GHEDDAFI E SARKOZY RESISTONO NEI LORO BUNKER, L’ITALIA PROVA A FAR POLITICA

Pubblicato il 24 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

La Francia tiene il comando politico della missione lontano dalla Nato e prosegue la guerra privata su Tripoli

In mancanza di un accordo fra i partner della Nato sul comando delle operazioni in Libia, la Francia ha annunciato ieri che la “cabina di regia politica” delle operazioni si riunirà a Londra martedì, così da relegare l’Alleanza atlantica a un ruolo tecnico-militare. “Abbiamo preso l’iniziativa di invitare un gruppo di contatto composto dai paesi che partecipano all’operazione, più l’Unione africana, la Lega araba, e tutti i paesi europei che vorranno essere associati”, ha detto il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé. “Il pilotaggio politico dell’operazione non è della Nato, ma di questo gruppo di contatto”, ha precisato Juppé, mentre al quartier generale dell’Alleanza erano ancora in corso i negoziati. La Nato, secondo Juppé, avrà un ruolo minimo: sarà lo “strumento di pianificazione e di condotta” per la “no fly zone”.
Nei corridoi dell’Alleanza l’irritazione è alta. Al terzo giorno di incontri a Bruxelles, gli ambasciatori del Consiglio atlantico “non hanno preso decisioni su niente”, ha detto un diplomatico alla Reuters. Rimangono divergenze sul comando, sul tipo di operazioni militari da condurre e sull’obiettivo più ampio della missione. “La Nato offre un pacchetto completo di comando politico e militare che funziona da più da sessant’anni”, spiega al Foglio una fonte dell’Alleanza. Nicolas Sarkozy, al contrario, ha approfittato dell’ansia mostrata da Barack Obama per evitare i vincoli della Nato e perseguire l’obiettivo di un regime change.

La struttura di comando ibrida
permette ai caccia francesi di bombardare le forze fedeli al colonnello Gheddafi senza chiedere il permesso. Le operazioni sotto l’ombrello della Nato dovrebbero limitarsi alla “no fly zone” contro aerei libici, e il comandante britannico Greg Bagwell ha annunciato che l’aviazione di Gheddafi “non esiste più come forza da combattimento”. Insomma, quella missione pare ormai compiuta. L’operazione navale della Nato, che sarà guidata dall’Italia, servirà a mettere in pratica in maniera più effettiva l’embargo sulle armi. “Abbiamo informazioni di intelligence che il regime sta cercando di importare armi in tutti i modi possibili”, dice la fonte dell’Alleanza.

Ieri, per la prima volta, la coalizione internazionale ha attaccato i carri armati di Gheddafi anche nell’ovest del paese. Dopo giorni di bombardamenti governativi, Zintan e Misurata sono ancora assediate. Secondo testimoni, gli aerei della coalizione hanno colpito l’esercito regolare a Misurata, Zentan resiste ai missili Grad e a una cinquantina di carri armati del colonnello, mentre gli abitanti di Ajdabiya lasciano la città per gli intensi combattimenti tra il regime e i ribelli. Un base militare a trenta chilometri da Tripoli è stata bombardata dagli alleati. Per la Francia, gli attacchi accelereranno la caduta del colonnello. “Non immagino che la coesione delle autorità di Tripoli resista a lungo”, ha detto Juppé. Secondo il Cremlino, al contrario, “presto o tardi, se l’operazione aerea dura troppo a lungo, non si potrà sfuggire a un’operazione terrestre”. IL FOGLIO, 24 MARZO 2011

L’ON. ROMANO NUOVO MINISTRO PER LE POLITICHE AGRICOLE

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Francesco Saverio Romano è il nuovo ministro per le Politiche Agricole. Il leader del Pid ha infatti giurato nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Romano è stato accompagnato al Quirinale dalla moglie e dal figlio. Per il Governo erano presenti il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi e il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta.

Dopo il giuramento c’é stato uno scambio di battute tra il presidente Napolitano ed il neoministro Saverio Romano che ha presentato al capo dello Stato la moglie ed il figlio Antonio. “L’ha superata in altezza”, ha detto Napolitano a Romano guardando il figlio. “E questo è già un risultato – ha risposto Romano – è al primo anno di giurisprudenza”. ANSA, 23 MARZO 2011

BERLUSCONI E GHEDDAFI: SI PUO’ ESSERE ADDOLORATI ANCHE COMBATTENDO IL NEMICO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Ma si può essere ad­dolorati per la sor­te di Gheddafi? La frase di Berlusconi è stata commentata con seve­ro disprezzo, dai leader politi­ci dell’opposizione e non so­lo. Sicuramente stride con l’immagine di un dittatore che massacra la sua popola­zione insorta: si può avere pietà e provare dolore per chi sparge sangue e dolore nel suo stesso popolo? Berlusco­ni, osservano, si lascia guida­re dal suo rapporto persona­le di amicizia con Gheddafi. E questo, per chi avversa Ber­lusconi, è un segno evidente che in lui il senso dello Stato e delle responsabilità storiche si annulla rispetto ai rapporti privati e personali. Per i suoi sostenitori, invece, è il segno dell’umanità di Berlusconi; in lui eccede il lato sentimen­tale e vorrei dire cristiano ri­spetto alla condanna storica del tiranno.

Probabilmente saranno ve­re entrambe le spiegazioni, come il diritto e il rovescio di una stessa medaglia, ma non sbrigherei la frase di Berlusconi come un’invasione della sfera privata e affettiva su quella pubblica e istituzionale. A me quella frase è apparsa la traduzione popolare, mediatica ma meditata, di un messaggio preciso inviato a Gheddafi e alla Libia, alla Francia e al mondo, e naturalmente agli italiani: noi vogliamo costringere il regime di Gheddafi alla resa, ma non siamo per l’eliminazione fisica di Gheddafi; puntiamo a disarmarlo, non a ucciderlo. È una tesi che è stata ribadita in altri termini da Frattini quando ha detto che l’Italia darà le sue basi militari per le azioni indicate dalle Nazioni Unite e non per bombardare il bunker di Gheddafi. Si può condividere o meno questa linea, ma è una linea che tiene conto di quattro cose: 1)La delicata posizione dell’Italia rispetto alla Libia, anche e non solo dal punto di vista geo-grafico, e dunque la necessità di distinguersi dai falchi francesi; 2) I rapporti intensi avuti finoa ieri con la Libia di Gheddafi che non consentono voltafaccia così radicali; 3) Le incognite per il dopo Gheddafi aperto a situazioni tipo Somalia o tipo Irak, e a soluzioni omogenee a interessi di alcuni Paesi (per esempio la Francia) ma ai nostri danni; 4) Il rispetto della risoluzione Onu, che non indica l’eliminazione fisica di Gheddafi come obbiettivo dell’intervento. Senza considerare i tanti Paesi importanti che si sono chiamati fuori dalla risoluzione. Mi sembra una linea condivisa anche dal Quirinale.

La strategia di fondo è limitare la portata degli attacchi agli obbiettivi strategici, evitando che si passi dalla parte del torto, bombardando la gente. Perché il paradosso di questa missione è che nasce per evitare lo spargimento di sangue degli insorti e della popolazione ma allo stato attuale il regime di Gheddafi, incattivito e assediato, ha accelerato proprio quei massacri. E i bombardamenti occidentali, per essere efficaci, rischiano di colpire anche obbiettivi civili. Aggiungete anche l’uso cinico degli scudi umani che ci costringono a diventare, contro le nostre intenzioni, complici dei massacri. Non dimentichiamo poi che Gheddafi è stato negli ultimi anni, come ricordava D’Alema in un recente discorso, un buon alleato dell’Occidente contro il terrorismo e l’immigrazione selvaggia, e ora rischiamo di regalare lui o la Libia alla causa del fanatismo islamico.

Si può condividere o meno questa linea italiana, ma credo che sia ragionevole e prudente. Una linea che non dispiace nemmeno ad Obama e alla Merkel; lo ricordo ai due rispettivi tifosi italiani, Bersani e Casini, che si sono indignati per le dichiarazioni di Berlusconi. Non ripeterò quanto io detesti da anni Gheddafi; dico solo che la ragion di stato a volte impone di trattare anche con ceffi, tiranni e cialtroni, se servono per arginare e fronteggiare pericoli maggiori e per procurare beni superiori all’interesse nazionale e comune.

Dal punto di vista storico resta la domanda di fondo: si può provare dolore per la condanna a morte di un dittatore? Io dico di sì, si può provare umana, cristiana pietà per una persona che muore, anche se è un personaggio negativo, soprattutto se si è stabilito con lui un rapporto. Però, se si tratta di criminali accertati e ancora in piena attività, la pietà non può indebolire la giustizia; va scisso il lato umano e personale da quello politico e istituzionale. Certo, le bestiali mattanze dei dittatori, e noi ne sappiamo qualcosa, restano comunque pagine incivili di cui vergognarsi.

Neutralizzare Gheddafi, costringerlo alla resa, diventa l’imperativo dell’impresa. Ucciderlo sia extrema ratio finale e non il progetto di partenza. Voi dite,un po’ sorpresi;ma com’è tenera questa destra italiana. Io dico con pari sorpresa: ma com’è feroce questa sinistra pacifista e come sono feroci pure questi (demo)cristiani cresciuti a Gesummaria e Andreotti. Marcello Veneziani, 23 marzo 2011

E’ MORTA ELIZABETH TAYLOR, ICONA DEL CINEMA

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Cinema | Nessun commento »

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Liz Taylor, l’attrice che ha accompagnato la nostra vita con la sua bellezze e la sua bravura, e le sue rocambolesche storie d’amore, è morta oggi a Hollywood.  Quando è arrivata la notizia della sua morte, il mondo del cinema è caduto in uno stato di profonda commozione. Perché Elizabeth Taylor, 79 anni, per tutti (da sempre) Liz, era qualcosa di più di un’attrice. Era un’icona del cinema. E’ morta per un’insufficienza cardiaca. Era stata ricoverata al Cesar-Sinai Medical Center di Los Angeles sei settimane fa.

I suoi genitori erano americani residenti in Gran Bretagna. Elizabeth nacque nel quartiere londinese di Hampstead il 27 febbraio 1932. Aveva il cinema nel dna visto che sua madre, Sara Viola Warmbrodt, era un ex-attrice famosa col nome d’arte di Sara Sothern, ritiratasi dalle scene quando si sposò nel 1926 a New York. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale i genitori rientrarono negli Stati Uniti e la famiglia si trasferì a Los Angeles. La prima esperienza di Liz nel mondo della celluloide è precoce: nel 1942 recita nel film, “There’s One Born Every Minute”. Subito dopo “Torna a casa Lassie!” (1943), che la porta all’attenzione del grande pubblico. Primo ruolo da protagonista è quello di Velvet Brown, una bambina che allena un cavallo nel film di Clarence Brown “Gran Premio” (1944), con Mickey Rooney. La pellicola ottiene un grandissimo successo, con un incasso di oltre 4 milioni di dollari, e le fa guadagnare lo status di “bambina-prodigio”. Da lì comincia la sua strepitosa carriera. Con un successo dopo l’altro e una vita da star… con tutti i benefici e i problemi del caso.

Nel 1961 vince il primo Oscar come migliore attrice per la sua interpretazione in “Venere in visone” nel 1960, che vedeva nel cast accanto alla Taylor il marito Eddie Fisher. Nel 1967 vince nuovamente la statuetta per “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Mike Nichols, accanto all’allora marito Richard Burton, conosciuto sul set del kolossal “Cleopatra” nel 1963. Proprio per quella pellicola conquista un primato: diventa la star cinematografica più pagata quando le viene offerto un contratto da un milione di dollari per il ruolo della protagonista.

Fu proprio grazie al film Cleopatra – girato quasi esclusivamente a Roma – che la Taylor conobbe Richard Burton, l’uomo della sua vita con il quale si sposerà per due volte, divorziando altrettante volte. Una storia d’amore che, all’epoca, riempì le pagine di tutti i giornali del mondo e la fece diventare vera e propria “femme fatale”. Non a caso, l’attrice – dai folgoranti occhi viola – ha avuto ben otto mariti e numerosi flirt.

Interprete di oltre oltre 50 film dei più importanti registi della cinematografia mondiale, Liz (diminutivo che lei però non amava) Taylor ha avuto al suo fianco gli attori e le attrice più famose. Attiva – soprattutto negli ultimi anni – anche in tv e a teatro, Taylor si è battuta con grande energia nel difendere i malati di Aids e a favore della prevenzione della malattia. Grande amica di Montgomery Clift come di Michael Jackson è stata l’ultima vera diva dello star system di Hollywood. Più volte ricoverata d’urgenza in ospedale (nel 1963, durante le riprese di “Cleopatra” fu addirittura dichiarata defunta), nel 1997 fu operata per un tumore al cervello, rivelatosi benigno, e nel 2004 ha dichiarato di soffrire di una grave insufficienza cardiaca. Tutta la vita della Taylor è stata costellata da problemi di salute, a volte anche molto gravi. Lei stessa dichiarò, alla fine degli anni 90, durante un’intervista, che dopo la sua ultima apparizione al cinema in “I Flintstones” avrebbe desiderato continuare a recitare ma che gli era stato impedito dal rifiuto di assicurarla da parte delle compagnie di assicurazioni.

……………….Anche ora che non c’è più, ci piacerà rivedere i suoi films, dall’indimenticabile Gran Premio a Cleopatra, e rivivere pezzi della nostra vita.

LIBIA: LA FIGURA BEDUINA DI BERSANI

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Pierluigi Bersani C’è qualcuno in Italia che riesce a stare politicamente peggio di Gheddafi, ed anche di Sarkozy. Che è piombato sulla risoluzione, peraltro tardiva, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il dittatore libico con una smania e un’approssimazione tali da comprometterne forse una corretta e soprattutto efficace applicazione. A infilarsi in una posizione ancora peggiore è riuscito da noi il principale partito di opposizione. Che, come al solito, ha cercato di utilizzare a bassi fini di politica interna una complessa, ed anche confusa, vicenda internazionale scommettendo sulla rottura della maggioranza e sulla conseguente crisi ministeriale.

E ciò per effetto del dissenso espresso a botta calda dalla Lega sulla partecipazione dell’Italia alle operazioni militari in corso sulla Libia. Dopo avere scambiato per un no assoluto la mancata partecipazione dei leghisti alla votazione conclusiva del dibattito svoltosi venerdì scorso nella riunione congiunta delle competenti commissioni parlamentari, presidente, segretario, vice segretario del Pd e giù giù sino ai loro autisti e uscieri hanno denunciato la “inadeguatezza” e la “irresponsabilità” del governo. Che non ha certamente dato le migliori dimostrazioni di chiarezza e di prontezza di riflessi, per carità, specie se pensiamo alle assai discutibili prestazioni televisive del ministro della Difesa Ignazio La Russa, pur apprezzabile sotto altri aspetti, ma non si è certamente trovato di fronte ad uno straccio di linea o di soluzione alternativa da parte dell’opposizione. Anzi, quando si è trattato di votare in sede parlamentare di commissione, il Pd non ha potuto fare a meno di sostenere la posizione assunta dal governo alla vigilia del vertice di Parigi organizzato in tutta fretta da Sarkozy. Ha solo contestato la non partecipazione dei leghisti alla votazione, prendendosela però non tanto con loro ma con Silvio Berlusconi, che pure ha dimostrato in questa circostanza di non lasciarsi paralizzare dal Carroccio. Egli ha cioè smentito l’immagine caricaturale del cagnolino al guinzaglio di Umberto Bossi affibbiatagli dagli avversari. Il fatto è che i compagni di Pier Luigi Bersani, e di quel supponentone di Massimo D’Alema, da mesi fanno la corte alla Lega, di notte e di giorno, perché si decida a rompere con il Cavaliere e a provocare la crisi che alle opposizioni non è riuscita neppure con l’aiuto degli uomini, delle donne e della seggiola del presidente della Camera Gianfranco Fini, per non parlare delle salmerie giudiziarie. La possibilità, che si è concretizzata ieri, di un voto unitario della maggioranza a conclusione dei dibattiti sulla crisi libica in programma oggi e domani nelle aule, rispettivamente, del Senato e della Camera, ha per l’ennesima volta deluso e spiazzato il Pd. La cui segreteria ha ridicolmente ritenuto di potersi rifare diffondendo un comunicato tanto duro quanto inconsistente contro il governo, accusato di “allarmante irrilevanza nelle sedi europee ed internazionali”, di “caduta drammatica di ruolo” e di altre insensatezze che hanno, fra l’altro, un duplice torto. Il primo è di contribuire ad aumentare la confusione, e quindi a indebolire il Paese. Il secondo è di smentire l’azione di sostanziale e responsabile fiancheggiamento del governo svolta in questo importante passaggio politico dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che non sarà certamente entusiasta dei suoi ex compagni di partito, incapaci di guardare più lontano del proprio miserevole naso. Francesco Damato, Il Tempo, 23 marzo 2011


LIBIA, ORA L’ITALIA AVVERTE L’ONU: NON TOCCATE IL “NOSTRO” PETROLIO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Il Pdl e il Carroccio hanno trovato la quadra. L’intesa sulla Libia c’è. A Palazzo Madama è pronta la bozza della risoluzione unitaria di maggioranza sull’intervento contro Gheddafi. Il nuovo testo è “completamente diverso, più ampio e analitico” di quello votato quattro giorni fa dalle commissioni Esteri e Difesa delle Camere e a cui la Lega non aveva preso parte.

Maurizio Gasparri lascia il vertice di maggioranza sul dossier Libia a Palazzo Madama. E’ soddisfatto per la bozza di risoluzione. “C’è stata condivisione da parte di tutti i gruppi di maggioranza. Si tratta di una posizione unitaria di Pdl e Lega sulla quale spero possa esserci convergenza degli altri gruppi parlamentari”, spiega il presidente dei senatori del Pdl. Con l’opposizione ancora nessun contatto: “Non ho ancora sentito la Finocchiaro, anche perché abbiamo appena concluso la riunione ma l’opposizione riceverà la bozza presto”. La mozione, pur ampliata, avrebbe rispettato i distinguo del partito guidato da Umberto Bossi: affidare il comando delle operazioni alla Nato; applicare testualmente la risoluzione dell’Onu; tutelare gli interessi dell’Italia in Libia per quanto riguarda gli accordi su gas ed energia; condivisione degli oneri che derivano al nostro paese a causa dell’emergenza umanitaria; esigenza di pattugliamento delle acque internazionali come deterrente contro il traffico degli esseri umani.

Il Pd resta favorevole al testo sull’intervento in Libia che fu votato dalle commissioni parlamentari il 18 marzo scorso e, in attesa di valutare la nuova bozza uscita dal vertice Pdl-Lega, esprime contrarietà ad eventuali «pasticci» che dovessero essere inseriti per ricompattare il centrodestra. È questo l’orientamento che è emerso dalla riunione del coordinamento del Pd allargata ai parlamentari e alla segreteria in vista della discussione sulla missione italiana in Libia che si terrà oggi al Senato e domani alla Camera. A quanto hanno riferito alcuni partecipanti, i vertici del Pd vorrebbero che dal Parlamento emergesse un consenso unitario sull’intervento italiano in Libia e quindi non si esclude l’eventualità di una astensione incrociata tra le mozioni di maggioranza e opposizione, ma c’è anche preoccupazione per il contenuto del nuovo testo predisposto da Pdl e Lega. «Dipende da quanto propagandistiche e trogloditiche saranno le concessioni che il Pdl ha fatto alla Lega», ha detto un dirigente Democratico. Quanto poi ai «casi di coscienza» nel partito, nella riunione è stato sottolineato che, pur ammettendo singoli casi, bisogna evitare di apparire divisi su una questione così rilevante. 23 MARZO 2011

CI PARLA MALE, PENSA MALE. E LA SINISTRA PARLA MALISSIMO

Pubblicato il 23 marzo, 2011 in Cultura | Nessun commento »

È vero che molte parole sono scomparse dal lessico quotidiano: non ci sono più i «fotoromanzi», per esempio, non si gioca più a «flipper», non si parte più per la «villeggiatura» e tantomeno per il «confino» o la «naja». Tantomeno ci sono più gli «scapoli» né le «signorine», non ci si mette più la «brillantina» e non si parla più delle «plutocrazie» e la sera non si va al «night» a sentire Buscaglione e Carosone. Eppure a leggere il libro di Raffaella De Santis Le parole disabitate, edito da Aragno, anche se lei non lo scrive, ci si rende conto che la maggior parte delle parole sono state aggiornate e riabitate, e in questo senso vorrei chiosarlo suggerendo all’autrice le sostituzioni moderne. I «compagni», per esempio, ci sono ancora, si chiamano antiberlusconiani. La «controcultura» non è scomparsa, si è anzi affermata e bestsellerizzata, è quella che fa chiunque si opponga a Berlusconi, e ha preso il posto della cultura ufficiale: se ti appelli a Leopardi o De Roberto ti prende per un alieno anche colui che un tempo sarebbe stato definito un «professorino» e oggi conferisce la laurea honoris causa a Saviano che la dedica ai Pm di Milano che combattono Berlusconi. Idem per la «cultura giovanile», visto che perfino il grigio Bersani, Pierluigi non Samuele, durante un comizio il cui tema sono le dimissioni di Berlusconi, cita Vasco Rossi: «come dice Vasco Rossi: eh già!». Invece la vecchia «alienazione» marxista è stata sostituita dalle «vittime della propaganda berlusconiana», alle quali si contrappone la «società civile», antiberlusconiana per definizione. I «capelloni» non ci sono più, in tema tricologico si ama piuttosto evocare i capelli trapiantati di Berlusconi, argomento che, dopo anni, ancora ricorre nelle conversazioni provocando un obbligatorio brivido di sagacia satirica. La «dolce vita», va da sé, non c’è più, né in via Veneto né altrove, tranne ad Arcore, e si chiama bunga-bunga: nessuno ha ancora capito bene cosa sia esattamente e come funzioni ma tutti ne parlano perché suona strano, misterioso e esotico, tanto che lo stesso Berlusconi ci gioca e chiude gli incontri pubblici con l’invito corale «Venite tutti al bunga-bunga!», dimenticandosi però di dire dove e quando ma tanto nessuno ci fa caso. Il «dibattito» al Cine Club, il dibattito di C’eravamo tanto amati, «il dibattito no!» dell’autarchico Moretti è stato rimpiazzato dalla «lite» (si veda youtube), in particolare dai politici di destra e di sinistra che litigano in televisione su Berlusconi: chi a favore, qualsiasi cosa faccia, chi contro, qualsiasi cosa faccia. Il «commendatore», ha ragione la De Santis, non esiste più: «Il “commendatore” sapeva vestire, poi era simpatico e sapeva lusingare una donna; la quale cosa era molto apprezzata, soprattutto dalla “signorina d’ufficio”, una giovane che avrà avuto poco più di vent’anni, dunque per età e indole molto sensibile alle carinerie», verissimo, e però, a pensarci, oggi al posto del commendatore c’è il Cavaliere. Il «discorso» («il discorso della gelosia», il discorso «da portare avanti», il discorso interrotto, da riprendere, di cui riannodare i fili) è stato sostituito dalla «narrazione», parola come è noto molto usata da Nichi Vendola in svariate declinazioni (in frasi del genere: «La narrazione berlusconiana è piena di smagliature»). Quanto all’«emancipazione», specie se femminile, quella che gridava in piazza «l’utero è mio e me lo gestisco io» e «rivendichiamo il diritto alla proprietà del nostro corpo», oggi scende in piazza contro i corpi altrui, specie corpi di altre donne, e specie se il proprio corpo e il resto lo danno a Berlusconi. A proposito, la «piazza» regge, e anzi è la sede permanente dell’opposizione («la sinistra scenderà in piazza» non è più una notizia), quindi si scende in piazza ogni due settimane: per la dignità delle donne, vale a dire contro Berlusconi, in difesa della Costituzione, vale a dire contro Berlusconi, e perfino tatutologicamente contro Berlusconi, che è anche, in sintesi, il programma dell’opposizione. Non si parla più di «radio libere», casomai di «televisioni libere», qualsiasi emittente non sia di Berlusconi, e «giornali liberi», quelli non di Berlusconi. Il «campo» non evoca il campo di concentramento, «il recinto che chiude, il perimetro che nega l’aperto, la prigione fortezza», gli ebrei, Primo Levi, Adorno, Agamben, Auschwitz; oggi se dici «campo» viene solo in mente che Berlusconi è sceso in campo. Nessuno, d’altra parte, fa più del «volantinaggio», in compenso si è sommersi dalle mailing list di Micromega che annunciano ogni settimana una manifestazione contro Berlusconi alla quale poi non si presenteranno neppure quelli di Micromega. Non ci sono più le battaglie contro i «tabù» (le battaglie per liberarsi dai tabù sessuali, dal tabù del corpo, il tabù della nudità, il tabù dei pregiudizi) né i «perbenisti» né i «bigotti», e però mentre un tempo l’Azione Cattolica si scandalizzava per il bikini, perché «contrario al pudore cristiano della nostra terra», oggi ci pensano gli oppositori alle scosciature delle veline come Gad Lerner e a brandire le tavole mosaiche la Presidente del Partito Democratico Rosi Bindi («Berlusconi ha violato il secondo comandamento»). Non esiste più il «Piccì», ma neppure il PDS, tantomeno i DS, e tra poco finirà il PD: oggi l’essenza del partito di sinistra è rappresentato dalla parola «oltre», che non significa oltretomba, come ha malignato Oliviero Toscani, ma oltre Berlusconi, così, tanto per essere autonomi negli orizzonti. Infine sarà anche vero, come dice la De Santis alla voce «playboy» del suo libro-dizionario, che «abbiamo imparato tutti a giocare, trasformandoci in una playhumanity in cerca di eccitazioni momentanee» e quindi «finisce che il vecchio playboy non sappia davvero con chi flirtare», ma alla fine, se proprio vogliamo, indovinate chi è l’ultimo playboy? 23 MARZO 2011

L’IPOCRISIA DI SARKOZY: A OTTOBRE VOLEVA VENDERE IL NUCLEARE A GHEDDAFI

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Oggi Sarkozy guida l’attacco contro Gheddafi, ma solo cinque mesi fa stringeva un accordo con il regime del raìs per “una cooperazione strategica in ambito di trasporto, sanità, costruzioni, idrocarburi e energia nucleare civile”. Lo rivela Liberation, che ricorda il viaggio in Libia lo scorso ottobre dell’ex ministro dell’Industria Christian Estrosi. Oggi il predecessore di Eric Besson nega e sostiene di essere andato nel Paese per portare un Airbus alla compagnia aerea Air Libya, ma le agenzie Reuters citate dal quotidiano francese parlano chiaro.

Liberation ricorda che già nel 2007 Areva, la multinazionale francese di proprietà dello Stato leader nel campo dell’energia nucleare, aveva provato a vendere un reattore nucleare che serviva per la desalinizzazione dell’acqua di mare per renderla potabile. Una situazione che, come aveva denunciato il sito Bakchich.info, poteva dare l’avvio a “progetti di sviluppo legati all’utilizzo pacifico dell’energia nucleare”. La vendita fallì. Lo scorso ottobre, invece, l’accordo parlava di un reattore “di piccole dimensioni”, sostiene Estrosi. Nonostante la situazione attuale e il timore che non si trattasse di nucleare a scopi civili, l’ex ministro insiste: “Il governo mi ha inviato in Iraq, in Libia, in Egitto o in Tunisia a fare il mio mestiere e a sostenere le imprese francesi”.

Nucleare a uso civile, certo, ma l’incidente di Fukushima dimostra come anche quello non è esente da rischi. E, sottolinea il quotidiano francese “Affidare del nucleare, anche civile, a un dittatore pronto a tutto per conservare il proprio potere e, più in generale, vendere centrali a paesi molto instabile, toccati dalle guerre, può preoccupare parecchio”. Eppure oggi il ministero dell’Industria afferma di non seguire più questo accordo. Intanto i principali siti di informazione francesi glissano sulla crisi internazionale che si è aperta dopo gli attacchia alla Libia. 22 MARZO 2011

LIBIA: NON E’ FACILE METTERE BERLUSCONI ALLA PORTA

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

L’Italia non ci sta a combattere la guerra personale di Sarkozy e della Francia contro Gheddafi. Berlusconi ha ordinato ai nostri caccia di non spara­re e ha dato l’ultimatum a francesi e inglesi: o le ope­razioni passeranno sotto il comando della Nato, oppure le basi italiane non permetteranno il de­collo di altri bombardie­ri, qualsiasi bandiera bat­tano. Questo perché qual­cuno a Parigi ci sta pren­dendo per i fondelli. Trop­pe cose non tornano in questa vicenda. A partire dal vertice di sabato scor­so durante il quale gli alle­ati hanno dato il via libe­ra all’attacco. Prima della riunione ufficiale all’Eli­seo, Sarkozy aveva convo­cato nel suo ufficio, per preparare il documento finale, solo inglesi e ame­ricani. L’Italia era stata la­sciata fuori, a fare antica­mera, come dire: tu non conti, accetta e taci. Ma come? Noi siamo il primo partner della Libia, noi abbiamo le basi indispen­sabili per fare la guerra, noi subiamo le conseguenze e i rischi maggiori (immigrazione e terrori­smo), e ci trattano così?

Non è facile mettere Berlusconi alla porta. In Italia sinistra e magistrati ne sanno qualche cosa. I francesi l’hanno scoper­to ieri. Per senso di re­sponsabilità e di fedeltà all’alleanza,il premier sa­bato ha incassato il col­po, fingendo di accettare come buona la versione della missione umanita­ria.

Poche ore,e l’Italia ha ripreso in mano la situa­zione: dobbiamo restare della partita, perché il fu­turo della Libia è soprat­tutto affare nostro, ma non senza condizioni. I francesi infatti volevano ben altro che salvare la vi­ta ai ribelli: petrolio, gas e affari da sottrarre un do­mani alle aziende italia­ne senza neppure farsi ca­rico dell’ondata di profu­ghi che tutto questo sta comportando. Così non va, così è fuori dal manda­to dell’Onu che è molto chiaro e non prevede ope­razioni mirate p­er ribalta­re il governo libico o ucci­dere Gheddafi. Che i francesi stiano fa­cendo i furbi non è soltan­to una nostra impressio­ne. I norvegesi hanno so­speso le operazioni, gli americani hanno annun­ciato di volerlo fare al più presto, appena conclusa una non meglio precisata «prima fase». Insomma, più che attorno a Ghedda­fi, la terra bruciata sta cir­condando Sarkozy. E a tracciare il perimetro è quella vecchia volpe di Berlusconi, che ha fiuta­to una brutta aria. Gli ita­liani hanno ben altri pro­blemi che occuparsi del­le questioni interni libi­che. E se proprio bisogna farlo le regole devono es­sere chiare, come l’obiet­tivo. Che non può essere quello che ognuno, in Eu­ropa, faccia gli affari suoi a spese dell’Italia. L’ope­razione Odissea quindi è avviata su una brutta chi­na. Speriamo che non sia troppo tardi per rimette­re le cose al loro posto. 22 MARZO 2011

ECCO PERCHE’ IL POPOLO DI DESTRA ORA E’ CONTRO LA GUERRA

Pubblicato il 22 marzo, 2011 in Politica | Nessun commento »

Impossibile negarlo: al popolo di destra questa guerra non piace. E non è necessario attendere i sondaggi per averne conferme, è sufficiente leggere i commenti lasciati dai nostri lettori su ilgiornale.it o i tanti blog di area: è un diluvio di opinioni contrarie. Ma anche a sinistra le cose non vanno come al solito. Sono tutti allineati: il Pd, Repubblica, l’Unità, persino Di Pietro. Ma a favore della guerra, nonostante anche sui blog progressisti emergano molti dissensi. Gli eroi pacifisti di altre guerre – come Gino Strada – questa volta faticano a trovare spazio. D’altronde non sono annunciate le consuete manifestazioni del popolo Arcobaleno, che lascia le bandiere ripiegate nell’armadio e che difficilmente, nei prossimi giorni, le srotolerà.

Sorpresa, noi giornalisti ci interroghiamo: forse non sappiamo più capire l’Italia? Lo sconcerto è comprensibile eppure questo ribaltamento di ruoli è tutt’altro che inspiegabile. A condizione di conoscere i meccanismi che regolano l’opinione pubblica e inducono la gente a maturare giudizi su fatti di attualità. È tutta una questione di frame, ovvero di un parametro incorniciato nella coscienza collettiva, che funziona come un filtro mentale. Le notizie che confortano e riaffermano il giudizio già maturato nella nostra mente vengono accettate e enfatizzate, quelle discordanti minimizzate o scartate.

Il frame vale per ogni evento, ma è fondamentale in occasione delle guerre che, per essere accettate, e soprattutto spiegate in termini. A lungo, insistentemente. La prima guerra e la seconda guerra in Irak, persino quella in Afghanistan – sebbene fosse stata decisa sull’onda impetuosa dell’11 settembre – sono state preparate per settimane, durante le quali i governi occidentali hanno convinto la maggioranza della popolazione a sostenere l’intervento. In nome della sicurezza, della libertà, per difendersi da una minaccia suprema. In questi casi l’opinione pubblica di destra appoggia convinta, quella di sinistra rifiuta ma resta minoritaria. È il tempo la variabile decisiva.

Ma il tempo in Libia è mancato. Per colpa di Sarkozy, che ha forzato la mano a tutti. Fino a giovedì faceva notizia solo l’incubo nucleare giapponese. Poi in serata, improvvisamente, l’Onu ha dato il via libera all’intervento, sabato si è svolto il summit a Parigi e subito dopo sono iniziati i bombardamenti. Nessun governo ha avuto il tempo di riflettere, di spiegare, di motivare né con il cuore, né con la mente.
E allora è prevalso un altro frame ovvero il giudizio che la gente ha maturato sulla Libia negli ultimi mesi.

Al pubblico di destra, Gheddafi non piace, ma, temendo il fondamentalismo islamico, vede in lui il minore dei mali e, soprattutto, gli riconosce il merito di aver fermato i clandestini. L’intellighenzia di sinistra, invece, è poco sensibile all’immigrazione, ma permeata da una cultura internazionalista, che la porta da sempre a solidarizzare con i popoli oppressi o che considera tali. Ricordate il Vietnam o il Nicaragua? «El pueblo unido…». Il mondo è cambiato, il contesto in Libia è diverso, ma il riflesso implacabile.
E ancora: l’uomo di destra è pragmatico, diffida dell’instabilità e preferisce Gheddafi, per quanto matto, a una Libia che rischia di finire in mano agli integralisti o dilaniata da una guerra tra clan, come avvenuto nell’Irak post-Saddam. Gli elettori conservatori intuiscono che l’attivismo di Sarkozy non è solo umanitario, nè idealista, ma dettato da interessi economici, politici e geostrategici, in contrasto con quelli dell’Italia che rischia di perdere i benefici costruiti con la Libia. Ovvero gas, petrolio, appalti, sicurezza. Il loro no, per quanto istintivo, è motivato.Il sì della sinistra, invece, segue l’onda e, come sempre è conformista. Guardate come si sono comportati al governo D’Alema, Prodi e Amato: quando c’era da scegliere tra gli interessi italiani e certe pressioni straniere, sono sempre caduti da quella parte. Anche oggi, nella speranza, nemmeno inconfessata, che la crisi possa far vacillare il Cav. Insomma, a ben vedere, la solita sinistra… Marcello Foa, Il Giornale, 22 marzo 2011