UN FORUM TRA I PARTITI E L’ESECUTIVO, di Mario Sechi
Pubblicato il 22 dicembre, 2011 in Politica | Nessun commento »
Breve ripassino delle puntate precedenti. Corriere della Sera, 18 dicembre, il ministro Elsa Fornero parla di riforma del lavoro e articolo 18: «Non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». Viene giù il diluvio. Il Pd va in mille pezzi, Bersani fa il restauratore di mosaici, il governo si accartoccia, il sindacato spara a raffica. Patatrac politico. Passano tre giorni e tre notti. Ansa, 21 dicembre, il ministro Fornero continua a parlare e a Porta a Porta chiosa: «Vogliamo lasciarlo stare questo articolo 18?». Non voglio infierire, è Natale e siamo tutti più buoni. Ma se qualcuno voleva un esempio sul come non si gestisce una partita politica di questa importanza e sul come la comunicazione del governo Monti sia inadeguata, ecco il pasticcio. Era chiaro fin dall’inizio che parlare di riforma dell’articolo 18 avrebbe provocato un terremoto. Era lampante che non ci sarebbe stato margine di manovra con la Cgil. Era sotto gli occhi di tutti che il Pd non avrebbe retto al richiamo della foresta. E mentre si consumava l’ennesimo psicodramma a sinistra, Berlusconi riacquistava l’abito di regista della crisi. Il pranzo con Monti ha certificato che senza il Cav non si va da nessuna parte. Non c’è partita senza i voti del Pdl, ma soprattutto senza il suo leader. È questa la verità della giornata politica, il resto è chiacchiera e baruffa di Palazzo. La transizione si fa con Berlusconi e non contro di lui. Si concorda con il Pdl e non senza. La rotta è sicura solo se c’è un disegno condiviso e non una mappa dove si tracciano i punti e poi si comunica alla ciurma parlamentare che si rema verso un dove sconosciuto. Credo che in questi giorni l’esecutivo abbia capito che con il Parlamento non c’è da scherzare. Un esecutivo d’emergenza, figlio di uno «stato d’eccezione», ha poteri straordinari, ma nello stesso tempo è fragile perché privo della fonte di legittimazione sovrana: il voto del popolo. Proprio per questo a Palazzo Chigi dovrebbero imparare a memoria la lezione: a Montecitorio e Palazzo Madama bisogna andarci con le idee chiare, bisogna presentarsi solo dopo aver mandato avanti gli sherpa per capire com’è il terreno, vedere se il sentiero è spianato o pieno di trappole. Se Giarda va in aula e la Lega comincia a usare i fischietti, siamo non solo nel campo del rumorismo, ma del filibustering e allora il governo deve avere una strategia per combatterlo, aggirarlo e andare avanti. Un governo sostenuto dai partiti ma senza partiti ha bisogno per forza di un «gabinetto di guerra» per affrontare un simile fuoco di sbarramento. È evidente che di questo passo non si va lontano. Servono un forum di consultazione permanente tra Palazzo Chigi e i partiti e un piano di lavoro che tenga conto anche delle Camere. Ribadisco il concetto: bisogna tenere impegnato il Parlamento. Dargli una missione. Berlusconi ha fatto bene a dire che bisogna usare quel che resta della legislatura per avviare le riforme. A questo serve il Parlamento. Se un onorevole vaga senza meta, perde il suo ruolo (di maggioranza e opposizione) e dopo essersi smarrito cerca un giochino nuovo per non morire di noia. Quale? Il ribaltone del governo votato dai ribaltonati consenzienti. Un’altra meraviglia italiana. Mario Sechi, Il Tempo, 22 dicembre 2011
.……….Questo editoriale di Sechi è la fotografia del marasma in cui versa la politica italiana e nella quale l’ha gettata il re Giorgio 1° che ancora ieri concionava sulla bontà dell’operazione militare che ha costretto il Parlamento a darsi un governo non eletto dal popolo e che non ha alcuna forza autonoma per assumere decisioni. Il governo, dice Sechi, deve tener conto del Parlamento, ma questo avviene quando il governo è espressione del Parlamento, non quando, come nel caso del governo Monti, il Parlamento se l’è ritrovato suo malgrado. E specie se questo governo naviga in piena confusione. Lo dimostra la povera ministro Fornero che ieri sera a Porta a Porta è apparsa in tutta la sua assoluta inutilità. Dopo aver dichiarato che l’art. 18 non è un totem, ieri sera da Vespa, tra un sorrisino e l’altro, si è rimangiato tutto, anzi, come una casalinga (con tutto il rispetto per le casalinghe) nel salotto di casa a ciarlare con le amiche, ha detto: ritiro tutto, facciamo finta che non ho detto niente… e subito dopo lasciandosi andare a raccontare il sogno affidato ad un giornalista straniero: se avesse la bacchetta magica, cosa farebbe? E lei, giuliva, ha risposto: darei il lavoro ai giovani. Insomma, manco fossimo nelle soap opere televisive. E questi sarebbero i super tecnici, alias i superuomini (o supere donne) che dovrebbero salvare l’Italia. Andiamo, re Giorgio, questi non riuscirebbero neppure a gonfiare un palloncino, altro che salvare l’Italia. g.




Ore 10, toilette della Camera dei deputati. Entra un parlamentare «influente», riconosce alcuni colleghi in fila ai vespasiani e sbotta: «Vi taglieranno anche quello!». Tutti capiscono la «sottile» ironia. Il dibattito si anima nel giro di un paio di secondi. «Ma non è possibile continuare così – fa un deputato eletto al Nord – Guadagniamo meno dei parlamentari europei. Loro si mettono in tasca almeno 21 o 22 mila euro al mese, noi 12». «Sì, sì – gli fa eco un ex membro del governo Berlusconi – Ti ricordi quando dicevano che guadagnavamo 15 mila euro e poi 17, poi addirittura 19? Finalmente tutti sanno che ne prendiamo 12 mila» (è lo stipendio di un deputato «semplice» che non ha altri incarichi, come vicepresidente d’Aula, segretario, capogruppo, questore. In questi casi il compenso lievita anche fino a 17 mila euro al mese). Passano ancora due minuti e il capannello s’ingrossa. Nei bellissimi bagni di Montecitorio si è aperto un vero e proprio confronto. Anche se tutti la pensano allo stesso modo. Si ferma pure un deputato che è appena uscito dalla barberia e ha i capelli brizzolati e un po’ cotonati. «Ma non esiste! E adesso che ci vogliono tagliare? Fini e Schifani sono impazziti». Ecco la notizia. I parlamentari potrebbero essere costretti a rinunciare a 3.690 euro al mese. Si tratta della voce “Rapporto eletto-elettore”. Soldi con i quali ogni onorevole dovrebbe pagare le spese di eventi politici e quelle di segreteria (il cosiddetto «portaborse»). Fini e Schifani vorrebbero tagliarli. Gli assistenti rimarrebbero ma sarebbero assunti direttamente da Camera e Senato, come succede in tanti Paesi stranieri e al Parlamento europeo. Anche per evitare che i parlamentari paghino i loro segretari male, magari pure in nero, e si tengano i soldi che avanzano. Succede anche questo. Ecco lo spettro che si aggira per Camera e Senato: l’abolizione del “Rapporto eletto-elettore”. Del resto, visto che la legge elettorale ha abolito i collegi, tanto che per essere eletti basta avere una buona posizione nella lista bloccata del proprio partito, a che servono i fondi destinati alle iniziative politiche sul territorio? L’intenzione dei numeri uno delle Assemblee sembra ormai inevitabile. Dopo il mancato taglio delle Province e degli stipendi, contenuto nella prima versione della manovra scritta dal governo Monti, il presidente della Camera e quello del Senato hanno assicurato che prenderanno loro le forbici entro la fine di gennaio. Il collegio dei questori (tre onorevoli a Montecitorio e tre a Palazzo Madama) farà delle proposte, poi toccherà all’ufficio di presidenza decidere. La strada è ancora lunga. Ma il terrore già evidente. «Ma io sono di Parma – si sfoga un altro onorevole che si ferma nell’atrio della toilette – Che faccio, il mio assistente me lo porto a Parma e gli pago casa e ufficio? Ma dai. Non si può fare». «Maledetta antipolitica», gli fa eco un collega. «A questo punto bisogna abbassare lo stipendio anche a tutti i manager pubblici e ai direttori generali. E che paghiamo soltanto noi? Qui le Caste sono tante». Una soluzione ci sarebbe. La propone un deputato piuttosto noto: «Cambiamo le norme e leghiamo la nostra indennità non più a quella del presidente di Corte di Cassazione ma, appunto, a quella dei direttori generali». Significherebbe passare dagli attuali 5 mila euro netti dell’indennità a quasi il doppio. «Ottima idea. Bisogna proporla subito ai questori», dice uno dei parlamentari. Un altro annuisce mentre si lava le mani. «Sì, e Fini e Schifani ci stanno?» avanza dubbioso un deputato. «Vabbè, non saranno d’accordo ma mica decidono loro. C’è l’ufficio di presidenza». Insomma, nella toilette della Camera la quadra si è già trovata: «sistemare» gli assistenti facendoli contrattualizzare dal Parlamento e non dai singoli onorevoli, togliere 3.690 euro al mese ai parlamentari ma, nello stesso tempo, alzare loro l’indennità. Così non ci rimetterebbero niente. Anzi potrebbero anche guadagnarci. In piena logica gattopardesca: cambiare tutto affinché non cambi niente. Alberto Di Majo, Il Tempo, 16 dicembre 2011
