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TRE SCENARI UNA SOLA CARTA, di Mario Sechi

Pubblicato il 8 novembre, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Le prossime 48 ore non saranno solo le più importanti della legislatura, ma una svolta della storia politica italiana. La parabola di Silvio Berlusconi si sta compiendo e il punto di caduta è ignoto. Nessuno sa cosa accadrà. Un Paese in cui la politica ha ceduto alla speculazione è capace di tutto. I mercati comprano e vendono, in Italia abbiamo dato loro anche il potere di voto, così lo sfregio della democrazia è compiuto, con il sorriso compiaciuto dei «democratici». Soddisfazione breve, perché l’imminente uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi già semina il panico. Il «The End» sul film del Cav cade nel momento più convulso della sceneggiatura e gli avversari non sono preparati per gestire una trama così complessa. È bene che Berlusconi lo ricordi e affronti il Parlamento brandendo il programma della lettera di Bruxelles e i tempi di realizzazione scanditi dal monitoraggio del Fondo monetario internazionale. Da questo scenario nessuno può scappare. Quella lettera non è un impegno del governo ma del Paese e i «salvatori della patria» lo sanno. Berlusconi chieda a Senato e Camera di votare quegli impegni e – con la maggioranza o senza – salga al Quirinale per dire al presidente della Repubblica la verità su questa fase autolesionista della politica: «Non voglio più essere il capro espiatorio di tutti i mali italiani, mi impegno a concorrere a una soluzione che mi sollevi da questo ruolo». Vie d’uscita sicure? Nessuna. A un anno dalle elezioni nessun partito vuole prendersi la responsabilità delle riforme, perché sa che pagherebbe un caro prezzo in termini elettorali. Non a caso un politico navigato come Pier Ferdinando Casini invoca l’ingresso del Pd al governo. Per lui sarebbe più logico ricostruire l’area moderata con un nuovo esecutivo di centrodestra. Ma da solo non ci va e non ci sta. Vuole diluire e spalmare l’impatto elettorale dell’agenda europea. Ecco perché il voto è l’unica via di sbocco realistica in questa situazione. Un governo dei moderati con un nuovo presidente del Consiglio è improbabile; l’esecutivo di unità nazionale, l’ammucchiatissima, è uno zombie politico. Sul tavolo per ora c’è una sola carta giocabile da tutti: le elezioni anticipate.  Mario Sechi, Il Tempo, 8 novembre 2011

.…E siano elezioni anticipate, con un solo rammarico: che si facciano con la legge dei nominati, per cui al cittadino è nuovamente sottratto il diritto-dovere di scegliere da chi farsi rappresentare in Parlamento. Per di più taluni dei malpancisti, tra cui Pisanu, ritorneranno in Parlamento coperti dal recente “tradimento” e vi ritorneranno anche taluni che senza essere malpancisti sono del tutto inutili sul piano della raccolta del consenso. Questo è il bel risultato che avranno ragigunto gli oppositori  la cui fregola di mandare a casa Berlusconi impedisce di vedere al di là del proprio naso….salvo che essi sbraitano tanto contro la legge “porcata” ma in fondo al cuore siano i primi a preferirla in modo da poter  “sedere” in Parlamento i prpri “famigli”. Esattamente come il tanto vituperato Berlusconi all’insegna del sempre valido “fai come ti dico, ma non fare come faccio”. g.

BRACCIO DI FERRO PDL- EX DC

Pubblicato il 7 novembre, 2011 in Politica | No Comments »

Sono passati quasi trent’anni da quando Luigi Pintor, fondatore del quotidiano il Manifesto , scrisse un celebre articolo intitolato: «Non moriremo democristiani ». Ne era sicuro, ma la storia ha avverato solo in parte quella sinistra (di provenienza) profezia.

Beppe Pisanu

Beppe Pisanu, non ha un voto fuori del Parlamento, ma dentro ne ha uno, il suo, che gli ha regalato Berlusconi

Finita ingloriosamente la gloriosa stagione di comando, i democristiani superstiti alla scomparsa della Dc sono stati salvati dalle ciambelle di salvataggio lanciate da Berlusconi.

Alcuni lo hanno fatto convintamente, altri, la vecchia guardia, si sono comportati da camaleonti in un ambiente a loro in realtà estraneo: il berlusconismo. In molti casi la definizione più giusta è: opportunisti. Sono stati i primi a salire sulla barca di Silvio quando aveva il vento in poppa, sono i primi a scendere sdegnati in vista delle secche. Sono fatti così. Da Cirino Pomicino (esperto di tangenti) a Beppe Pisanu (esperto a coprire banche in fallimento, come l’Ambrosiano) a Vincenzo Scotti (esperto di pasticci coi fondi neri dei servizi segreti), ogni giorno porta un nuovo voltagabbana targato Dc. Chi va diritto con Fini (Pisanu), chi vuole allearsi alla sinistra (Casini), chi basta che non ci sia Berlusconi ( Formigoni), chi basta che salti fuori qualche cosa (Scajola).

Pisanu, Scotti e Cirino hanno 220 anni in tre, da una vita tramano dietro le quinte della politica e ancora non hanno smesso. Ma oggi servono, sono merce preziosa per chi vuole fare cadere il governo. Fini e Casini, quelli del rinnovamento politico ed etico, li accolgono a braccia aperte. Non hanno più voti elettorali ma hanno il loro voto in Parlamento. Saranno usati e poi, comunque vada, rigettati dietro le quinte. Perché non sono affidabili per nessuno. Si accontentano della foto sui giornali, degli applausi dei nuovi fan (fino a ieri nemici). Sono felici come bambini alle giostre. Sono in grado di fare danni, ma non ci faranno morire democristiani. Perché i democristiani veri erano, e sono, cosa diversa da loro. Alessandro Sallusti, 7 novembre 2011

…..E’ vero, Scotti, nella DC,  lo chiamavano Tarzan, per l’abilità che aveva nel saltare da una corrente al’altra, senza farsi male; Pomicino era l’alter ego di Andreotti che non lo stimava; Pisanu era il peggiore di tutti, perchè senza lode e senza infamia si aggregò a Benigno Zaccagnini, divenendone il più vicino collaboratore,  traendone vantaggi e privilegi. Nel 1994, al tracollo del PPI, rimase fuori dal Parlamento nel quale rientrò nel 1996 grazie a Berlusconi che lo ripescò, confermandolo nel 2001, quando lo nominò ministro per l’attuazione del programma, cioè al niente, per passare poi agli Interni dopo il primo “naufragio” di Scaiola. Ma tutti e tre non possono essere l’immagine della DC, che anche quando apparve scalcinata, aveva altri volti e altri nomi, tutti meritevoli di stima e di considerazione per la loro capacità di governo con cui avevano portato l’Italia prima fuori dalle miserie del dopoguerra e poi l’avevano innalzata al ruolo di settima potenza industriale del mondo. No, con quella DC, e con quegli uomini, quelli che si accingono a tradire Berlusconi, dopo esserne stati beneficiati, non hanno nulla a che spartire. Quelli erano Uomini, questi al più sono ominicchi. g.

CERCASI CAMERA. MA CON VISTA DAL COLLE

Pubblicato il 6 novembre, 2011 in Politica | No Comments »

di Marcello Veneziani – 06 novembre 2011, 10:11

A pensarci, la cosa più assurda del­la campagna feroce di Casini, Fi­ni & C. è che vogliono far cadere Berlu­sconi non per andarci loro a Palazzo Chigi e assumersi le responsabilità di governare.

Non ne hanno l’attitudi­ne, la voglia, il curriculum, il program­ma. Furono comizianti, politici da piazza e da congresso, sono dichiaran­ti da tg e furbi navigatori del politiche­se. La loro aspirazione vera è fare il pre­sidente della Repubblica. Perché, con rispetto parlando, là non si lavora, non ci si sporca le mani col Paese, l’emergenze, la quotidianità, l’ammi­nistrazione, il fisco, le alleanze capric­ciose. Una fatica, due palle, tre monti.

Al Quirinale invece c’è da fare solenni dichiarazioni di nobilissima ovvietà all’Italia, c’è da salutare folle, baciare bambini, inaugurare mostre e asse­gnare premi, mai mazzate. E continua­re a manovrare ma dall’alto, sparare senza essere sparati, far politica di soppiatto, godendo dello statuto di in­violabilità, si può rimproverare e non essere rimproverati. Severo monito, accorato appello, alto patrocinio.

Vedete la popolarità, meritatissima peraltro, di Napolitano, in pieno ma­rasma: il Paese crolla sotto il maltem­po e la malapolitica, ma lui è conside­rato un corpo illeso, puro, al di sopra della mischia e della melma. È quel che cercano Casini e Fini, e non solo loro, in verità; non si cimentarono mai ad amministrare, giocarono sem­pre e solo in politica, e il loro fine ulti­mo è il Messaggio alla Nazione. Il pae­se crolla, e loro stanno a gufare per poi immolarsi sul Colle. Eccoli, i Quiri­nauti. Marcello Veneziani

….Il ragionamento di Veneziani non fa una grinza, anzi no, una ne fa. Casini e Fini sono due, ma il Quirinale è uno solo  e dura sette anni, una vita in politica, per cui chi dei due deve mettersi in coda,  può finire come la faccetta nera della canzone: aspetta e spera….Ma Veneziani lo sa bene  chi dei due, nel caso, deve mettersi in coda. E’ Fini che da fare il “secondo” a Berlusconi s’è messo a fare il maggiordomo a Casini che da buon chierichetto se l’è preso sotto la sua ala protettrice e lo usa, anzi lo spreme come un limone, pur sapendo che di succo da quel limone lì,  già abbondantemente spremuto,  ne esce molto poco. Ancor meno ne esce dall’ultimo folgorato sulla strada di Damasco, il sardo Pisanu, il quale a sua volta qualche pensierino al Colle l’avrà anche fatto, data l’alta considerazione che ha di sè, lui che si fece le ossa accanto al buon (e inadeguato) Zaccagnini, e che da Berlusconi, dopo il nefasto 1994,  fu fatto deputato, ministro, senatore, senza avere un voto che sia uno. Pisanu, come Fini, s’è aggregato, per vendetta contro il suo benefattore,  alla cordata del Terzo Polo e invoca una nuova santa allenaza per “salvare il Paese”. Ma a lui che gliene frega dell’Italia? A lui interessa solo la sua poltrona, possibilmente la più alta possibile e vuoi vedere mai, si sarà detto, che ci può scappare anche quella più alta? Non ha capito che per lui, come per i gatti romani, non c’è più trippa da sgraffignare, pur  facendo finta di essere investito di sacro  compito di “salvatore”. g.


LA FAVOLA DEI PEONES TRAVESTITI DA STATISTI, di Vittoro Bruno

Pubblicato il 6 novembre, 2011 in Gossip, Politica | No Comments »

Si parla ogni giorno, ultimamente,  sui giornali, specie quelli cosiddetti di opinione (Il Corriere della Sera, Repubblica, etc etc) di “peones” del Parlamento, cioè deputati nominati da Berlusconi,  i quali sarebbero pronti al “sacrificio” di immolarsi sull’altare di una ritrovata “autonomia” per far saltare il governo e con il governo Babbo Natale, cioè Berlusconi. E’ una barzelletta, il solito tam tam agitato per far saltare i nervi della maggioranza e magari ottenere senza sfrozi che Berlusconi tolga il disturbo da sè, magari pronto a ricolmare di “benessere” quewlli che ora vorrebbero, come Bruto, pugnalarlo alle spalle. Le cose stanno un pò diversamente da quello che scrivono i giornali e in attesa di averne la prova in Parlamento, specie alla Camera, leggiamoci questa lettera al Direttore, pubblicata stamani da Il Tempo, che con  ironia e sarcasmo, smonta la tesi del Corrierone e della strega cattiva, cioè Repubblica,  a proposito degli aspiranti suicidi pronti a rinunciare a prebende e privilegi, prima fra tutti la pensione, per uccidere, sicari da operetta,  per conto altrui, il nemico pubblico n. 1. g.

Caro direttore,
meno male, si fa per dire naturalmente, che, in queste ore, ci sono le alluvioni che esondano anche giornali e tg perché almeno chi legge e ascolta ha modo di seguire una cronaca che capisce: fatti e non i fiumi di di parole, di scenette e di microfonate interviste – sempre le stesse – su un governo Berlusconi che ancora c’è, ma domani non si sa perché ora potrebbero mancargli i voti in Parlamento, anzi no, anzi forse, anzi chissà. È comprensibile che i direttori, avendo da qualche giorno un preoccupante vuoto di intercettazioni e di gossip al pepe e sale da dare in pasto alla gente, tentino di tutto per tenere su copie e share ed evitare flop nelle edicole.

Del resto, quando c’è di mezzo la pagnotta, uno è autorizzato a inventarsi la qualunque cosa. Ma che noia, che “déjà vu” voler per forza, in mancanza di altri più freschi argomenti, tentare di annegare di nuovo il povero lettore in pagine e pagine di politica condite da una “suspence” che non esiste e che, se c’è, pare da circo Togni. Meno male però che, per riempire le pagine, ci sono ora i peones. Sentendo aria di prime pagine che non hanno calcato in vita loro, eccoli rifarsi, in fretta, il maquillage e entrare in scena armati di amletici dubbi su un Berlusconi ormai no, ma forse, invece, ancora sì e chi li capisce è bravo. Copioni già visti e che paiono presi dagli armadi della prima repubblica. Eh si, perché i veri thriller da spasmo alle coronarie come quelli di Agata Christie, caro direttore, sono tutt’altra cosa perché, come diceva Carlo M. Cipolla, uno dei pochi economisti che si faceva capire quando scriveva, la politica, signori miei, è pura matematica o, se preferite, trigonometria nel senso che due più due fa sempre quattro almeno per chi ha imparato, fin dalle elementari, a far di conto. Credo che il Cavaliere la pensi come Cipolla e, difatti, quando provano a sparargli addosso, non riesce a prendere troppo sul serio questi peones che ora spuntano come margherite. E per una serie di motivi che i giornali potrebbero riassumere in un colonnino o al massimo due, quanto basterebbe per spiegare ai lettori come stanno veramente le cose. Punto primo. Se cadesse questo governo e si andasse subito alle elezioni, proprio questi peones ora animati da irredentismo, non saprebbero che pesci pigliare perché dove lo troverebbero un altro partito e soprattutto un altro Berlusconi disposti a rieleggerli, in Parlamento, a costo zero, auto blu compresa? Ma ci sarebbe sempre una via di fuga chiamata Casini. Ma via, chi crede davvero alla possibilità che l’Udc, in quattro e quattr’otto, possa trasformarsi da pesciolino in balena? Se, invece, pensassero di aggrapparsi alle maglie della sinistra, potrebbero finire anche peggio perché è probabile che verrebbero fatti a pezzi in un istante. Punto secondo. Anche se si andasse verso un fantomatico governo di larghe intese, che destino avrebbero questi peones? È possibile che possa essere riservato loro, per riconoscenza (che però, in politica, è stata sempre assai pelosa) un qualche strapuntino, ma non certo sottosegretariati o altro. E poi tutto finirebbe lì, in pochi mesi o, al massimo, in un anno perché alle prossime elezioni resterebbero lo stesso in mutande o forse anche peggio. Cioè a casa a sfogliare album di ricordi. Punto terzo. Ma chi è così tonto da poter pensare che un tipo amabile ma di lunga scuola come Gianni Letta, bussi all’improvviso alla porta del grande Capo e osi dirgli: «Guarda, mi devi scusare, caro presidente, ma ora, se non ti dispiace, il Cavaliere lo faccio io e tu torni nella stalla a mangiare fieno?». Tutto questo per dire, caro direttore, che i giornali con le loro cronache bizantine, non sempre, anzi quasi mai la raccontano tutta giusta. E io credo che si dovrebbe fare meno “scherzi a parte” e avere, invece, un po’ più di rispetto per i poveri lettori. Si può non avere alcuna simpatia per Berlusconi ed io, difatti, confesso di non averne mai avuta troppa, ma da questo a dire che lui possa lasciare baracca e burattini dicendo «pardon» a tutti, anche ai recalcitranti peones, mi sembra una barzelletta da ortolano che porta al mercato le zucche. Insomma ci vuole ben altro per tirarlo giù da quella sedia. A meno che all’improvviso non si stufi di suo e decida di dare un calcio nel sedere alla politica e a chi gli vuol male. È possibile, ma bisognerebbe entrare nella sua testa per sapere se abbia qualche fondamento una simile eventualità. Io, a conti fatti, penso di no. Perché il Cavaliere come pistolero si sente ancora imbattibile. Come John Wayne. Vittorio Bruno, Il Tempo, 6 novembre 2011

INCOMPATIBILI CON L’AGENDA DELL’EUROPA, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 novembre, 2011 in Politica | No Comments »

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani Se Berlusconi è bollito, Bersani è congelato. Se il centrodestra è incapace di fare le riforme, il centrosinistra promette di essere la riedizione dell’Unione. Se il Pdl è un partito anarchico-monarchico, il Pd è un monolite d’intolleranza (vedi alla voce Renzi). Se a destra pensano al giorno dopo, a sinistra sono rivolti all’indietro. Il discorso di Pier Luigi Bersani a Roma era il tassello che mancava: l’opposizione è ferma al «piano A» (cacciare Silvio), ma non ha il «piano B» (cosa si fa se resta?), per non parlare del «piano C» (se cade cosa combiniamo e con chi?). Avviso ai naviganti, c’è un’agenda da rispettare. È quella concordata con la Bce, l’Unione Europea e il Fondo monetario internazionale. Piaccia o meno, quella è la bussola non più del governo, ma dell’intero Paese. Per questo l’attacco di Bersani a Merkel e Sarkozy e alla «destra» europea è un boomerang, fa emergere l’incompatibilità dell’opposizione proprio con quell’agenda. Quel messaggio conferma quanto scrivono le agenzie di rating: il problema italiano è di sistema, coinvolge non solo Berlusconi ma un numero di persone e istituzioni che mandano segnali contrastanti su tutto. Cosa accadrà? Berlusconi resisterà, i mercati ci martelleranno fin da domani e l’opposizione chiederà le dimissioni senza dare soluzioni. Passo indietro del Cav? Facciamo un salto avanti: immaginiamo che Berlusconi lasci la poltrona e si apra la crisi. A quel punto cosa faranno Casini e Fini? Ricostruiranno il centrodestra con un nuovo esecutivo dei moderati e un capo del governo diverso? O prevarrà in loro la tentazione di evitare gli impegni impopolari dell’agenda europea per capitalizzare il ruolo di opposizione quando si andrà al voto? Essere o avere? Entra in scena Machiavelli: la politica non sceglie l’ideale, ma la convenienza. Per questo si galoppa verso le elezioni anticipate, cioè il rinvio della soluzione dei problemi. Tutti cercano l’alibi per buttare all’aria l’impopolare agenda. L’Italia (non) può attendere.  Mario Sechi, Il Tempo, 6 novembre 2011

CENTROSINISTRA SENZA PIANO “B”

Pubblicato il 5 novembre, 2011 in Politica | No Comments »

Silvio Berlusconi Non bisogna mai confondere i propri desideri con l’analisi politica. Dopo diciassette anni gli avversari di Berlusconi non hanno ancora compreso che cosa frulla nella testa del Cavaliere quando è in difficoltà. Eppure non dovrebbe essere così difficile, l’esperienza serve a questo. Ne ho avuto la prova ieri in tv a «Otto e Mezzo» quando Enrico Letta – politico che stimo – ha liquidato come farneticazioni le parole del premier da Cannes. Ancora una volta il centrosinistra – con un parlamentare che dispone di ottimi strumenti di comprensione – non coglie il sottotesto del messaggio di Berlusconi: le elezioni anticipate. Bastava ascoltare bene Alfano subito dopo la consultazione con Napolitano l’altro ieri e mettere in fila le dichiarazioni di Calderoli per concretizzare lo scenario prossimo venturo. Eccolo qui: Berlusconi andrà in Parlamento a cercare la fiducia e, a dispetto di quel che si crede, ha ottime possibilità di ottenerla. Saltato questo ostacolo, il Cav proverà ad andare avanti, ben sapendo di non essere nelle condizioni ideali, ma forte di un fatto che tutti stanno ignorando: il monitoraggio del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea è una blindatura alla quale neppure l’opposizione può sottrarsi. Il centrosinistra ha in testa, legittimamente, un solo scenario: la defenestrazione di Berlusconi. Non mette neppure in conto che egli possa farcela. E se il «piano A» non riesce che si fa? La domanda resta inevasa e invece al posto del Pd e soprattutto di Casini io me la porrei. Qual è il «piano B»? Di fronte a un governo che sta in piedi non si può pensare di andare avanti con la strategia dell’ariete. Si rischia la frattura del cranio mentre i mercati martellano il Paese e il portafoglio dei cittadini. Quando il direttore generale del Fmi dice che «l’Italia non è credibile» lancia un’accusa non solo al governo, ma anche al Parlamento incapace di superare lo spirito di fazione e votare riforme comuni. Prima si salva l’Italia, poi si regolano i conti. Non lo faranno. E a quel punto Berlusconi potrà dire che alla sinistra non importa nulla del Paese. E sarà campagna elettorale.  Mario Sechi, Il Tempo, 5 novembre 2011

....Sinora le analisi di Sechi l’hanno sempre azzecata…sarà così anche questa volta! g.

IL CAPPIO DELL’AUSTERITA’, di Mario Sechi

Pubblicato il 3 novembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

La forca eretta dai manifestanti davanti al Parlamento greco durante lo sciopero generale di giugno scorso Visto il desolante nulla di fatto del consiglio dei ministri e in attesa di capire se la storia di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi è al «the end» o meno, sul mio taccuino resta una sola vera notizia alla voce «indice manifatturiero». Ieri Markit ha diffuso i dati di ottobre e c’è da chiedersi che cos’altro debba accadere per varare dei provvedimenti per la crescita.
Tira un’ariaccia: nell’Eurozona l’indice è 47,1 punti, registra il terzo calo consecutivo e per la prima volta dal settembre del 2009 anche la Germania scivola sotto la soglia critica dei 50 punti. E in Italia? L’indice è il più basso degli ultimi 28 mesi, segna 43.3 punti. Ma quel che allarma è il brusco crollo rispetto alle previsioni che vedevano il livello di caduta a 47.1. Quattro punti sotto le stime. Dietro di noi c’è la Grecia con un eloquente 40.5. Il solo bagliore positivo è dell’Irlanda che per la prima volta dal maggio scorso supera il tetto dei 50 punti, unico paese in espansione. Non occorre una cattedra in economia per comprendere che l’Europa ha bisogno di una cura diversa da quella finora proposta dalla Bce e dalla governance di Bruxelles. L’austerità a tutti i costi ha già certificato la sua inefficacia. É il cappio al collo dell’economia. Speriamo che oggi al vertice del G20 a Cannes il presidente della Bce Mario Draghi tenga conto di questi numeri. Nei suoi discorsi da governatore di Bankitalia ha sempre ricordato che la crescita deve essere stimolata, vedremo se sarà capace di cambiare i dogmi di Eurotower.

Gli stessi numeri dovrebbe tenerli a mente anche il governo, ma da mesi la voce «crescita» è stata cancellata dal vocabolario tremontista e a Palazzo Chigi si è lasciata scorrere la sabbia nella clessidra. Così siamo arrivati all’oggi. Male e tardi. In momenti come questo una nazione tira fuori le energie positive, lascia da parte la logica di fazione e cerca di superare l’ostacolo. Poi si regolano i conti politici, si chiedono le dimissioni e si vota la sfiducia. Si sono scritti tanti decreti inutili, ma proprio quello necessario e urgente più di tutti lo si è evitato. É uno sberleffo suicida ai mercati, un cinico escamotage che serve a schierare meglio il plotone d’esecuzione per Berlusconi. Buona fortuna.  Mario Sechi, Il Tempo, 3 novembre 2011

BERLUSCONI: VELOCITA’ E RIGORE

Pubblicato il 2 novembre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Il premier Silvio Berlusconi Berlusconi accelera. La nuova tempesta che si abbatte sui mercati finanziari costringe il governo a stringere i tempi di messa a punto dei provvedimenti anti-crisi. L’idea è quella di inserire diverse misure nella legge di stabilità già in discussione i Senato, forse con un maxiemendamento o più emendamenti al provvedimento. Il Cav è a Milano, al lavoro. Segue l’evoluzione dei titoli e delle piazze europee tenendosi in stretto contatto con Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È l’ennesimo martedì nero. Rassicurare investitori e partner internazionali sull’intenzione dell’Italia a rispettare gli impegni presi diventa prioritario. La Borsa che crolla e lo spread che vola sono segnali inequivocabili. La delicatezza del momento è scandita dalle comunicazioni del governo. Intanto «non vi è dubbio – si sottolinea a Palazzo Chigi – che sull’andamento negativo degli scambi influisca pesantemente la decisione greca di indire un referendum sul piano di salvataggio predisposto dall’Unione europea. Si tratta di una scelta inattesa che innesca incertezze dopo il recente Consiglio europeo e alla vigilia dell’importante incontro del G20 di Cannes». Il premier, comunque, lavora per garantire l’operatività delle misure dell’agenda europea concordate con Bruxelles. «Le scelte del governo – assicura Palazzo Chigi – saranno applicate con la determinazione, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione». A metà giornata, però, la «situazione» si fa sempre più pesante. Piazza Affari continua a precipitare e il differenziale fra Btp e Bund tedesco resta alle stelle. Il Cav decide di anticipare il suo rientro a Roma e si precipita a Palazzo Chigi. La Grecia mette in pericolo tutti, in Europa. Così, appena arrivato, il Cav telefona ad Angela Merkel, per condividere con lei un’analisi «della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell’annuncio greco di indire il referendum» e «confermare» al Cancelliere tedesco «la ferma determinazione del governo italiano di introdurre in tempi rapidi le misure definite con l’Agenda europea». I contatti sono febbrili anche con il Quirinale. Berlusconi «aggiorna» Giorgio Napolitano sulla telefonata con la Merkel e soprattutto, «sulle misure che il governo intende adottare in tempi rapidi». La nota del Colle arriva a stretto giro di posta. Il Capo dello Stato evidenzia la drammatricità della crisi e spiega che «dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci». La nota del Quirinale viene letta con misto di sollievo e allarme a palazzo Chigi. Perché se è vero che il Quirinale da un lato assicura un atteggiamento responsabile da parte delle opposizioni (ciò che da giorni chiede il Cavaliere), dall’altro lancia un monito al governo sottolineando che il Colle non può esimersi dal verificare le condizioni per una «nuova prospettiva di larga condivisione» delle riforme attese. Una postilla che alle orecchie del Cavaliere suona più o meno così: se non varate le misure, cercherò una maggioranza alternativa. Ma è un’opzione che Berlusconi non ritiene praticabile, convinto che alternative all’attuale coalizione non ve ne siano. L’ultimatum del Colle però allarma il Cav tanto quanto i segnali dei mercati. E non perde tempo. Convoca i ministri economici a palazzo Chigi. Sono previsti anche Bossi e Calderoli, ma il Senatùr non verrà: perché impossibilitato, secondo la versione ufficiosa. Per marcare le distanze, secondo i maligni. Sia come sia, il premier non ha scelta: per accelerare il governo decide di inserire parte delle misure concordate con l’Europa nella legge di stabilità, anticipando magari il taglio di tutte le agevolazioni fiscali per fare cassa. Un nuovo vertice è previsto per oggi. L’obiettivo è mettere nero su bianco le misure. Allo studio anche un decreto legge con i provvedimenti più urgenti che, se i tempi lo consentiranno, potrebbero essere varate in un Consiglio dei ministri prima del G20 di giovedì.Il Tempo, 2 novembre 2011

…….Mentre il governo accelera sulla quanto mai difficile situazione economica, l’opposizione fa come i corvi: vola sul corpo agonizzante del Paese in attesa che tiri le cuoia.  Non per fare un torto ai corvi ma per il bene del Paese e degli italiani ci auguriamo che il governo sia davvero veloce e rigoroso e tiri fuori il Paese e gli italiani da questo momento critico e pericoloso. E i corvi prenderanno altre strade. g


IL PM INGROIA CONFESSA: “SONO UN PM PARTIGIANO”

Pubblicato il 31 ottobre, 2011 in Giustizia, Politica | No Comments »

Ci sono voluti diciott’anni, ma alla fine lo hanno ammesso: nei confronti di Silvio Berlusconi e della politica non tutta la magistratura è imparziale. A dirlo è uno dei procuratori simbolo della sinistra, Antonio Ingroia, leader dell’antimafia siciliana, l’accusatore, tanto per intenderci, di Marcello Dell’Utri. Citiamo testualmente: «Un magistrato deve essere imparziale ma sa da che parte stare. Io confesso di non sentirmi del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano». Parole terribili, per di più pronunciate in una assise politica, il congresso del Partito comunista di Diliberto. L’outing di Ingroia permette finalmente di rileggere, e riscrivere, la recente storia dei rapporti tra politica e giustizia: pm di parte hanno tentato di abbattere Silvio Berlusconi e la sua maggioranza perché si sono auto investiti di una missione con radici divine che travalica i loro compiti, cioè decidere chi e come ci deve governare al di là delle leggi e del responso elettorale. Partigiani di sinistra che si sono scagliati contro il centrodestra per liberare il Paese da un nemico di classe.

Ingroia andrebbe allontanato dalla magistratura, da subito. L’ammissione rende incredibile ogni suo atto futuro, qualsiasi cittadino elettore del centrodestra che capitasse in una sua inchiesta potrebbe e dovrebbe ricusarlo per dichiarata imparzialità. Ma tutto il suo lavoro passato andrebbe rivisto alla luce di questa ammissione, a partire dall’accanimento che ha portato alla condanna a sette anni in secondo grado di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Per non parlare dei pentiti da lui scagliati contro Berlusconi con effetti giudiziari nulli ma mediaticamente devastanti.

Ingroia è dunque stato un magistrato che si rifiuta di essere «esecutore materiale di leggi ingiuste», come ha detto ieri. Chi decide se una legge è giusta? Lui? E perché non io. Oggi è legittimo chiedersi quanti sono stati e sono i magistrati nelle condizioni di Ingroia. Quante sono state le inchieste politiche, quante le sentenze viziate da una visione privatistica della giustizia? E con che coperture nella filiera che detta la legge? Altre domande. Il Consiglio superiore della magistratura era al corrente dell’esistenza di una P2 al proprio interno? Qualcuno può escludere che anche la Corte Costituzionale sia affetta dallo stesso virus? Che cosa ne pensa e che cosa intende fare il Capo dello Stato di fronte a una simile ammissione? Per ora c’è soltanto una risposta certa: ci sono arbitri che fanno anche i giocatori. E Gianfranco Fini non è più l’unico. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 31 ottobre 2011

…………..Ci manca poco che Ingroia si autoproclami “Dio” e il colmo sarebbe raggiunto.

EURO, LA “STRANA MONETA” CHE NON COSTRUISCE L’EUROPA

Pubblicato il 30 ottobre, 2011 in Economia, Politica | No Comments »

Euro Il presidente del Consiglio ha una caratteristica tutta sua. Riesce spesso a dire cose giuste nei tempi e nei modi sbagliati. È il suo limite ma anche la sua forza dal momento che le sue uscite “politicamente poco corrette” si rivelano quasi sempre in sintonia con la “pancia” della maggior parte (o, comunque, di una parte molto consistente) degli italiani. Sono voci “dal sen fuggite” che, piaccia o non piaccia, molti cittadini comuni sottoscriverebbero, magari non a voce alta ma con un borbottio di fondo.
Il passaggio che Berlusconi ha dedicato all’euro nei giorni scorsi – un passaggio che ha suscitato, al solito, reazioni scandalizzate e provocato la necessità di una precisazione subito polemicamente riportata al rango di una smentita – rientra proprio in questa categoria. Ad analizzarlo, nel dettaglio, quel passaggio non ha nulla di sconvolgente. Quando, infatti, il Cavaliere ha affermato che «l’euro è una moneta strana» e che è, di per sé, più attaccabile di altre dalla speculazione internazionale «non disponendo né di un governo unitario né di una banca di riferimento» non ha fatto altro che fotografare uno stato di fatto.
L’euro ha, ormai, qualche anno sul groppone, tanto che c’è almeno una generazione di italiani la quale non ha neppure conosciuto la lira. Esso, come ben si ricorderà, debuttò sui mercati finanziari nel 1999, ma la sua circolazione monetaria ebbe inizio solo il 1° gennaio 2002. La cosiddetta Eurozona o Eurolandia non coincide con l’Unione Europea perché, a tutt’oggi, dieci dei ventisette Stati membri non hanno adottato l’euro come valuta ufficiale e, anzi, vi è anche chi, Danimarca e Gran Bretagna, gode di una deroga all’obbligo formale di aderire alla moneta comune. Inoltre vi sono altre realtà statuali che, pur non appartenenti all’Ue, hanno adottato l’euro unilateralmente o in virtù di accordi internazionali.
Questa situazione, a ben riflettere, legittima – almeno in certa misura e naturalmente in una accezione più politica che economica – l’espressione berlusconiana secondo la quale l’euro sarebbe «una moneta strana che non ha convinto». Tale moneta, infatti, non si è rivelata un fattore di “costruzione identitaria” dell’Europa, come invece è accaduto e accade per le monete nazionali. Mi spiego. Chi usa la sterlina o il dollaro si sente, automaticamente, inglese o americano. Chi utilizzava la lira o la peseta o il franco francese si sentiva, ipso facto, italiano o spagnolo o francese. Chi, oggi, adopera l’euro non si riconosce, subito, come europeo, ma al più come appartenente a una zona dove circola quella data moneta.
In altre parole, l’euro viene percepito soltanto come uno strumento utile per le transazioni economiche e finanziarie: quella “stranezza” dell’euro come moneta, denunciata da Berlusconi, sta tutta qui, nella mancanza di un “governo unitario” e di una “banca di riferimento” e quindi nella incapacità di essere o diventare un elemento capace di definire una “identità europea” o, se si preferisce, in grado di avviare un processo (potremmo dire parafrasando una celebre espressione del grande storico americano George L. Mosse) di «europeizzazione delle masse».
Il deficit di “capacità identitaria” della moneta unica europea è testimoniato, nel caso italiano (ma, ritengo, che lo stesso discorso valga più o meno per molti paesi dell’Eurozona), dalla convinzione – largamente diffusa e immediatamente percettibile a ogni livello – che l’introduzione dell’euro sia stata pagata un prezzo molto caro, troppo caro, quanto meno in termini di inflazione. Si ha un bel discettare di “inflazione percepita” e di “inflazione reale”.
Rimane il fatto che il potere d’acquisto di uno stipendio normale si è addirittura dimezzato rispetto al periodo precedente, quando circolava la moneta nazionale. I sacerdoti della sacralità dell’euro possono dire quel che vogliono e possono argomentare come credono le loro tesi, ma è sufficiente scendere in strada e rivolgersi all’uomo qualunque, al cittadino comune che deve fare i conti con il proprio bilancio, per avere la conferma della convinzione, giusta o sbagliata che sia, dell’esistenza di una oggettiva “responsabilità” dell’introduzione dell’euro nelle difficoltà economiche che si trova a dover affrontare. Non solo. Si ha la percezione che i vantaggi ottenuti dall’aver preso in corsa il treno della moneta unica non siano stati pari alle attese in termini, per esempio, di armonizzazione delle politiche fiscali o di liberalizzazione dei movimenti di capitale e via dicendo. Insomma, per farla breve, non si è concretizzata una “passione dell’euro” come altra faccia di quella “passione dell’Europa” della quale l’Italia ha dato sempre prova. Si è sviluppata, al contrario, una “psicosi dell’euro” fondata sul timore che la “stabilità monetaria” possa venire messa in forse dalla oggettiva disparità delle economie nazionali e dalla prospettiva di un fallimento della moneta unica o dalla sua sostituzione con un euro forte e un euro debole. O, ancora, dal pericolo del risorgere di forti pulsioni di nazionalismo economico e di velleità egemoniche da parte della Germania e della Francia.
La fiducia è la vera molla dell’economia e, al tempo stesso, è la garanzia della stabilità di un sistema economico. Quando entrano in gioco fattori che incrinano la fiducia nella moneta, il sistema entra in fibrillazione e si apre a scenari che potrebbero rivelarsi pericolosi. Quando Berlusconi ha parlato di un «attacco della speculazione» in qualche modo collegato al fatto che l’euro rappresenterebbe un “fenomeno mai visto” non ha detto nulla di strano o di eretico. Ha fotografato una situazione. La precisazione che egli ha dovuto fare – dopo la lettura distorta, maliziosa, polemica delle sue parole da parte delle sinistre di ogni sfumatura – ha chiarito, in maniera inequivocabile, il suo pensiero.
Berlusconi ha spiegato che l’attacco speculativo all’euro è dovuto al fatto che questa è «l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». Ed ha aggiunto che «l’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera» e che, proprio per la sua difesa, «l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Che le sue dichiarazioni sull’euro potessero essere fraintese, e presentate come un attacco alla moneta unica o addirittura alla stessa costruzione europea, era una eventualità da mettere nel conto in una situazione nella quale le sinistre di ogni sfumatura fanno a gara per leggere in controluce (in controluce negativa) ogni dichiarazione e ogni atto politico del Cavaliere. Da questo punto di vista sono stati, forse, sbagliati tempo e modo delle riflessioni berlusconiane sull’euro. Ma non la sostanza. Perché le questioni sollevate da Berlusconi non sono peregrine. Se si parte dall’idea che la moneta comune europea debba essere un “bene” destinato, per un verso, a migliorare il funzionamento del mercato comune e, per un altro verso, a rafforzare lo “spirito europeo”, cioè l’orgoglio e l’identità dell’essere europei, allora è bene che si apra, davvero, una riflessione approfondita, anche in termini storici oltre che di prospettiva futura, sulla natura e sulle caratteristiche di Eurolandia e del suo rapporto con l’Europa.

Eurolandia ed Europa sono due realtà diverse, tanto che, qualche tempo fa, un finissimo diplomatico, Alberto Indelicato, poté intitolare «Eurolandia contro l’Europa» un suo gustoso pamphlet. È bene non dimenticarlo, perché l’Eurolandia potrebbe anche andare in frantumi, Ma l’Europa, no. Francesco Perfetti, Il Tempo, 30 ottobre 2011