NAPOLITANO E’ PIU’ FURBO CHE CIECO, di Alessandro Sallusti
Pubblicato il 9 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »
Il presidente Napolitano ieri ha detto di non aver visto un boom del partito di Grillo. E dove diavolo stava guardando? Forse pesano i problemi che l’età porta inevitabilmente alla vista.
Se fosse così sarebbe scusato, prima o poi sono guai che toccano a tutti. Ma a pensarci bene, per Napolitano, la miopia è un problema non nuovo, ne è afflitto fin da giovane. A metà degli anni Cinquanta, già politico d’alto bordo,non vede le atrocità commesse dai soldati russi nell’invasione dell’Ungheria, che infatti benedice sventolando la bandiera rossa in segno di festa.
Passa il tempo e, da vicesegretario del Pci, non vede il flusso di rubli che Mosca riversa in nero nelle casse del partito (finanziamento illecito ai partiti). La vista poi continua a peggiorare. Negli anni Novanta non vede i privilegi di cui gode come presidente della Camera, e neppure vede bene come i partiti, compreso il suo, decidono di finanziarsi con soldi pubblici nella misura in cui oggi sappiamo. Le cose non migliorano al Quirinale: la miopia gli impedisce infatti di vedere che mentre fuori la gente tira la cinghia lui vive come un re nell’istituzione più costosa al mondo (quattro volte la Casa Bianca). È da capire Napolitano.
Che forse non ci ha visto bene neppure quando, dopo aver volutamente fatto macerare il governo Berlusconi nella palude del conflitto istituzionale, ha insediato Monti come salvatore della Patria. Perché le cose non stanno andando come aveva pre-visto, soprattutto è in forse la fase due del piano: consegnare il Paese alla sua adorata sinistra.
Già, perché come se non bastassero gli inciampi di Monti è pure arrivato imprevisto quel pazzo di Grillo a prosciugare il già arido mercato dei voti. Da suonatore, il presidente rischia di diventare suonato e più che la vista perde nervi e controllo. L’arbitro si rivela giocatore, quale è, e non riconosce i milioni di legittimi voti raccolti dal capocomico genovese. Napolitano mi sembra come Scalfaro nel ’93: con i suoi amici e colleghi magistrati aveva preparato la salita al potere della sinistra di Occhetto quando all’ultimo spuntò dal nulla tal Berlusconi, che non era comico ma ci divertì uguale. Apra gli occhi, presidente Napolitano, ma soprattutto teniamoli ben aperti noi. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 9 maggio 2012
…………………Visto che Silviio pare non esserci più, meno male che c’è Sallusti che non le manda a dire e le dice, in questo caso al furbo e non miope Napolitano che svelando la sua indole antidemocratica ha sciaguratamente ironizzato sul voto conquistato dal Movimento 5 Stelle, arrivando a dire ciò che nessun editorialista si era sognato di dire e cioè che non si fosse sentito il botto dei risultati proGrillo. Che a noi non piace ma che in questo momento dice a voce alta ciò che tutti gli italiani si dicono ogni mattina al bar, all’edicola del giornale, nei treni, ovunque due si incontrino e parlino delle cose di ogni giorno. Solo Napolitano le ignora perchè, come gli ricorda Sallusti, lui vive al Qurinale che fu reggia dei Papi e poi dei Re ma che mai nessuno avrebbe immaginato sarebbe diventata la sede imperiale dell’ex ragazzino rosso – il ragazzo rosso era Giancarlo Paietta, per carità comunista, ma sanguigno e verace! – che faceva il n. 2 ad Amendola, già allora veniva chiamato il “principe” per via della sua rassomiglianza fisica con l’ex re Umberto, si proclamava difensore dei lavoratori vedendoli solo da lontano, come ora, che dal Quirinale, a capo di di ben duemila dipendenti che manco la Casa Imperiale giapponese ha mai avuto e non li ha la Casa Regnante inglese, e neppure la Casa Bianca, dotati di un numero adeguatamente enorme di auto blu, il tutto al costo mirabolante di 248 milioni di euro all’anno, invita gli italiani, compresi queelli che prendono 500 euro al mese, tutto compreso, a stringere la cinghia, per decreto del suo amico Monti da lui nominato, in spregio alle regole democrstiche, come era d’uso dalle parti del Kremlino ai suoi tempi, capo del governo, dopo averlo dotato adeguatamente di 25 mila euro al mese con il laticlavio che graziosamente gli ha concesso di senatore a vita. E’ ovvio che faccia furbescamente finta di non vedere Grillo…teme che gli guasti la festa. Noi speriamo di si. g.



C’è qualcosa che non torna nel rapporto tra Monti e il Pdl. E va al di là della normale dialettica tra un partito che sostiene l’esecutivo e il presidente del consiglio. Anche al netto di una situazione certamente anomala e straordinaria come quella in cui si trova il governo Monti, non si può fare a meno di notare un atteggiamento che spesso è da due pesi e due misure rispetto a quello usato con il Pd. C’è sotto una questione culturale che non va sottovalutata: i tecnici si sentono antropologicamente superiori alla politica, in particolare al centrodestra italiano che, è vero, non si ispirava a Lord Brummel, ma ha pur sempre esercitato il potere attraverso la via democratica del voto. Monti difende il suo lavoro e fa bene, ma deve essere più cauto, rispettoso della storia politica di chi va in Parlamento e vota i provvedimenti del governo. Ho sostenuto il suo arrivo a Palazzo Chigi, lo ritengo senza alternative credibili (per ora) ma non condivido certi discorsi che provengono da Palazzo Chigi. I partiti avranno ancora una funzione, liquidarne la storia – sia essa di destra o di sinistra – significa non capire in quale campo da gioco si sta correndo. Il Pdl ha pagato a caro prezzo nelle urne la sua scelta di sostenere Monti e in queste ore tantissimi parlamentari si chiedono se sia il caso di continuare con il «suicidio tecnico». Il disagio di dover votare provvedimenti che massacrano l’elettorato di centrodestra è palese. Consiglio al premier: ci vada piano, non stuzzichi deputati e senatori, ritorni alla sobrietà e dica ai suoi ministri e consulenti «esternator» di parlare di provvedimenti specifici senza lasciarsi andare a giudizi politici. A meno che Monti non stia cercando l’incidente utile per innescare un progetto politico alternativo che punta alla liquidazione dell’esperienza berlusconiana tout court. In quel caso le elezioni anticipate sarebbero la via maestra non del Pdl ma del Pd della foto di Vasto con la stampella di Casini. Il risultato sarebbe quello di trarre d’impaccio Monti dalle difficoltà attuali e rilanciarlo come candidato non più di una larga intesa ma di un’armata «Normal» indecisa tra hollandisti, merkeliani e inciucioni. Bonne chanche. Mario Sechi, Il Tempo, 9 maggio 2012
La sveglia ai partiti è suonata ieri quando i risultati delle elezioni sono apparsi chiari: il Pdl crolla, il Pd non sta tanto bene, il Terzo Polo è un ectoplasma e il vero vincitore delle amministrative è Beppe Grillo, un comico. Il Movimento 5 Stelle entra nel supermarket della politica e costituisce – piaccia o meno – un’offerta nuova in uno scaffale che agli elettori appare povero di idee. Chiamarla antipolitica, a questo punto, è un errore. Partecipa alle elezioni, elegge i suoi rappresentanti, si sta radicando e istituzionalizzando. Durerà? La storia italiana è piena di fenomeni effimeri – primo fra tutti L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini – ma ho la sensazione che M5 sia qualcosa di diverso: parte dal basso, è pop, è web, è altamente distruttivo per tutto ciò che abita ora il Parlamento. Quello che hanno i grillini manca agli altri: il lanciafiamme. Sintesi: Grillo se la ride, i partiti piangono. Il Pdl è in una crisi profonda. Paga il dazio del passo indietro di Berlusconi, la rottura dell’alleanza con la Lega e l’appoggio al governo Monti che in maniera crescente i suoi elettori percepiscono come il «nemico» a Palazzo Chigi. Il Pd se la cava un po’ meglio, ma con il pericolo dei grillini in avanzata e un’alleanza con Di Pietro e Vendola dai toni surreali. Basterà a salvarlo dallo tsunami? Ne dubito. Siamo all’inizio della polverizzazione del quadro politico, con partiti destinati a diventare sempre più piccoli. Uno scenario in marcia verso quello di Atene, dove l’ingovernabilità è dietro l’angolo. Anche in Italia, come in Francia e in Grecia, ha votato la crisi. Ma mentre a Parigi il sistema presidenziale ha salvato la baracca e ad Atene è il caos, da noi è il limbo. Un’incertezza che ha fatto boccone anche del governo Monti. Mentre l’Europa «fasciocomunista» brucia, l’Italia è tragicomicamente a bagnomaria. Mario Sechi, Il Tempo, 8 maggio 2012
Uno spettro s’aggira per l’Europa e si chiama «Fasciocomunismo». Le elezioni in Francia, Grecia e Germania danno un esito che è incredibile solo per chi non si è ancora ripreso dalla sbronza euroentusiasta. Vent’anni dopo il trattato di Maastricht e dieci anni dopo il varo dell’Euro, si sta chiudendo un ciclo e si apre un’era di caos generata da una politica miope, dissennata, figlia di una classe dirigente sciagurata e di una Germania dominata dall’egoismo. In Grecia i due partiti pro Euro – Pasok e Nuova Democrazia – sono stati sconfitti, i neonazisti di Alba Dorata entrano in Parlamento dopo 40 anni e l’ultra sinistra e i comunisti avanzano a passo di carica. Astensione? Quaranta per cento. Il risultato è che formare un governo – in un Paese ridotto allo stremo dalla ricetta berlinese – è un’operazione difficile. Lo ripeto: alla fine il popolo brucia la casa di chi lo affama. In Francia Nicolas Sarkozy paga la sua alleanza cieca con la Germania, mentre Francois Hollande va all’Eliseo con un programma che prevede la revisione del Fiscal compact, l’abbassamento dell’età pensionabile e una politica di deficit spending. Il dato anche qui è il «no» radicale a Bruxelles e al dispotismo dell’establishment finanziario. La destra non esprime il presidente ma rappresenta la maggioranza degli elettori. Alle legislative madame Le Pen farà il pieno e i neogollisti rischiano di essere fagocitati dal lepenismo nel giro di pochi anni. In Germania Angela Merkel subisce uno stop serio nel land Schleswig-Holstein, il cui destino ora sembra quello di essere governato da una Grosse Koalition. La Cdu di Angela è al primo posto, ma la coalizione con la Fdp cola a picco, mentre il partito dei Piraten entra nel Parlamento regionale tedesco. Chiari segnali di crac. Siamo di fronte alla grande avanzata di un’armata che urla contro la politica economica europea, contro l’austerità che serve al capitale finanziario e non all’economia reale. È la devastazione di tutti gli equilibri, la rottura dell’asse Parigi-Berlino, l’abbattimento dei totem eurocratici e l’inizio di un periodo di instabilità che potrebbe portare alla rottura dell’Eurozona. Queste cose a Il Tempo le scriviamo da almeno due anni. Ricordo qualche parruccone guardarmi con aria di sufficienza quando sostenevo nei dibattiti l’evidenza di questo scenario da battaglia fumante. Eccolo qua, davanti a voi. Ora contemplate il disastro che avete contribuito a creare non raccontando la verità e piegando i fatti alla logica della finanza per la finanza e non della politica. La storia è maestra: non si umiliano le nazioni. In questo quadro cupo dove volano ceneri e lapilli, l’Italia ha votato per un turno amministrativo che darà certamente una linea di tendenza. Attendo curioso l’apertura delle urne. Aspetto anche di vedere cosa faranno i «tecnici» italiani al cospetto del terremoto in corso nel Vecchio Continente. Un governo nato sotto gli auspici di Berlino, ancorato alla Germania, devoto al dogma del rigore e smarrito nella ricerca del Graal della crescita, dovrà prendere atto che la politica non la fa la finanza, ma il popolo. Mario Sechi, Il Tempo, 8 maggio 2012
La campagna elettorale per il 2013 è cominciata da un pezzo e non perché oggi si vota, ma perché il governo e i partiti si sono ritrovati su sponde opposte. L’esecutivo Monti da qualche mese gira a vuoto e sulla questione fiscale – pura nitroglicerina – nonostante i buoni consigli arrivati da fonti disinteressate (tra le quali c’è anche Il Tempo) non ha ritenuto di operare con l’apprezzabile sobrietà esibita dal premier all’inizio della sua avventura. Senza un intervento sulla materia incandescente delle tasse, frutto di un lavoro collegiale tra i partiti e Palazzo Chigi, il governo rischia di andare a casa. Avevo anticipato qualche settimana fa le tentazioni del Pd di far saltare il banco ed andare alle elezioni a ottobre. Ora s’aggiunge anche il Pdl che si è ritrovato tra l’incudine (il governo) e il martello (il suo elettorato). La sottovalutazione del mix tra recessione e alta tassazione è palese. Il premier continua ad avere una buona fiducia, ma il governo con l’arrivo della stangata Imu andrà in apnea. Sentirsi forti è giusto, presumere di essere imbattibili è un errore. Se il premier attacca il partito più importante della maggioranza che lo sorregge, il minimo che deve attendersi è la richiesta di una «seria riflessione» che tradotto significa «c’è il conto alla rovescia». La situazione si è complicata quando Casini ha messo in chiaro il suo progetto di partito aperto ai tecnici. Da quel momento nell’immaginario di Pdl e Pd il progetto casiniano di «smontaggio dei poli» è diventato anche quello di Monti che – per soprammercato – ha messo da parte il suo understatement e stretto nel pugno una clava che non è proprio da loden. Il voto di oggi è un test politico nazionale perché metterà in chiaro alcune linee di tendenza. Da domani, il gioco dei due principali partiti sarà il seguente: andiamo subito alle urne o proviamo a continuare con Monti fino alla scadenza naturale? Senza una nuova legge elettorale, il Pd vince, ma questo al Pdl oggi potrebbe perfino non importare più di tanto. Meglio perdere un po’ di sangue oggi e salvarsi la vita, piuttosto che suicidarsi domani, restando in un governo a sfiducia crescente nell’elettorato. Possibile? Solo a patto che si sappia cosa fare dopo aver aperto la crisi, altrimenti è solo un favore al Pd. La faccenda è tutta qui, il resto della storia lo racconteranno gli elettori ai seggi. Mario Sechi, Il Tempo, 6 maggio 2012
