TRE SCENARI UNA SOLA CARTA, di Mario Sechi
Pubblicato il 8 novembre, 2011 in Politica | No Comments »
Le prossime 48 ore non saranno solo le più importanti della legislatura, ma una svolta della storia politica italiana. La parabola di Silvio Berlusconi si sta compiendo e il punto di caduta è ignoto. Nessuno sa cosa accadrà. Un Paese in cui la politica ha ceduto alla speculazione è capace di tutto. I mercati comprano e vendono, in Italia abbiamo dato loro anche il potere di voto, così lo sfregio della democrazia è compiuto, con il sorriso compiaciuto dei «democratici». Soddisfazione breve, perché l’imminente uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi già semina il panico. Il «The End» sul film del Cav cade nel momento più convulso della sceneggiatura e gli avversari non sono preparati per gestire una trama così complessa. È bene che Berlusconi lo ricordi e affronti il Parlamento brandendo il programma della lettera di Bruxelles e i tempi di realizzazione scanditi dal monitoraggio del Fondo monetario internazionale. Da questo scenario nessuno può scappare. Quella lettera non è un impegno del governo ma del Paese e i «salvatori della patria» lo sanno. Berlusconi chieda a Senato e Camera di votare quegli impegni e – con la maggioranza o senza – salga al Quirinale per dire al presidente della Repubblica la verità su questa fase autolesionista della politica: «Non voglio più essere il capro espiatorio di tutti i mali italiani, mi impegno a concorrere a una soluzione che mi sollevi da questo ruolo». Vie d’uscita sicure? Nessuna. A un anno dalle elezioni nessun partito vuole prendersi la responsabilità delle riforme, perché sa che pagherebbe un caro prezzo in termini elettorali. Non a caso un politico navigato come Pier Ferdinando Casini invoca l’ingresso del Pd al governo. Per lui sarebbe più logico ricostruire l’area moderata con un nuovo esecutivo di centrodestra. Ma da solo non ci va e non ci sta. Vuole diluire e spalmare l’impatto elettorale dell’agenda europea. Ecco perché il voto è l’unica via di sbocco realistica in questa situazione. Un governo dei moderati con un nuovo presidente del Consiglio è improbabile; l’esecutivo di unità nazionale, l’ammucchiatissima, è uno zombie politico. Sul tavolo per ora c’è una sola carta giocabile da tutti: le elezioni anticipate. Mario Sechi, Il Tempo, 8 novembre 2011
.…E siano elezioni anticipate, con un solo rammarico: che si facciano con la legge dei nominati, per cui al cittadino è nuovamente sottratto il diritto-dovere di scegliere da chi farsi rappresentare in Parlamento. Per di più taluni dei malpancisti, tra cui Pisanu, ritorneranno in Parlamento coperti dal recente “tradimento” e vi ritorneranno anche taluni che senza essere malpancisti sono del tutto inutili sul piano della raccolta del consenso. Questo è il bel risultato che avranno ragigunto gli oppositori la cui fregola di mandare a casa Berlusconi impedisce di vedere al di là del proprio naso….salvo che essi sbraitano tanto contro la legge “porcata” ma in fondo al cuore siano i primi a preferirla in modo da poter “sedere” in Parlamento i prpri “famigli”. Esattamente come il tanto vituperato Berlusconi all’insegna del sempre valido “fai come ti dico, ma non fare come faccio”. g.

Se Berlusconi è bollito, Bersani è congelato. Se il centrodestra è incapace di fare le riforme, il centrosinistra promette di essere la riedizione dell’Unione. Se il Pdl è un partito anarchico-monarchico, il Pd è un monolite d’intolleranza (vedi alla voce Renzi). Se a destra pensano al giorno dopo, a sinistra sono rivolti all’indietro. Il discorso di Pier Luigi Bersani a Roma era il tassello che mancava: l’opposizione è ferma al «piano A» (cacciare Silvio), ma non ha il «piano B» (cosa si fa se resta?), per non parlare del «piano C» (se cade cosa combiniamo e con chi?). Avviso ai naviganti, c’è un’agenda da rispettare. È quella concordata con la Bce, l’Unione Europea e il Fondo monetario internazionale. Piaccia o meno, quella è la bussola non più del governo, ma dell’intero Paese. Per questo l’attacco di Bersani a Merkel e Sarkozy e alla «destra» europea è un boomerang, fa emergere l’incompatibilità dell’opposizione proprio con quell’agenda. Quel messaggio conferma quanto scrivono le agenzie di rating: il problema italiano è di sistema, coinvolge non solo Berlusconi ma un numero di persone e istituzioni che mandano segnali contrastanti su tutto. Cosa accadrà? Berlusconi resisterà, i mercati ci martelleranno fin da domani e l’opposizione chiederà le dimissioni senza dare soluzioni. Passo indietro del Cav? Facciamo un salto avanti: immaginiamo che Berlusconi lasci la poltrona e si apra la crisi. A quel punto cosa faranno Casini e Fini? Ricostruiranno il centrodestra con un nuovo esecutivo dei moderati e un capo del governo diverso? O prevarrà in loro la tentazione di evitare gli impegni impopolari dell’agenda europea per capitalizzare il ruolo di opposizione quando si andrà al voto? Essere o avere? Entra in scena Machiavelli: la politica non sceglie l’ideale, ma la convenienza. Per questo si galoppa verso le elezioni anticipate, cioè il rinvio della soluzione dei problemi. Tutti cercano l’alibi per buttare all’aria l’impopolare agenda. L’Italia (non) può attendere. Mario Sechi, Il Tempo, 6 novembre 2011
Non bisogna mai confondere i propri desideri con l’analisi politica. Dopo diciassette anni gli avversari di Berlusconi non hanno ancora compreso che cosa frulla nella testa del Cavaliere quando è in difficoltà. Eppure non dovrebbe essere così difficile, l’esperienza serve a questo. Ne ho avuto la prova ieri in tv a «Otto e Mezzo» quando Enrico Letta – politico che stimo – ha liquidato come farneticazioni le parole del premier da Cannes. Ancora una volta il centrosinistra – con un parlamentare che dispone di ottimi strumenti di comprensione – non coglie il sottotesto del messaggio di Berlusconi: le elezioni anticipate. Bastava ascoltare bene Alfano subito dopo la consultazione con Napolitano l’altro ieri e mettere in fila le dichiarazioni di Calderoli per concretizzare lo scenario prossimo venturo. Eccolo qui: Berlusconi andrà in Parlamento a cercare la fiducia e, a dispetto di quel che si crede, ha ottime possibilità di ottenerla. Saltato questo ostacolo, il Cav proverà ad andare avanti, ben sapendo di non essere nelle condizioni ideali, ma forte di un fatto che tutti stanno ignorando: il monitoraggio del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea è una blindatura alla quale neppure l’opposizione può sottrarsi. Il centrosinistra ha in testa, legittimamente, un solo scenario: la defenestrazione di Berlusconi. Non mette neppure in conto che egli possa farcela. E se il «piano A» non riesce che si fa? La domanda resta inevasa e invece al posto del Pd e soprattutto di Casini io me la porrei. Qual è il «piano B»? Di fronte a un governo che sta in piedi non si può pensare di andare avanti con la strategia dell’ariete. Si rischia la frattura del cranio mentre i mercati martellano il Paese e il portafoglio dei cittadini. Quando il direttore generale del Fmi dice che «l’Italia non è credibile» lancia un’accusa non solo al governo, ma anche al Parlamento incapace di superare lo spirito di fazione e votare riforme comuni. Prima si salva l’Italia, poi si regolano i conti. Non lo faranno. E a quel punto Berlusconi potrà dire che alla sinistra non importa nulla del Paese. E sarà campagna elettorale. Mario Sechi, Il Tempo, 5 novembre 2011
Visto il desolante nulla di fatto del consiglio dei ministri e in attesa di capire se la storia di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi è al «the end» o meno, sul mio taccuino resta una sola vera notizia alla voce «indice manifatturiero». Ieri Markit ha diffuso i dati di ottobre e c’è da chiedersi che cos’altro debba accadere per varare dei provvedimenti per la crescita.
Berlusconi accelera. La nuova tempesta che si abbatte sui mercati finanziari costringe il governo a stringere i tempi di messa a punto dei provvedimenti anti-crisi. L’idea è quella di inserire diverse misure nella legge di stabilità già in discussione i Senato, forse con un maxiemendamento o più emendamenti al provvedimento. Il Cav è a Milano, al lavoro. Segue l’evoluzione dei titoli e delle piazze europee tenendosi in stretto contatto con Palazzo Chigi, con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. È l’ennesimo martedì nero. Rassicurare investitori e partner internazionali sull’intenzione dell’Italia a rispettare gli impegni presi diventa prioritario. La Borsa che crolla e lo spread che vola sono segnali inequivocabili. La delicatezza del momento è scandita dalle comunicazioni del governo. Intanto «non vi è dubbio – si sottolinea a Palazzo Chigi – che sull’andamento negativo degli scambi influisca pesantemente la decisione greca di indire un referendum sul piano di salvataggio predisposto dall’Unione europea. Si tratta di una scelta inattesa che innesca incertezze dopo il recente Consiglio europeo e alla vigilia dell’importante incontro del G20 di Cannes». Il premier, comunque, lavora per garantire l’operatività delle misure dell’agenda europea concordate con Bruxelles. «Le scelte del governo – assicura Palazzo Chigi – saranno applicate con la determinazione, il rigore e la tempestività imposti dalla situazione». A metà giornata, però, la «situazione» si fa sempre più pesante. Piazza Affari continua a precipitare e il differenziale fra Btp e Bund tedesco resta alle stelle. Il Cav decide di anticipare il suo rientro a Roma e si precipita a Palazzo Chigi. La Grecia mette in pericolo tutti, in Europa. Così, appena arrivato, il Cav telefona ad Angela Merkel, per condividere con lei un’analisi «della situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare a seguito dell’annuncio greco di indire il referendum» e «confermare» al Cancelliere tedesco «la ferma determinazione del governo italiano di introdurre in tempi rapidi le misure definite con l’Agenda europea». I contatti sono febbrili anche con il Quirinale. Berlusconi «aggiorna» Giorgio Napolitano sulla telefonata con la Merkel e soprattutto, «sulle misure che il governo intende adottare in tempi rapidi». La nota del Colle arriva a stretto giro di posta. Il Capo dello Stato evidenzia la drammatricità della crisi e spiega che «dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l’assunzione di decisioni efficaci». La nota del Quirinale viene letta con misto di sollievo e allarme a palazzo Chigi. Perché se è vero che il Quirinale da un lato assicura un atteggiamento responsabile da parte delle opposizioni (ciò che da giorni chiede il Cavaliere), dall’altro lancia un monito al governo sottolineando che il Colle non può esimersi dal verificare le condizioni per una «nuova prospettiva di larga condivisione» delle riforme attese. Una postilla che alle orecchie del Cavaliere suona più o meno così: se non varate le misure, cercherò una maggioranza alternativa. Ma è un’opzione che Berlusconi non ritiene praticabile, convinto che alternative all’attuale coalizione non ve ne siano. L’ultimatum del Colle però allarma il Cav tanto quanto i segnali dei mercati. E non perde tempo. Convoca i ministri economici a palazzo Chigi. Sono previsti anche Bossi e Calderoli, ma il Senatùr non verrà: perché impossibilitato, secondo la versione ufficiosa. Per marcare le distanze, secondo i maligni. Sia come sia, il premier non ha scelta: per accelerare il governo decide di inserire parte delle misure concordate con l’Europa nella legge di stabilità, anticipando magari il taglio di tutte le agevolazioni fiscali per fare cassa. Un nuovo vertice è previsto per oggi. L’obiettivo è mettere nero su bianco le misure. Allo studio anche un decreto legge con i provvedimenti più urgenti che, se i tempi lo consentiranno, potrebbero essere varate in un Consiglio dei ministri prima del G20 di giovedì.Il Tempo, 2 novembre 2011
Il presidente del Consiglio ha una caratteristica tutta sua. Riesce spesso a dire cose giuste nei tempi e nei modi sbagliati. È il suo limite ma anche la sua forza dal momento che le sue uscite “politicamente poco corrette” si rivelano quasi sempre in sintonia con la “pancia” della maggior parte (o, comunque, di una parte molto consistente) degli italiani. Sono voci “dal sen fuggite” che, piaccia o non piaccia, molti cittadini comuni sottoscriverebbero, magari non a voce alta ma con un borbottio di fondo.