SVOLTAS EPOCALE, PUNITI I FUNZIONARI DEL FISCO CHE VESSANO I CONTRIBUENTI

Pubblicato il 5 maggio, 2011 in Economia | Nessun commento »

Diventa illecito disciplinare l’eccesso di controlli nei fiscali nei confronti delle imprese. E un imprenditore che si sente il fiato del fisco sul collo potrà segnalarlo e far avviare una procedura disciplinare. E’ sola una delle ultime novità introdotte nel pacchetto delle venti misure fiscali del “decreto sviluppo” del governo, il cui scopo è la semplificazione del rapporto tra contribuenti e imprese. Un altro cambiamento previsto riguarda le modalità dei controlli.

Infatti, le verifiche amministrative sotto forma di accesso effettuato da qualsiasi autorità competente dovranno rispettare una serie di regole. Innanzitutto, il controllo dovrà essere unificato e dovrà avere una cadenza semestrale e durare massimo quindici giorni. Se solo una di queste condizioni venisse disattese, l’impresa potrebbe considerarsi eccessivamente oppressa e potrebbe configurarsi un illecito disciplinare.

Nelle altre disposizioni previste nel decreto si prevede inoltre che la Guardia di Finanza d’ora in poi operi in borghese, mentre saranno escluse dalle nuove modalità di controllo i casi straordinaria di verifiche per salute, giustizia ed emergenza. Infine, il coordinamento dei controlli effettuati a livello “substatale” (regioni, comuni, province) sarà affidato allo Sportello unico per le attività produttive o alle Camere di commercio.

Il richiamo di Befera No a soprusi ed arroganza nei controlli, “finendo quasi per apparentare l’azione del fisco a quella di estorsori”. Va invece applicato un “semplice regola: quella del rispetto” che i contribuenti riconoscono invece nella maggior parte delle verifiche. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera fa un duro richiamo al rispetto delle regole nell’attività di controllo da parte degli uomini del fisco, ai quali invia una lettera aperta sul sito intranet dell’Agenzia. L’attività di controllo “può rilevarsi veramente efficace solo se corretta e non è tale quando esprime arroganza o sopruso”. Si tratta di “gravi comportamenti”, spiega Befera, e quindi “gravi saranno anche le relative sanzioni, nessuna esclusa”. 5 MAGGIO 2011

LA SINISTRA POLEMIZZA SULL’UCCISIONE DI OSAMA E DIMENTICA LA FINE DI MUSSOLINI

Pubblicato il 5 maggio, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Piazzale Loreto a Milano, 29 aprile 1945: il ludibrio e l’oltraggio  del cadavere di Mussolini e degli altri gerarchi assissinati a Dongo ad opera dei comunisti.

Primi indizi di proces­so all’America per l’uccisione di Osa­ma Bin Laden. Bar­bara Spinelli, esponente del­la peggiore sinistra italiana, quella che pontifica sulla classe operaia pasteggian­do a champagne e ostriche nei suoi attici parigini, ieri su Repubblica ha aperto le danze con il solito articolo al veleno contro l’America cinica e cattiva (che si tira addosso da sempre l’odio del mondo) e quasi quasi in difesa del povero Bin La­den, assassinato inutilmen­te perché era non solo indi­feso ma già sconfitto dalla storia. Per questi vecchi ar­nesi della politica, Osama non andava ucciso. In fon­do a loro, i comunisti, era an­che un po’ simpatico in quanto antiamericano.

E di­re che l’unica volta che quel­li come la Spinelli hanno avuto in mano in italia il potere di decidere sulla sorte di un nemi­co si sono com­p­ortati da macel­lai che in con­fronto Obama è un raffinato. Ac­cadde con Mus­solini. Il comita­to nazionale di liberazione, a guida Pci, ordinò infatti l’esecuzione sommaria e senza processo del Duce, che a differenza di Bin La­den, era già loro prigionie­ro. Non contenti, i padri no­bili della Spinelli ordinaro­no pure l’uccisione della sua compagna, Claretta Pe­tacci, e la successiva esposi­zione pubblica dei due cada­veri appesi a testa in giù. La repubblica italiana an­tifascista nasce su una bar­barie contro il nemico ( le fu­cilazioni senza processo fu­rono centinaia) che in quel momento era sconfitto dal­la storia, solo e inerme mol­to più di quanto non lo fosse domenica sera Bin Laden.

La verità è che quando la cronaca diventa storia è inu­tile e addirittura pericoloso affrontarla con gli occhi del commentatore, o peggio an­cora del professore, in pun­ta di codici, leggi, diritti. Sen­za una zona grigia dentro la quale gli uomini a volte si possano muovere esentati dal doverne rispondere in una conferenza stampa, il mondo non andrebbe avan­­ti, noi oggi non saremmo ciò che siamo. La licenza po­etica che i letterati rivendi­cano, quella di trasgressio­ne che muove gli intellettua­li, non è cosa poi così diver­sa da quella di uccidere che serve agli agenti segreti e ai corpi speciali. È l’interesse superiore della collettività che giustifica i mezzi, non la morale e a volte neppure tri­bunali. Altrimenti succede come in Italia, Paese stupi­do e ingrato con i suoi servi­tori. Ricordate il caso di To­to Riina?

Era il nostro Bin La­den, capo supremo della mafia, latitante spietato che nella sua latitanza ha ordi­nato centinaia di omicidi. Quelli che l’han­no acciuffato avrebbero meri­t­ato oneri e vitali­zi, invece si ritro­vano chi in gale­ra, chi sotto pro­cesso, chi emar­ginato dentro l’arma dei carabi­nieri. E questo perché qualche Pm zelante, supportato da Barbare Spi­nelli di turno, è andato a ve­dere dentro la zona grigia dei contatti, dinamiche e compromessi che hanno portato all’arresto del feten­te. E hanno trovato cose che apparentemente non coin­cidono perfettamente con le regole. Quindi devono pa­gare. Gli eccessi di democrazia possono portare alla morte della democrazia stessa. Il presidente degli Stati Uniti ci ha detto che Osama Bin Laden è stato ucciso perché era un pericolo per il mon­do libero e occidentale. Io gli credo, non mi servono al­tre prove oltre l’11 settem­bre. E aggiungo: sarebbe sta­to un pericolo anche da pri­gioniero. Fuori da ogni ipo­crisia: il mandato era di ucci­derlo, ed era un giusto man­dato. Il Giornale, 5 maggio 2011

A CHI GIOVA LA MACCHINA DEL FANGO?, di Giuliano Ferrara

Pubblicato il 5 maggio, 2011 in Costume, Politica | Nessun commento »

Il rovesciamento della frittata è una specializzazione notoria di certi ambienti editoriali che da un tempo infinito danno la caccia a Silvio Berlusconi con tutti i mezzi, coprendolo di fango e fanghiglia quotidianamente. Sequestrato da Repubblica per le sue campagne militarizzate, il famoso autore di best-seller Roberto Saviano non ha molto senso dell’umorismo quando dice che chi critica il governo finisce «delegittimato».

A chi critica e insolentisce tutti i giorni il governo più delegittimato del mondo succede quel che tutti vedono: vende molto i suoi prodotti sul mercato del disprezzo e del cosiddetto contropotere; ha a disposizione editori a bizzeffe, e perché no anche l’odiato editore-presidente che gli apparecchia la tavola con tovaglie di pizzo; dilaga sui giornali con premio grasso al suo narcisismo, fotografie sofferenti e cristologicamente ispirate, articolesse di e su l’eroe del momento; la costruzione di un alone di santità e di bellezza e di fascino per le masse lo porta in teatri e piazze e concerti sempre pienissimi di gente plaudente, e swinging; è conteso nei salotti del potere culturale e politico; diventa anchorman per la tv pubblica e per altre reti dove la psicologia della piazza distrugge letteralmente interlocutori e avversari sgraditi; gode di campagne di diffamazione dei suoi critici ordinariamente ammannite dai media carcerari e teppistici che sfruttano il rapporto a doppia mandata con i magistrati manettari e comizianti per distruggere gli avversari; ha modo di farsi nuovi titoli da piagnisteo invocando il pericolo della censura; se la censura arriva, naturalmente ben pagata e liquidata in grande spolvero, allora si fa un giretto nel Parlamento europeo; poi torna immancabilmente a concionare lieto nelle case degli italiani in trasmissioni ritmate sul calendario settimanale, senza un giorno di eccezione e di riposo, compresi il sabato e la domenica; gode di un accreditamento internazionale che gli procura la logica da beautiful people tipica degli ambienti liberal anglosassoni e francofoni; e quando vince le elezioni, ciò che accade nonostante la sempre denunciata dittatura televisiva dell’Arcinemico, si prende tutto e si fa una passeggiata nel palazzo del potere, ma senza subire gli strali del contropotere militante della destra, che non esiste o è infinitamente inferiore in perfidia e in efficacia.
Dimentico certamente altri particolari lubrichi e divertenti dell’amplesso con la folla osannante e delle soddisfazioni di mercato politico a cui va incontro chi «delegittima» il governo e finisce in questa valle di lacrime che è l’opposizione in Italia.
E questa sarebbe la macchina del fango di Berlusconi, l’uomo politico più spiato, processato, accusato, pedinato, statuettato sui denti, dileggiato, osteggiato in patria e all’estero che esista al mondo. Ora, capisco che nella logica fintamente ingenua, vittimistica e banale di queste marionette nelle mani del club dei miliardari, quelli che mandano i bambini a recitare le litanie dell’odio, ogni critica, ogni ironia, ogni assalto anche il più fragile e sconclusionato della destra e dei suoi giornali di minoranza è considerato lesa maestà degli intoccabili. Capisco che i caserecci show del premier davanti ai tribunali sono invece esibizione di svergognate claque orwelliane pagate con panini al salame. Ma un po’ di senso dell’umorismo, quando parlano di macchina del fango, non riesce a penetrare i cuoricini beati e le cape fresche degli eroi del mercato che ha in Berlusconi il suo core business? Giuliano Ferrara, Panorama

IL PARTITO DEI PM COME ANTISTATO

Pubblicato il 4 maggio, 2011 in Giustizia, Politica | Nessun commento »

Mauro Mellini, ex parlamentare dalla storica militanza radicale, non è sorpreso dalle rivelazioni con cui il pentito Giovanni Brusca, ieri, ha accusato di collusione con la mafia praticamente tutta la classe politica. Le denunce all’ingrosso dell’ex mafioso non hanno risparmiato quasi nessuno: “Nel ’92, Cosa nostra aveva rapporti con la sinistra, con politici locali, con Lima e a livello nazionale con Andreotti”, ha detto Brusca, secondo il quale “Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino volevano portare a Riina la Lega nord e un altro soggetto politico che non ricordo”.

La foga inquisitoria di Brusca,
secondo Mellini, è figlia di una logica innescata dalle procure: “Il cosiddetto ‘pentitismo’ nasce dall’abuso dei magistrati, che assicurano ai mafiosi premi che la legge non prevede, in cambio delle loro rivelazioni. I magistrati dicono: ‘Trattiamo noi con i mafiosi arrestati’, e usano come prova anche quello che potrebbe essere al massimo un indirizzo per dare una direzione alle indagini”. Secondo Mellini, una delle assurdità del nostro codice di procedura penale è il principio in base al quale il pubblico ministero indaga non perché viene a sapere di un reato, ma alla ricerca di notizie di reato. “Così il pubblico ministero, che ormai è una sorta di ‘magistrato poliziotto’, a forza di indagare sulle ipotesi di reato e di usare i pentiti come mezzi di prova, li istiga a rendere le loro confessioni sempre più clamorose – dice Mellini – Brusca, che si è pentito dopo aver sciolto un ragazzino nell’acido, deve dimostrare di essere un superpentito ai pm che gli chiedono: ‘Ma come, non sai niente?’”. “Quando è scoppiato il caso Tortora non c’era la legge premiale – ricorda Mellini – però i magistrati trovavano comunque il modo di gratificare i pentiti: ‘Vieni qua, dicci qualcosa, al massimo se non possiamo assolvere te assolviamo tuo fratello…’”. Il pentito, che viene premiato in proporzione al materiale che offre a chi conduce le indagini, si ritrova nel mezzo di un vero e proprio corteggiamento: stuzzica, svela dei contorni quando serve, gioca di malizia, valuta se è meglio condurre o lasciarsi guidare. Per capire che qualcosa non va basterebbe sfogliare i verbali degli interrogatori dei pm Antonio Ingroia e Anonino Di Matteo a Ciancimino Jr.: “La lettura dei verbali è sconcertante – dice Mellini – Questo Massimo Ciancimino non dice mai niente, parla sempre per induzione da parte del pubblico ministero”.

Insomma, per Mellini,
che all’epoca della “trattativa” era alla Camera dei deputati, c’è qualcuno in Italia che ha trattato di sicuro con i mafiosi: i magistrati. Le grandi manovre che Ciancimino Jr. imputa allo stato sono state paradossalmente più goffe: “Se si fanno le trattative bisogna sapere qual è la situazione, dove si può arrivare e che cosa si intende ottenere – dice Mellini – Questi che vengono accusati di avere condotto trattative con la mafia, se le hanno fatte, le hanno fatte a vuoto, dando soltanto un’impressione di debolezza”.

Mellini però sottolinea: “Quello che ho dato è un giudizio politico sul loro operato. Lo stato ha comunque tutto il diritto di trattare con chi gli pare e piace, se è lo stato. Se poi invece erano il generale Mori o chi per lui ad agire per i cavoli loro allora è un altro discorso. Ma quando i magistrati dicono che era lo stato a trattare, significa che riconoscono che questi soggetti trattavano per lo stato nella sua globalità, che avevano il diritto di rappresentare lo stato”. Per i magistrati di Palermo e Caltanissetta, che indagano sui presunti mandanti delle stragi di mafia, se lo stato ha trattato con i mafiosi, va processato. La fattispecie non esiste, ma Mellini, con un’acrobazia giuridica, se l’è inventata: “Sarebbe ‘concorso esterno precontrattuale in associazione di stampo mafioso’, o, se preferiamo, ‘tentata amnistia’”. Mellini ricorda di aver visto prendere piede nelle procure degli anni Settanta – soprattutto in quelle calabresi, con cui aveva più familiarità – una cultura per cui “noi siamo gli avamposti della legalità” e “lo stato ci ha abbandonato, è un traditore”. E così, “nel tempo, lentamente, gli atti di elaborazione concettuale di Magistratura democratica sono passati nella magistratura corporativa e ora che la politica prova a tirare le briglie che ha lasciato a lungo sciolte, il cavallo della magistratura si imbizzarrisce”. E reagisce, “non ritenendosi più un pezzo dello stato, ma espressione ormai di un qualcosa che sta sopra al potere temporale, come gli ulema nello stato islamico. Sono un’aristocrazia dotata di un potere carismatico, che per definizione non è elettivo: si acquista col concorso di uditore giudiziario”. In questa logica, “la misura della validità di quello che dice Brusca non è più la ragionevolezza o il diritto, ma è l’etica golpista del partito della magistratura: abbiamo individuato i grandi signori del male, tra i quali c’è Berlusconi. Ora dobbiamo colpirli”. IL FOGLIO QUOTIDIANO, 4 maggio 2011

.……………Sono di ieri le esternazini al limite della follia rese dal criminale mafioso Giovanni Brusca che da  assassino di mestiere ora tenta di riscrivere la storia italiana, infangando personalità e uomini di cui potremmo contestare le scelte politiche, non certo la rettitudine di governo. Per esempio Nicola Mancino, già  Ministro dell’Interno,  presidente del Senato e poi vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Brusca lo ha accusato di essere stato il regista dell’accordo Stato-Mafia perchè glielo avrfebbe detto Riina, il quale Riina, non va dimenticato fu arrestato quando Mancino era minstro dell’Interno. E’ evidente che trattasi di rivelazioni che fanno a cazzotti con la verità. E poi lo stesso Brusca, pur dichiarando che Berlusconi e Dell’Utri nulla hanno a che farfe con le stragi del 1993, ha dichiarato che nell’estate del 1993, lui prese contatti con Berlusconi, tramite Dell’Utri, perchè Berlusconi era in procinto di diventare poresidente del Consiglio. Basterebbe tanto perchè i giudici lo prendano e lo rinchiudino, insieme a qualche pm troppo spregiudicatom in qualche cella, buttandone la chiava in mare, come il cormo di Osama Bin Laden. Nell’estyate del 1993 nessuno sapeva che si sarebbe votato nel 1994, nessuno sapeva, neppure l’interessato, cioè Berlusconi, che le circostanze lo avrebbero indotto a scendere in politica, nessuno poteva prevedere, neanche il mago Otelma, che a Berlusconi sarebbe riuscita l’operazione di mettere su in poche settimane un partito, stringere alleanze al nord con la Lega e al sud con il MSI e addirittura mettere insieme Lega e Msi, cioè il diavolo e l’acqua santa, e vincere le elezioni…solo Brusca nell’estate del 1993 “sapeva” che Berlusconi si “apprestava a diventare presidente del consiglio”. Si tratta di un pazzo, pluriomicida,  al quale si cnsente di esternare in pubblico farneticanti dichiarazioni che offendono la comune intelligenza. Un pò come è stato per l’altro rivelatore di smargiassae, quel Massimo Cincimino, trattato come un oracolo dal pm siciuliano Ingroia e che ora  si è scoperto essere uno squallido realizzatore dei più ignobili falsi mirati a distruggere seri e coraggiosi servitori dello Stato, sopratutto poliziotti e carabinieri, l’ex capo della Polizia e l’ex comandante dei Ros, per trarne vantaggi e immunità per sè e per i tesori accumulati dal padre, mafioso confesso. E’ finita con il suo arresto e la pubblica sconfessione di certe teorie parlemitane vendute per verità evangeliche. E’ davvero il caso di chiudere questa stagione di veleni che ha affidato al pentitismo interessato il compito di riscrivere la nostra storia recente attraverso la sistematica diffamazione dei servitori dello Stato. Ed anche  necessario ripristinare regole che impediscano a magistrati politicizzati di usare il pentitismo di spregiudicati delinquenti per alterare le regole della politica e della democrazie. g.

QUELLA VOLTA CHE AL PAPA FU RACCONTATA UNA INNOCENTE BUGIA….

Pubblicato il 3 maggio, 2011 in Costume, Notizie locali | Nessun commento »

E' il 14 marzo 1990: un gruppo di alunni della scuola media di Toritto, accompagnati dal sindaco Gagliardi, partecipano alla udienza generale di Papa Giovanni Paolo II nella Sala Nervi.... e al Papa viene raccontata una innocente bugia

Non si trattò proprio di una bugia, piuttosto di una innocente  imprecisazione. Ad accompagnare i ragazzi, gli insegnanti e il sindaco Gagliardi, alla udienza generale – era un mercoledì -  c’era un sacerdote di Grumo Appula con  radici torittesi, don Antonio Ugenti, che a quel tempo lavorava in Vaticano. Don Ugenti,  che ricordiamo sempre con simpatia e affetto, riuscì a far sistemare i ragazzi lungo il corridoio che il Papa avrebbe percorso due volte, all’arrivo e al ritorno dalla Sala delle Udienze:  al Sindaco, a cui aveva fatto  indossare la fascia tricolore, riuscì a riservare una postazione ancor più  a ridosso del percorso papale. Cosicchè,  quando Giovanni Paolo II arrivò lì dove era sistemato il sindaco Gagliardi, don Ugenti, la cui mano destra si vede nella foto mentre lo indica al Papa, chissà perchè, dice al Papa: Santità, questo è il sindaco del paese di Mons. Colasuonno ( non ancora Cardinale). Non era vero,  ma il Papa ovviamente non poteva saperlo. C’è però che Giovanni Paolo II si rivolge al sindaco Gagliardi e gli dice qualcosa che il sindaco non comprende, sia perchè profondamente emozionato,  sia per la gente che come si vede nella foto si accalca per stringere, toccare, salutare il Papa, sia per la particolare tonalità della voce del Papa. Cosa gli avrà detto il Papa? Il sindaco Gagliardi  se lo chiede più volte durante il giorno ma dovrà attendere la mattina successiva, 15 marzo 1990,  per comprendere ciò  che il Papa gli aveva detto: gli aveva  anticipato, credendolo  il sindaco del paese di Mons. Colasuonno,  una notizia, tenuta sino ad allora gelosamente segreta, e  che  proprio quella mattina, dopo essere stata diffusa durante la notte dall’Ufficio Stampa del Vaticano,  “apriva”  tutti i giornali del mondo: il Vaticano, cioè la Chiesa di Roma,  per la prima volta dopo la rivoluzione d’ottobre, cioè dopo più di 60 anni,  aveva nuovamente un proprio rappresentante ufficiale in Russia, un Nunzio Apostolico  e proprio  nella persona di Mons. Francesco Colasuonno, fine e intelligente diplomatico,   che proprio di ritorno dalla Russia riceverà la porpora cardinalizia. La piccola e innocente bugia di don Ugenti aveva indotto il Papa a rivelare una notizia,   e nell’anticiparla certo  intendeva rendere omaggio alla terra natale di Colasuonno che come poi si apprese era stato il primo, straordinario  artefice della ricomposizione diplomatica tra la Russia e la Città del Vaticano a rappresentare la quale il Papa aveva voluto proprio il futuro Cardinale.

POVERO FASANO, NON SI DA’ PACE

Pubblicato il 2 maggio, 2011 in Il territorio, Notizie locali | Nessun commento »

E' il 1986, si celebra il 40° della Repubblica con la consegna di diplomi e attestati agli amministratori comunali del quarantennio repubblicano. Fasano, non ancora vicesindaco ma già silente assessore di Gagliardi, è comodamente assiso in prima fila tra due "vittime". Cliccare sulla foto per allargarla.


L’ormai ex vicesindaco di Geronimo, il buon Giamby  Fasano, non si dà pace. Umiliato, deriso e moralmente schiaffeggiato dai suoi ex amici  (compagni!?) con i quali baldanzosamente si schierò nel 2009, invece di fare l’unica cosa che l’avrebbe riscattato, per se stesso,  non per gli altri,  che di lui poco se ne impipano, cioè dimettersi e andarsene a casa a fare ciò che sa far meglio, cioè il cacciatore di cinghiali, ha drighignato i denti e per la prima volta nella sua vita politica,  presente e passata, ha preso la parola in Consiglio Comunale per accusare i suoi ex compagni, e non solo questi,  di “non avergli dato solidarietà” (questa della mancata solidarietà è gia di suo una barzelletta…), e ufficialmente per dissociarsi dalla maggioranza: epilogo della sua  recente avventura politica,  a metà strada  tra il dramma e la farsa, perchè,  come avrebbe detto Ennio Flaiano, la cosa è seria ma divertente.

Ma perchè questa decisione che viene  fuori a così poco tempo di distanza dal rimpasto in Giunta?  A suo dire, lo scorso 18 gennaio, guarda caso  (ma solo per caso!) nel bel mezzo della querelle interna alla maggioranza che è poi sfociata nella sua defenestrazione sia da vicesindaco che dalla stessa Giunta, avrebbe ricevuto una lettera contenente un proiettile, evidentemente a scopo di  minaccia.

Minaccia per cosa? Cosa mai può aver fatto Fasano perchè qualcuno debba mandargli per posta  un proiettile, tra l’altro spendendo pure i soldi del francobollo? E  chi può aver avuto motivo di minacciare Fasano? E quale può essere il motivo? E perchè mai Fasano ha atteso oltre tre mesi per rendere noto un fatto di tanta gravità? Sembrerebbe, sempre a suo dire,  che sarebbe stato invitato a non renderlo noto per ragioni investigative (ma per fatti ben più gravi di una lettera contenente un proiettile – a proposito, di che calibro?- nessun investigatore ha mai invitato chicchessia a non rendere noto le minacce ricevute, anzi subite).

Sia come sia, Giamby, defenestrato, umiliato, schiaffeggiato tanto da non poter più mettere la faccia da nessuna parte, ha pensato di rendere la pariglia  alla sua ormai ex maggioranza che non  avrebbe solidarizzato con lui per questa minaccia, e anche per non aver solidarizzato con lui  per le critiche,  sul filo dell’ironia, mista al più evidente sfottò,  che gli sono venute da questo sito.  Poveretto, ancora si illude di essere un piede sopra gli altri e ancora si considera una specie di signorotto per via o del mestiere che esercita o della discendenza  (quale? quella dal brigante D’Urso o dal nonno  calzolaio – nobile mestiere di cui si avverte la mancanza  – ?) di cui mena vanto. Non vogliamo infierire più di tanto, perchè farlo significa sparare sulla Croce Rossa, e a noi, a differenza sua, non ci va di infierire su chi si fa male da solo, anche se, a proposito di inenarribilità, ne avremmo molto da raccontare.  Ma per farlo dovremmo citare fatti e persone la cui memoria ci è cara per metterla in piazza (come ha fatto lui, stoltamente,  con la memoria del padre)  per il solo gusto di sputtanarlo più di quanto non lo sia e non lo abbia fatto da sè.  Anche questa pretesa mancata solidarietà da parte della sua ex maggioranza, ragione invocata per spiegare  la dissociazione, è finita nel grande cesto della ilarità generale allorchè Geronimo sindaco  (il peggio del peggio – stando a ciò che Giamby ha confidato e continua a confidare   a quelli  che aveva osteggiato nel 2009,  nell’intento di averne il sostegno o, almeno, il silenzio – cioè peggio di Gagliardi,  il che per Geronimo  Michele equivale, e davvero ci dispiace per lui,  ad una accusa di pazzia precoce senza l’attenuante della età che, almeno quella,  può invocarsi per Gagliardi….), ha precisato al  Fasano, la cui boccuccia,  a questo punto,  si è ancor più arcuata, che  fu lo stesso Fasano, dandogli notizia della lettera, ad averlo pregato di non diffondere la notizia perchè per ragioni investigative la notizia non doveva essere resa pubblica. Per cui…per cui ci pare che anche in questa vicenda il povero Giamby, che nel frattempo dal ruolo di convinto sostenitore dell’attuale maggioranza  è  passato all’improbabile  ruolo di  patetico apprendista golpista,  così come due anni fa baldanzosamente rivestì quello, ancor meno a lui consono,  del castigatore, ci ha fatto la figura dello sprovveduto, per non usare la espressione milanese che meglio lo identificherebbe. Senza dire che nessuna spiegazione è emersa circa le ragioni della lettera di minaccia, sulle cui origini ci tocca però  fare delle ipotesi.

Siamo propensi ad escludere la pista politica. Intanto perchè Fasano, assessore alla sanità, cioè al nulla,  prima di essere defenestrato, non aveva alcuna rilevanza in fatti amminisitrativi che potrebbero aver scatenato qualche malavitoso, nè è ipotizzabile che la querelle all’interno della maggioranza potrebbe  aver indotto chicchessia a cotanta “fatica” di trovare un proiettile, infilarlo in una busta e spedirla. Allora, esclusa la pista politica, possiamo azzardare tre sole ipotesi.

O si tratta di qualche cliente mal servito, ma, in questo caso, come sa bene Fasano, basta utilizzare la ricusazione, azione che egli conosce bene per averla usata nei confronti di incolpevoli persone con l’arroganza e la cattiveria dei supponenti; o si tratta del marito di qualche cliente di genere femminile, ma siamo portati, per antica cognizione,  ad escludere tassativamente questa ipotesi; resta la terza ipotesi:si tratta della vendetta di qualche cinghiale che stanco di essere vittima dei proiettili di Fasano  cacciatore, ha pensato di rendergli pan per focaccia.  Si, sarà questa, a nostro avviso, l’ipotesi intorno alla quale dovrebbero lavorare, e seriamente,  gli investigatori. E così sia. g.

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P.S.  Chiamati in causa da chi della violenza verbale ha fatto la sola sua arma, specie se senza contraddittorio, e per di più a testa bassa per il solo gusto di ascoltare la propria voce,  ci  pare utile sottolineare due questioni, apparentemente in contraddizione tra loro.

La prima. Accusando altri di essere pazzi, e ovviamente tirandosene fuori,  qualche esperto  ad appendere corone e  a rimuovere  transenne,  si è tolta  per se stesso la possibilità di accedere alla genialità, visto che, secondo un comune sentire ,  talvolta la pazzia è a  confine con la genialità.

La seconda. E’ un vecchio adagio – e di solito gli antichi adagi l’azzeccano sempre -  a ricordare che di solito i buoi dicono cornuti agli asini. Nella fattispecie, poi, si dà il caso che il nostro esperto in  corone e transenne,  del bue non ha solo le abitudini, ma anche una non vaga rassomiglianza. Si soffermi su questo e poi se vuole passi al ruolo di asino. Avendo cura di imparare a ragliare bene, perché anche quella è un’arte. g.

GLI USA ANNUNCIANO LA MORTE DI OSAMA BIN LADEN. SPERIAMO CHE SIA VERO

Pubblicato il 2 maggio, 2011 in Politica estera | Nessun commento »

Questa notte il presidente americano Obama ha annunciato al mondo che un commando americano ha attaccato e ucciso il capo del terrorismo americano Osama Bin Laden il cuyi corpo sarebbe nelle mani degli americani che però sinora non lo hanno mostrato. L anotizia ha fatto immediatamente il giro del mondo ed ha suscitato immediate manifestazioni di gioia sopratutto in America, dinanzi alla Casa Bianca e a New York vicino al lugo dove sorgevano le due Torri abbattute nell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. E’ una notizia che quando sarà definitivamente confermata con l’esposizione del corpo del terrorista suscita emozioni e entusiamo fra tutti anche se comuqnue non di certo da sola far abbassare la guardia perchè l’uccisione del loro capo potrebbe provocare reazioni isteriche da parte dei terroristi. Anche oggi, come 10 ani fa, ci sentiamo tutti americani. g.

E NAPOLITANO ALLA FINE SBOFFA: SIETE DEGLI IPOCRITI

Pubblicato il 2 maggio, 2011 in Politica | Nessun commento »

Giorgio Napolitano Alla fine anche lui ha perso la pazienza. E al Quirinale nel bel mezzo delle celebrazioni ufficiali per il Primo maggio (una festa che per Giorgio Napolitano non è proprio una festa qualunque), il presidente della Repubblica si lascia scappare uno sfogo amaro: «I miei richiami sono accolti con ipocrisia istituzionale». Con chi ce l’ha? Con tutti, spiega chi frequenta spesso il Quirinale. Dice Napolitano: «È sufficientemente chiaro il bisogno – sono ancora le sue parole – che io avverto già da tempo, di un richiamo alla durezza delle sfide che ci attendono e già ci incalzano. Sembra quasi talvolta, che l’accogliere oppure no, il far propri sinceramente o no quei miei richiami, sia una questione di galateo istituzionale o un esercizio di ipocrisia istituzionale». Quindi la stilettata: «Ma è ai fatti e alle conseguenti responsabilità che sempre meno si potrà sfuggire – insiste il Capo dello Stato – senza mettere a repentaglio quel qualcosa di più grande che ci unisce, quel comune interesse nazionale, che non è un ingannevole simulacro, senza finire per pagare prezzi pesanti in termini di consenso». Poi Napolitano aggiunge: «Mi domando, ed è una domanda che può riferirsi anche alle relazioni tra le forze politiche: è inevitabile l’attuale grado di conflittualità, è impossibile l’individuazione di interessi e impegni comuni? Si teme davvero che possa prodursi un eccesso di consensualità, o un rischio di cancellazione dei rispettivi tratti identitari e ruoli essenziali?».

Che cosa porta il presidente della Repubblica a un richiamo così duro? Per una volta non sembra che i fulmini siano scagliati contro Silvio Berlusconi: forse mai come in questa circostanza i due appaiono in linea, assieme sul fronte libico. Il primo bersaglio è il Pd. Napolitano, e questo non è un mistero, avrebbe voluto che non fosse stata presentata alcuna mozione sulla partecipazione italiana ai bombardamenti a Gheddafi. Proprio per mostrare un Paese, in evidente difficoltà sul piano internazionale, quanto mai compatto. Almeno in questa circostanza. E da Pierluigi Bersani aveva avuto rassicurazioni che il suo partito, il partito dalle cui file proviene, non avrebbe presentato mozioni. Ma nel Pd ormai è guerra più che a Misurata. Il capogruppo alla Camera Dario Franceschini ha presentato un testo, il capogruppo in commissione esteri Giorgio Tonini, veltroniano, segue una sua linea ancora più interventista, al Senato nessuna mozione. Massimo D’Alema, quello più in sintonia con il Colle, era più orientato a non presentare testi. Di Pietro, da fuori, soffia sul fuoco e sfida il Pd a vedere se voterà con il governo, cercando così di lucrare qualche voto. Forse al Colle si aspettavano anche tempi più diluiti, ma Fini ha fatto di tutto per calendarizzare la questione Libia con eventuale voto già la settimana prossima.

Del centrodestra non ne parliamo. La Lega, che pure era sembrata sulla linea del Quirinale, ha presentato addirittura un suo testo chiedendo una data di scadenza per i bombardamenti come se fossero yogurt. Fonti dell’intelligence hanno dipinto un quadro molto più chiaro. La missione della Nato in Libia non durerà tanto tempo. Esperti militari assicurano che tutto non supererà le due settimane. Innanzitutto perché l’operazione ha costi altissimi. Si parla di circa 300 milioni di euro al giorno. Che vanno sì ripartiti tra tutti i Paesi membri ma comunque alla lunga sono una spesa enorme che difficilmente può essere ancora sostenuta a lungo. Poi Gheddafi appare aver perso il controllo di larga parte del suo Paese e anche delle milizie. Ogni trattativa è naufragata quando i ribelli si sono mostrati disponibili ad accettare persino un successore indicato dal Colonnello a condizione che non portasse lo stesso cognome: insomma, tutti ma non un figlio. Ipotesi che Gheddafi ha rigettato e dunque chiudendo a qualunque ipotesi di mediazione.

Tra i suoi non si contano più le defezioni. Di fronte a tutto ciò, di fronte pure all’ennesima minaccia del Colonnello, l’Italia dovrebbe apparire unita. E invece la politica è alle prese con guerre tra partiti, dentro i partiti, attraverso le correnti. Tutti a cercare di lucrare qualche voto in più a Pontecurone piuttosto che a Ozegna, a Palazzago piuttosto che a Carugate, a Codogno piuttosto che a Ficarolo, a Pontremoli piuttosto che a San Severino Marche, a Roccasecca piuttosto che a Morlupo. Facile immaginare lo stato d’animo di Napolitano. Fabrizio Orefice, Il Tempo, 2 maggio 2011

PAPA GIOVANNI PAOLO II: QUANDO L’INVISIBILE DA’ SPETTACOLO

Pubblicato il 1 maggio, 2011 in Costume | Nessun commento »

Non cercate lontano la prova della santi­tà di Giovanni Paolo II. Non cercatela solo nei miracoli e nelle testimonianze di singoli. La prova immediata e vistosa del­la santità di Giovanni Paolo II fu davanti a un miliardo di persone. Fu un’immagine sacra e leggera, infinitamente ripetuta in tv. L’invisibile dette spettacolo di sé, in mondovisione. Ricordate? Milioni di per­sone in piazza e in video, più i prelati e i potenti della terra. E al centro del colonna­to la nuda solitudine di una bara di cipres­so e un libro che volteggia sulla nuda cas­sa, spiega le ali del Vangelo animate dal vento.

Come un gabbiano. Il vento lo por­tò via con sé. Resterà quell’immagine di vita e di morte a riassumere la cerimonia d’addio del Pontefice. Riaffiorerà oggi che Roma è invasa da tre popoli, pellegrini, fe­stanti e manifestanti, devoti al Papa, al Concerto e al Sindacato. Giovanni Paolo II rese vivo il Vangelo durante il suo apo­stolato; vivo come quel libro che si apriva e si sfogliava su quella cassa di legno sguar­nito, la papa-immobile, per il suo ultimo viaggio.

A vedere quel battito incessante di pagine, pensavi a chi le stava sfoglian­do, quasi a voler dare un ultimo sguardo riassuntivo prima di affrontare l’esame ce­leste. Un’anima sfogliava il Vangelo, si pre­parava per la Casa del Padre. Noi, i viventi, immobili davanti alle sue spoglie; lui, il morto, che animava le pagi­ne in un acconto di resurrezione. Anche da morto il papa- con l’aiuto di un evange­lico vento – fu comunicatore, occupò la scena da protagonista benché assente, la­sciando in ombra il coro dei potenti attor­no al suo feretro e le cerimonie liturgiche solenni.

Carisma e teatro convolarono in­sieme. Sembrava davvero l’anima di un Grande nell’atto finale di spiegare le ali e di salutare la terra. L’anima decollava, sa­lutando i presenti. Poi la voce di Ratzinger cardinale, che ricordò a molti la voce di Karol Wojtyla; è ancora lui che parla trami­te il suo prefetto, pensò la gente. Così fu, in fondo. Lo stesso ritmo e suono, quell’ita­liano e latino con inflessione nordeuro­pea, quell’elegante continuità di parola. In principio fu il Verbo. Il vento gli fu testi­mone. Verbum volat.


PAPA WOJTYLA BEATO, LA FOLLA GRIDA: SANTO SUBITO

Pubblicato il 1 maggio, 2011 in Costume, Il territorio | Nessun commento »

Piazza San Pietro invasa dai fedeli

In una Roma straordinariamente inondata di sole, un milione e mezzo di fedeli,  giunti da ogni parte del mondo,  ha  salutato  l’annuncio di Papa Benedetto che iscriveva il nome di Giovanni Paolo II fra i Beati della Chiesa di Roma, con un grido alto e forte, sconvolgente e commovente: SANTO SUBITO, riportandoci tutti con la memoria a quella mattina di poco più di sei anni fa quando nella stessa moltitudine di fedeli che partecipavano alle esequie del Papa, si innalzò un grande striscione con la medesima scritta: SANTO SUBITO.

Una invocazione che ha trovato già una prima risposta,  con la beatificazione di Karol Wojtyla, il Papa venuto dall’Est, travolgendo le procedure lunghe e complesse cui da sempre si attiene la Chiesa  prima di procedere alla beatificazione, prima passo per giungere ad innalzare chiunque  agli onori degli Altari. Per Giovanni Paolo II  sembra che più che la Chiesa,  sia stata la moltitudine di fedeli che  abbia “imposto”  la propria volontà e ne abbia preteso la beatificazione al di là di ogni procedura e prassi.

Ed è giusto così. Papa Wojtyla non è stato solo un grande Papa, non è stato solo un grande innovatore e uno straordinario comunicatore, è stato ed ha significato la rinascita della Chiesa che ha riscoperto il gusto e la volontà di essere se stessa, di riscoprire la sua dedizione alla crociata per la salvezza degli uomini. Ogni momento, ogni atto, ogni azione di Giovanni Paolo II  sono stati dedicati alla lotta contro l’ateismo e il laicismo per riaffermare la grandezza del messaggio divino.  Ogni suo gesto, sopratutto quel suo incessante bisogno di raggiungere gli uomini e le donne del grande gregge di Dio in ogni luogo più remoto del mondo,  hanno rappresentato un grande esempio di umiltà e nello stesso tempo di grandezza morale di un Papa che più di chiunque altri aveva sperimentato su se  stesso il peso della schiavitù ideologica asservita agli interessi di parte.

Non a caso e non per caso,  la più grande battaglia di Wojtyla è stata quella combattuta contro il comunismo delle cui aberrazioni conosceva le conseguenze per averle  conosciute e sperimentate nella sua natia e tanto amata Polonia, la più cattolica delle nazioni dell’Est europeo sotto il giogo sovietico, la prima che ebbe il coraggio  di scontrarsi con il duro regime assolutistico che la governava: coraggio straordinario,  che ebbe in Solidarnosc lo strumento pratico, ma ebbe la sua forza morale e dirompente in Papa Giovanni Paolo II che ne sostenne da lontano ma pur spiritualmente vicino l’azione che doveva sfociare nella caduta,  prima del regime polacco e poi, man mano, nello sbriciolamento del gulag sovietico che imprigionava milioni e milioni di uomini. Anche per questo anche noi,  stamane,  eravamo spritualmente presenti, come tutti gli uomini liberi, nella piazza piena di sole che si ritrovava per celebrare la grandezza di un Papa indimenticabile. Che presto sarà Santo. g.