certificato ciò che i giornalisti del Giornale vi hanno sempre detto: l’85 per cento del decreto salva Italia (è così berlusconiano e così poco tecnico questo appellativo!) è fatto di nuove entrate. E per il resto gran parte è affidata al congelamento dell’indicizzazione delle pensioni (che i popolari spagnoli hanno esplicitamente escluso). Insomma come l’acqua e il fuoco. Il governo tecnico fa esattamente il contrario di un governo politico. Sarebbe sciocco e preconcetto buttare a mare tutta la manovra di Monti. Il doppio passo di Elsa Fornero, di mettere a regime, bruscamente, le riforme delle pensioni fatte nel passato e provare a mettere mano al mercato del lavoro è cosa buona e giusta. E coraggiosa. Questa è materia che Berlusconi avrebbe dovuto fare senza indugio, portando piuttosto lo scontro fino alla sfiducia parlamentare (per la verità è ciò avvenne nel 1994). La strada è appunto questa: di riforma complessiva. Sembra invece, passateci il termine, che il governo invece di andare alla meta per conquistare il premio da un milione si fermi ad ogni passo per raccogliere cinque euro.

L’idea che ci siamo fatti è che la tipicità dell’emergenza italiana, che ovviamente esiste, sia largamente sopravvalutata, come la morte di quell’anziano signore. E in virtù di ciò ci si approfitta di raccogliere anche gli spiccioli nel mezzo del percorso. Bene la riforma delle pensioni; ma che senso ha tagliare il reddito disponibile dei pensionati con il trucchetto del blocco delle indicizzazioni? Se il sistema non è sostenibile si abbia il coraggio di adottare un taglio vero e strutturale e non un colpetto per fare cassa.

Discorso analogo sulle imposte. Veramente questo governo ritiene che sia possibile continuare con il processo di inseguimento della spesa pubblica attraverso l’aumento della tassazione? Tra pochi giorni le buste paga di tutti i dipendenti italiani (a giugno per gli autonomi) saranno gravate da un piccolo ma significativo conguaglio negativo per un’imposta aggiuntiva sul reddito che verrà prelevata con la dicitura addizionale regionale. Cosa è questa se non un innalzamento delle imposte su tutta la platea dei contribuenti e per di più con un meccanismo di scarsissima progressività?

Governare una Paese come il nostro è ovviamente molto complicato.

Farlo dopo un paio di settimane per dei maverik della politica lo è di più.

Se i nostri tecnici guardassero meglio al caso spagnolo (Paese che ha ovviamente delle differenze sostanziali rispetto all’Italia e ha un debito ben più gestibile) potrebbero abbandonare il loro pensiero unico: che è quello delle manovre depressive degli ultimi venti anni. Attendiamo la fase due, quella delle riforme e dello sviluppo. Nicola Porro, Il Giornale 20 dicembre 2011

……………….Se fosse stato il contrario, cioè che Zapatero avesse preso il posto di Rayoy, la sinistra italiana l’avrebbe preso ad esempio per pretendere le elezioni, come è giusto che sia in un paese democratico. Invece no. In Italia, tuti insieme appassionatamente da destra a sinistra,  si è preferito il governo dei tecnici, veri e propri commissari della democrazia parlamentare,  che ci hanno subissato di tasse senza fare nè tagli nè provvedimenti per la ripresa della crescita. E nion ci hanno risparmiato neppure nè le lacrime della Fornero nè le sue incredibnili affermazionmi di ieri: bisogna alzare i salari. Ma come, la signora Fornero non è la ministra del lavoro che ha bloccato i salari e addirittura bloccato la indicizzaizone delle pensioni? Ed ora scopre che i salari sono bassi, e quindi  sa  anche che le pensioni di 400 euro non consentno ai pensionati più poveri neppure di vivere. Eppure ha varato insieme al suo capataz la più forsennata operazione tassaiola di tutti i tempi. Qualcosa non va. O siamo da internare noi, o da internare è…indovina chi? g.

I RIMBORSI FACILI AI PARTITI: SPENDONO 10, INCASSANO 100

Pubblicato il 19 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ma non dovevamo vederci più? Vi ricordate il finanziamento pubblico ai partiti? Non l’avevamo impacchettato e spedito nella soffitta del non ritorno, grazie al provvidenziale referendum del 1993 col quale, oltre il 90 per cento degli italiani, che andarono alle urne, decise di abolirlo?

Andò così, certo, fu abolito. Per poi rientrare di soppiatto dalla porta secondaria, nel grande edificio degli sprechi di Stato. Sotto una spudoratissima forma: una legge, approvata, subito dopo il referendum, che concedeva ai partiti politici un «contributo per le spese elettorali». Una legge, immediatamente applicata in occasione delle elezioni del 27 e 28 marzo 1994, dal meccanismo perverso quanto redditizio. Certificato, anzi, denunciato dalla stessa Corte dei Conti.

Seguiteci lungo questa assurda strada dello spreco dissennato e intanto pensate alle pensioni tagliate, all’Ici, al superbollo che dovremo pagare e che porteranno un’inezia di quattrini alla finanza pubblica rispetto a quanto si potrebbe incassare se si avesse il coraggio davvero di dare un taglio a questo escamotage nato solo per sottrarre denaro agli italiani. Con il provvedimento che stabilisce i rimborsi elettorali, attraverso il quale i partiti si finanziano, la legge attribuisce, e questa è la prima macroscopica assurdità, un valore economico ad ogni voto e ripaga i partiti moltiplicando questo valore per il numero dei voti ottenuti alle elezioni. Così basta sfogliare il rapporto della Corte dei Conti per cogliere chiaramente l’enorme differenza tra spese sostenute e rimborso percepito. Di fatto il rimborso viene calcolato sulla percentuale dei consensi che ogni partito ottiene, ma questa percentuale viene automaticamente proiettata sul numero degli elettori, e non su quello, reale, dei votanti effettivi. In questo modo i partiti riescono a riscuotere il rimborso anche per voti che non hanno ottenuto: per le schede bianche, per quelle nulle e addirittura per coloro che a votare non ci sono andati per niente.

Che ve ne pare? C’è di più, se la legislatura finisce prima del tempo i partiti continuano comunque a ricevere le rate del rimborso, sommandole a quelle della legislatura successiva. Ma più delle parole in questo caso contano le cifre: nell’anno 2008 i partiti politici hanno avuto diritto ad incassare: 99,9 milioni di euro per la terza rata del contributo pubblico per le elezioni politiche del 2006; 100,6 milioni per la prima rata del contributo per le elezioni politiche del 2008; 41,6 milioni per la quarta rata del contributo per le elezioni regionali del 2005; 49,4 milioni per la quinta rata del contributo per le elezioni europee del 2004. In totale 291,5 milioni di euro nel solo anno 2008.

E continuiamo con altre assurdità nell’assurdità: dal 2008 il partito Rifondazione Comunista non è presente in Parlamento ma ha continuato ad incassare (fino al 2010) la sua quota del «rimborso» delle elezioni del 9 e 10 aprile 2006, quando aveva battuto tutti i record: le spese complessivamente accertate dalla Corte dei Conti erano state di un milione e 636mila euro e i voti ottenuti gli avevano dato il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione 6 milioni e 987mila euro all’anno per cinque anni. In totale 34 milioni 932mila euro (fonte: Corte dei Conti, relazione sulle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006, pagina 269). Quindi, fatti due conti: 100 euro investiti da Rifondazione Comunista nella campagna elettorale del 2006 sono diventati 2.135 euro.

Restiamo alle elezioni del 2008. Le spese certificate dalla Corte dei Conti della Lega Nord sono state 2 milioni e 940mila euro e i voti ottenuti gli hanno dato il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione un «rimborso» di 8 milioni e 277mila euro all’anno per cinque anni. In totale 41 milioni 385mila euro. Dunque al Carroccio per ogni 100 euro spesi ne sono stati «rimborsati» complessivamente 1.408. Questo per le elezioni del 2008, che si sommano ai «rimborsi» relativi alle elezioni del 2006. Per quanto riguarda Pdl e Pd, la Corte dei Conti ha certificato che per le elezioni del 2008 il primo ha speso 54 milioni e ne incasserà 206 (il «rimborso» è stato uguale al 381 per cento della spesa) mentre il secondo, dopo averne speso 18, ne incasserà 180 (il «rimborso» rappresenta il 1.000 per cento della spesa).

COMMENTA

Login / Registrati alla community e lascia il tuo commento

Se è vero come è vero che la Corte dei Conti ha scritto che «quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento» è anche vero che la stessa Corte dei Conti ha ricostruito la storia di questi «rimborsi»: dopo il referendum del 1993 si sono svolte cinque elezioni politiche, tre europee e tre regionali. Per queste elezioni i partiti politici hanno speso in totale 579 milioni di euro e hanno incassato, come «rimborsi» delle loro spese elettorali, 2.254 milioni di euro. Questi numeri non includono ancora i «rimborsi» per le Europee del 2009 e per le Regionali del 2010.

Giusto per capire ancora meglio questo clamoroso regalo ai partiti e arrabbiarci un po’ di più, considerate che l’imposta sui capitali rientrati dall’estero, il famoso «scudo fiscale», nel 2009 ha dato un gettito di 5.013 milioni: dunque i rimborsi elettorali di questi anni sono costati agli italiani quasi la metà dello «scudo fiscale». Eppure oltre 31 milioni di italiani col referendum del 1993 scelsero di non dare più una lira ai partiti. Il Giornale, 19 dicembre 2011

.…………….Perchè il governo dei supertecnici non propone un decreto legge con cui si modifica questa ignobile speculaziobne dei aprtiti sui soldi degli italiani? Decreto-legge per mettere subito alla prova tutti, l’eterogenea maggioraza che va dal PDL al PD passando per il Terzo Polo e l’altrettanto eterogena minoranza che va dalla Lega all’IDV di Di Pietro. Lo faccia Monti se ha coraggio, sta lì per salvare l’Italia e per ridurre le spese e con le spese il debito pubblico. Lo faccia e vediamo chi ne vota e chi no la conversione in legge ! g.

LA MACCHINA STATALE COSTA TANTO E PRODUCE POCO, di Angelo Panebianco

Pubblicato il 18 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

Nel momento in cui si chiede che i conti bancari dei cittadini, e quindi le loro vite, risultino totalmente trasparenti agli occhi dello Stato, diventa lecito chiedersi se lo Stato sia poi altrettanto trasparente, nel suo operare, agli occhi dei cittadini. Basta chiederselo per capire subito che non è così: l’opacità, non la trasparenza, caratterizza la macchina amministrativa nelle sue operazioni quotidiane.

L’opacità è tale che persino i ministri ignorano tanto di quella macchina. Si vogliono fare le privatizzazioni? Si vuole tagliare in modo intelligente (ossia, selettivo) la spesa pubblica? Si vogliono eliminare i sussidi alle imprese? Per fare queste cose occorrono vitali informazioni, bisogna conoscere la «macchina» dall’interno. Ma nemmeno il governo possiede quelle informazioni. Deve, prima di tutto, procurarsele. Ed è una operazione lunga, costosa, difficile, e probabilmente destinata all’insuccesso. Come mai? Da cosa dipende quella opacità? Perché lo Stato è una giungla impenetrabile? Perché è costituito da regolamenti e pratiche così complesse e barocche che solo i vecchi squali della burocrazia, gli amministratori di lungo corso, possiedono le capacità per muoversi in un simile ambiente, così oscuro e ostile per chiunque altro?

I cittadini attribuiscono di solito ogni colpa di ciò che non va, delle disfunzioni quotidiane di cui hanno personale esperienza, alla classe politica. Non sanno che la classe politica è per lo più priva di cruciali risorse (dalle informazioni alla expertise amministrativa) e che altre istituzioni sono di fatto, quando si tratta dei meccanismi quotidiani di funzionamento dello Stato, molto più potenti. Si dice: «Il Parlamento è sovrano». Ma queste sono solo parole. L’alta burocrazia, i vertici delle strutture regionali, la Corte dei conti, il Consiglio di Stato, contano assai più del Parlamento, e di qualunque governo, nella gestione della macchina amministrativa. Basta che scelgano di non cooperare, di fare resistenza passiva, e la classe politica viene ridotta alla impotenza.

Il politico eletto, diceva il sociologo Max Weber, è di fronte all’amministratore di professione nella condizione del dilettante. Ma qui siamo andati molto più in là. Non è più solo una questione di dilettantismo contro professionismo. È questione di una macchina statale autoreferenziale, che dispone degli strumenti (a cominciare dal monopolio sulla interpretazione delle regole amministrative) necessari ai fini della propria difesa e riproduzione.

Si badi che non sono solo in gioco interessi (l’interesse degli amministratori o delle magistrature amministrative a garantire l’incontrollabilità del proprio operare da parte di chiunque: governo, Parlamento, pubblica opinione). Pesano anche le tradizioni culturali. C’è un’intera cultura giuridico-amministrativa, cui danno un contributo essenziale tanti giuristi amministrativisti, che è quotidianamente mobilitata a difesa del mantenimento della complessità del sistema e, quindi, della sua opacità.

Se vogliamo chiederci quale sia l’ostacolo principale al rilancio della crescita dobbiamo indirizzare la nostra attenzione sul peso morto rappresentato da una macchina amministrativa incompatibile con le esigenze di un Paese moderno. Nessuno sa, ad esempio, di quanto potrebbe scendere la pressione fiscale complessiva se quella macchina diventasse meno inefficiente e dispendiosa.

La complessità e il barocchismo delle regole e delle procedure amministrative hanno potentissimi effetti negativi sulla società circostante: generano inefficienza, garantiscono tempi lunghi e anche lunghissimi agli interventi dello Stato (si pensi al settore delle infrastrutture), innalzano spaventosamente i costi economici, alimentano una condizione di incertezza giuridica che rende imprevedibili i comportamenti, impedisce la diffusione di rapporti reciproci di fiducia fra cittadini e amministrazioni, e funziona da moltiplicatore delle dispute. Gli amministratori si difendono dicendo che è comunque la politica a dettare le linee guida dei provvedimenti. Il che è vero. Ma sono loro a confezionare, e poi a interpretare, con il loro esasperato formalismo, quei provvedimenti.

Per fare un esempio, apparentemente marginale, consiglierei al neo-ministro dell’Università, Francesco Profumo, che è anche un mio collega, di leggere con attenzione le norme da poco varate che regolano certi concorsi (per esempio, i concorsi da ricercatore). Scoprirà che il loro effetto principale è di fare prosperare l’industria dei ricorsi, di dare tanto lavoro agli avvocati e ai Tar. Sono certo che se, dopo avere letto quei regolamenti iper-barocchi, il ministro ne chiedesse conto a chi li ha messi a punto nei dettagli, si sentirebbe dire che quei regolamenti rispondono alla esigenza di garantire la «legalità» e la correttezza dei concorsi. Niente di più falso. Quelle norme nulla possono pro o contro la correttezza. La loro assurda complessità garantisce solo l’incertezza del diritto, l’opacità dei procedimenti, la moltiplicazione delle dispute. Non c’è quasi nessun ambito in cui operi l’Amministrazione che non abbia queste caratteristiche.

Se la certezza del diritto è un fondamentale bene pubblico, allora è sicuro che il nostro sistema giuridico-amministrativo è congegnato in modo da garantire la perpetua indisponibilità di quel bene. Con costi altissimi per la società e benefici (in termini di opacità del loro operato) per gli addetti alla gestione quotidiana della macchina statale. Magari, quei giuristi amministrativisti che lavorano come consulenti dell’Amministrazione centrale e periferica qualche franca spiegazione sul perché ciò accade potrebbero forse darcela.
Viviamo in tempi di antiparlamentarismo trionfante e il mio potrà sembrare un auspicio controcorrente. Ma trovo che i partiti, alla disperata ricerca di un ruolo nell’epoca del governo Monti, potrebbero rendere una grande servizio al Paese. Potrebbero, e dovrebbero, promuovere una commissione di inchiesta parlamentare con il compito di indagare sull’operato dell’Amministrazione (organi della giustizia amministrativa inclusi) e di segnalarne tutte le disfunzioni. Se non altro, per consentire una discussione pubblica sulle vere cause del nostro declino. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 18 dicembre 2011

…..Analisi perfetta e nemmeno esaustiva del prof. Panebianco. Solo la conclusione ci preoccupa: la commissione parlamentare di cui auspica la promozione da parte dei partiti con il compito di indagare sull’operato della pubblica amministrazione e di segnalarne le disfunzioni,  si trasformerebbe presto in un altro carrozzone. Intanto non concluderebbe mai il suo lavoro e poi a sua volta macinerebbe tanti di quei soldi che si aggiungerebbero ai tanti altri sprechi tipici della pubblica amministrazione. Perciò, no, grazie. g.

E’MORTO VACLAV HAVEL, IL SIMBOLO DELLA RIVOLUZIONE DI VELLUTO CHE LIBERO’ PRAGA DAL GIOGO SOVIETICO

Pubblicato il 18 dicembre, 2011 in Il territorio, Storia | Nessun commento »

Morto Vaclav Havel, simbolo della Rivoluzione di Velluto

Simbolo della dissidenza anticomunista, difensore dei diritti dell’Uomo, presidente, drammaturgo e regista, Vaclav Havel, morto oggi a 75 anni, ha scritto le grandi pagine della storia del suo Paese. Artista non conformista e grande appassionato di musica rock dei Rolling Stones e di Frank Zappa, questo intellettuale, dalla figura esile, ha incarnato la “Rivoluzione di Velluto” del 1989 che ha messo fine, senza spargimento di sangue al regime totalitario di Praga. Primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista (1989-1992) poi primo capo dello Stato della Repubblica Ceca, è stato l’artefice della democratizzazione del suo Paese e dell’adesione alla Nato (1999) e ha gettato le basi per l’ingresso nell’Unione europea, conclusa nel 2004. Dopo la fine del suo mandato, nel febbraio 2003, malgrado la sua fragile salute, il drammaturgo e ex dissidente anticomunista della Charta 77 si dedica alla lotta per i diritti dell’Uomo a Cuba, in Bielorussia, in Birmania e in Russia. Riprende a scrivere pubblicando nel 2006 le sue memorie politiche e una commedia per il teatro “Partire”, nel 2008, titolo anche del suo primo film, presentato in anteprima il 14 marzo scorso a Praga. Nato il 5 ottobre del 1936 a Praga da una famiglia benestante, proprietaria di studi cinematografici e di numerosi immobili nella capitale, Vaclav Havel è costretto a lasciare gli studi per la lotta antiborghese del regime comunista che aveva preso il potere in Cecoslovacchia. Allora comincia a lavorare nei teatri come macchinista, poi come autore del teatro dell’assurdo. Rifiuta l’esilio dopo l’occupazione sovietica nel 1968 ed entra nella dissidenza per redigere il manifesto della Charta 77, un appello per i diritti umani e per la democrazia con cui sfida la supremazia sovietica. Per il suo impegno sociale viene rinchiuso in carcere per quattro anni durante i quali scrive le celebri “Lettere a Olga”, sua prima moglie. E’ stato uno dei leader della cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” del 1989, durante la quale viene arrestato nuovamente, il 28 ottobre. Il 29 dicembre dello stesso anno, nella sua qualità di capo del Forum Civico, viene eletto presidente dall’Assemblea Federale. Dopo la morte di Olga, nel 1996, si risposa con Dagmar Veskrnova, un’attrice di 20 anni più giovane. Una polmonite curata male in prigione e un cancro al polmone sono all’origine dei numerosi problemi di salute di cui soffriva l’ex presidente Ceco. Nel dicembre del 1996, Havel è stato operato di un cancro al polmone destro. Oltre ad avere una bronchite cronica, il drammaturgo ceco ha sofferto anche di problemi cardiaci e intestinali. Negli ultimi mesi, Havel ha trascorso il suo tempo nella casa di campagna a circa 150 chilometri da Praga, dopo un ricovero nel marzo 2011 per una grave polmonite. Sabato scorso l’ultima uscita pubblica a Praga dove ha incontrato il Dalai Lama, il capo spirituale dei buddisti tibetani. Fonte ANSA, 18 dicembre 2011

.…………..Havel era anche un valente clarinettista e gli piaceva suonare, da dilettante, in una delle più famose birrerie di Praga, la Tigre d’Oro, nei pressi della piazza Nemesti, piccola e piena di fumo. Entrandoci,  la prima cosa che noti è una grande foto sulla parete  che ritrae insieme Havel e Clinton che suonano il clarinetto. Chi ci vide ammirare la foto, in uno stentato italiano ci disse: Havel, padre della libertà. Ci piace ricordarlo così. g.

A NOI LE TASSE, AI LADRI LA LIBERTA’

Pubblicato il 17 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

È tutto un turarsi il naso e votare Monti. Qualcuno addirittura evita il fastidio e si defila, nell’urna (Di Pietro) o dall’aula(la componente più liberale del Pdl).

Tremila detenuti fuori dal carcere

Tremila detenuti fuori dal carcere

Alla fine della giornata che di fatto vara la stangata il governo fa i conti e scopre di aver perso per strada una sessantina di deputati. Non sono pochi ma non è questo il problema. In oltre quattrocento hanno detto sì alla manovra, e questo basta a far diventare reali le nuove tasse senza avere avuto in cambio nessuna concessione o libertà maggiore. Il tutto benedetto dal regista dell’operazione, Giorgio Napolitano, che ieri è arrivato a dire, per tacitare la sinistra che minacciava di non votare, che anche le classi meno abbienti, cioè i poveri, devono fare i sacrifici. Altro che comunista, il presidente ormai è stato arruolato a pieno titolo dal club di banchieri e finanzieri che comanda in questo Paese. Ma torniamo a Mario Monti. Ieri, rispondendo al Berlusconi dell’altro giorno, ha detto di non essere disperato. Beato lui, è uno dei pochi italiani a non esserlo, ma non è una novità che il professore non si riconosca nel comune sentire, che non provi le stesse sensazioni di noi mortali: appartiene a una élite che ha poco a che fare con il resto del Paese. Il dizionario definisce l’élite un sottogruppo di eccellenza all’interno di un corpo sociale. Sono quelli, per intenderci, che stabiliscono nei salotti ciò che è giusto e buono per noi. Ieri, per esempio, hanno deciso che è giusto svuotare le carceri mandando a casa (ai domiciliari) anzitempo 3.300 detenuti che potranno scontare tra le mura domestiche gli ultimi 18 mesi di pena. Riepiloghiamo. Ieri il governo dei tecnici ha deciso due cose. La prima è di aumentare le tasse a noi che lavoriamo, la seconda è di abbassare la pena a chi ha rubato e a criminali di vario genere. Dicono: le carceri erano affollate, qualche cosa andava fatto. Giusto, ma sono affollati anche gli incubi di pensionati, proprietari di casa e automobilisti alle prese con rincari e vessazioni che ti fanno sparire un mese di stipendio all’anno. Possibile che il governo di emergenza che doveva varare la liberalizzazione economica, l’unica libertà l’ha data ai delinquenti? Alessandro Sallusti, 17 dicembre 2011

…………..Non v’è da aggiungere null’altro!

PER GLI STIPENDI RIDOTTI PARLAMENTARI IN RIVOLTA

Pubblicato il 16 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »

L'aula di Montecitorio Ore 10, toilette della Camera dei deputati. Entra un parlamentare «influente», riconosce alcuni colleghi in fila ai vespasiani e sbotta: «Vi taglieranno anche quello!». Tutti capiscono la «sottile» ironia. Il dibattito si anima nel giro di un paio di secondi. «Ma non è possibile continuare così – fa un deputato eletto al Nord – Guadagniamo meno dei parlamentari europei. Loro si mettono in tasca almeno 21 o 22 mila euro al mese, noi 12». «Sì, sì – gli fa eco un ex membro del governo Berlusconi – Ti ricordi quando dicevano che guadagnavamo 15 mila euro e poi 17, poi addirittura 19? Finalmente tutti sanno che ne prendiamo 12 mila» (è lo stipendio di un deputato «semplice» che non ha altri incarichi, come vicepresidente d’Aula, segretario, capogruppo, questore. In questi casi il compenso lievita anche fino a 17 mila euro al mese). Passano ancora due minuti e il capannello s’ingrossa. Nei bellissimi bagni di Montecitorio si è aperto un vero e proprio confronto. Anche se tutti la pensano allo stesso modo. Si ferma pure un deputato che è appena uscito dalla barberia e ha i capelli brizzolati e un po’ cotonati. «Ma non esiste! E adesso che ci vogliono tagliare? Fini e Schifani sono impazziti». Ecco la notizia. I parlamentari potrebbero essere costretti a rinunciare a 3.690 euro al mese. Si tratta della voce “Rapporto eletto-elettore”. Soldi con i quali ogni onorevole dovrebbe pagare le spese di eventi politici e quelle di segreteria (il cosiddetto «portaborse»). Fini e Schifani vorrebbero tagliarli. Gli assistenti rimarrebbero ma sarebbero assunti direttamente da Camera e Senato, come succede in tanti Paesi stranieri e al Parlamento europeo. Anche per evitare che i parlamentari paghino i loro segretari male, magari pure in nero, e si tengano i soldi che avanzano. Succede anche questo. Ecco lo spettro che si aggira per Camera e Senato: l’abolizione del “Rapporto eletto-elettore”. Del resto, visto che la legge elettorale ha abolito i collegi, tanto che per essere eletti basta avere una buona posizione nella lista bloccata del proprio partito, a che servono i fondi destinati alle iniziative politiche sul territorio? L’intenzione dei numeri uno delle Assemblee sembra ormai inevitabile. Dopo il mancato taglio delle Province e degli stipendi, contenuto nella prima versione della manovra scritta dal governo Monti, il presidente della Camera e quello del Senato hanno assicurato che prenderanno loro le forbici entro la fine di gennaio. Il collegio dei questori (tre onorevoli a Montecitorio e tre a Palazzo Madama) farà delle proposte, poi toccherà all’ufficio di presidenza decidere. La strada è ancora lunga. Ma il terrore già evidente. «Ma io sono di Parma – si sfoga un altro onorevole che si ferma nell’atrio della toilette – Che faccio, il mio assistente me lo porto a Parma e gli pago casa e ufficio? Ma dai. Non si può fare». «Maledetta antipolitica», gli fa eco un collega. «A questo punto bisogna abbassare lo stipendio anche a tutti i manager pubblici e ai direttori generali. E che paghiamo soltanto noi? Qui le Caste sono tante». Una soluzione ci sarebbe. La propone un deputato piuttosto noto: «Cambiamo le norme e leghiamo la nostra indennità non più a quella del presidente di Corte di Cassazione ma, appunto, a quella dei direttori generali». Significherebbe passare dagli attuali 5 mila euro netti dell’indennità a quasi il doppio. «Ottima idea. Bisogna proporla subito ai questori», dice uno dei parlamentari. Un altro annuisce mentre si lava le mani. «Sì, e Fini e Schifani ci stanno?» avanza dubbioso un deputato. «Vabbè, non saranno d’accordo ma mica decidono loro. C’è l’ufficio di presidenza». Insomma, nella toilette della Camera la quadra si è già trovata: «sistemare» gli assistenti facendoli contrattualizzare dal Parlamento e non dai singoli onorevoli, togliere 3.690 euro al mese ai parlamentari ma, nello stesso tempo, alzare loro l’indennità. Così non ci rimetterebbero niente. Anzi potrebbero anche guadagnarci. In piena logica gattopardesca: cambiare tutto affinché non cambi niente. Alberto Di Majo, Il Tempo, 16 dicembre 2011

….Sarà vero quel che scrive Di Majo? Di certo è possibile, del resto lo avevamo già scritto che l’unica decurtazione degli stipendi della casta parlamentare ( e ce ne sono tante altre) sarebbe stata quella dell’indennità per pagare il portaborse che, peraltro, sarà assunto direttamente dai gruppi parlamentari ai quali, secondo i piani di Fini e Schifani, verranno versate le indennità decurtate ai parlamentari. Insomma per le casse dello stato nessun risparmio. Gli unici chiamati a risparmiare sono i lavoratori e i pensionati, le classi meno abbienti, le quali, a sentire quel grand’uomo di re Giorgio 1° che ieri è tornato a pontificare, devono farli i sacrifici. Fa presto a parlare lui  che percepisce decine di migliaia di euro al mese oltre numerosi benefit e che quando cesserà dalla carica attuale si ritroverà senatore a vita con un altro bel gruzzoletto mensile come quello che ha riservato a Monti 24 ore prima di nominarlo presidente del consiglio. Tutti così, comunisti ed ex comunisti, chiamano il popolo lavoratore a fare sacrifici dai quali loro si esentano. Dal tempo di Stalin e di tutti i satrapi del comunismo internazionale, mentre il popolo tira la carretta e stringe la cinghia e si accontenta di una ciotola di riso, loro, i satrapi, vivono pasteggiando a ostriche e champagne, ovviamente d’annata e di marca. A chiedere sacrifici agli altri sono tutti bravi, a compierli in prima persona è altra cosa e altra musica. Del resto la prova l’ha fornita Monti che dopo aver timidamente proposto misure che colpivano, sia pure come una carezza,  le caste d’ogni genere, è dovuto tornare indietro e non c’è bisogno che lo dica Berlusconi. Chiunque abbia letto la  prima versione del decreto cosiddetto “salva Italia” e l’abbia poi confrontato con quello che emendato oggi sarà votato dalla Camera si rende conto delle clamorose marcie indietro di Monti e del suo manipolo di commilitoni.  Basta  un esempio. Delle sbandierate liberalizzazioni   ne è rimasta solo una, quelle delle edicole dei giornali il cui prodotto potrà essere venduto ovunque. Di tutte le altre s’è perduta traccia, ritirate per le opposizioni di questa o di quell’altra lobby. Certo, Monti, con l’aria di superuomo che tutto sa, annuncia che le ha ritirate per riproporle “con tenacia”. L’unica tenacia che gli riconosciamo è quella con la quale ha stangato lavoratori e pensionati. Lì non ha fatto marcia indietro, anzi ha ingranato la sesta. g.

IL PRAYER PUO’ ATTENDERE…E CON LUI I TORITTESI

Pubblicato il 15 dicembre, 2011 in Notizie locali | Nessun commento »

Da un nostro visitatore riceviamo e pubblichiamo:

In un paese, Toritto, in cui non esiste una biblioteca comunale,  non c’è da meravigliarsi se un grande dipinto murale, quello che impreziosisce la volta dell’aula consiliare del nostro Comune, opera dell’artista barese Mario PRAYER, lo stesso che ha decorato a Bari l’ aula magna dell’ Ateneo e la chiesa di San Giuseppe, non c’è da meravigliarsi dicevo, se questo dipinto, che da decenni ormai “chiede” di essere restaurato, sia lasciato al suo triste e  progressivo, inesorabile degrado.

Eppure l’amministrazione comunale ci aveva promesso, tra tante altre cose, anche questo, ripetendo come un disco rotto, ad ogni occasione d’incontro nella sala consiliare, a proposito o a sproposito, che l’opera del PRAYER sarebbe stata presto restaurata.

A dire il vero, qualcosa in questo senso, l’amministrazione aveva fatto. Ma poi, con la sua proverbiale goffaggine e superficialità, ha gettato tutto alle ortiche, rimediando anche una figura delle sue con lo sponsor.

Infatti,  nel settembre del 2007,  la Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia ha comunicato la disponibilità a concedere 30.000 € al Comune di Toritto per il restauro del dipinto, cifra che il Comune ha accettato dichiarandola sufficiente per coprire tutte le spese per il restauro.

Trascorsi due anni il Comune ha provveduto all’affidamento “urgente” alla ditta scelta per approfondire il progetto ed eseguire i lavori di restauro.

Allora, bene, bravi?  Macché.

Salta fuori che l’importo era stato sottostimato, e non di poco.

Erano necessari  infatti 50.000 € e non  30.000 € come previsto dall’Amministrazione, ragion per cui o trovava la somma residua o doveva rinunciare al recupero del prezioso dipinto: ha scelto la seconda ipotesi e ha rinunciato

Nel frattempo lo sponsor che  aveva già versato un acconto di 7.500 €,  vista l’inerzia del Comune, con diverse note ne ha chiesto la restituzione che è avvenuta circa un mese fa.

Totale: oltre tre anni trascorsi inutilmente.

Insomma il Comune ha promesso ai cittadini il restauro del dipinto, ne ha sottostimato i costi, ha ottenuto una sponsorizzazione di 30.000 €, ha sottoscritto una convenzione con la Fondazione CRP, non l’ha rispettata, ha affidato progetto ed esecuzione dei lavori, ha ottenuto il progetto, non è stato capace di reperire i fondi per coprire i maggiori costi, non ha rispettato il contratto stipulato con l’impresa appaltatrice, ha rinunciato a 30.000 € ed al restauro del dipinto.

Il tutto rimediando una figuraccia con la Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia che ha anche dovuto faticare per farsi restituire l’anticipo, arrecando un danno alla ditta aggiudicatrice che ha fornito il progetto e non ha potuto eseguire i lavori e illudendo i cittadini. Ma a questo i torittesi sono oramai abituati. (15 dicembre 2011)

IL GOVERNO GRIGIO: TRISTEZZA AL POTERE

Pubblicato il 15 dicembre, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Ieri guardavo il premier Mario Monti parlare al Senato. Noioso. Capisco che ci sia poco da ridere, ma il nostro premier va molto oltre, è l’immagine della tristezza.

Uno lo guarda, lo ascolta, e si deprime. Non è un insulto, ma una banale considerazione. Monti è in buona compagnia: Giacomo Leopardi, sommo poeta, fece l’elogio della noia come «il più sublime dei sentimenti umani». Banchieri e intellettuali hanno evidente almeno un punto in comune: il lusso del pessimismo. Noi comuni mortali non possiamo permettercelo: ci tocca alzarci la mattina e sperare che giri bene. E invece non ci parlano che di pensioni, di tasse, di spread. Si punisce chi fuma, chi vuole avere una bella macchina, chi ha una barca, chi si è comperato una casa e chi ha due risparmi da parte. Dobbiamo diventare tutti perfetti e anche un po’ modesti, come ci vorrebbe anche quel gaglioffo di Di Pietro che in vita, privata e pubblica, ne ha combinate (e ne combina) più di Bertoldo.

Stiamo andando verso uno Stato etico, oltre che di polizia. Un manipolo di ricchi e tristi signori che ci impone con la forza ( delle leggi e dei controlli) di diventare morigerati e più poveri. Dicono: ce lo impone la situazione. Già, ma forse la situazione imponeva alla prima banca italiana (Unicredit) di non dare, solo pochi mesi fa, 40 milioni di liquidazione al suo manager (Profumo), ritenuto inadeguato dagli azionisti. Eppure è successo, e ora paghiamo noi il conto con l’aumento delle sigarette. Smettere di fumare fa bene, è fuori dubbio, ma vorrei vivere in un Paese dove la scelta sia libera e non condizionata o imposta dal governo dei puritani. Per fortuna in serata a distrarci, e a divertirci un po’,ci ha pensato Enrico Mentana con il giallo delle sue dimissioni ma non del tutto. È come passare dalla Corazzata Potemkin a Vacanze di Natale dei fratelli Vanzina. Almeno per lui,l’incasso è assicurato. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 15 dicembre 2011

.…………..Nel mitico e ormai lontanto “68″ si gridava nelle piazze di tutta Europa: la fantasia al potere. E molti la considerarono un’utopia e lo era. Ma non era meglio l’utopia di una irraggiungibile meta piuttosto che il grigiore di una classe dirigente impostaci con la forza senza alcun consenso, nè formale, nè virtuale che governa all’insegna della tristezza? La tristezza è l’anticamenra della disperazione e della depressione: Monti e il suo govenro rischiano di portarci al suicidio non necessariamente materiale ma con le stesse conseguenze. Quando ad un intero popolo si toglie la speranza lo si induce al suicidio. Complimenti al re e imperatore Giorgio 1°: ciò che non riuscì 65 anni fa al suo ispiratore politico, Togliatti, è riuscito a lui. E’ riuscito a togliere al popolo italiano anche la voglia della speranza issando sullo scranno del comando un uomo grigio, in tutti i sensi. g.