MONTI INVITA GLI ITALIANI A COMPRARE BTP E LUI NON LO FA
Pubblicato il 23 febbraio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »
Il premier predica bene (“Avere fiducia in noi stessi”) e razzola male: ha puntato su mattone, azioni e obbligazioni. Paura del fallimento?

Non ci ha creduto nemmeno lui. Mario Monti aveva usato toni accorati e quasi drammatici il 22 dicembre scorso rivolgendosi agli italiani in un momento dei più delicati per lo spread: «Per superare la crisi dei debiti sovrani è essenziale che tutti guardino con fiducia ai nostri titoli: è essenziale che gli italiani sottoscrivano Bot e Btp le cui rendite oggi sono elevatissime. Occorre che abbiamo fiducia in noi stessi». Qualche italiano sentendolo sarà pure corso in banca gettando cuore e portafoglio oltre l’ostacolo. È capitato perfino a qualche ministro. Ma non è accaduto in casa Monti. Né il professore, né la moglie Elsa Antonioli hanno deciso dopo il drammatico appello del presidente del Consiglio di sottoscrivere un solo Bot.
L’amara constatazione arriva proprio dalle dichiarazioni patrimoniali rese pubbliche dai coniugi Monti alle ore 23 di mercoledì scorso, un’ora prima della scadenza dell’ultimatum che lo stesso premier aveva dato a tutti i protagonisti della compagine governativa. Fra le proprietà dirette di Monti e della signora non è indicato il possesso di un solo titolo di Stato italiano. È possibile naturalmente che Bot e Btp siano in portafoglio delle gestioni patrimoniali che il premier ha affidato a Intesa San Paolo (per 5,3 milioni di euro), a Bnp Paribas (per 4,6 milioni di euro) e a Deutsche Bank (per 1,3 milioni di euro a metà con la moglie) e che la signora Elsa ha affidato a Bnp Paribas (per 1,3 milioni di euro). Ma se titoli di Stato ci sono in quei portafogli, non è per scelta dei due primi coniugi di Italia. Entrambi infatti dichiarano in allegato alla presentazione dei propri patrimoni di possedere «fondi comuni, Etf (fondi indicizzati quotati come le Sicav, ndr), gestioni patrimoniali che investono anche in azioni, a totale discrezione del gestore e senza coinvolgimento del dichiarante». Quindi è una certezza che a casa Monti sia caduto nel vuoto l’appello del presidente del Consiglio del 22 dicembre scorso. E che quindi lui predica, ma non si ascolta.
O forse la situazione era davvero così a rischio, l’ipotesi di difficoltà di rimborso dei titoli di Stato italiani non così remota che Monti stesso non se l’è sentita di coinvolgere il patrimonio personale e il futuro dei suoi figli. Purtroppo la situazione non deve essere nemmeno cambiata troppo, perché Monti è stato protagonista di un secondo appello (questa volta rivolto alle banche e alle istituzioni finanziarie italiane) per l’acquisto di Bot e Btp in tempi assai più recenti: il 7 febbraio scorso. Ma nei giorni successivi non ha dato istruzioni di portafoglio in questo senso ai propri gestori patrimoniali, né ha deciso di impiegare in titoli di Stato italiani almeno una parte della liquidità presente sui conti correnti bancari. Per difendere i soldi di famiglia invece Monti sì è affidato al conto arancio degli olandesi di Ing (quello che offre il 4,20% di interessi), dove insieme alla moglie Elsa ha depositato 127 mila euro. Una somma meno consistente (19 mila euro) è invece presente su un altro conto corrente presso la sede centrale di Milano di Ubi Banco di Brescia: Monti ne è titolare al 50% , ma l’altra metà non è intestata alla moglie. Nella dichiarazione il socio bancario non è indicato, anche se è presumibile possa trattarsi di un figlio del premier.
Se il premier non sin fida di quello che dice agli italiani, nell’esecutivo c’è invece chi lo ha preso in parola. Come il ministro delle Politiche agricole Mario Catania che ha dichiarato di avere investito in titoli di Stato italiani tutti i suoi risparmi: 450 mila euro. O come Piero Gnudi, ministro del Turismo, che è più ricco, ma gran parte del suo patrimonio (1,2 milioni di euro), l’ha investito in Ctz italiani. E Paola Severino, altra ricchissima che però ha consegnato il suo oro alla Patria: 1,6 milioni di euro in Btp. Anche a palazzo Chigi qualcuno ci ha creduto: sia Antonio Malaschini (285 mila euro in Cct e Btp) che Paolo Peluffo (90 mila euro fra Btp e obbligazioni). Come loro hanno seguito il premier che non credeva a se stesso Lorenzo Ornaghi (145 mila euro in Btp), Ezio Moavero Milanesi (100 mila euro di Btp) e l’ammiraglio Giampaolo Di Paola (Bot e Btp per 150 mila euro). Peccato. Franco Bechis, Libero, 23 febbraio 2012
……………..Meno male che Bechis, giornalista investigatore di quelli di un tempo, che riesce a sconmvare verità scomode. Come questa che riguarda Monti e il suo falso orgoglio nazionale, buon per i gonzi, ma non per lui che i suoi soldi, tanti, tanti, tanti, non li ha investiti nei titoli di stato italiani ma in più sicure e affidabili casseforti capaci di tutelarlo in caso di default italiano. Ma questo, lo riconosciamo, è uno sport antico, in voga da sempre: fai come ti dico, non fare come faccio, anzi non faccio io come dico io. g.

Forza Monti? E perché no? L’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente del Consiglio conferma che è iniziato un altro film della storia politica del Paese e le letture «anti» o «pro» usate fino a ieri sono tramontate. C’è un nuovo schema di gioco. Nell’istante in cui il Cavaliere è salito al Quirinale e ha consegnato a Giorgio Napolitano il timone della crisi, in quel preciso momento Berlusconi ha cominciato a scrivere un’altra sceneggiatura: non tornerà a Palazzo Chigi, sa che il suo partito, il Pdl, è in fase di trasformazione e probabilmente patirà una sconfitta alle prossime elezioni amministrative, ma è da questa consapevolezza che una storia politica ritrova il filo del discorso, è così che dopo l’uscita di un leader carismatico si evita di finire in un angolo della storia, cosa che accadde ai conservatori inglesi dopo l’addio di Margaret Thatcher a Downing Street. Appoggiare Monti oggi e trovare una soluzione condivisa anche per il domani facilita la transizione più che mai necessaria per tutti i partiti. Lo stesso discorso vale anche per il Partito democratico di Pier Luigi Bersani. Non andrà da nessuna parte (o meglio, andrà contro un muro di titanio) se non affronterà e risolverà le sue contraddizioni. Il Pd deve decidere tra Essere e Avere. Essere un partito che ha una linea riformista, pronto a cogliere le sfide della contemporaneità; o Avere un volano con il sindacato della Cgil ma subirne i diktat, la visione di un mondo retrò che non corrisponde neppure alla realtà industriale. Bersani in questo scenario ora ha più difficoltà di Berlusconi. Il paradosso democratico è emerso fin dal primo momento in cui il Cav ha lasciato il governo. Proprio nella fase storica in cui il Pd poteva andare alle elezioni, vincere e tornare a Palazzo Chigi, un suo leader storico, Napolitano, si è incaricato di scrivere la parola «fine» sull’equivoco cominciato dopo la caduta del Muro. Il presidente della Repubblica ha chiare tre cose: il berlusconismo è nella fase finale, il Pd non ha la forza per governare e al sistema serve un atterraggio morbido e un salvataggio rapido. Per questo c’è Monti. Per questo Berlusconi lo appoggia e Bersani non può farlo cadere. È il traghettatore senza il quale i partiti restano in mezzo al fiume. E affogano. Mario Sechi, Il Tempo, 23 febbraio 2012
