4 NOVEMBRE 2011: GIORNO DELL’UNITA’ NAZIONALE E GIORNATA DELLE FORZE ARMATE

Pubblicato il 4 novembre, 2011 in Cronaca, Storia | Nessun commento »

4 novembre: “Giorno dell’Unità Nazionale” e “Giornata delle Forze Armate”

Le celebrazioni del 4 novembre, “Giorno dell’Unità Nazionale” e “Giornata delle Forze Armate’”, sono iniziate questa mattina alle 09.00, con la cerimonia dell’alzabandiera e la deposizione di una corona di alloro al Sacello del Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Il Capo dello Stato è stato accompagnato, oltre che dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa, dai Presidenti del Senato e della Camera,   dal Presidente della Corte Costituzionale  e dal Capo di Stato Maggiore della Difesa Gen. Biagio Abrate. Alla cerimonia hanno altresì partecipato Autorità politiche, civili, religiose, i Vertici delle Forze Armate e numerosi cittadini.

Successivamente il Presidente della Repubblica, insieme con il Ministro della Difesa, si è recato al Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari.


…………Alle 11 di questa mattina il Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dopo la l’Omaggio all’Altare della Patria, ha fatto il suo ingresso, accompagnato dal Ministro dell Difesa on. Ignazio Larussa, nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari, dove riposano le salme di 70 mila Caduti della 2° Guerra Mondiale, la maggior parte delle quali provenienti dai campi di battaglia del Mediterraneo, delle Isole greche, dell’ex Africa Orientale Italiana. Il Presidente della Repubblica ha deposto una corona d’alloro, raccogliendosi  in silenzio dinanzi ai Caduti, prima che il Ministro della Difesa pronunciasse un breve discorso.

E’  stata la prima volta che un Presidente della Repubblica ha partecipato  al Sacrario di Bari alla solenne cerimonia di omaggio ai Caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Siamo particolarmente grati al Presidente Napolitano per questo suo atto  di grande rispetto per i Caduti che a Bari, sulle sponde dell’Afriatico, riposano  per sempre di fronte al mare che attraversarono, pieni di speranza e forti della loro giovinezza, ignari della sorte e della morte cui andavano incontro,  caduti combattendo a testa alta contro il nemico. Tra tutti, e tutti meritevoli della nostra ammirazione e della nostra gratitutudine, ricordiamo i Caduti della Divisione Acqui, immolatisi a Cefalonia, subito dopo l’8 settembre, testimoniando con il loro Sacrificio che la Patria non era morta e che anzi essa risorgeva nel sangue della loro Fede. Tra i tanti della Divisione Acqui, che riposano lì, nel Sacrario che fu inaugurato nel 1967,   le cui spoglie furono accolte a Bari, nell’ormai lontano 1953, in una atmosfera di straziante commozione,  dal presidente Luigi Einaudi, v’è anche la salma del nostro concittadino Marcello Bonacchi, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Fu sua madre che  fortissimamente volle che la salma dell’Eroe riposasse per sempre insieme a quelle dei suoi soldati, quelli che con l’esempio  aveva incitato a resistere difronte al soverchiante nemico, e degli altri sfortunati commilitoni. L’omaggio del Presidente Napolitano è l’omaggio di tutta la Nazione, di tutto un Popolo, di tutti noi che mai abbiamo rinunciato, neppure per un istante della nostra vita, ad aver fede nella Patria. Grazie, Presidente. g.

P.S. Domenica 6 novembre, con inizio alle ore 10 presso il Comune, avrà luogo la cerimonia commemorativa del 4 Novembre  organizzata dal Comune di Toritto, per conludersi alle ore 11,30 con l’omaggio alla lapide del Milite Ignoto.

IL PRESIDENTE NAPOLITANO DOMANI A BARI AL SACRARIO DEI CADUTI D’OLTREMARE

Pubblicato il 3 novembre, 2011 in Storia | Nessun commento »

Giorgio NapolitanoGiorgio Napolitano

BARI – Sarà una prima volta. Sulla grande spianata di granito davanti al colonnato che guarda il mare, dove nelle canoniche ricorrenze del 25 aprile e del 4 novembre si sono succeduti presidenti del Senato e della Camera, presidenti del consiglio e ministri della Difesa, domani per la prima volta sarà il Presidente della Repubblica a onorare, in occasione della festa delle Forze Armate, gli oltre 70mila soldati italiani che riposano nel Sacrario Militare dei Caduti di Oltremare. Questa piccola e severa città dei morti, immersa nel verde di un giardino curatissimo a Sud della città (in una zona sempre meno periferica, dove presto sorgerà la nuova sede del Consiglio regionale e stanno per trasferirsi gli assessorati) è un’oasi di rispetto e silenzio più frequentata di quanto si potrebbe immaginare. C’è sempre qualcuno in visita: famiglie di caduti, anziani commilitoni, qualche scolaresca, curiosi. Si percorrono gli alti ambulacri che circondano il cortile centrale sovrastato dalla croce, lo sguardo cade sulle scritte che ricordano i diversi teatri di guerra da dove sono rientrate le spoglie dei caduti, sui nomi che identificano i loculi, sugli elenchi interminabili dei quarantamila dei quali dall’Albania, dalla Jugoslavia o dalla Grecia, dal Nordafrica o dall’Africa Orientale, dalla prigionia in Germania o dalle isole dell’Egeo non è tornato neanche il corpo (o non lo si è potuto identificare), sulla lapide trilingue che in italiano, arabo e amharico ricorda gli ascari libici ed etiopici caduti combattendo «per l’Italia».

Il Sacrario
Il Sacrario

E si riflette, e ci si commuove, anche, pensando a quelle vite travolte dalla guerra. È un luogo di raccoglimento, riparato, per forza di cose, dagli inganni della retorica patriottarda, che fa gioco forza capolino per esempio a Redipuglia, il sacrario dei caduti italiani nella Grande Guerra. Perché il Sacrario di Bari è dedicato ai caduti di una guerra perduta e per di più combattuta dalla parte sbagliata, alle vittime della sconfitta di un delirio imperiale ancorché subalterno e velleitario. E gioco forza emerge ancora più netto il valore del sacrificio di una generazione intera, mandata a morire sugli altopiani di Abissinia, nelle sabbie della Libia, nel fango dei Balcani, nel gelo della Russia. Ed è anche, fino nella sua ideazione e anche al di là, forse delle intenzioni dei comandi militari che lo vollero, un singolare monumento antifascista ai caduti della guerra fascista. Che è sorto a Bari perché a Bari, da dove in tanti erano partiti per le avventure balcaniche d’Albania e di Grecia, tornarono in una livida giornata di marzo del 1951, accolte dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi, le salme dei caduti di Cefalonia, i soldati e gli ufficiali dela Divisione Acqui trucidati dai tedeschi dopo una settimana di resistenza sull’isola ionia all’indomani dell’armistizio. Il mesto corteo degli autocarri dell’esercito percorse tra due ali di folla sgomenta il lungomare e poi le strade cittadine fino al cimitero civile dove furono deposte in un monumento provvisorio. Fu allora che si decise di concentrare a Bari in un apposito cimitero militare le spoglie mortali che pietosamente venivano raccolte su tutti i teatri d’Oltremare nei quali avevano operato le forze armate italiane. L’opera fu affidata a Paolo Caccia Dominioni, l’architetto-alpino che già aveva progettato il sacrario di El Alamein e fu inaugurata il 10 dicembre del 1967. Nei primi anni erano davvero tanti i visitatori: in fondo la stragrande maggioranza di coloro che sono sepolti a Bari è morta a vent’anni o poco più, ed erano tanti i genitori, i fratelli, le mogli e i commilitoni sopravvissuti ai loro cari.

Oggi, quarantacinque anni dopo, il flusso si è ridotto, ma mai interrotto. Poi ci sono le cerimonie ufficiali, sempre onorate dalle massime autorità dello Stato, e la particolarità barese che voleva in prima fila ogni 25 aprile e ogni 4 novembre la bandiera e il medagliere dell’Associazione partigiani, perché lì ci sono i morti di Cefalonia, ovvero cinquemila morti che negano in radice i ragionamenti specularmente opposti e faziosi tesi a negare il carattere nazionale della Resistenza. Non è dunque un caso che Giorgio Napolitano abbia inserito questa “prima volta” di una giornata delle Forze Armate con il Presidente della Repubblica a Bari, in un viaggio in Puglia dalla fortissima caratterizzazione antifascista: domani, dopo la cerimonia in via Gentile, la tappa in piazza Umberto per onorare il monumento ai Caduti del 28 luglio 1943, poi, l’indomani, la visita al carcere di Turi e alle celle di Gramsci e Pertini e la partecipazione alla commemorazione di Giuseppe Di Vagno a Conversano, nel 90° anniversario del suo assassinio. Perché il sacrificio di quei 70mila ha un senso solo nell’Italia libera che tante radici ha nella nostra Puglia. Luigi Quaranta,Il Corriere del Mezzogiorno, 3 novembre 2011


IL CAPPIO DELL’AUSTERITA’, di Mario Sechi

Pubblicato il 3 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

La forca eretta dai manifestanti davanti al Parlamento greco durante lo sciopero generale di giugno scorso Visto il desolante nulla di fatto del consiglio dei ministri e in attesa di capire se la storia di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi è al «the end» o meno, sul mio taccuino resta una sola vera notizia alla voce «indice manifatturiero». Ieri Markit ha diffuso i dati di ottobre e c’è da chiedersi che cos’altro debba accadere per varare dei provvedimenti per la crescita.
Tira un’ariaccia: nell’Eurozona l’indice è 47,1 punti, registra il terzo calo consecutivo e per la prima volta dal settembre del 2009 anche la Germania scivola sotto la soglia critica dei 50 punti. E in Italia? L’indice è il più basso degli ultimi 28 mesi, segna 43.3 punti. Ma quel che allarma è il brusco crollo rispetto alle previsioni che vedevano il livello di caduta a 47.1. Quattro punti sotto le stime. Dietro di noi c’è la Grecia con un eloquente 40.5. Il solo bagliore positivo è dell’Irlanda che per la prima volta dal maggio scorso supera il tetto dei 50 punti, unico paese in espansione. Non occorre una cattedra in economia per comprendere che l’Europa ha bisogno di una cura diversa da quella finora proposta dalla Bce e dalla governance di Bruxelles. L’austerità a tutti i costi ha già certificato la sua inefficacia. É il cappio al collo dell’economia. Speriamo che oggi al vertice del G20 a Cannes il presidente della Bce Mario Draghi tenga conto di questi numeri. Nei suoi discorsi da governatore di Bankitalia ha sempre ricordato che la crescita deve essere stimolata, vedremo se sarà capace di cambiare i dogmi di Eurotower.

Gli stessi numeri dovrebbe tenerli a mente anche il governo, ma da mesi la voce «crescita» è stata cancellata dal vocabolario tremontista e a Palazzo Chigi si è lasciata scorrere la sabbia nella clessidra. Così siamo arrivati all’oggi. Male e tardi. In momenti come questo una nazione tira fuori le energie positive, lascia da parte la logica di fazione e cerca di superare l’ostacolo. Poi si regolano i conti politici, si chiedono le dimissioni e si vota la sfiducia. Si sono scritti tanti decreti inutili, ma proprio quello necessario e urgente più di tutti lo si è evitato. É uno sberleffo suicida ai mercati, un cinico escamotage che serve a schierare meglio il plotone d’esecuzione per Berlusconi. Buona fortuna.  Mario Sechi, Il Tempo, 3 novembre 2011

BERLUSCONI: VELOCITA’ E RIGORE

Pubblicato il 2 novembre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il premier Silvio Berlusconi Berlusconi accelera. La nuova tempesta che si abbatte sui mercati finanziari costringe il governo a stringere i tempi di messa a punto dei provvedimenti anti-crisi. L’idea è quella di inserire diverse misure nella legge di stabilità già in discussione i Senato, forse con un maxiemendamento o più emendamenti al provvedimento. Il Cav è a Milano, al lavoro. Segue l’evoluzione dei titoli e delle piazze europee tenendosi in stretto contatto con Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È l’ennesimo martedì nero. Rassicurare investitori e partner internazionali sull’intenzione dell’Italia a rispettare gli impegni presi diventa prioritario. La Borsa che crolla e lo spread che vola sono segnali inequivocabili. La delicatezza del momento è scandita dalle comunicazioni del governo. Intanto «non vi è dubbio – si sottolinea a Palazzo Chigi – che sull’andamento negativo degli scambi influisca pesantemente la decisione greca di indire un referendum sul piano di salvataggio predisposto dall’Unione europea. Si tratta di una scelta inattesa che innesca incertezze dopo il recente Consiglio europeo e alla vigilia dell’importante incontro del G20 di Cannes». Il premier, comunque, lavora per garantire l’operatività delle misure dell’agenda europea concordate con Bruxelles. «Le scelte del governo – assicura Palazzo Chigi – saranno applicate con la determinazione, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione». A metà giornata, però, la «situazione» si fa sempre più pesante. Piazza Affari continua a precipitare e il differenziale fra Btp e Bund tedesco resta alle stelle. Il Cav decide di anticipare il suo rientro a Roma e si precipita a Palazzo Chigi. La Grecia mette in pericolo tutti, in Europa. Così, appena arrivato, il Cav telefona ad Angela Merkel, per condividere con lei un’analisi «della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell’annuncio greco di indire il referendum» e «confermare» al Cancelliere tedesco «la ferma determinazione del governo italiano di introdurre in tempi rapidi le misure definite con l’Agenda europea». I contatti sono febbrili anche con il Quirinale. Berlusconi «aggiorna» Giorgio Napolitano sulla telefonata con la Merkel e soprattutto, «sulle misure che il governo intende adottare in tempi rapidi». La nota del Colle arriva a stretto giro di posta. Il Capo dello Stato evidenzia la drammatricità della crisi e spiega che «dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci». La nota del Quirinale viene letta con misto di sollievo e allarme a palazzo Chigi. Perché se è vero che il Quirinale da un lato assicura un atteggiamento responsabile da parte delle opposizioni (ciò che da giorni chiede il Cavaliere), dall’altro lancia un monito al governo sottolineando che il Colle non può esimersi dal verificare le condizioni per una «nuova prospettiva di larga condivisione» delle riforme attese. Una postilla che alle orecchie del Cavaliere suona più o meno così: se non varate le misure, cercherò una maggioranza alternativa. Ma è un’opzione che Berlusconi non ritiene praticabile, convinto che alternative all’attuale coalizione non ve ne siano. L’ultimatum del Colle però allarma il Cav tanto quanto i segnali dei mercati. E non perde tempo. Convoca i ministri economici a palazzo Chigi. Sono previsti anche Bossi e Calderoli, ma il Senatùr non verrà: perché impossibilitato, secondo la versione ufficiosa. Per marcare le distanze, secondo i maligni. Sia come sia, il premier non ha scelta: per accelerare il governo decide di inserire parte delle misure concordate con l’Europa nella legge di stabilità, anticipando magari il taglio di tutte le agevolazioni fiscali per fare cassa. Un nuovo vertice è previsto per oggi. L’obiettivo è mettere nero su bianco le misure. Allo studio anche un decreto legge con i provvedimenti più urgenti che, se i tempi lo consentiranno, potrebbero essere varate in un Consiglio dei ministri prima del G20 di giovedì.Il Tempo, 2 novembre 2011

…….Mentre il governo accelera sulla quanto mai difficile situazione economica, l’opposizione fa come i corvi: vola sul corpo agonizzante del Paese in attesa che tiri le cuoia.  Non per fare un torto ai corvi ma per il bene del Paese e degli italiani ci auguriamo che il governo sia davvero veloce e rigoroso e tiri fuori il Paese e gli italiani da questo momento critico e pericoloso. E i corvi prenderanno altre strade. g


IL MILITE IGNOTO E LA FOLLA, QUEL TRENO COME NEL 1921

Pubblicato il 1 novembre, 2011 in Costume, Storia | Nessun commento »

90 anni fa, un treno speciale, trasportò da Aquileia a Roma, la salma del Milite Ignoto, scelta tra altre undici dalla mamma di un Caduto ignoto nella Basilica di Aquileia, per essere tumulata nell’Altare della Patria, a Roma, a rappresentare i 650 mila Caduti della Grande Guerra, e più in generale tutti i Caduti per la Patria. In occasione dei 150 dell’Unità Nazionale, un treno della memoria sta ripercorendo il tragitto di 90 anni fa, salutato ovunque dai tanti che si affollano lungo il pecorso, proprio come 90 addietro. Questo articolo di Aldo Cazzullo, pubblicato oggi sul Corriere della sera, ne fa una cronaca commovente ed emozionante.

Da Aquileia a Roma, si ripete il rito collettivo

Il treno con a bordo la mostra itinerante (eIDON)
Il treno con a bordo la mostra itinerante (eIDON)

«Domani partirò per chissà dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto sia andato a morire sui campi di battaglia. Addio, mia madre amata…».

La folla che da tre giorni accorre nelle stazioni del Friuli e del Veneto - in migliaia alla partenza da Cervignano, binari bloccati a Conegliano dove il treno è stato costretto a una sosta non prevista, altri capannelli commossi a Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Bologna – forse non ha mai letto la lettera di Antonio Bergamas alla madre Maria, la donna incaricata novant’anni fa di indicare il Milite Ignoto che riposa all’Altare della patria a Roma. Eppure in tantissimi, molti più delle previsioni, hanno sentito di dover salutare il passaggio del «treno della memoria», che rievoca il viaggio compiuto nel 1921, in questi stessi giorni, dalla tradotta con la bara del soldato che rappresentava tutti i 650 mila caduti italiani. Antonio Bergamas era uno dei duemila volontari partiti da Trento e Trieste: sudditi austriaci, che l’imperatore mandava a combattere in Galizia, contro i russi, o in Serbia. Ma in duemila disertarono, e andarono a combattere con gli italiani, contro gli austriaci, andando verso morte quasi certa: se anche sopravvivevano agli assalti, non venivano fatti prigionieri ma impiccati, come Cesare Battisti.

La mostra dentro il treno della memoria (Eido
La mostra dentro il treno della memoria (Eido

Il figlio di Maria Bergamas cadde sul Carso, nel 1915. Sette anni dopo, la donna fu portata nel Duomo di Aquileia, davanti a undici bare di ragazzi sconosciuti, come suo figlio. Lei si tolse lo scialle nero, e lo posò sulla seconda bara. A quel punto il cerimoniale tentò di farla uscire. Ma lei volle salutare anche gli altri caduti, come per chiedere scusa di non aver scelto loro. Arrivata davanti all’ultima bara, si accasciò per l’emozione. Poi si riprese, visse ancora una vita lunga, morì nel ‘54, e ora riposa nel cimitero di guerra di Aquileia, accanto agli altri dieci militi ignoti.

Il feretro del prescelto partì per Roma in treno. Fu un rito collettivo, un funerale di massa. L’identificazione del Milite Ignoto con i propri cari fu tale che una madre pretendeva di far aprire la cassa, certa di trovarvi i resti del figlio. Tra Aquileia e Roma, il treno si fermò in 120 città e paesi, dove sindaci e cittadini riempirono il convoglio con oltre 1.500 corone, sotto lo sguardo di folle inginocchiate. A Roma il treno arrivò il 2 novembre. Alla stazione Termini lo attendevano il re con la famiglia e i 335 vessilli dei reggimenti schierati nella Grande Guerra. La bara fu portata su un affusto di cannone nella basilica di Santa Maria degli Angeli, dove vennero celebrate le esequie. Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della vittoria, alle 10 e mezza del mattino, il Milite Ignoto fu deposto in un loculo sotto la statua della Dea Roma. Vittorio Emanuele III lasciò una medaglia d’oro. Poi gli argani lasciarono cadere la lastra di marmo.

Anche stavolta il «treno della memoria» arriverà a Roma il 2 novembre, accolto dal capo dello Stato, dopo la sosta a Firenze. È composto da tre vagoni che ospitano una mostra, più un quarto allestito come sala di proiezione di filmati e una riproduzione del vagone che portò la bara, con un affusto di cannone d’epoca, il braciere e la teca con la bandiera originali. Non esattamente un’attrattiva per i curiosi. Piuttosto, un simbolo. Che ha avuto un’accoglienza commossa e sorprendente; a cominciare dal Nord-Est, dove la Lega è il primo partito e alla partenza non ha mandato nessun rappresentante, senza che l’ennesima inutile polemica turbasse l’atmosfera di raccoglimento e di rispetto.

Anche questo è un segno del successo dei 150 anni dell’unificazione; tanto più significativo in quanto la memoria diretta della Grande Guerra si è spenta, gli ultimi fanti se ne sono andati uno dopo l’altro negli anni scorsi, e la memoria dei sacrifici e dei patimenti può vivere solo nei segni, nei racconti, nelle carte. Come la lettera che Antonio Bergamas scrisse alla madre, per spiegarle la sua scelta di andare a morire dalla parte degli italiani: «Perdonami dell’immenso dolore ch’io ti reco e di quello ch’io reco al padre mio e a mia sorella, ma, credilo, mi riesce le mille volte più dolce il morire in faccia al mio paese natale, al mare nostro, per la Patria mia naturale, che il morire laggiù nei campi ghiacciati della Galizia o in quelli sassosi della Serbia, per una Patria che non era la mia e che io odiavo. Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio. Se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra, davanti al nostro Carso selvaggio».  Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 1° novembre 2011

CONTRO LA FESTA PAGANA DI HALLOWEEN, CHIESE APERTE

Pubblicato il 31 ottobre, 2011 in Costume | Nessun commento »

Sembra ieri, ma è già passato un anno: purtroppo, torna la festa più idiota del calendario, questa nostra Halloween alle vongole che scimmiottiamo con sempre maggiore passione dalla tradizione americana. Prepariamoci: anche questa notte saremo circondati da un sacco di brava gente euforica e svalvolata, tendenzialmente ad altissima gradazione alcolica, senza chiedersi perché, senza alzare la testa, senza mai uscire dal branco.
Feste a tema, cene a tema, addobbi a tema, regali a tema: come un natale blasfemo, la ricorrenza pagana rende omaggio alle tenebre e alla morte, spacciandosi come vigilia di Ognissanti, ma sconfinando in molti casi direttamente nel rito satanico. Però alle nostre giovani mamme questo non interessa: come negare pure ai piccoli la festa che ormai tutti festeggiano? Carnevale è solo una volta all’anno, diamine: vogliamo almeno lasciare che i nostri bambini si divertano anche a fine ottobre, con i travestimenti macabri, i cappelli da strega e le zucche spettrali? Parentesi: la Consulta nazionale dell’agricoltura comunica che in questo ponte, per l’americanata de noantri, si consumerà un milione di zucche, quasi tutte sprecate sui davanzali. Che ci fa, a noi, la fame nel mondo?
Se non altro, quest’anno c’è una bella novità: in mezzo al marasma appecoronato, c’è qualcuno che prova a ribellarsi. Appuntamento a Venezia, già città d’arte, ma ormai a pieno titolo sede mondiale di tutti gli eccessi, di tutte le trasgressioni e purtroppo anche di tutti gli svacchi. Ovviamente anche stavolta sarà caos, però con l’eccezione: all’Halloween dello sballo, modaiola ed etilica, omaggio al vuoto e alla morte, si oppone un’altra soluzione. Contro la notte degli spiriti, la notte dello spirito. È l’idea piuttosto coraggiosa, perché c’è anche il serio rischio di finire a bagno nei canali, dell’Associazione Nuovi Orizzonti. I suoi missionari, preti e laici che lavorano da anni in varie zone d’Italia per evangelizzare da capo questo Paese confuso, si piazzeranno al centro della Laguna e proveranno a parlare d’altro: per esempio, di come tanti tra loro siano usciti dal buio di droghe e alcol guardando verso la semplice luce del messaggio, restituendo un senso all’esistenza. Niente di triste e di noioso, non è il caso: ci si vedrà per strada, all’angolo, dove capita. Sono previsti musiche e spettacolo del «Joymix Team», ma lì a fianco la chiesa di San Giovanni Elemosinario resterà aperta fino all’alba per chi volesse concedersi anche un quarto d’ora di confronto, di riflessione, fosse pure di preghiera.
Cambio di programma in Laguna: c’è vita e vita, nella notte di Halloween. C’è la solita vita notturna, spericolata e tossica, della festa a qualsiasi costo e a qualsiasi occasione. Ma stavolta c’è anche la vita ritrovata, che non si può sbattere via, che va gustata a cervello acceso e animo libero, magari chiudendo la nottata con quattro chiacchiere vere, guardandosi negli occhi, prima di tornare a casa.
Spiega don Giacomo Pavanello, un giovane prete non ancora trentenne che fa da coordinatore all’iniziativa: «In questa notte, Venezia ne vedrà di tutti i colori. Chi consapevolmente e chi senza porsi troppe domande, tutti cercheranno di esorcizzare la morte cercando il divertimento sfrenato. Noi proponiamo il divertimento dell’anima. Questa resta una festa pagana, è bene la gente lo sappia. Nel tempo, l’Occidente ha saputo farne anche un grande business mondiale. Ma non tutti hanno voglia di adeguarsi: può essere l’occasione per ribellarsi. È la notte dei santi, non è la notte di satana».
Sembra utile far notare al saggio sacerdote che potrebbe risultare anche rischioso, andare contromano in una notte del genere. Sorriso ghandiano, don Giacomo non si nasconde la realtà: «Siamo qui da qualche giorno. Ci siamo imbattuti varie volte in giovani diciamo allegri. Sono in branco, il che li fa sentire ancora più forti. Ci bestemmiano in faccia, si mostrano aggressivi. Sì, il rischio che la nostra Halloween diventi difficile esiste. Ma noi siamo qui per correre un altro rischio: qualcuno, fosse uno solo, può anche decidere di cambiare vita, ritrovandola proprio nella notte della morte».
In una notte così, nella notte più cretina dell’anno, bisogna solo tifare per l’altra Halloween: quella di don Giacomo e dei suoi temerari. Anch’essi vogliono accendere zucche vuote, ma non è uno scherzetto. Cristiano Gatti, 31 ottobre 2011

IL PM INGROIA CONFESSA: “SONO UN PM PARTIGIANO”

Pubblicato il 31 ottobre, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Ci sono voluti diciott’anni, ma alla fine lo hanno ammesso: nei confronti di Silvio Berlusconi e della politica non tutta la magistratura è imparziale. A dirlo è uno dei procuratori simbolo della sinistra, Antonio Ingroia, leader dell’antimafia siciliana, l’accusatore, tanto per intenderci, di Marcello Dell’Utri. Citiamo testualmente: «Un magistrato deve essere imparziale ma sa da che parte stare. Io confesso di non sentirmi del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano». Parole terribili, per di più pronunciate in una assise politica, il congresso del Partito comunista di Diliberto. L’outing di Ingroia permette finalmente di rileggere, e riscrivere, la recente storia dei rapporti tra politica e giustizia: pm di parte hanno tentato di abbattere Silvio Berlusconi e la sua maggioranza perché si sono auto investiti di una missione con radici divine che travalica i loro compiti, cioè decidere chi e come ci deve governare al di là delle leggi e del responso elettorale. Partigiani di sinistra che si sono scagliati contro il centrodestra per liberare il Paese da un nemico di classe.

Ingroia andrebbe allontanato dalla magistratura, da subito. L’ammissione rende incredibile ogni suo atto futuro, qualsiasi cittadino elettore del centrodestra che capitasse in una sua inchiesta potrebbe e dovrebbe ricusarlo per dichiarata imparzialità. Ma tutto il suo lavoro passato andrebbe rivisto alla luce di questa ammissione, a partire dall’accanimento che ha portato alla condanna a sette anni in secondo grado di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Per non parlare dei pentiti da lui scagliati contro Berlusconi con effetti giudiziari nulli ma mediaticamente devastanti.

Ingroia è dunque stato un magistrato che si rifiuta di essere «esecutore materiale di leggi ingiuste», come ha detto ieri. Chi decide se una legge è giusta? Lui? E perché non io. Oggi è legittimo chiedersi quanti sono stati e sono i magistrati nelle condizioni di Ingroia. Quante sono state le inchieste politiche, quante le sentenze viziate da una visione privatistica della giustizia? E con che coperture nella filiera che detta la legge? Altre domande. Il Consiglio superiore della magistratura era al corrente dell’esistenza di una P2 al proprio interno? Qualcuno può escludere che anche la Corte Costituzionale sia affetta dallo stesso virus? Che cosa ne pensa e che cosa intende fare il Capo dello Stato di fronte a una simile ammissione? Per ora c’è soltanto una risposta certa: ci sono arbitri che fanno anche i giocatori. E Gianfranco Fini non è più l’unico. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 31 ottobre 2011

…………..Ci manca poco che Ingroia si autoproclami “Dio” e il colmo sarebbe raggiunto.

EURO, LA “STRANA MONETA” CHE NON COSTRUISCE L’EUROPA

Pubblicato il 30 ottobre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Euro Il presidente del Consiglio ha una caratteristica tutta sua. Riesce spesso a dire cose giuste nei tempi e nei modi sbagliati. È il suo limite ma anche la sua forza dal momento che le sue uscite “politicamente poco corrette” si rivelano quasi sempre in sintonia con la “pancia” della maggior parte (o, comunque, di una parte molto consistente) degli italiani. Sono voci “dal sen fuggite” che, piaccia o non piaccia, molti cittadini comuni sottoscriverebbero, magari non a voce alta ma con un borbottio di fondo.
Il passaggio che Berlusconi ha dedicato all’euro nei giorni scorsi – un passaggio che ha suscitato, al solito, reazioni scandalizzate e provocato la necessità di una precisazione subito polemicamente riportata al rango di una smentita – rientra proprio in questa categoria. Ad analizzarlo, nel dettaglio, quel passaggio non ha nulla di sconvolgente. Quando, infatti, il Cavaliere ha affermato che «l’euro è una moneta strana» e che è, di per sé, più attaccabile di altre dalla speculazione internazionale «non disponendo né di un governo unitario né di una banca di riferimento» non ha fatto altro che fotografare uno stato di fatto.
L’euro ha, ormai, qualche anno sul groppone, tanto che c’è almeno una generazione di italiani la quale non ha neppure conosciuto la lira. Esso, come ben si ricorderà, debuttò sui mercati finanziari nel 1999, ma la sua circolazione monetaria ebbe inizio solo il 1° gennaio 2002. La cosiddetta Eurozona o Eurolandia non coincide con l’Unione Europea perché, a tutt’oggi, dieci dei ventisette Stati membri non hanno adottato l’euro come valuta ufficiale e, anzi, vi è anche chi, Danimarca e Gran Bretagna, gode di una deroga all’obbligo formale di aderire alla moneta comune. Inoltre vi sono altre realtà statuali che, pur non appartenenti all’Ue, hanno adottato l’euro unilateralmente o in virtù di accordi internazionali.
Questa situazione, a ben riflettere, legittima – almeno in certa misura e naturalmente in una accezione più politica che economica – l’espressione berlusconiana secondo la quale l’euro sarebbe «una moneta strana che non ha convinto». Tale moneta, infatti, non si è rivelata un fattore di “costruzione identitaria” dell’Europa, come invece è accaduto e accade per le monete nazionali. Mi spiego. Chi usa la sterlina o il dollaro si sente, automaticamente, inglese o americano. Chi utilizzava la lira o la peseta o il franco francese si sentiva, ipso facto, italiano o spagnolo o francese. Chi, oggi, adopera l’euro non si riconosce, subito, come europeo, ma al più come appartenente a una zona dove circola quella data moneta.
In altre parole, l’euro viene percepito soltanto come uno strumento utile per le transazioni economiche e finanziarie: quella “stranezza” dell’euro come moneta, denunciata da Berlusconi, sta tutta qui, nella mancanza di un “governo unitario” e di una “banca di riferimento” e quindi nella incapacità di essere o diventare un elemento capace di definire una “identità europea” o, se si preferisce, in grado di avviare un processo (potremmo dire parafrasando una celebre espressione del grande storico americano George L. Mosse) di «europeizzazione delle masse».
Il deficit di “capacità identitaria” della moneta unica europea è testimoniato, nel caso italiano (ma, ritengo, che lo stesso discorso valga più o meno per molti paesi dell’Eurozona), dalla convinzione – largamente diffusa e immediatamente percettibile a ogni livello – che l’introduzione dell’euro sia stata pagata un prezzo molto caro, troppo caro, quanto meno in termini di inflazione. Si ha un bel discettare di “inflazione percepita” e di “inflazione reale”.
Rimane il fatto che il potere d’acquisto di uno stipendio normale si è addirittura dimezzato rispetto al periodo precedente, quando circolava la moneta nazionale. I sacerdoti della sacralità dell’euro possono dire quel che vogliono e possono argomentare come credono le loro tesi, ma è sufficiente scendere in strada e rivolgersi all’uomo qualunque, al cittadino comune che deve fare i conti con il proprio bilancio, per avere la conferma della convinzione, giusta o sbagliata che sia, dell’esistenza di una oggettiva “responsabilità” dell’introduzione dell’euro nelle difficoltà economiche che si trova a dover affrontare. Non solo. Si ha la percezione che i vantaggi ottenuti dall’aver preso in corsa il treno della moneta unica non siano stati pari alle attese in termini, per esempio, di armonizzazione delle politiche fiscali o di liberalizzazione dei movimenti di capitale e via dicendo. Insomma, per farla breve, non si è concretizzata una “passione dell’euro” come altra faccia di quella “passione dell’Europa” della quale l’Italia ha dato sempre prova. Si è sviluppata, al contrario, una “psicosi dell’euro” fondata sul timore che la “stabilità monetaria” possa venire messa in forse dalla oggettiva disparità delle economie nazionali e dalla prospettiva di un fallimento della moneta unica o dalla sua sostituzione con un euro forte e un euro debole. O, ancora, dal pericolo del risorgere di forti pulsioni di nazionalismo economico e di velleità egemoniche da parte della Germania e della Francia.
La fiducia è la vera molla dell’economia e, al tempo stesso, è la garanzia della stabilità di un sistema economico. Quando entrano in gioco fattori che incrinano la fiducia nella moneta, il sistema entra in fibrillazione e si apre a scenari che potrebbero rivelarsi pericolosi. Quando Berlusconi ha parlato di un «attacco della speculazione» in qualche modo collegato al fatto che l’euro rappresenterebbe un “fenomeno mai visto” non ha detto nulla di strano o di eretico. Ha fotografato una situazione. La precisazione che egli ha dovuto fare – dopo la lettura distorta, maliziosa, polemica delle sue parole da parte delle sinistre di ogni sfumatura – ha chiarito, in maniera inequivocabile, il suo pensiero.
Berlusconi ha spiegato che l’attacco speculativo all’euro è dovuto al fatto che questa è «l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». Ed ha aggiunto che «l’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera» e che, proprio per la sua difesa, «l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Che le sue dichiarazioni sull’euro potessero essere fraintese, e presentate come un attacco alla moneta unica o addirittura alla stessa costruzione europea, era una eventualità da mettere nel conto in una situazione nella quale le sinistre di ogni sfumatura fanno a gara per leggere in controluce (in controluce negativa) ogni dichiarazione e ogni atto politico del Cavaliere. Da questo punto di vista sono stati, forse, sbagliati tempo e modo delle riflessioni berlusconiane sull’euro. Ma non la sostanza. Perché le questioni sollevate da Berlusconi non sono peregrine. Se si parte dall’idea che la moneta comune europea debba essere un “bene” destinato, per un verso, a migliorare il funzionamento del mercato comune e, per un altro verso, a rafforzare lo “spirito europeo”, cioè l’orgoglio e l’identità dell’essere europei, allora è bene che si apra, davvero, una riflessione approfondita, anche in termini storici oltre che di prospettiva futura, sulla natura e sulle caratteristiche di Eurolandia e del suo rapporto con l’Europa.

Eurolandia ed Europa sono due realtà diverse, tanto che, qualche tempo fa, un finissimo diplomatico, Alberto Indelicato, poté intitolare «Eurolandia contro l’Europa» un suo gustoso pamphlet. È bene non dimenticarlo, perché l’Eurolandia potrebbe anche andare in frantumi, Ma l’Europa, no. Francesco Perfetti, Il Tempo, 30 ottobre 2011

LA “CASTA” DELLA POLITICA GRAVA SULLE FAMIGLIE ITALIANE 350 EURO L’ANNO

Pubblicato il 29 ottobre, 2011 in Il territorio | Nessun commento »

Camera dei deputati

Quanto ci costa la politica? Domanda retorica ma che ora ha una risposta, grazie a uno studio realizzato dalla Confcommercio.

Alle famiglie italiane, rivela l’organismo, la politica costa 350 euro all’anno. Un piccolo gruzzolo, che moltiplicato per le famiglie italiane, fa qualcosa come 9 miliardi e 350 euro, 150 a persona. Basterebbe tagliare di un terzo questo comparto, spiega Confcommercio, per ottenere alcuni vantaggi, come quello di abbassare di 0,8 punti percentuali l’aliquota Irpef.

Lo studio non si limita peraltro a segnalare l’opportunità di una riduzione delle spese per la politica, ma segnala anche dove si potrebbe intervenire con più facilità. “Si potrebbe partire dai costi della rappresentanza politica“, e quindi dai soldi che ogni cittadino spende per eleggere i suo rappresentanti e far funzionare gli organismi legislativi, sia nazionali che decentrati. Eliminare poi di poco più di un terzo il numero dei parlamentari si riuscirebbe ad avere un risparmio quantificabile in 3,3 miliardi l’anno. Una cifra che, da sola, permetterebbe appunto di ridurre di 8 decimi di punto l’aliquota Irpef per oltre 30 milioni di contribuenti o, altra ipotesi formulata da Confcommercio, di destinare 2.900 euro all’anno alle famiglie in condizione di povertà assoluta. 29 NOVEMBRE 2011

UNA LETTERA DEL PREMIER BERLUSCONI AL “FOGLIO”

Pubblicato il 29 ottobre, 2011 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il Foglio di Giuliano Ferrara pubblica oggi in prima pagina una lettera di Silvio Berlusconi che dice la sua sui i “licenziamenti facili” su cui  si sta sviluppando una accesa polemica con minacce di sciopero da parte dei sindacati. Ecco il testo della lettera di Berlusconi.
Gentile direttore, bisogna stare attenti alle parole, come sapete voi del Foglio.

“Austerità” non fa parte del mio vocabolario. Responsabilità sì, autonomia sì, libertà sì, ma austerità no. La polemica sui “licenziamenti facili” è figlia di una cultura ottocentesca che ignora i cambiamenti del mercato mondiale ed è oltraggiosa per l’intelligenza degli italiani: già ora nelle aziende con meno di 15 dipendenti, dove lavora circa la metà degli occupati, non vige la giusta causa.

E se ora il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione. Di fronte al compimento di una fase critica e turbolenta, e dopo che in Europa il nostro e altri governi hanno chiesto e ottenuto impegni finanziari a difesa dell’euro, dando assicurazioni sulle riforme e un calendario impegnativo per la loro realizzazione, si va purtroppo dipanando una campagna fatta di ipocrisie e falsità, che tende a rovesciare come un guanto il senso delle cose.

Ci siamo impegnati per la crescita, per lo sviluppo, per più efficaci regole di concorrenza, di competitività, di mobilità sociale, non per deprimere l’economia e rilanciare la lotta di classe, che come ho detto in Parlamento è finita da un pezzo. La rete di protezione sociale, in specie sul tema del lavoro, è tutto sommato abbastanza solida in Italia, e nessuno vuole sfilacciarla. Il problema è di ridurre le cattive abitudini, scongiurare un’estensione abnorme del lavoro precario, offrire un futuro qualificato ai giovani e alle donne rimuovendo solo e soltanto le rigidità improprie che impediscono l’allargamento della base occupazionale e produttiva, per avvicinarci agli obiettivi del Trattato di Lisbona sulla partecipazione al mercato del lavoro, purtroppo ancora lontani.

Gli imprenditori del XXI secolo non sono i padroni delle ferriere dell’Ottocento, non si svegliano al mattino con l’impulso di liberarsi di manodopera per gonfiare profitti. E i lavoratori sono titolari di forza contrattuale e di diritti, non schiavi sociali. Non dobbiamo sottometterci alla caricatura di noi stessi. Il lavoro è cambiato. Sono cambiati i bisogni e le aspettative sociali. Il lavoro socialmente tutelato ha le sue ragioni, ma gli investimenti in ricerca e in sviluppo, il rischio d’impresa e il ruolo delle politiche pubbliche si misurano con la capacità di competere produttivamente in una dimensione infinitamente più grande e varia che nel passato, di rendere il lavoro un’utilità sociale di cui andare orgogliosi, una scala da salire per vedere meglio l’orizzonte, non un buco in cui ripararsi.

Sono cose che anche la migliore cultura riformista di una grande filiera di tecnici del diritto del lavoro, al di là delle diverse appartenenze, ha sempre coerentemente sostenuto.
Siamo tutti chiamati a un grande senso di responsabilità nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Mi affido al senso della realtà dei sindacati, a una resipiscenza di senso comune nelle opposizioni, e soprattutto all’intelligenza paziente, tendenzialmente infinita, del nostro popolo. Abbiamo un orizzonte stretto e ravvicinato per varare alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dello sviluppo, capaci di rimettere in moto la produzione di ricchezza nel manifatturiero e nei servizi, in particolare capace di restituire orgoglio e fiducia al Mezzogiorno italiano, e diciotto mesi di serio e responsabile lavoro prima del compimento della legislatura.

Avvilire il tutto in manovre di concertazione corporativa, in giochi di palazzo e di vecchia politica, non è la soluzione auspicata dalla maggioranza degli italiani.
Possiamo e dobbiamo fare di meglio. Siamo europei e liberi cittadini di un’Unione cha ha battuto un colpo sonoro nell’ultimo vertice di Bruxelles, l’Italia ha dei vincoli ma anche dei vantaggi da sfruttare. Rimettere in moto la macchina demagogica del catastrofismo e del pessimismo può essere l’istinto politicista di pochi, ma non deve essere la pratica dei molti, nella maggioranza e perfino nell’opposizione, che si rendono conto della necessità di crescere. Stimolata a dovere, in un nuovo clima di cooperazione che non ha alternative, l’economia italiana, che dipende dal funzionamento del sistema politico e dal comportamento della società civile, può vincere anche questa sfida. Io ci scommetto fiducioso. Altro che austerità. Cordiali saluti, Silvio Berlusconi, 29 OTTOBRE 2011