MONTI INVITA GLI ITALIANI A COMPRARE BTP E LUI NON LO FA

Pubblicato il 23 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Il premier predica bene (“Avere fiducia in noi stessi”) e razzola male: ha puntato su mattone, azioni e obbligazioni. Paura del fallimento?

Gran tradimento di Monti: non ha comprato Bot

Non ci ha creduto nemmeno lui. Mario Monti aveva usato toni accorati e quasi drammatici il 22 dicembre scorso rivolgendosi agli italiani in un momento dei più delicati per lo spread: «Per superare la crisi dei debiti sovrani è essenziale che tutti guardino con fiducia ai nostri titoli: è   essenziale che gli italiani sottoscrivano Bot e Btp le cui rendite oggi sono elevatissime. Occorre che abbiamo fiducia in noi stessi».  Qualche italiano sentendolo sarà pure corso in banca gettando cuore e portafoglio oltre l’ostacolo. È  capitato perfino a qualche ministro. Ma non è accaduto in casa Monti.  Né il professore, né la moglie Elsa Antonioli hanno deciso dopo il drammatico appello del presidente del Consiglio di sottoscrivere un solo Bot.

L’amara constatazione arriva proprio dalle dichiarazioni patrimoniali rese pubbliche dai coniugi Monti alle ore 23 di mercoledì scorso, un’ora prima della scadenza dell’ultimatum che lo stesso premier aveva dato a tutti i protagonisti della compagine governativa. Fra le proprietà dirette di Monti e della signora non è indicato il possesso di un solo titolo di Stato italiano. È  possibile naturalmente che Bot e Btp siano in portafoglio delle gestioni patrimoniali che il premier ha affidato a Intesa San Paolo (per 5,3 milioni di euro), a Bnp Paribas (per 4,6 milioni di euro) e a Deutsche Bank (per 1,3 milioni di euro a metà con la moglie) e che la signora Elsa ha affidato a Bnp Paribas (per 1,3 milioni di euro). Ma se titoli di Stato ci sono in quei portafogli, non è per scelta dei due primi coniugi di Italia. Entrambi infatti dichiarano in allegato alla presentazione dei propri patrimoni di possedere «fondi comuni, Etf (fondi indicizzati quotati come le Sicav, ndr), gestioni patrimoniali che investono anche in azioni, a totale discrezione del gestore e senza coinvolgimento del dichiarante». Quindi è una certezza che a casa Monti sia caduto nel vuoto l’appello del presidente del Consiglio del 22 dicembre scorso. E che quindi lui predica, ma non si ascolta.

O forse la situazione era davvero così a rischio, l’ipotesi di difficoltà di rimborso dei titoli di Stato italiani non così remota che Monti stesso non se l’è sentita di coinvolgere il patrimonio personale e il futuro dei suoi figli. Purtroppo la situazione non deve essere nemmeno cambiata troppo, perché Monti è stato protagonista di un secondo appello (questa volta rivolto alle banche e alle istituzioni finanziarie italiane) per l’acquisto di Bot e Btp in tempi assai più recenti: il 7 febbraio scorso. Ma nei giorni successivi non ha dato istruzioni di portafoglio in questo senso ai propri gestori patrimoniali, né ha deciso di impiegare in titoli di Stato italiani almeno una parte della liquidità presente sui conti correnti bancari. Per difendere i soldi di famiglia invece Monti sì è affidato al conto arancio degli olandesi di Ing (quello che offre il 4,20% di interessi), dove insieme alla moglie Elsa ha depositato 127 mila euro. Una somma meno consistente (19 mila euro) è invece presente su un altro conto corrente presso la sede centrale di Milano di Ubi Banco di Brescia: Monti ne è titolare al 50% , ma l’altra metà non è intestata alla moglie. Nella dichiarazione il socio bancario non è indicato, anche se è presumibile possa trattarsi di un figlio del premier.

Se il premier non sin fida di quello che dice agli italiani, nell’esecutivo c’è invece chi lo ha preso in parola. Come il ministro delle Politiche agricole Mario Catania che ha dichiarato di avere investito in titoli di Stato italiani tutti i suoi risparmi: 450 mila euro. O come Piero Gnudi, ministro del Turismo, che è più ricco, ma gran parte del suo patrimonio (1,2 milioni di euro), l’ha investito in Ctz italiani. E Paola Severino, altra ricchissima che però ha consegnato il suo oro alla Patria: 1,6 milioni di euro in Btp. Anche a palazzo Chigi qualcuno ci ha creduto: sia Antonio Malaschini (285 mila euro in Cct e Btp) che Paolo Peluffo (90 mila euro fra Btp e obbligazioni). Come loro hanno seguito il premier che non credeva a se stesso Lorenzo Ornaghi (145 mila euro in Btp), Ezio Moavero Milanesi (100 mila euro di Btp) e l’ammiraglio Giampaolo Di Paola (Bot e Btp per 150 mila euro). Peccato.  Franco Bechis, Libero, 23 febbraio 2012

……………..Meno male che Bechis, giornalista investigatore di quelli di un tempo, che riesce a sconmvare verità scomode. Come questa che riguarda Monti e il suo falso orgoglio nazionale, buon per i gonzi, ma non per lui che i suoi soldi, tanti, tanti, tanti, non li ha investiti nei titoli di stato italiani ma in più sicure e affidabili casseforti capaci di tutelarlo in caso di default italiano. Ma questo, lo riconosciamo, è uno sport antico, in voga da sempre: fai come ti dico, non fare come faccio, anzi non faccio io come dico io. g.

C’E’ UN NUOVO SCHEMA DI GIOCO, di Mario Sechi

Pubblicato il 23 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi e Mario Monti Forza Monti? E perché no? L’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente del Consiglio conferma che è iniziato un altro film della storia politica del Paese e le letture «anti» o «pro» usate fino a ieri sono tramontate. C’è un nuovo schema di gioco. Nell’istante in cui il Cavaliere è salito al Quirinale e ha consegnato a Giorgio Napolitano il timone della crisi, in quel preciso momento Berlusconi ha cominciato a scrivere un’altra sceneggiatura: non tornerà a Palazzo Chigi, sa che il suo partito, il Pdl, è in fase di trasformazione e probabilmente patirà una sconfitta alle prossime elezioni amministrative, ma è da questa consapevolezza che una storia politica ritrova il filo del discorso, è così che dopo l’uscita di un leader carismatico si evita di finire in un angolo della storia, cosa che accadde ai conservatori inglesi dopo l’addio di Margaret Thatcher a Downing Street. Appoggiare Monti oggi e trovare una soluzione condivisa anche per il domani facilita la transizione più che mai necessaria per tutti i partiti. Lo stesso discorso vale anche per il Partito democratico di Pier Luigi Bersani. Non andrà da nessuna parte (o meglio, andrà contro un muro di titanio) se non affronterà e risolverà le sue contraddizioni. Il Pd deve decidere tra Essere e Avere. Essere un partito che ha una linea riformista, pronto a cogliere le sfide della contemporaneità; o Avere un volano con il sindacato della Cgil ma subirne i diktat, la visione di un mondo retrò che non corrisponde neppure alla realtà industriale. Bersani in questo scenario ora ha più difficoltà di Berlusconi. Il paradosso democratico è emerso fin dal primo momento in cui il Cav ha lasciato il governo. Proprio nella fase storica in cui il Pd poteva andare alle elezioni, vincere e tornare a Palazzo Chigi, un suo leader storico, Napolitano, si è incaricato di scrivere la parola «fine» sull’equivoco cominciato dopo la caduta del Muro. Il presidente della Repubblica ha chiare tre cose: il berlusconismo è nella fase finale, il Pd non ha la forza per governare e al sistema serve un atterraggio morbido e un salvataggio rapido. Per questo c’è Monti. Per questo Berlusconi lo appoggia e Bersani non può farlo cadere. È il traghettatore senza il quale i partiti restano in mezzo al fiume. E affogano.  Mario Sechi, Il Tempo, 23 febbraio 2012

……………D’accordo,  c’è un nuovo schema di gioco, come lo chiama Sechi. Ma c’è un’incognita della quale Sechi, come tutti, pare non tengano conto. L’incognita è rappresentata dagli elettori i quali prima o poi saranno chiamati a dire la loro. Perchè se è vero che l’Italia non è luogo di rivoluzioni o di rivolte, è altrettanto vero che gli italiani hanno dimostrato nel passato, recente e lontano, di saper usare l’unica arma che hanno avuto  a disposizione, cioè il voto, o, anche,  il non voto. Il non voto lo hanno usato in occasione di referendum abrogativi francamente inutili se non dannosi;  il voto, invece, lo hanno saputo usare, facendo le loro scelte, giuste o sbagliate, ma comuque tali da indirizzare il futuro. Così nel 1946 in occasione del referendum Monarchia-Repubblica, così, sopratutto nel 1948, quando la scleta era fra il “sedere”  di De Gasperi bersaglio di Togliatti e lo stivale del plenipotenziario di Stalin. Gli italiani scelsero, e in quel caso seppero scegliere, il “sedere” di De Gasperi, nel senso che lo salvarono dallo stivale di Togliatti e gli si affidarono con grande fiducia e speranza. Speranze e fiducia ben riposta se è vero come è vero che fu De Gasperi allora a tenere il timone di una nave che nonostante l’armistizio di Cassibile, era comunque uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, dissanguata, letteralmente, e dissestata nella sua economia, nelle sue aziende, nelle sue attività. De Gasperi seppe innlazare, davvero,  la bandiera dell’orgoglio nazionale, insieme a quella della rinascita economica perchè godeva della fiducia degli italiani che avevano depositato nelle sue braccia e nella sua testa le loro speranze nel futuro. Ebbero ragione ad avere fiducia e De Gasperi dimostrò di meritarla. Si può dire la stessa cosa dei partiti e dei loro leaders di oggi e di domani – gli stessi di oggi – che hanno abdicato ai loro doveri dopo aver creato, tutti insieme, il baratro nel quale è sprofondato il Paese? Francamente lo dubitiamo. Dubitiamo che basti qualche piroetta  o qualche giro di valzer all’italiana, ora anche nella politica interna dopo esserne stati maestri nella politica estera, perchè, gattopardescametne, tutto finga di cambaire perchè non cambi nulla. Ciò vale, a nostro sommesso avviso, per tutti: centrodestra, centrosinsitra, terzopolo ed ammennicoli vari. Per cui cambaire lo schema di gioco ma permanendo gli stessi giocatori e, peggio ancora, lo stesso arbitro, è assai improbabile che gli elettori siano disposti a ridarfe fiducia a quelli che l’hanno così clamorosamente tradita, peggio trasferita ad altri (leggi Monti) pur essendo, la fiducia, un bene intransferibile. g.

ECCO CHI GIOCA CON LE MACCHINE DEL FANGO, di Vittorio Feltri

Pubblicato il 22 febbraio, 2012 in Costume | Nessun commento »

Anche i Fenomeni sbagliano e devono pagare o almeno rettificare, conciliare, chiedere scusa. Capita a (quasi) tutti di prendere un abbaglio. E così è capitato perfino a Roberto Saviano, celebrato autore di Gomorra , milioni di copie vendute e numerose apparizioni televisive, alfiere dell’antimafia.

Roberto Saviano

Roberto Saviano

Il quale, nel settembre del 2003, scrisse un articolo pubblicato dal settimanale Diario (poi defunto),intitolato«La Svizzera dei clan », in cui si raccontavano varie malefatte attribuite a criminali organizzati italiani, incluso un tale poi risultato estraneo ai fatti.

Lungi da noi l’intenzione di gettare la croce addosso al giovin scrittore. Siamo del mestiere e ne conosciamo le insidie, per cui non ci stupiamo che Saviano sia stato costretto a vergare una lettera ( ne abbiamo fotocopia) e a indirizzarla alla sua «vittima» allo scopo di chiudere amichevolmente la causa, ammettendo l’errore commesso. Il lavoro del giornalista ha tempi stretti, non concede molti margini alla riflessione e al controllo scientifico delle notizie e delle loro fonti. Cosicché è facile calpestare la classica buccia di banana e finire con le terga a terra.

Segnaliamo la topica di Saviano non per il piacere di condividere con lui le stesse disgrazie. Per carità. Non è vero che mal comune sia mezzo gaudio. Queste nostre note servono solo, o speriamo servano, a convincere il «camorrologo» più famoso della penisola che non basta il successo a garantire l’infallibilità. Si sa che le mafie con i loro tentacoli arrivano dappertutto, anche al Nord, anche all’estero, ma ciò non significa che si siano impadronite di ogni cervello e condizionino la vita ( e la malavita), specialmente economica, di popoli interi. E vedere picciotti e amici di picciotti in ogni angolo non porta a comprendere la realtà.

Ovvio. Le cosche, con attività illecite, fanno parecchi soldi e poi vanno a investirli dove maggiore è la resa.

Quindi non nel Mezzogiorno, ma al Nord. I capitali sono come capi di bestiame, sentono il richiamo del branco e lo raggiungono. E poiché non puzzano è impossibile distinguere quelli puliti da quelli sporchi. La Piovra ha il portafogli in Svizzera e in Lombardia, ma la testa rimane laggiù, nelle zone più sfortunate del Paese dove nessuno o pochi la contrastano.

Ma il senso del nostro discorso è un altro. Quando si tratta di certe materie, partendo dal pregiudizio che i delinquenti siano una folla, il rischio di confondere il grano con la pula è assai alto. Se ciò accade, si alimenta quella che Saviano e i suoi amici e sodali definiscono la macchina del fango.

La stessa macchina di cui loro attribuiscono a noi l’invenzione e la guida. No, caro Roberto, non abbiamo il monopolio del fango. Qualche schizzo è roba tua, nonostante tu vada spesso in tivù a dire il contrario.

Altro episodio meritevole di cenno. La Rai è stata condannata a pagare 5 milioni di euro (come minimo) alla Fiat perché, durante una puntata di Annozero , nel dicembre 2010, è andato in onda un servizio giudicato denigratorio in quanto diceva peste e corna di un’auto, l’Alfa Mito. L’autore,Corrado Formigli,ora conduttore di Piazza pulita (La7), dovrà rispondere in solido con l’emittente; ma supponiamo che nel suo contratto ci sia la cosiddetta manleva, cioè una clausola che impone all’azienda di assumersi la responsabilità civile. Il che peggiora le cose dal punto di vista del contribuente. Infatti, la Rai per saldare la pendenza utilizzerà per forza denaro dello Stato.

Ciò dimostra che abbiamo ragione noi quando sosteniamo che il servizio pubblico non possa tenere sotto la propria egida trasmissioni d’assalto, politicamente marcate, scandalistiche, ma debba imporre a chi le progetta, conduce e realizza il rispetto di criteri professionali improntati a moderazione e prudenza. Perché con i quattrini degli abbonati non si scherza. Non si può pretendere che le sbandate dei divi vadano a pesare sulle tasche dei cittadini.

Anche per Formigli vale il pistolotto fatto per Saviano: meno disinvoltura nel maneggiare la macchina del fango. Vittorio Feltri, Il Giornale, 22 febbraio 2012


IL CARRELLO DELLA SPESA SALE DEL 4% E IL PREZZO DELLA BENZINA S’IMPENNA

Pubblicato il 22 febbraio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Il tasso d’inflazione rallenta lievemente, ma in controtendenza con questo dato, a gennaio crescono i prezzi al consumo dei prodotti acquistati più di frequente, quelli che compongono il cosiddetto “carrello della spesa“. L’aumento percepito durante il primo mese dell’anno è del 4,2% tendenziale (contro un 3,2% del dato complessivo) e dello 0,8% sul mese precedente.

Rincaro sul carrello della spesa

Un aumento congiunturale del 3,9% riguarda i beni energetici, il cui tasso tendenziale raggiunge il 15,5%, dato in accelerazione dal 13,7% di dicembre. L’aumento è da imputare agli incrementi nei prezzi che si sono registrati tanto nel comparto regolamentato che in quello non regolamentato.

Nel comparto regolamentato i prezzi crescono del 3,9% su dicembre e del 14,1% sull’anno scorso. Nel comparto non regolamentato i prezzi aumentano su base congiunturale del 4,0% e crescono su base annua del 16,4% (+16,1% a dicembre).

L’aumento su base mensile riguarda il prezzo del pane e della pasta (entrambi +0,3%), in crescita su base tendenziale del 2,9% e del 2,1%. Rialzi anche per caffè (+0,5%, +16,5%) e zucchero (+0,3%, +15,9% su base annua). Nel settore degli alimentari non lavorati il rialzo congiunturale dipende largamente dall’aumento dei prezzi dei vegetali freschi (+2,3%), in flessione su base annua dell’8,7%. A dicembre il rialzo sul carrello era stato il maggiore da ottobre del 2008.

Per quanto riguarda l’inflazione, quella acquisita per il 2012 è pari all’1,6%, quella di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, scende al 2,3% dal 2,4% di dicembre 2011, mentre al netto dei soli beni energetici, il tasso di crescita tendenziale dell’indice dei prezzi al consumo scende al 2,2% (era +2,3% a dicembre).

Il rallentamento dell’inflazione, spiega l’Istat, deriva dal lieve aumento del tasso di crescita tendenziale dei prezzi dei beni (+3,9%, dal +3,8% di dicembre 2011), più che compensato dal calo di quello dei servizi (+2,3%, dal +2,5% del mese precedente). Il Giornale, 22 febbraio 2012

.……….La notizia rimbalza dall’ANSA a tutti i giornali, ma l’uomo della strada, o la donna di casa, queste cose le sa per proprio conto, perchè non hanno bisogno che qualcuno dica loro quel che constatano ogni giorno andando a fare la spesa o recandosi alla pompa di benzina, rendendosi conto che non solo le tasse strangolano i cittadini, ma anche le misure economiche che hanno immediato riflesso sui prezzi, demolendo ogni giorno di più il potere di acquisto delle paghe, salari, stipendi, pensioni, dei cittadini comuni, del 95% dei cittadini italiani, lasciando il residuo 5% a campar bene. Tra questi ovviamente ci sono i componenti delle varie caste, da quella dei politici a quella dei giudici, attraversando il malmelmoso territorio che si acquatta dietro e accanto al potere, traendone tuti i vantaggi possibili e magari sciogliendosi in lacrime di coccodrillo per quelli che stanno fra il 95% della popolazione italiana. E di certo non allevia lo stato precomatoso in cui versano i cittadini stritolati dalle tasse e dai prezzi che si impennano il sapere che i ministri hanno messo a disposizione online i loro redditi. Anzi, per chi si è precipitato, mosso da curisoità,  a guardare i lo redditi è cresciuta la rabbia. Come può il signor Monti, con il suo milione mezzo di redditi e il suo cospicuo capitale, qualcosa come 11 milioni di euro, disseminati in  vari conti  aperti in  altrettante varie banche, conoscere, capire, comprendere, il dramma che vivono i cittadini comuni, quelli che percepiscono poche centinaia di euro al mese, qualche volta poco più di mille, con cui debbono far fronte alle tasse, altrimenti rischiano di essere perseguitati dagli ispettori alla rambo di Equitalia, alle spese quotidiane, alle esigenze dei figli, alla preoccupazione per il futuro, anche quello più immediato, e ai rischi che sono sempre nascosti diettro l’angolo di qualche malattia che li costringa alla esigenza di analisi diagnostiche, di esami radiologici, di visite specialistiche, fino, per esempio, ad un ricovero in un luogo di cura dove però non rischiare di finire in barrella, legato come un salame, per mancanza di posti letto? Può il sig. Monti,  che predica equità e rigore, ma solo per il popolo “sovrano”,  e che annuncia che siamo fuori del baratro (sic)  ma si riserva di diminuire le tasse solo nel 2014,  fermo restando che all’eventuale abbassamento del prelievo fiscale deve essere destinato  solo ciò che si ricava dalla lotta  all’evasione fiscale facendo finta di non sapere che  tutti i governi che si sono succeduti dal 1970 in poi nei loro conti economici avevano messo in uscita (puntualmente effettuate) i ricavi (mai arrivati) della lotta all’evasione, può il sig. Monti essere affidabile per la gente, e può più essere affidabile una classe dirigente, tutta intera, al di là delle posizioni politiche, che si è affidata al super ricco  Monti   e ai suoi super ricchi ministri, tutti titolari di cospicui trattamenti stipendiali o di quiescenza,a due-tre unita e cinque zeri, e di altrettanto cospicue proprietà immobiliari (la ministro Cancellieri, quella dei figli che sono mammoni, ne possiede 24 , tra fabbricati e terreni)  per  conservare le proprie intoccabili prerogative e gli altrettanti intoccabili prvilegi, lasciando solo ai cittadini qualsiasi, lo ripetiamo, al popolo fintamente sovrano, il compito di far fronte alla crisi con sacrifici che divengono giorno per giorno più pesanti e più inaccettabili? La risposta è ovvia, ma non scontata, perchè c’è chi incomincia chiedersi, come  domandava Costanzo al tenmrine di una sua fortunata trassmisisone televisiva, cosa può esserci dietro l’angolo. Domanda alla quale oggi come oggi neppure il nuovo guru della democrazia commissariata, cioè il re Giorgio, è in grado di rispondere. g.

LA SANITA’ HA SBARELLATO, di Mario Sechi

Pubblicato il 21 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

L'entrata del pronto soccorso del Policlinico Umberto I a Roma Più passano gli anni e più mi convinco che la riforma delle Regioni varata nel 1972 sia stata una delle cause dello sfascio italiano. Decentrare i poteri senza responsabilità ha creato un mostro che non solo ha dilapidato risorse pubbliche infinite, non solo ha contribuito in maniera decisiva a creare il debito che portiamo sul groppone, non solo ha depotenziato lo Stato fino a ridurlo a un passacarte incapace perfino di decidere un’opera pubblica, ma ha anche contribuito ad abbassare il livello della classe politica con la nascita di capataz locali abilissimi nel trovare clientes ma scarsissimi nell’amministrare la cosa pubblica. Alla fine però i conti tornano, o meglio, non tornano affatto. E quel grande buco nero chiamato sanità si è mangiato tutto il resto. La storia dei Pronto soccorso degli ospedali del Lazio, dove succede di tutto, in questo senso è esemplare. La prima cosa che accoglie un cittadino in ospedale è il Pronto soccorso. E che accoglienza! Non è pronto né soccorso. Non riepilogo quanto abbiamo raccontato questi giorni. La cronaca e i conti delle Asl parlano da soli, il numero esorbitante del personale amministrativo pure, manager e sindacati insieme spesso sono un combinato-disposto letale per il paziente. Si va avanti, per non restare in corsia o entrare un po’ malconci ma vivi e uscirne in orizzontale pronti per il becchino, a forza di raccomandazioni. Eppure in mezzo a questo caos, ci sono medici e funzionari che mandano avanti la baracca. E non si sa come, ma la baracca va. La sanità gratis per tutti è una gran bella cosa, ma forse è arrivato il momento di cominciare a pensare a un nuovo sistema, anche perché alla fine gratis non è. Chi ha i soldi si guarda bene dal tentare il terno al lotto nelle strutture pubbliche, chi non li ha deve sottoporsi stoicamente a un’esperienza che voi umani non potete immaginare. La parola magica sarebbe quella di una bella riforma, ma a forza di scriverla io ho consumato l’inchiostro e comincio a non avere più fiducia, né nei politici, né sui presunti tecnici. Curarsi è un diritto, ma a queste condizioni diventa impossibile e umiliante per qualsiasi persona e per gli stessi medici. Hanno fatto il giuramento di Ippocrate, devono salvare vite. Ma chi salva loro da questa vergogna?  Mario Sechi, Il Tempo, 21 febbraio 2012

….………Non sappiamo l’età di Sechi ma di certo all’epoca del varo delle Regioni, fra il 1968 e il 1970, era pitttost giovane e forse non ricorda che i più agguerriti critici delle Regioni erano i partiti di destra (ovvero, il MSI) che lanciò uno slogan che ebbe fortuna elettoralmente: No all’Itlia in pillole. Col senno di poi si sarebbe potuto aggiungere a quello un altro “…e non all’iTlia in mutande”. Perchè i danni provocati dal varo delle Regioni, strumento amministrativo che asvrebbe dovuto sostituire le Provincie, da un lato non ottenne il risultato dell’abolizione delle Provincie visto che a distanza di 42 anni le Provincie sono sempre lì,  a non far nulla e a spendere quattrini, dall’altra le Regioni sono diventate un pozzo senza fondo in materia di spreco delle risorse e sopratutto una fonte inesauribile di disposizioni legislative nelle materie di loro competenza spesso, anzi sempre, caotiche, oscure, contraddittorie, frutto di ignoranza e di pressappochismio da parte di una burocrazia residuale sotto tutti gli aspetti, primo fra tutti la comepetenza, rispetto a quella statale che, almeno, essendo erede di una burocrazia, quella piemontese da una parte e austroungarica dall’altra, formatasi all’insegna, appunto, della compoetenza, sapeva il fatto suo. Le conseguenze di tutto ciò è lo sfascio, tra gli altri,  di un comparto, il più importante per i citadini fra quelli assegnarti alla “competenza2 regionale, la sanità, che vie ovuqne situazioni di drammaticità che occupano spazio per qualche gi0rno sui mass media per essere subito dopo dimenticate.  Sarà così anche per la dramamtica vicenda della donna abbandonata in corsia, in uno dei più grandi ospedali romani, cioè di Roma, capitale d’Italia, che ha festeggiato con grande clamore mediatico i suoi 150 anni e nel 151° costringe i suoi cittadini, sia la sfortunata protagonista, sia tutti noi, a fare i conti con  realtà tanto devastanti e tanto umilianti. La cosa peggiore è che abbiamo perso fiducia e speranza che tali drammi non si ripetono. Intanto, però, centinaia di milioni di euro vengono dilapidati da enti pubblici, le Regioni, che  però non sanno dare risposte alla richiesta dei servizi più importanti per i cittadini. g.

IL PD E IL PDL STANNO SCENDENDO PEZZI DELLA LORO IDENTITA’, di Augusto Minzolini

Pubblicato il 21 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Un vento rosso è tornato ad ammutolire l’area riformista e adesso montiana del Pd. Dopo Nichi Vendola in Puglia, Giuliano Pisapia a Milano, Massimo Zedda a Cagliari, per non parlare di Luigi De Magistris a Napoli, anche le primarie di Genova sono state vinte da un esponente della sinistra massimalista, Marco Doria. Ancora una volta nelle urne la sinistra antagonista ha sconfitto quella governativa. Qualcuno dice che il caso Genova investirà come uno tsunami il Pd. Di sicuro è il segnale che la crisi è profonda e che l’esperienza Monti costa. Il motivo è lì, davanti a tutti, anche se l’intero gruppo dirigente democratico fa finta di non vederlo: per colpire il governo Berlusconi, Pier Luigi Bersani e soci hanno cavalcato politiche demagogiche e conservatrici, hanno lodato Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e le agenzie di rating; oggi, con il bocconiano a Palazzo Chigi, invece, hanno cambiato filosofia, i no sugli stessi argomenti sono diventati dei sì e gli alleati di prima sono diventati i nemici. Un processo fatto in fretta e furia, strumentalmente, senza un ripensamento culturale o l’ammissione di qualche errore. Senza, insomma, indurre la base del partito a una riflessione.

No, c’è stato il solito «controordine, compagni», che purtroppo per Bersani e soci non funziona più. Anche perché il gruppo dirigente del Pd non ha legato questo cambio di linea andando al governo in prima persona. Non è stato come con Romano Prodi o con Massimo D’Alema: ci apriamo alla modernità, facciamo i sacrifici che ci chiede il nostro uomo di fiducia. Questa volta una sinistra che per anni è stata abituata a dire sempre no deve dire sì a una sorta di dittatura finanziaria, deve dire sì alle lobby, al governo delle banche, le uniche risparmiate dalla politica dei sacrifici. Insomma, secondo i dirigenti del Pd i camalli di Genova dovrebbero accettare senza crederci i rappresentanti di quel mondo che ha costretto gli scaricatori del porto del Pireo a mettere a ferro e fuoco Atene.

Difficile da credere. Si tratta di un’operazione ad alto rischio, speculare al processo che sta avvenendo nel centrodestra. Anche il Pdl sta svendendo pezzi della propria identità. Accetta liberalizzazioni che colpiscono parte del proprio elettorato, ma che risparmiano banche, assicurazioni, petrolieri. Cioè i poteri veri. Inoltre il Pdl, come del resto il Pd, sposa una politica difficile affidandosi a un «tecnico». Insegue un’illusione: ci mettiamo dietro a Mario Monti e nessuno ci chiederà conto delle scelte di oggi; poi passata la burrasca ci riprenderemo la guida del Paese. Nulla di più sbagliato.

Da che mondo è mondo le leadership si consacrano nei momenti difficili. È stato così anche per quelle che ci sono oggi: il gruppo dirigente del Pd è ancora, a parte Achille Occhetto, quello della «svolta»; il carisma del Cavaliere è legato al dopo Tangentopoli. I processi si guidano: se è il momento della grande coalizione, allora si rivendica questa politica. Si va alle elezioni proponendo questa formula, o la si realizza in questa legislatura stando al governo in prima persona. Senza nessuna ipocrisia. Invece ci si attarda nei litigi tra Angelino Alfano e Roberto Formigoni sul nome, appunto, di un «tecnico», Corrado Passera, sperando, che passata la tempesta, qualcuno possa in nome del Pdl rivendicare la guida del Paese. O si punta alla chirurgia politica, sulla legge elettorale, per ridisegnare lo scenario politico: una legge elettorale tedesca, ad alto sbarramento, con quattro-cinque forze che apparecchi sul tavolo senza sforzo la «Große Koalition».

Ma chi l’ha detto che perdendo pezzi di identità i grandi partiti resteranno gli stessi? Chi può scommettere sul fatto che, messo da parte il bipolarismo, non venga fuori un palcoscenico con 7-8 partiti? I calcoli spesso si sbagliano. Magari a quel punto ci saranno i «tecnici», ma forse non il Pdl e neppure il Pd. Augusto Minzolini, Panorama, febbraio 2012

LA DEMOCRAZIA NORMALE CHE NO VERRA’

Pubblicato il 20 febbraio, 2012 in Politica | Nessun commento »

A sentir loro nel 2013 si faranno le riforme istituzionali. E gli italiani avranno uno Stato dal volto umano, con meno parlamentari, maggiore efficienza, più poteri al premier, sfiducia costruttiva, funzioni differenziate fra le due Camere. A sentir loro, i sempre meno amati politici, sarà questo il punto d’arrivo del processo riformatore. E anche la data – lo notiamo per inciso – avrebbe, per pura coincidenza, un significato simbolico. Nel 2013 ricorrerà il trentesimo anniversario della istituzione della commissione bicamerale per le riforme istituzionali guidata da un galantuomo d’altri tempi, Aldo Bozzi, un fine giurista che credeva davvero alla possibilità di ammodernare l’architettura dello Stato e che lavorò a tal fine, e fece lavorare, con impegno. Il risultato fu quello che fu: un nulla di fatto. Non basta. Sempre nel 2013 ricorrerà pure il ventesimo anniversario dell’approvazione della legge costituzionale che attribuiva a un’altra commissione bicamerale, la cosiddetta commissione De Mita-Iotti, il compito di elaborare un progetto organico di revisione dell’apparato istituzionale. Anche in questo caso, il risultato fu lo stesso: nulla di fatto. Non basta ancora: nel 2013, sarà stata superata d’un soffio la quindicesima ricorrenza di un’altra commissione bicamerale per le riforme istituzionali, la cosiddetta commissione D’Alema, istituita all’inizio del 1997 e finita, al solito, con un nulla di fatto. Quello delle ricorrenze nefaste è solo un gioco. E, se davvero, come dicono loro, i signori parlamentari, si giungerà in porto, nel 2013, allora verrà sfatato il carattere iettatorio delle coincidenze. E sarà un bene per tutti. Allo stato delle cose non tutto sembra scivolare liscio. Sulla riduzione del numero dei parlamentari per esempio – un provvedimento che, piaccia o non piaccia ai nostri deputati e senatori, rappresenta, per l’opinione pubblica, la cartina di tornasole della serietà dei propositi riformatori – le acque non sono calme. Una cosa è certa, almeno a dare ascolto alle ipotesi che circolano informalmente.  Il «dimezzamento» della casta non ci sarebbe e, nella migliore delle ipotesi, si arriverebbe a un «dimagrimento». Dei quasi mille parlamentari italiani, fra deputati e senatori (con la bizzarra appendice dei senatori a vita) ne verrebbero eliminati, insomma, al massimo, più o meno due centinaia, col risultato che le aule parlamentari italiane sarebbero sempre, rispetto a quelle delle altre democrazie occidentali, tra le più affollate. Come se non bastasse, è stata avanzata anche la grottesca proposta di ridimensionare il «dimagrimento» aggiungendo una trentina di seggi da dividere tra le forze minori (si prega di non ridere!) per «diritto di tribuna»: il che significherebbe, in parole povere, un manipolo di persone, a carico dei cittadini, senz’altra funzione se non quella di rallentare i lavori con interventi che non verranno presi in considerazione e ininfluenti dichiarazioni di voto. Un’ipotesi grottesca, e ai limiti della costituzionalità perché, diciamolo a chiare lettere, introdurrebbe, surrettiziamente, l’idea che gli eletti siano «rappresentanti delle forze politiche» e non «rappresentanti del popolo». Se il buon giorno si vede dal mattino le premesse non sono rosee. La tanto sbandierata intesa sulle riforme siglata da Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, continua a essere nebulosa. Troppo nebulosa per essere realistica. I partiti, i quali tutti dicono di volerla (in realtà lo sostenevano sin dagli anni Cinquanta) non vanno oltre le affermazioni di principio. Perfino sulla modifica del meccanismo elettorale che, in teoria – non necessitando del ricorso al complesso iter di approvazione di leggi costituzionali – potrebbe essere varata con il ricorso a una legge ordinaria la convergenza è di là da venire. La vicinanza delle amministrative rende prudenti: Bersani, dopo aver attaccato il Porcellum in ogni modo e in ogni sede, mette in guardia, all’indomani delle primarie genovesi del Pd contro le tentazioni proporzionaliste che potrebbero mettere in crisi la “dialettica bipolare”. Alla fine, com’è probabile e come già si sussurra da più parti, non si farà nulla. I nostri politici, terrorizzati dall’ondata montante di antipolitica e dalla discesa abissale della fiducia degli italiani nei partiti, non hanno neppure più la capacità di rendersi conto che i processi riformatori non sono affatto processi rivoluzionari e garantiscono invece la sopravvivenza, il rinnovamento, la solidità del sistema politico. Durante il dibattito sul First Reform Bill del 1832, Thomas Babington Macauley lanciò un’esortazione a sostegno della riforma elettorale: «Riformate affinché possiate conservare». Il First Reform Bill, simbolo dell’incipiente età vittoria, fu approvato e il paese ne trasse guadagno. Ma si era in altri tempi e, soprattutto, in un altro paese. Se il cammino per giungere a una modifica del vigente sistema elettorale si sviluppa tortuosamente attraverso veti incrociati e difficoltà all’apparenza insuperabili, è difficile immaginare che l’annunciata intesa sulle riforme istituzionali possa tradursi in realtà nel 2013. È più facile che il 2013 sia destinato a diventare, per i posteri la data di un’altra ricorrenza destinata a ricordare la mancata nascita di una democrazia normale. Francesco Perfetti, Il Tempo, 20/02/2012

…………Ne avevamo il sospetto ma non avevamo il coraggio di dirlo neppure a noi stessi, ma abbiamo seri sospetti che quanto scrive l’editorialista de Il Tempo corrisponda alla realtà. Del resto, a prescindere dai punti della riforma costituzionale su cui si sarebbe raggiunto l’accordo (tra questi il cosiddetto dimagrimento dei parlamentari : alla Camera meno 130 e al Senato meno 65!), il fatto che si rinvia a dopo il passaggio alle Camere in prima e seconda lettura della riforma  l’avvio alla intesa sulla riforma elettorale era il chiaro sintomo di una intenzione che non c’è. La verità è che nessuno dei partiti maggiori intende modificare l’attuale legge elettorale, salvo qualche modifica di facciata, perchè mantenere nelle meni di 3 o 4 persone per  ciascun partito il potere di nominare i parlamentari è troppo importante per modificarlo restituendolo ai cittadini che  con le loro libere scelte potrebbero (potrebbero, in teoria, perchè nella pratica è assai difficile, ma i partiti non vogliono correre neppure rischi teorici!)  mandare in tilt gli apparati di potere che si sono consolidati e  a cui  nessuno, ripetiamo, nessuno, intende abdicare. Questa è la realtà, se vi pare. E ciascuno tragga le conclusioni che vuole. g.

I PARTITI FANNO SOLO DANNO E NON SERVONO PIU’, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 19 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

A che serve il Pdl? A niente. Anzi, fa danno. Il partito si è mangiato la leadership , ha condotto alla perdita della maggioranza alle Camere, è stato il luogo di risse indiscernibili, di rinvii e intralci all’azione del governo.

Il Pdl

A che serve il Pd? Niente di niente, un simulacro di culture in fusione permanente e in atroce divisione sempiterna. È stato utile soltanto alla battaglia dei capi, è terreno per scorrerie, zona di allarmante inconciliabilità delle diverse e invadenti consorterie.

A che serve l’Udc o gli altri frammenti?Ora vogliono con gran pompa metter su un«partito della nazione», lanciare un’opa sul centrodestra, chissà con che mezzi di sfondamento, che intrugli e brodaglie parapolitiche. Fanno danno i partiti d’apparato, il resto di ciò che fu e che ebbe un senso in anni ormai lontani. Apparati che alimentano signorie locali dette anche «rapporto con il territorio». Partiti che non hanno uno statuto ideologico, perché le ideologie sono spettri.

Che si nutrono di finanziamenti ipertrofici e fuori controllo, anche biada per i cavalli morti, e dissipano credibilità a milioni di euro. E coltivano la guerricciola tra gruppi,l’accaparramento delle tessere, la formazione di maggioranze implausibili, strutturate sul nulla delle relazioni personali. Sono anime morte. Sveglia. La riforma della politica possibile è la fine dei partiti come modello del Principe machiavelliano, come gabbie di matti intenti a succhiare il sangue di rapa a istituzioni che si afflosciano perché nessuno crede che servano: Parlamento,governo,sindaco,governatore, e poi fondazioni, associazioni, lobby, questi luoghi della politica effettiva sono ormai deputati a servire da invasi per le ambizioni sbagliate di partiti sbagliati.

A forza di partiti finti siamo arrivati ai partiti serventi del governo composto dai tecnici, alle maggioranze tripartite che ubbidiscono a chi dispone del potere vero e sono costrette a funzionare sul presupposto che il comando politico e il voto degli elettori non abbiano più alcuna relazione l’uno con l’altro. Il commissario, il coordinatore, il segretario, tutte intercapedini di una casa crollante. Le due ipotesi di riforma dei partiti sono fallite. Berlusconi doveva strutturare un cartello elettorale e un partito leggerissimo, uno staff, e Veltroni aveva promesso una vocazione maggioritaria del Pd per il governo del paese o per l’opposizione costituzionale.

Erano due idee promettenti, una presa d’atto del nuovo carattere dei rapporti politici, una collocazione agile tra le famiglie europee dei popolari, dei socialisti, dei liberali, ma in nome di un solo mestiere: amministrare, governare, vivere nelle istituzioni con la classe dirigente eletta, e fare politica senza sopportare il basto del politicismo, delle stramorte identità universali o di principio, i partiti della falce e martello o dello scudo crociato o del sole nascente. Fallirono anche i tentativi di tornare a una nuova mappa partitica, dai governi D’Alema alla Bicamerale. Ora la finzione diventa una insopportabile pantomima.

C’è un severo e rigoroso bisogno di cambiamento. Quando sento parlare di congressi, di tessere, di imbrogli radicati sul territorio, metto mano alla pistola.Non ce n’è alcun bisogno. C’è bisogno di raccogliere fondi, altro che rimborsi, e di raccogliere consenso (nei paesi politicamente e costituzionalmente evoluti il fund raising e il consenso sono la stessa cosa). C’è bisogno di programmi a breve e medio termine nella contesa per un governo eletto, a partire dal 2013, non di carte dei valori a cui nessuno piega la benché minima attenzione, non di trombonate e retoricume. La cattiva reputazione dei partiti nasce da molti equivoci, d’accordo. Da una campagna di delegittimazione che dura da vent’anni. Male argomentata, per di più, vagamente e genericamente moralistica. Ma è la sopravvivenza di partiti morti che rende vivace la protesta e legittima l’insopportazione per la politica come oggi appare, che porta al fenomeno delle primarie sempre e regolarmente vinte dagli outsider , basta che siano candidati antipartito.

Le lotte dinastiche, i figli e altre discendenze messe di mezzo, una sensazione di truffa che ha del grottesco promana dal concetto stesso di partito politico d’apparato.

Viva i partiti, se i partiti sono cose che costano poco, invadono poco lo spazio pubblico, e agiscono come collettori di altre forze vive, in un arcipelago detto società, a favore di una leadership e diun programma, di idee modeste ma credibili su come si fa a guidare lo Stato, a renderlo compatibile con la cittadinanza nelle sue forme moderne. Chi fa tessere e congressi è destinato a perdere ancora e ancora e ancora. Il metro di misura della politica è una buona raccolta dati, una forte comunicazione, un programma e l’azione di chi è eletto per governare o per fare opposizione. Il resto è fuffa, sopravvivenza, morto che afferra il vivo. Giuliano Ferrara, Il Giornale, 19 febbraio 2012

…………Ci duole doverlo ammettere ma Ferrara mette il dito nella piaga. Siamo sempre stati militanti di partito, il partito è stato lo strumento attraverso il quakle abbiamo tentato di dare un contributo concreto alla società. Ma il risultato del bipolarismo, anticamera del bipartitismo, la nuova ondata di sigle  e siglette che invadono il teatro della politica segnano la fine dei aprtiti, alemno di come li abbiamo conosciuti, praticati, militati. Come uscirne? Francamente è difficile dirlo, anche Ferrara, autore di una diagnosi cruda quanto reale, sul piano delle proposte  risolutrici diventa evanenescente, vago, anche lui ripesca il  linguaggio antico in uso nell’era dei partiti del passato. E ci restituisce all’indietro. g.

CRONACA DI UNA GIORNATA ARISTONIZZATA, di Mario Sechi

Pubblicato il 19 febbraio, 2012 in Politica, Spettacolo | Nessun commento »

Adriano Celentano durante la serata finale del Festival di Sanremo 2012 Spartito del sabato italiano: il sermone di Celentano nella serata finale di Sanremo; lo spacco inguinale di Belen scomunicato dalla ministra tecnica Fornero; il segretario del Pd Bersani sente l’impellente bisogno di esprimersi sul tema bollente dell’etica applicata alle cosce da showgirl; Scalfari non se la fa fare sotto al naso da nessuno e snocciola un video editoriale “molleggiato” per Repubblica su iPad; tal Mazzi se ne va e Mazza invece resta; tra una canzonetta e l’altra il Papa nomina 22 nuovi cardinali e blinda la successione al soglio di Pietro; anche Berlusconi blinda Monti: «Con lui sarò leale»; Ahmadinejad approfitta dell’arma di distrazione di massa sanremese e invia due navi da guerra iraniane a fare cucù alle coste di Israele con la complicità della giunta egiziana; la Concordia invece sta sempre all’isola del Giglio e Schettino non è ancora evaso dai domiciliari in casa con la moglie. Navighiamo a vista, si sa, e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco prova a ricordare un paio di cose serie agli italiani, tipo che il credito alle imprese è sparito; alt! il numero uno di Intesa, Cucchiani, non ci sta: «Basta accusare le banche, il credit crunch non c’è»; nell’attesa di un accordo tra gnomi della finanza, si fa zapping per vedere il funerale di Whitney Houston perché in rete dicono che «forse almeno là c’è musica vera»; vai con la nera: spacciatore agli arresti domiciliari a Roma, continua a spacciare da casa; accade mentre a Courmayeur le casse dei negozi sono surriscaldate, c’è la Finanza, la sciata diventa sobria e la Santanchè rassicura: «Ero in pista, non ho visto nulla»; dopo una lunga nota sull’articolo 18 Fabrizio Cicchitto esonda: «A Sanremo serve più autoironia»; altro canale, da Fabio Fazio è ospite la Cgil della Susanna Camusso, «aaarghh!» è l’urlo di Raffaele Bonanni, la Cisl prontamente s’incazza su Twitter; i fratelli Taviani sbancano il Festival del cinema di Berlino (bravi!); «vabbuò» (Schettino dixit) si torna alle cose serie e al Superenalotto, nessuno ha azzeccato il 6, «evvai, che i 66 milioni di euro la prossima volta sono nostri»; a Bassano del Grappa due quindicenni vengono beccati mentre fanno sesso a scuola, a lei danno quattro giorni di sospensione in più e non sappiamo perché; Rosy Bindi a tutta birra dice che «bisogna ripensare il finanziamento pubblico dei partiti»; sì, figurati, è il momento hot della serata, Ivanka è in versione veditutto, all’Ariston vacillano, a casa crollano; Pier Ferdinando Casini si riprende un attimo e annuncia: «Dobbiamo dare una nuova offerta politica!»; troppo tardi Pier, è partita la corsa alle frappe e castagnole di carnevale, 22 mila tonnellate e un conto da 150 milioni. Siamo il Paese di Pulcinella e paga sempre Pantalone. Basta, perché mi sento anch’io un po’ «aristonizzato». Cari lettori, chiamate Houston, abbiamo un problema: è tutto vero.  Mario Sechi, 19/02/2012, Il Tempo

…………Ma si, buttiamola a ridere, perchè altrimenti non ci resterebbe che piangere. La cronaca della giornata aristonizzata di Sechi è la cronaca di ogni giorno di ciascuno di noi. I flash di Sechi sono quelli che accompagano ciascuno di noi ogni giorno, guardando i tg, leggendo i giornali, parlando con la gente. Che sembra  malinconicamente,  in attesa del peggio, nonostante i sermoni di Celentano che ieri sera,  fischiato,  ha aperto la bocca, meravigliato: i fischi a me! sembrava volesse dire. Si,  i fischi e speriamo che sia l’ultima volta che questo predicatore da strapazzo ci inonda di chiacchiere, compreso la distinzione  tra “debbono” e “dovrebbero” con cui  ha preteso di spiegare gli insulti e gli ultimatum alla stampa non “allineata” con  lui, l’ultimo pagliaccio. g.

STASERA SANREMO: RITORNA CELENTANO

Pubblicato il 18 febbraio, 2012 in Spettacolo | Nessun commento »

Stasera ritorna a Sanremo il re degli ignoranti, l’ex molleggiato che ormai assomiglia sempre più alla Margaret Teacher del film The Iron Lady dove per raccontare le gesta di una donna magnifica la si è mostrata come è oggi, causa vecchiaia. Ecco,  la vecchiaia talvolta gioca brutti scherzi a chi non la sa vivere, come Celentano cui la terza età non ha portato consiglio. Ma pare che neppure chi non è in terza età non riesce ad avere il coraggio di non aver paura. Ci riferiamo alla direttrice della Rai, Lorenza Lei, che dopo aver inviato una specie di commissario a Sanremo, il suo vice Marano, non ha avuto il coraggio delle decisioni difficili ma coraggiose. Impedire, cioè, a Celentano di ritornare a concionare sul palco dell’Ariston nell’ambito di una delle più condivise manifestazioni del nostro Paese da oltre 60 anni,  dal quale martedì sera ha insultato tanta parte degli italiani, cioè i cattolici, che notoriamente pagano il canone, la stampa cattolica, i singoli cittadini come il critico televisivo del Corriere della Sera, in un deliriro di onnipotenza che è sfociato in una patetica esibizione di ignoranza, di cialtroneria, di viltà mista a presunzione poggiata sul nulla. Marano si è affrettato a sichiarare che non era andato a Sanremo per mettere a tacere Celentano cosicchè anche stamattina molta stampa si è chiesta cosa sia andato a fare a Sanremo, mentre la direttrice generale ha diramato questa mattina un comunciato che fa  ridere per la sua goffaggine. Ha scritto la Lei che si affida al buon senso di Celentano perchè sia moderato onde evitare che dopo la RAI proceda  (contro di lui)  per violazione del codice deontologico sottoscritto nell’ambito del contratto fra RAI e Celentano. Fa sorridere (di rabbia) questo comunicato perchè richiama alla menmoria l’antico detto secondo il quale  “si mette il portone di ferro dopo che i buoi sono scappati”. Celentano ha già violato sprezzantemente il codice deontologico, ha già ricoperto di ingiurie quelli che hanno osato criticarlo, ha già usato la Rai per le sue personali e diciamolo pure poco commendevoli vendette personali. Perchè consentirgli di replicare stasera, sia pure  dimezzandogi il tempo a disposizione? Sappiamo di non essere profeti se ci diciamo certi che stasera Celentano ne dirà di peggio. In tal caso la Lei piuttosto che  avviare azioni  legali contro Celentano, destinate in un Paese come il nostro a durere secoli,   dovrebbe immediatamente dimettersi per dimostrata incapacità ad assolvere alle sue funzioni. g.

.……….Impazza nella rete una domanda imbarazzante: chi è il protettore-raccomandatore di Ivanka  posta sul palco dell’Ariston con assegno a molti zeri nonostante  la sua acclarata incapacità a parlare, a capire, sinanche a muoversi? Le risposte sono molteplici e vanno dal credibile all’incredibile. Le più gettonate sono tre, nell’ordine: il funereo  Monti, la muta attrice  Monica Bellucci, il porno registra   Tinto Brass. E voi che ne pensate?