DOPO LA PRESENTAZIONE DELLE LISTE: LA POLITICA E LE COLPE DI UN PAESE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 31 gennaio, 2018 in Costume | Nessun commento »

illustrazione di Doriano Solinas

Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Sarà pure formulata in modo ingenuo, ma alla fine è questa la domanda spontanea che uno si fa leggendo le cronache del modo in cui sono state decise le candidature per le prossime elezioni politiche. Da parte di tutti i capipartito la sola preoccupazione è stata quella di mettersi al riparo da brutte sorprese reclutando – fatto salvo un pugno di maggiorenti – solo parlamentari–camerieri, perlopiù sconosciuti e insignificanti, comunque tutti infallibilmente destinati, se mai saranno eletti, a contare meno di niente. Candidature in perfetta sintonia, del resto, con i programmi utopico-demenziali nei quali è stato offerto di tutto a tutti: sconti fiscali, bonus, pensioni, sussidi (è mancato solo un chilo pasta gratis a testa) e ogni cosa naturalmente a costo zero. E sempre con il contorno di un mare di formule risapute, di slogan stantii, di bugie e di blandizie agli elettori.

È facile rivolgere a chi fa questo quadro l’accusa di neoqualunquismo gratuito, aggravato da un velenoso spirito anticasta per partito preso. Ma dietro ai candidati nominati e paracadutati non c’è forse un disprezzo di tipo realmente castale per gli elettori? Non c’è forse implicito il ragionamento «noi abbiamo il diritto di farlo e lo facciamo, tanto alla fine voialtri poveri cittadini elettori dovete per forza votarci, e non potete fare altro!»?

E allora perché mai non si dovrebbe essere contro «la casta» di fronte a una casta? Perché non si dovrebbe denunciare lo sfascio e dunque meritarsi l’etichetta di «sfascista» se la politica offre il quadro di disintegrazione che offre? In verità un motivo ci sarebbe, ed è anche un motivo di peso; che può riassumersi appunto nella mia domanda iniziale, che dunque non è per nulla retorica: non abbiano forse anche noi fatto qualcosa per meritarci tutto questo? Dello spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha forse qualche colpa anche il Paese che siamo?

Ebbene, credo di sì. Negli ultimi due decenni la società italiana, infatti, è andata incontro a un declino che non è stato (ma davvero è stato, e ora non lo è più?) solo economico. In realtà al declino si è accompagnato anche qualcosa che è difficile non definire un degrado complessivo. Cioè qualcosa che va oltre il Pil e gli investimenti, ma vuol dire deterioramento del tessuto civile del Paese, l’abbassarsi del livello della sua cultura e dei suoi costumi, una crescente sregolatezza dei comportamenti diffusi al limite dell’illegalità.

È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

Ma perché mai un Paese così – e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale – perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? Non è assurdo pretendere di avere governanti di un livello «normale», cioè più o meno analogo a quello di altre realtà con cui ci piace confrontarci, mentre noi, mentre il Paese, è viceversa così visibilmente «anomalo» rispetto alle suddette realtà? Rassegniamoci alla verità: sono una sparuta minoranza (e i politici lo sanno!) gli italiani che vogliono veramente un Paese diverso: dove veramente significa essendo disposti a pagare il prezzo necessario ad averlo. A tutti gli altri, invece, va più o meno bene il Paese che c’è: naturalmente riservandosi il diritto di imprecare ad ogni momento che «in Italia è tutto uno schifo». Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 31 gennaio 2018

——Come non essere d’acordo con Galli della Loggia? Ciascuno di noi è nello stresso tempo testimone e protagonista di quaanto racconta degli italiani Galli della Loggia, dall’evasione fiscale alla partecipazione al voto per liste di nominati che spesso neppure conosciamo. g.

GLI ELETTI IN PARLAMENTO E I DUE MALI DA EVITARE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 23 gennaio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Alla grande maggioranza degli elettori italiani, giustamente scandalizzati dell’enorme numero di parlamentari che durante la legislatura appena conclusa sono trasmigrati da un partito all’altro cambiando disinvoltamente perfino collocazione politica — prima di destra e poi di sinistra o viceversa — non piace per nulla il dettato costituzionale che vieta il mandato imperativo. Non piace cioè quella norma che impedisce che le trasmigrazioni suddette siano messe al bando dal momento che la libertà del singolo parlamentare di muoversi come vuole nella vita politica una volta eletto, di votare come vuole, di cambiare partito come vuole, non può essere limitata in alcun modo né dalle sue precedenti collocazioni di partito né dalle opinioni dei suoi elettori. La grande maggioranza degli elettori pensa invece (ed è certamente nel vero) che così si favoriscono inevitabilmente i peggiori maneggi dietro le quinte, la corruzione della vita pubblica, il trasformismo.

Fatto sta, però, che la medesima grande maggioranza degli elettori italiani è giustamente scandalizzata pure da un altro fenomeno: quello dei parlamentari «nominati». Cioè di quegli uomini o donne che entrano alle Camere per il solo fatto di essere stati designati dalla segreteria del proprio partito a occupare un posto in una lista «bloccata», il che in pratica assicura loro un’elezione sicura

Si pensa non a torto che in realtà un parlamentare «nominato» non è libero di decidere davvero con la sua testa, che egli, specie se vuole essere rieletto (e tutti lo vogliono) è di fatto un semplice burattino nelle mani di chi gli ha regalato il seggio. Cioè dei capi del suo partito, sicché ogni sua decisione dipende in tutto e per tutto dalla loro volontà.

Il guaio è che il motivo appena detto che viene invocato per protestare contro i parlamentari «nominati» è però, come si capisce, esattamente il medesimo che invece viene combattuto e disapprovato quando si tratta dei parlamentari «transfughi». Insomma, la libertà del parlamentare rispetto alla lista che lo ha fatto eleggere viene deprecata una volta, come fonte di malcostume, e un’altra, viceversa, viene invocata come strumento della sua necessaria autonomia rispetto ai diktat dei capipartito. Si tratterebbe dunque di decidere tra due mali, per la verità uno peggio dell’altro: o avere un parlamento simile a una congrega di potenziali individualisti sfrenati, liberi di fare e disfare a proprio piacere perché privi di veri vincoli, o accettare la realtà di un’assemblea di fantocci pronti a premere il bottone delle votazioni agli ordini di pochi capataz.

In verità, un sistema per cercare di attenuare (non cancellare, ma attenuare di molto sì) questa malefica alternativa ci sarebbe. Si chiama collegio maggioritario uninominale. Cioè far eleggere ogni parlamentare in un collegio di non più di 80-100 mila elettori dove si può presentare un solo candidato per lista, e vince chi prende un voto in più di ogni altro. Vale a dire radicando un candidato in un ambito territoriale in qualche modo a lui familiare o che gli diventerà tale, e i cui abitanti molto probabilmente avranno di lui già una certa conoscenza o se egli è eletto se la faranno, sicché se alla fine egli tradirà il loro mandato essi ben difficilmente lo voteranno una seconda volta, e per lui non sarà tanto facile trasmigrare altrove.

Proprio perché dà così grande potere agli elettori si tratta però di un sistema che non piace affatto ai partiti: a tutti, compresi dunque i grillini che pure a chiacchiere dicono di esser a favore della democrazia diretta. Partiti i quali hanno invece il naturale interesse a restare padroni ad ogni costo dei «propri» parlamentari, sicché, anche quando sono costretti dalla spinta dell’opinione pubblica a introdurre il suddetto sistema, lo fanno però solo in parte, come per l’appunto avviene oggi in Italia, rifacendosi grazie alla proporzionale con liste bloccate di quello che hanno dovuto limitatamente «concedere» con il maggioritario uninominale (non senza prima, però, aver snaturato quest’ultimo stabilendo fraudolentemente che non può esserci voto disgiunto, che cioè il voto nell’uninominale vale automaticamente anche nel proporzionale).

Coloro che davvero vogliono moralizzare i comportamenti di deputati e senatori, è sul modo della loro elezione e del relativo rapporto con i partiti, dunque, che dovrebbero insistere, non già chiedere d’introdurre il vincolo di mandato. Il cui divieto, come ho detto, non solo anch’essi poi paradossalmente invocano contro i parlamentari «nominati», ma ha la sua fondamentale ragion d’essere nel fatto, di cui bisogna convincersi, che la democrazia diretta è solo una favola usata dai demagoghi per ingannare i gonzi. E che proprio perché è una favola — hanno mai pensato ad esempio gli elettori grillini che se davvero dovessero essere loro a decidere da casa con un clic sull’approvazione delle leggi dovrebbero, per capirci qualcosa, passare ore e ore ogni settimana a leggersi centinaia di pagine di documenti? — proprio perché la democrazia diretta non può esistere, i parlamentari devono essere liberi di decidere come vogliono per non divenire i passivi servitori di nessuno. Come peraltro, aggiungo, si spera che anche i sullodati elettori, grillini o no, vorrebbero essere liberi di decidere a loro piacere se mai avessero la possibilità di votare da casa loro. Perché alla fine è sempre meglio avere una libertà di cui si può abusare che non avere alcuna libertà. Ernesto Galli della Loggia, IL Corriere delkla Sera, 23 gennaio 2017

……A pochi giorni dal termine per la presentazione delle liste per la Camera e il Senato, questo saggio di Ernesto Galli della Loggia è un atto di accusa ad una legge elettorale che premia insieme i transfughi, ben 545 nella appena conclusa legislatura, e i “padroni”  dei partiti che se ne infischianmo degli elettori e ripropongono i transfughi che fannio loro comodo e inseriso0cno nelle liste i candidati che non esprimeranno mai un libero e ponderato voto in Parlamento ma eseguiranno, come robot, gli ordini che riceveranno dai  loro “padroni” elettorali.  E’ evidente che è totalmente  sconfessata la Costituzione che pure afferma che “la sovranità appartiene al popolo”. g.

I RAGAZZI DEL (18)99: PERSERO LA GIOVENTU’ MA NELLE TRINCEE ONORARONO LA PATRIA

Pubblicato il 2 gennaio, 2018 in Storia | Nessun commento »

Non è facile raccontare una generazione. Allora tanto vale far parlare chi ne ha fatto parte.

E le generazioni, quando parlano, lo fanno con le canzoni, oggi come ieri. I ragazzi del ‘99 cantavano, tra le altre cose, anche questa: «Novantanove, m’han chiamato / m’han chiamato m’han chiamato a militar / e sul fronte m’han mandato / m’han mandato m’han mandato a sparar. / Combattendo tra le bombe / ad un tratto ad un tratto mi fermò / una palla luccicante / nel mio petto nel mio petto penetrò. / Quattro amici lì vicino/ mi portaron mi portaron all’ospedal / ed il medico mi disse / non c’è nulla non c’è nulla da sperar. / Croce Rossa Croce Rossa / per favore, per piacer, per carità / date un bacio alla mia mamma / e alla bandiera, alla bandiera tricolor».

All’inizio, nonostante il feroce carnaio della guerra, non sarebbe dovuto andare a finire così. Pur precettati quando non avevano ancora diciotto anni, i componenti dei primi contingenti, circa 80mila uomini, chiamati nei primi quattro mesi del 1917, avrebbero dovuto essere inquadrati solo nella milizia territoriale. Poi ne vennero chiamati altri 180mila e poi altri ancora. Era un modo di rimpolpare reparti di riserva, non operativi. Ma arrivò Caporetto e cambiò tutto. In tanti finirono dritti al fronte. Su una famosa cartolina militare, per enfatizzare l’importanza del loro sacrificio qualcuno pensò di stampare dei versi di Dante: «Piante novelle. Rinnovellate di novella fronda». Erano versi del Purgatorio e in un purgatorio atroce quei ragazzi finirono. E in purgatorio non mollarono, anzi. Così il generale Diaz: «Li ho visti i ragazzi del ‘99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora». Una descrizione eroica, a tratti veritiera. Eroi bambini. Certo in Diaz prevale l’orgoglio, non la presa d’atto della mostruosità del sacrificio richiesto. Quella la capì meglio d’Annunzio: «La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!».

Ma loro? Loro quando potevano scrivevano a casa. Alcune di queste lettere ci sono rimaste, la censura (altro che i post bloccati da Facebook) le ha violentate, ma molto di quel dolore è rimasto. Basti un frammento di un diciottenne originario di Laveno Mombello: «Troppo presto ci hanno voluto far diventare uomini e il nostro spirito ancora giovane non può fare a meno di ricordare le gioie passate e di rattristarsene come di una perdita troppo prematura». Ma c’era anche chi scrivere così di certo non sapeva. La trincea fu un crogiuolo che mise assieme il principe e l’ignorante, lo studente di liceo e il falciatore a giornata. Andò così anche per i ragazzi del ‘99. Tra loro c’era Fausto Pirandello, figlio dello scrittore e poi famoso pittore (troppo malato non arrivò mai al fronte); c’era Maceo Casadei, altro pittore, che al fronte andò e dipinse il famoso quadro Ritirata di Caporetto. Ma c’era anche Vincenzo Rabito contadino siciliano semi analfabeta autore di una delle memorie più strane del ‘900 italiano e a cui il fronte fece, forse, meno paura della miseria del dopoguerra.

Piacerebbe, l’Italia di oggi, a quei ragazzi? Non lo sapremo mai. L’ultimo pare sia morto nel 2007. Matteo Sacchi, Il Guornale, 2 gennaio 2018

…..Il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno 2017 ha ricordato i “Ragazzi del 99″ richiamati sul  finire della prima guerra mondiale  e si ritrovarono mandati al fronte, neppure dciotenni, a froneggiare la ritirata  di Caporetto. Scrissero loro malgrado pagine di eroismo e di gloria cui nessun  paragone con i giovani di oggi renderà giustizia. g.


OMAGGIO A LEO LONGANESI 60 ANNI DALLA MORTE

Pubblicato il 27 settembre, 2017 in Cultura | Nessun commento »

Longanesi giornalista, e va bene. Longanesi aforista (che non vuol dire uno scrittore a misura di tweet), e d’accordo. Longanesi polemista, e si può dire tutto e il suo contrario. Ma soprattutto Longanesi editore. Eccolo, è lui. Lui, san Leo Longanesi da Bagnacavallo, fisico piccoletto ma taglia intellettuale da gigante, diceva che solo un cretino è pieno di idee. Da parte sua, pur non essendolo affatto, ne ebbe parecchie. In campo giornalistico, culturale e politico.

Ma la più bella, forse, fu quella di fondare una casa editrice, che porta ancora oggi il suo nome. Era il 1946, e l’intellettuale di Regime scriveva all’amico e fidato collaboratore Giovanni Ansaldo: «In questi ultimi tempi ho capito che la miglior cosa è non fare nulla che mi leghi alla politica… Ho già visto molti di quelli che ci volevano fucilati venire a chiedere di pubblicare un libro… La nuova classe dirigente è talmente cretina». Dopo, nell’editoria, nulla fu più come prima. Longanesi prima di tutto e sopra a tutto era editore. Era essenzialmente un uomo che fabbricava libri, per sé, per gli amici scrittori (che si chiamavano Berto, Brancati, Flaiano…), per i suoi lettori.

…..Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro “Quella strana pubblicità” che sarà in libreria tra pochi giorni, omaggio

AFORISMA LONGANESI AFORISMA LONGANESI

Lo ha detto suo figlio Paolo, che aveva 12 anni quando morì papà Leo: «Di lui ricordo poche cose, ma molto bene. Mi ricordo che il suo essere genitore coincideva col suo essere editore. Quando stava con me e le mie sorelle, soprattutto in vacanza, e il sabato e la domenica, perché era sempre sommerso di cose da fare per i giornali e la casa editrice, trasformava il suo lavoro in un gioco per educarci. Ci faceva vedere i suoi disegni e le nuove copertine di libri e ci chiedeva cosa ne pensavamo, cosa ci piaceva. Ci coinvolgeva in ciò che faceva, mi ricordo noi bambini in mezzo a pennarelli, colori e vasetti di colla, ci regalava libri che faceva lui, pieni di illustrazioni…».

OMNIBUS LONGANESI MONTANELLI

E proprio tra le sue colle, i colori e i pennelli, nel suo ufficio a Milano in via Bigli, Leo Longanesi morì, stroncato da un infarto, alla scrivania, il 27 settembre 1957. Un’allegoria. Longanesi era un editore-totale. Insieme direttore editoriale, talent scout, amministratore, editor, uomo di pubbliche relazioni, creativo (sceglieva il tipo di carta e il carattere della stampa), grafico, impaginatore, revisore di bozze… Una caratteristica – ha notato qualcuno che fa lo stesso mestiere – che lo ha avvicinato più agli umanisti del Rinascimento che ai professionisti della società contemporanea caratterizzata dall’iperspecializzazione.

LEO LONGANESI ITALO BALBO

Un editore-artigiano, ma di lusso. E che nel prodotto- libro mise tutto il talento di cui disponeva, un talento sparso nell’arte della scrittura, in quella della grafica, della tipografia, dell’illustrazione, del disegno, della caricatura, della pittura, della pubblicità (!), della fotografia e del fotomontaggio (!!) e persino del cinema (!!!)… Oltre che nel settore della commercializzazione (oggi si dice marketing, parola che Longanesi mai avrebbe usato) di cui l’intuizione dei celebri santini, ossia i foglietti volanti per promuovere le novità della casa editrice nello stesso formato delle immaginette sacre distribuite in chiesa, è solo uno dei tanti colpi di genio.

Poi ci sono i doni naturali. Longanesi, in campo editoriale, ne possedeva due. Primo, il fiuto. Sapeva scegliere gli autori che anticipavano sempre i tempi cui si andava incontro: scrittori americani o europei che quando li traduceva nessuno sapeva neppure che esistevano, giornalisti che intercettavano l’aria e le sensibilità dei tempi, intellettuali-spartiacque che spaccavano la società in cui entravano.

Come ricorda il più longanesiano tra i nostri giornalisti, Pietrangelo Buttafuoco: «Con il titolo Il vero Signore, che fece scrivere a Giovanni Ansaldo, pubblicò il libro in assoluto più fuori schema rispetto al canone dei finti borghesi che lo compravano. Con la Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell introdusse l’ateismo nelle case degli italiani. Con le sue copertine usò spregiudicatamente il nudo negli anni Cinquanta…».

LONGANESI

Secondo dono, l’indipendenza. Possedeva la forza di scegliere chi e cosa pubblicare, fregandosene delle mode e delle voghe, che semmai creava, unendo da un parte il gusto un po’ ottocentesco di voler creare una biblioteca che educasse gli italiani al piacere di leggere e pensare e dall’altra una mentalità molto moderna, sfacciatamente commerciale, come quando spinse con ogni mezzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano fino alla vittoria della prima edizione del premio Strega, o come quando trasformò in bestseller l’esordio di Giuseppe Berto Il cielo è rosso o l’autobiografia di Victor Kravchenko Ho scelto la libertà. Il risultato probabilmente il più importante, tra i tanti fu che Longanesi inventò, con qualche anno di anticipo sull’estetica Adelphi, un catalogo di testi fondamentali per i suoi lettori, cioè di e della Longanesi.

LONGANESI

Interprete arrabbiato ed elegante di un modello artigianale di editoria nel momento in cui nasceva e si diffondeva il libro di massa, Leo Longanesi attraverso la scelta dei titoli da pubblicare sotto il logo delle due spade incrociate (omaggio alla moglie Maria, figlia del pittore Armando Spadini, splendido incipit affettivo-coniugale e insieme artistico di un’impresa individuale e quasi sacra) rivela il progetto di interpretare le particolari richieste della società italiana del dopoguerra nei campi letterario, filosofico, politico, religioso e del costume usando le armi affilatissime della provocazione, della satira, dell’ironia, dell’anticonformismo e persino della disapprovazione che maneggiò – da maître à penser involontario – per tutta la vita.

Per tutta la vita Leo Longanesi, professione libero e artigiano, armeggiò con rabbia, orgoglio, intransigenza, contraddizioni, tra mozziconi di matita, gomme, ritagli, foto, pennelli, forbici arrugginite e cinismo ben temperato. Nel mondo del libro la sua grandezza fu di riuscire, con risorse limitate e pochi uomini (tra i quali l’insostituibile Ansaldo e l’immancabile Manuale tipografico del Bodoni sulla scrivania), a tenere testa, lui, il piccoletto, ai colossi dell’editoria italiana, mentre Rizzoli lanciava la leggendaria BUR, Mondadori si prendeva in mano il mercato del libro e nasceva la Feltrinelli…

LONGANESI MORAVIA ALBONETTI LONGANESI MORAVIA ALBONETTI

La sua intelligenza? Far diventare la sua casa il punto di riferimento culturale di quell’Italia nostalgica e conservatrice che aveva votato per la Monarchia nel ‘46, per la Dc nel ‘48 e che avrebbe determinato l’ascesa della Destra negli anni Cinquanta e di cui Il Borghese – contraltare del Mondo di Pannunzio – a partire dal 1950 sarebbe stato l’approdo ulteriore.

La sua lungimiranza?

Proporre un modello artigianale di editoria basato sul rapporto diretto con gli autori, sulla creazione di un canone longanesiano destinato a durare nel tempo, su un attento lavoro di ricerca, sulla cura del prodotto-libro inteso come testo ma anche paratesto (e in questo i santini che disegnava e scriveva di persona sono l’esempio più emblematico: la forza delle immagini unita a quella della parola) e soprattutto su contenuti e idee baldanzosamente fuori posto, perché «un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione».

LONGANESI 1

E così Leo Longanesi fece la sua rivoluzione nel mondo del libro, allevando generazioni di giovani bibliofili agguerriti cui ha insegnato una certa voluttà feticista per l’oggetto-libro, la passione per la creazione fisica del manufatto e l’inventiva per tutto ciò che precedente, accompagna e segue il volume, dalle fascette ai pieghevoli, dai bollettini alla creazione di quello strumento formidabile che fu il mensile Il Libraio, molto più di un semplice house organ della casa editrice… Così come nel giornalismo scriveva cose che non si esaurivano nella giornata, ma restava e resta ancora oggi, così in campo editoriale Leo Longanesi produceva libri che nessuno buttava via. Dopo 70 anni, i Longanesi sono ancora qua. E qualcuno con infilato dentro, persino, il suo prezioso santino.

……Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro “Quella strana pubblicità” che sarà in libreria tra pochi giorni a 60 anni dalla morte,  omaggio a quel genio della pubblicità che fu Leo Longanesi, giornalista, scrittore, editore, fondatore di riviste e giornali e tra questi Il Borghese. U invito a leggere il libro e rileggere quelli di Longanesi. g.

MIGRANTI, CALANO GLI SBARCHI, di Paolo Mieli

Pubblicato il 24 agosto, 2017 in Economia, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Sarà anche a causa (oper merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli — adesso anzi li ostacola, ma quel che sta accadendo nei mari libici ha dell’incredibile: ad oggi
il numero dei migranti sbarcati nel mese di agosto sulle coste italiane è di 2.859 contro i 10.366 dell’anno scorso. Sono diminuiti di ben più del 72%. Davvero clamoroso. E pensare che le cose in primavera sembravano essersi messe al peggio: ad aprile gli arrivi erano cresciuti a 12.943 contro i 9.149 del 2016. A maggio erano aumentati ancora: 22.993 a fronte dei 19.957 dell’anno scorso. A giugno lo stesso: 23.526 contro 22.339. Infine quei due giorni maledetti, 27 e 28 giugno, nei quali di profughi ne giunsero diecimila. Diecimila che sbarcarono pressoché contemporaneamente da venticinque navi in altrettanti porti italiani. Poi un nuovo mega sbarco di oltre quattromila persone il 14 luglio.

Ci si aspettava un’estate davvero complicata. Tragica per i migranti, prima di tutto, dal momento che — con quei ritmi di fuga dall’Africa — sarebbe stato assai probabile che un’alta percentuale di uomini, donne, bambini avrebbe trovato la morte in mare. E assai impegnativa per il nostro Paese che avrebbe dovuto accoglierne in quantità alle quali non era preparato. È in quel momento che si è avuta la svolta.

Una svolta iniziata qualche giorno prima delle celeberrime disposizioni del ministro dell’Interno Marco Minniti che impegnavano le navi di soccorso delle Ong ad accogliere a bordo agenti inviati dall’autorità giudiziaria. Tant’è che già nel mese di luglio — nonostante i 4 mila del 14 — i migranti giunti nel nostro Paese erano scesi dai 23.552 del 2016 a 11.459. Cosa è successo? Alcuni personaggi equivoci, come quelli peraltro non identificati di Sabratha, hanno giudicato conveniente mollare i trafficanti al loro destino. Si poi è messa in moto la Guardia costiera libica alla quale l’Italia aveva riconsegnato quattro motovedette riammodernate assieme ad una cinquantina di agenti addestrati alla scuola della Guardia di finanza di Gaeta. E la famosa nave che (su richiesta del presidente Fajez Serraj) abbiamo mandato in acque libiche — invio a causa del quale il generale Haftar ci ha minacciato di ritorsioni armate — funge adesso da officina di riparazione delle motovedette di Tripoli. Un programma che va avanti: entro l’estate di motovedette ne consegneremo altre sei; così come continueremo ad addestrare altro personale della loro Guardia costiera. E la Guardia costiera, sia ricordato a sollievo di chi guarda all’intera vicenda ispirato da autentici principi umanitari, non solo ha reso molto meno facili le attività dei trafficanti di profughi ma ha sottratto ad un destino di sventura (e alcuni a «morte certa», parole che prendiamo da documenti delle Nazioni Unite) diecimila disperati in fuga dall’Africa.

La complessa operazione ha avuto un’altra insperata conseguenza. Invece di crescere a dismisura e di andarsi a stipare in dimensioni straripanti nei centri di accoglienza del nord libico, i migranti che quest’estate hanno raggiunto la costa settentrionale africana, sono diminuiti. La notizia che il trasbordo dalle imbarcazioni degli scafisti a quelle delle Ong era stato reso più complicato, ha avuto, ad ogni evidenza, un effetto deterrente. Anche perché, a seguito dell’incontro di Minniti con i «tredici sindaci» (capitribù ai quali è stata offerta una prospettiva economica alternativa al coinvolgimento nel traffico di esseri umani), hanno cominciato a funzionare alcune attività di frontiera a sud della Libia. Ad un tempo è aumentata — con effetti positivi — la sorveglianza dell’Onu (tramite Unchr) sui centri di accoglienza. E ben cinquemila profughi hanno accettato di tornarsene nei Paesi d’origine grazie anche ad un incentivo economico. Il tutto sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite.

Ci si può fidare al cento per cento dell’Onu? Sottovalutiamo la disponibilità della milizia di Sabratha a cambiare nuovamente bandiera? Abbiamo risolto una volta per tutte — almeno per quel che ci riguarda — il problema delle migrazioni? Possiamo escludere che negli ultimi giorni di agosto o in settembre si abbia qualche brutta sorpresa? No. È evidente. Ripetiamo: no. È però accaduto che qualcuno si sia finalmente e provvidenzialmente mosso contro i signori del traffico migratorio. E che qualche risultato si cominci a vedere: gli sbarchi ridotti del 72%, la Guardia costiera libica che ha salvato diecimila persone, cinquemila profughi che accettano il «rimpatrio volontario assistito».

Molti dimenticano che l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti fu preceduta da una vera e propria guerra cinquantennale della Royal Navy inglese contro gli «scafisti» di allora. Dopo che con lo Slave Trade Act (1807) fu reso illegale il commercio degli schiavi, le navi britanniche ingaggiarono nei mari una battaglia contro i trafficanti che si protrasse fino al 1865, l’anno in cui, con la vittoria del Nord abolizionista, si concluse in America la guerra di secessione. Oggi concordiamo sul fatto che senza quella spietata guerra ai negrieri, la strada per l’abolizione della schiavitù sarebbe stata molto più lunga. L’analogia con quella lontana offensiva contro i trafficanti di esseri umani è stata colta — prendiamone nota — da due personalità alle quali, quando si tornerà a parlare di questo agosto 2017, si dovranno riconoscere meriti particolari: Gualtieri Bassetti e Bernard Kouchner. Bassetti è da poco tempo il presidente dei vescovi italiani e nel momento in cui il mondo cattolico appariva incline a criticare in termini aspri la politica del governo sulle Ong, ha pronunciato — il giorno di San Lorenzo, a Perugia — un notevole discorso nel quale ha richiamato la comunità cristiana ad una guerra senza quartiere contro «la piaga aberrante della tratta di esseri umani» e alla pronuncia del «più netto rifiuto a ogni forma di schiavitù moderna». Riferimenti evidenti alla lunga battaglia della marina inglese di cui si è appena detto.

Ancora più esplicito è stato Kouchner l’uomo che nel 1971 fondò Medici senza frontiere, l’Organizzazione non governativa che adesso non ha firmato il Codice di condotta proposto da Minniti e ha ritirato le proprie navi dai mari antistanti la Libia. Kouchner, pur riconoscendo la liceità delle obiezioni di Msf, ha spiegato quanto sia fondamentale la lotta «inesorabile» ai trafficanti, ha definito senza mezze misure «sbagliata» la decisione di chi come Msf si è chiamato fuori dalle operazioni di soccorso, e ha riconosciuto all’Italia (ma anche alla Germania di Angela Merkel) di aver in questi frangenti «salvato l’onore dell’Europa». Dopodiché ha esortato le Nazioni Unite a farsi valere per impedire che i campi di accoglienza in Libia diventino (o continuino ad essere) dei lager. E a trasformare in qualcosa di più ambizioso il piano per la restituzione dei profughi ai Paesi di provenienza. L’Europa in questo piano ha già investito 90 milioni, l’Italia 20, la Germania 50. Altri soldi forse verranno ancora. Funzionerà? Quel che è certo è che nel Mediterraneo non si è avuta la catastrofe umanitaria da molti annunciata; anzi, sono diminuiti i morti oltreché, in proporzioni clamorose, gli sbarchi. C’è la possibilità che qualcuno, anche uno solo, di quelli che avevano trattato questo capitolo dell’attività governativa alla stregua di una riproposizione delle pratiche persecutorie del nazionalsocialismo, sia indotto da ciò che è poi accaduto, a riconsiderare le cose dette e scritte? Improbabile. Ma se qualcuno volesse dar prova di onestà intellettuale, questa sarebbe l’occasione giusta. Il Corriere della Sera, 24 agosto 2017, Paolo Mieli

…..Se anche Paolo Mieli riconosce che la linea MINNITI ha dato buoni risultati e che la diminuzione degli sbarchi di mifgranti sulle nostre coste (in agosto del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) è prova che qualcosa non andava per il verso giusto sino al varo della diretiva del nuovo ministro dell’Interno, vule dire che qualcosa di non corretto c’era. Ora tocca alle Procure fare luce in ogni luogo e in ogni dieezione per stanare i nuovi negrieri che hanno lucrato sull’immigrazione. g.

LA BOLDRINI, ZARINA ROSSA, VERA NEMICA DELLA CULTURA, di Vittorio Sgarbi

Pubblicato il 12 luglio, 2017 in Cultura | Nessun commento »

Laura Boldrini andrebbe interdetta, essendo pericolosa a sé e alla democrazia. Non avendo un partito reale (se non il partito comunista del cuore), e sperando che non ci siano giochi contro gli elettori, possiamo confidare che non sia rieletta.

Parlo con tutta la gravità e la serietà che la questione richiede. Nella vanità di questa donna c’è un disprezzo così profondo per la cultura e per la civiltà italiana che ogni spirito libero dovrebbe considerare con preoccupazione.

Esco da un luogo sacro, voluto dal fascismo nel 1925, e che ha dato anche il nome a una strada: «Piazza della Enciclopedia italiana». Ha una vaga idea la Boldrini di cosa sia l’Enciclopedia italiana? Ne ha una vaga idea di chi l’abbia fondata? Il filosofo Giovanni Gentile non è stato soltanto un «monumento» del fascismo, ministro della pubblica istruzione e senatore, fondatore di quel «monumento» che è l’Enciclopedia Treccani e di quell’istituto che accolse numerosi collaboratori non fascisti, come il socialista Rodolfo Mondolfo ma fu, nel 1936, l’antagonista del nuovo ministro dell’educazione nazionale Cesare Maria de Vecchi, che Gentile accusò di «inquinare la cultura nazionale», e fu critico sulle leggi razziali. Eppure Gentile fu assassinato il 15 aprile del 1944 davanti a casa sua, a Firenze, alla Villa di Montalto al Salviatino dal gruppo partigiano fiorentino aderente al Gap, di ispirazione comunista. Lo uccisero Bruno Fanciullacci, Elvio Chianesi, Giuseppe Martini, Antonio Ignesti, Liliana Benvenuti Mattei; e il partito comunista ne rivendicò l’esecuzione nonostante la disapprovazione del comitato di liberazione nazionale, Cln. Si tratta dei compagni della Boldrini, assassini a favore dei quali la Boldrini ha affermato «i monumenti fascisti offendono chi ha liberato il nostro paese».

Già si era pronunciata contro l’obelisco con la scritta «Dux» davanti al Foro italico. Io sono a disagio davanti ai comunisti come lei che rivendicano l’assassinio di Gentile. Le reazioni che leggo sono tutte di indignazione per l’ignoranza di questo presidente per caso e nemica giurata della cultura a somiglianza di Goebbels cui è attribuita la frase: «Quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola» (in realtà coniata da Hanns Johst).

Questo è l’animo della Boldrini, così come è tornato a manifestarsi oggi attraverso l’espressione di un radicale manicheismo di cui lei porta la contraddizione nel nome. Quando fu eletta infatti, ma nessuno lo ha ricordato, io associai il suo nome a quello di Arrigo Boldrini, partigiano come a lei piace, e che, prima iscritto al Partito Nazionale Fascista e reclutato nella milizia volontaria per la sicurezza nazionale ovvero fra le camicie nere, nel ‘43 aderì al Partito Comunista e fu, a partire dal 1944 comandante della brigata Garibaldi, responsabile dell’eccidio di Codevigo, dove furono uccisi, dal 28 aprile del 1945 (quindi dopo la Liberazione) alla metà di giugno dello stesso anno, centotrentasei persone, trucidate e seviziate per pura vendetta.

Per rispetto di quei morti io, portando quel nome la smetterei di insultare la memoria dei morti e di parlare a nome dei partigiani. A partire dall’eccidio di Codevigo, dovremmo cominciare a ricordare i milioni di vittime del comunismo di cui la Boldrini non si vergogna. È la sua anima non democratica, manichea. Le ha ben risposto Barbara Palombelli: «Una democrazia forte non ha paura dei simboli del passato, non cancella o ritocca i monumenti, non si occupa di un signore nostalgico che inneggia a Mussolini». La Boldrini è titolare di un «non pensiero», che la mette in inquietante concorrenza con la Raggi, sindaca di Roma. Poveri noi! Vittorio Sgarbi, Il Giornale 12 luglio 2017

IL PROCESSO DI NORIMBERGA

Pubblicato il 1 aprile, 2017 in Storia | Nessun commento »

Carlo Nordio per “il Messaggero”

Robert H. Jackson, capo del collegio d’ accusa al processo di Norimberga, esordì così: «Il fatto che quattro grandi potenze, inorgoglite dalla vittoria e lacerate dalle ferite, trattengano la mano della vendetta e sottopongano volontariamente i loro nemici al giudizio della legge, è uno dei più significativi tributi che la forza abbia mai pagato alla ragione». Sono parole nobili e solenni. Tuttavia, a distanza di settant’anni, ci si domanda ancora se fossero vuota retorica, utopistica illusione o ragionevole speranza. Probabilmente, un po’ di tutte e tre.

Il più grande processo della storia fu condotto dal Tribunale Militare internazionale per giudicare 22 criminali nazisti i cui delitti non avessero una precisa collocazione geografica. Con l’ accordo di Londra dell’ 8 Agosto 1945, Stati Uniti, Regno Unito, Urss e Francia, in rappresentanza delle Nazioni Unite, posero i fondamenti di diritto sostanziale e processale che avrebbero disciplinato il giudizio.

Successivamente furono nominati 8 giudici, uno effettivo e un supplente, per ognuna della 4 potenze. Le imputazioni erano anch’ esse quattro: 1) cospirazione contro la pace, 2) guerra di aggressione 3) crimini di guerra e 4) crimini contro l’ umanità. Nessuno capì mai la differenza tra le prime due imputazioni. La terza si riferiva al maltrattamento e uccisione di prigionieri, devastazione di villaggi, saccheggi ecc. La quarta comprendeva lo sterminio di massa, anche se la parola genocidio non fu mai usata.

IL PROCESSO DI NORIMBERGA

Gli imputati erano il vertice nazista, o quello che ne restava dopo il suicidio di Hitler, Goebbels e Himmler. Alcuni erano di primissimo piano: Göring, capo della Luftwaffe, seconda carica dello Stato, creatore della Gestapo e dei campi di concentramento. Ribbentrop, ministro degli Esteri, tristemente famoso per il patto con Molotov che avrebbe spartito la Polonia. Kaltenbrunner, successore di Heydrich, capo del Servizio Centrale di sicurezza (RSHA), comprendente la Gestapo e il Sd, responsabile della soluzione finale degli ebrei nei campi di sterminio.

IL PROCESSO DI NORIMBERGA

Altri erano militari di rango elevato, Raeder e Doenitz per la Marina, Keitel e Jodl per la Wehrmacht. A questi due ultimi si rimproverava la redazione e trasmissione degli ordini del Führer sui vari massacri di partigiani, internati, spie. Infine altri personaggi minori, banchieri, industriali, fanatici antisemiti. Su tutti troneggiava Albert Speer, il geniale architetto che aveva ricostruito l’ industria bellica tedesca, solo per vederla, alla fine, totalmente devastata.

Il processo iniziò il 20 novembre 1945 e si concluse ai primi di Ottobre del 46, dopo l’audizione di centinaia di testimoni, l’ esame di migliaia di documenti, e la raccapricciante documentazione filmata dei campi di sterminio colmi di cadaveri. L’ accusa non fu sempre all’ altezza della situazione, forse il processo era stato preparato troppo in fretta e senza un’ istruttoria adeguata. Il presidente, l’ imparziale e impeccabile sir Geoffrey Lawrence, richiamò all’ ordine varie volte accusatori e difensori. I russi, tutti militari, minacciarono di andarsene. Il tribunale minacciò a sua volta di arrestare uno di loro. Ma alla fine tutto si sistemò. Se la forza, come aveva detto Jackson, aveva ceduto alla ragione del diritto, quest’ ultima dovette ora cedere alla ragion di Stato.

LA DIFESA

I difensori erano tutti avvocati di prima scelta: su tutti spiccavano Hermann Jahrreiss e Otto Stahmer, che furono insuperabili nello spiegare il principo di irretroattività di una legge afflittiva in genere e penale in specie. Un monito non ascoltato dalla legge Severino. Le difese eccepirono inoltre un inconveniente di fatto: che i vincitori giudicavano i vinti.

E infine invocarono il principio del tu quoque: anche voi – dissero cautamente – avete massacrato militari prigionieri, come a Katyn, e innocenti civili come a Dresda e Hiroshima. Quanto alla guerra di aggressione, l’ Impero Britannico non era forse stato costituito con l’ occupazione di paesi pacifici e neutrali?

Alcune di queste obiezioni erano fondatissime: l’ irretroattività della legge penale è un principio cardine di ogni civiltà; quanto alle guerre di conquista, tutte le nazioni, quando hanno potuto, hanno aggredito le più deboli, se questo era loro conveniente. Altre obiezioni erano assurde: paragonare Auschwitz con Dresda è semplicemente ridicolo, e comunque un crimine non esclude l’ altro. Alla fine, dodici imputati furono condannati a morte: Bormann era latitante, Goering evitò il patibolo avvelenandosi, gli altri furono impiccati seduta stante. Sette furono condannati a vari anni di prigione.

Tre furono assolti. Tutto sommato, fu un processo abbastanza regolare.

Fu anche giusto? Formalmente forse no, ma sostanzialmente si. Il fatto che il vincitore faccia giustizia, non significa di per sé che questa sia iniqua. Certo, legge e giudice furono costituiti ad hoc. Ma che altra scelta c’ era? Molti imputati avevano commesso misfatti tanto scellerati da meritare il patibolo, e qualcuno disse anche di più. La pena – eccessiva per il generale Jodl – fu compensata da quella – troppo mite – per Speer e dall’ assoluzione di Von Papen. Anche visto retrospettivamente, Norimberga costituì davvero uno sforzo titanico per affermare il primato della legge su quella della forza.

IL FALLIMENTO

Ma il tentativo di costituirne un precedente vincolante fallì, né poteva essere altrimenti. Dopo alcuni processi contro imputati minori, e qualche decina di impiccagioni, la giustizia si fermò: per stanchezza, per impotenza, per opportunità politica. I reduci di Norimberga scontarono quasi tutti la pena fino in fondo, ma i loro colleghi detenuti dagli angloamericani furono sempre scarcerati in anticipo.

I sovietici si regolarono da par loro: ne utilizzarono alcuni come spie, sbirri e torturatori; del resto Gestapo e polizia segreta moscovita si erano sempre reciprocamente ammirate e copiate. Gli altri prigionieri furono giustiziati sommariamente, o lasciati morire nei gulag di stenti e di malattie. Quanto all’ Italia, la fucilazione di Mussolini e dei gerarchi a Dongo non fu un modello di giusto processo. Nessuno può realmente considerare tale la condanna a morte pronunciata dal Clnai e subito eseguita (forse) dal colonnello Valerio. Comunque, come disse Churchill, ci risparmiò una Norimberga Italiana.

Ma il fallimento non fu questo. Fu proprio nella smentita, crudele ma prevedibile, degli ideali di Jackson e di tutti coloro a cominciare da Kant che sognavano una giustizia sovranazionale di competenza diffusa ed esclusiva. Dopo Norimberga furono infatti costituti vari tribunali per i crimini di guerra: alcuni, come quello di Sartre e Russell, erano caricature politicamente tarate.

Altri invece erano, e sono, retti da norme e da trattati. Qualche sentenza è addirittura stata pronunciata, qualche criminale balcanico è ancora dietro le sbarre. Ma se pensiamo alle stragi quotidiane in mezzo mondo, quelle di cui parlano tutti e quelle di cui non parla nessuno, la sola idea di un tribunale con effetti repressivi e al contempo deterrenti si rivela una vuota astrazione metafisica. A conferma delle note affermazioni di Tucidide che i forti dominano sempre i più deboli; e che questi ultimi farebbero lo stesso, se un giorno le parti fossero invertite.

…….Il giudice Carlo Nordio ha descritto con esemplare chiarezza il processo di Norimberga  che vide sul banco degli imputati i massimi dirigenti nazisti  che ebbe una traspozisione sullo schermo con un film del 1961 interpretato magnificamente da Alec Baldwuin che è facilmente rintracciabile su youtube.

DA ANTICRAXIANO VI DICO: GLI DOBBIAMO QUALCOSA, di Piero Sansonetti

Pubblicato il 21 gennaio, 2017 in Politica, Storia | Nessun commento »

Il 19 gennaio del 2000 moriva esule in Tunisia. Lo hanno fatto passare per un brigante ma era uno statista. Fu abbattuto da Mani Pulite: era rimasto l’unico a difendere l’autonomia della politica. Da allora la politica ha perso autonomia.

Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.

Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, esule. Era stato segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.

Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. Non c’erano prove. E non furono mai trovati i proventi. In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca, poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti, in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria? La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della magistratura.

Craxi era stato uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia, negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali. Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche firmato con la Chiesa il nuovo concordato.

LAPRESSE - CRAXI - © INTERNATIONALPHOTO/LAPRESSE 23-05-1987 PARMA POLITICA NELLA FOTO : BETTINO CRAXI PARLA AL COMIZIO SOCIALISTA

Morì solo solo. Solo: abbandonato da tutti. Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu verso.

In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi era caduto in profonda depressione. Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.

Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di Tunisi.

Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: «Bettino Craxi non è benvenuto in Francia».

Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire.

Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

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Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.

Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito, firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di brigante. Perché era un irregolare della politica. Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno fa ha dichiarato: non gli interessava l’arricchimento, gli interessava il potere politico. Già: Craxi amava in modo viscerale la politica. La politica e la sua autonomia. Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente? Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche il Pci. Disse: se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la storia lo condannerà come spergiuro.

Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti, ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto antigiuridica, “non poteva non sapere”.

Craxi era colpevole. Nello stesso modo nel quale erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro, Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani… Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?

Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose. La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere l’inflazione.

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La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria di Reagan e della Thatcher, il liberismo stava dilagando. Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo. Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere certezze.

Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa mostrando la statura dello statista, e non cercando qualche voto, un po’ di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De Gasperi, per Fanfani, per Moro.

E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste, allora i leader politici sono solo funzionari di altri poteri. Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle multinazionali…

Photo prise le 20 octobre 1988 ‡ la Maison Blanche ‡ Washington, du prÈsident Ronald Reagan en discussion avec l'ancien prÈsident du Conseil italien Bettino Craxi (D) qui est dÈcÈdÈ ‡ son domicile tunisien, le 19 janvier 2000, ‡ l'‚ge de 65 ans. Bettino Craxi s'Ètait rÈfugiÈ en 1994 ‡ Hammamet pour Èchapper ‡ la justice italienne qui l'a condamnÈ par contumace, dans diverses affaires de corruption et de financement illicite du PSI, ‡ un total de 27 ans de prison. // Picture dated 20 October 1988 at the White House in Washington shows the then US president Ronald Reagan with former Italien premier Bettino Craxi. Craxi died at his home in southern Tunisia 19 January 2000 at age 65. He fled to Tunisia in 1994 to escape imprisonment on corruption convictions.

In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano, negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio, come colosso da abbattere, e fu abbattuto.

Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva fatto ai tempi di Sigonella, quando ordinò ai carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine, in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela perdonò.

Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia, editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza tra loro, pensarono che Tangentopoli fosse la grande occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia della politica non aveva più interpreti.

Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati, moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché nel frattempo era sceso in campo Berlusconi. All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla magistratura, portò a casa parecchi risultati. Alcuni molto concreti: la fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità, fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune parlava giorni fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera); l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.

Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è servita a niente ed è stata, dunque, solo una grandiosa e riuscita operazione di potere?

E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è giusto che un paese, e il suo popolo, riempano di fango una figura eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera, rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?

Io penso di no. Da vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi. PIERO SANSONETTI.

.….CONDIVIDO. g.



CON REFERENDUM FINITA LA STAGIONE DELLA SECONDA REPUBBLICA, di Antonio Polito

Pubblicato il 14 dicembre, 2016 in Politica | Nessun commento »

(Afp) (

Rifiutandosi di entrare nella Terra Promessa da Renzi, gli elettori hanno forse scritto la parola fine sulla Seconda Repubblica. Il referendum costituzionale può assumere il valore storico che ebbe quello sul divorzio nel 1974: la chiusura di un’era. Per la verità gli italiani ci avevano provato già nelle elezioni politiche del 2013, mandando in frantumi il bipolarismo. Ma Renzi si inserì abilmente e velocemente nel vuoto di potere.Così illuse se stesso e tutti noi che fosse possibile riesumare, stavolta con un volto più giovane, la salma di un sistema politico che aveva fatto il suo tempo. La Seconda Repubblica ha avuto infatti quattro tratti distintivi: era fondata sul leaderismo, tenuta in piedi dal maggioritario, ingessata in due coalizioni, nutrita dallo strapotere della tv. Nessuno di questi pilastri ha resistito allo tsunami della crisi.

Il primo comandamento dell’epoca politica iniziata nel 1994 era il leaderismo, e diceva che il capo della coalizione di maggioranza, il cui nome venne scritto sulla scheda elettorale, è automaticamente il capo del governo, perché quest’ultimo non si elegge più nel Parlamento ma direttamente nelle urne. Così è stato tre volte con Berlusconi e due volte con Prodi. Dopo la pausa di Monti e Letta, Renzi ha tentato di ripristinare il dogma pur senza passare per il voto popolare. È finita invece come ai tempi della Dc: Gentiloni a Palazzo Chigi nel ruolo di un Goria, un governo balneare a Natale che tiene il posto al prossimo, mentre il potere e la lotta per acquisirlo si spostano nel partito.

Il secondo comandamento era il maggioritario, condizione essenziale del leaderismo. Ma il maggioritario non esiste più nella versione del Porcellum, perché lo ha raso al suolo la Consulta per la sua incostituzionalità; non esiste ancora nella versione dell’Italicum, né forse esisterà mai perché ripudiato già da tutti e sub iudice; e non facilmente potrà risorgere nella versione del Mattarellum, che per tornare avrebbe bisogno di coalizioni che non ci sono più.

Erano appunto le coalizioni il terzo comandamento: tutti insieme contro il nemico comune. Ma da quando ci sono su piazza i Cinque Stelle il nemico non è più comune per nessuno, ciascuno ne ha almeno due, e dunque ognuno per sé. È per questo che la prossima legge elettorale rischia di essere, in ogni caso, più proporzionale di tutte le precedenti. È per questo che il centrodestra è diviso in tre tronconi al momento inconciliabili. Ed è per questo che il Pd è rimasto solo, senza uno straccio di alleati.

Infine il quarto comandamento: se occupi le tv e sei un buon comunicatore, vinci le elezioni. Con Berlusconi funzionò, anche perché lui era padrone della materia. Con Renzi ha funzionato per un po’. Al referendum ha invece funzionato a rovescio. L’occupazione militare delle tv da parte del premier ha generato fastidio, intolleranza e rigetto. Mentre i social hanno dato il mood alla campagna, definendo l’umore del Paese e alimentandolo. Cosa analoga a quella che è successa in America, dove la vittoria dell’outsider Trump è stata cucinata sul web.

Tutto questo ha conseguenze politiche immediate per il Pd. Quel partito è infatti nato nella e per la Seconda Repubblica, si è modellato su di essa per competere con Berlusconi che l’aveva inventata, e perfino il suo statuto e le sue regole interne (lo ha notato ieri acutamente Francesco Cundari sull’Unità) sono costruite sul titanismo autosufficiente del leader, una specie di «berlusconismo democratico», in cui il partito serve solo come strumento elettorale del capo. Ora che l’habitat naturale in cui era nato il Pd si è dissolto, suona stanca, se non patetica, l’idea che si possa ricominciare daccapo nel solito modo. Primarie e camper sono, prima di tutto nell’immaginario collettivo, come mobili di modernariato: eleganti e carini, ma vecchi. Radicamento sociale e social, gioco di squadra invece di idolatria del capo, freschezza di idee e proposte per il futuro al posto di difesa puntigliosa di mille giorni di governo che sono ormai passati e anche elettoralmente bocciati, richie- dono una trasformazione radicale del Pd che francamente non è alle viste. Attenzione, perché nel falò della Seconda Repubblica è già sparito il Pdl, non è affatto detto che il Pd ce la faccia. Certo non ce la farà se continua a considerare la sconfitta referendaria come una specie di accidente, di evento atmosferico disgraziato che ha solo momentaneamente fermato l’irresistibile ascesa di Renzi. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 14 dicembre 2016

REFERNDUM, LE CINQUE RAGIONI DI UNA SCONFITTA, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 6 dicembre, 2016 in Politica | Nessun commento »

Le cinque ragioni
di una sconfitta

La personalizzazione controproducente, certo; e poi l’eccessiva invadenza mediatica; poi ancora il fatto di avere contro 4/5 dei partiti del Paese e perfino buona parte del suo: tutto vero, sicché sembra essercene abbastanza per spiegare la sconfitta di Matteo Renzi al referendum di domenica.

Invece non basta, credo. In quel risultato c’è qualcos’altro. Le sue proporzioni rovinose manifestano qualcosa di più: un rifiuto profondo che via via ha preso corpo nei confronti della personalità stessa dell’ormai ex presidente del Consiglio, il rigetto della sua proposta in un certo senso «a prescindere», la crescita di un’insofferenza radicale per la sua immagine e il suo discorso

Lo dirò molto alla buona: il risultato del referendum più che mostrare la devozione degli italiani al testo della Costituzione indica che alla maggioranza di essi Matteo Renzi era ormai diventato insopportabilmente antipatico. «Poco convincente», se si preferisce un termine politologicamente più nobile.

Eppure Matteo Renzi non è mai stato il giovane Achille Starace, anche se in tutte queste settimane i suoi avversari di sinistra e di destra — uniti in un lodevole afflato di impegno antifascista — si sono sforzati di dipingerlo in qualcosa di simile a un pericolo per la democrazia e di descrivere la sua riforma come la potenziale anticamera di una dittatura. Invece, particolarmente oggi, nel giorno della sua sconfitta, sarebbe più che ingeneroso spregevole dimenticare le non poche buone leggi che il suo governo ha promosso, l’impulso dinamico che ha cercato d’imprimere in certi settori dell’amministrazione pubblica, la sua continua insistenza sulla necessità di svecchiare, sveltire, semplificare. Ma perché allora il risultato così negativo di domenica, perché l’ondata di antipatia e di avversione che ha travolto Renzi? Per effetto dei suoi errori, naturalmente, che hanno oscurato tutto il resto. Ecco un elenco disordinato di quelli che specie sul piano della comunicazione e dell’immagine, ma non solo, mi sembrano essere stati i più gravi.

1) Il profluvio dell’ottimismo, degli annunci sull’uscita dal tunnel, del «ce la stiamo facendo», «ecco ormai ce l’abbiamo fatta». Ai tanti italiani che viceversa se la passano tuttora male, talvolta malissimo e senza speranza, sentirsi dire che invece e contrariamente alla loro esperienza quotidiana le cose si stavano mettendo bene, deve essere suonata come una beffa e deve aver provocato un effetto di esclusione e di immeritata colpevolizzazione. Specie al Sud — verso il cui declino storico la comprensione politico-intellettuale e la personale empatia di Renzi non sono riusciti a mostrarsi se non eguali pressoché allo zero — l’effetto è stato catastrofico.

2) A una conferenza stampa o a una riunione di responsabili acquisti di una catena di supermercati si può comunicare all’uditorio attraverso le slide: a una massa di cittadini elettori no. Di un discorso complesso la gente comune può capire spesso la metà, ma capisce che se le si rivolge in quel modo significa che la si tiene in considerazione, che la si ritiene importante. Renzi non ha mai parlato al Paese in modo «alto» ed «eloquente»: starei per dire in modo «serio». La sola cifra di serietà del suo discorso è stata solitamente quella del sarcasmo: non proprio l’ideale, come si capisce, per suscitare simpatia. Per il resto la sua irresistibile propensione al tono leggero e alla battuta ne hanno inevitabilmente diminuito la statura politica.

3) La mancanza di posizioni critiche vere, argomentate e conseguenti di qualunque tipo verso le élite del potere che non fossero le élite politico-parlamentari o mediatiche italiane. In un’epoca invece nella quale — almeno a mio giudizio con più di un fondamento — è largamente diffuso un sentimento opposto, questo orientamento di Renzi non gli ha procurato alcuna simpatia. Che a mia memoria al capo del nostro governo non sia mai uscita di bocca un’espressione di censura verso i dirigenti dell’inefficiente e per più versi marcio mondo bancario o verso la Consob, responsabili della rovina di decine di migliaia di cittadini italiani, è apparso quanto mai significativo. Egualmente significativo, per esempio, che per tanto tempo egli non sia mai andato al di là delle battute circa il modo spudorato con cui l’Unione Europea si stava comportando con l’Italia a proposito della questione dei migranti. Cose come queste hanno allontanato Renzi dal modo d’essere e di sentire prevalente nel Paese. La sintonia con il quale non credo che sia stata di molto accresciuta dalla sua frequentazione intensa, a tratti si sarebbe detta compulsiva, con gli ambienti dell’industria e della finanza.

4) La politica dei bonus: dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, ai 500 euro a insegnanti e neo-diciottenni. Personalmente, così come dubito che i primi siano stati cruciali per il successo di Renzi alle Europee del 2014, invece sono sicuro che tanto i primi che i secondi non siano serviti ad aggiungergli il minimo consenso domenica scorsa. Il fatto è che l’attribuzione di tali somme (con quel termine «bonus», degno della pubblicità di un casinò volta ad attrarre clienti alle slot machine) è stata sentita probabilmente non già come il riconoscimento di un compenso atteso e meritato quanto, più che altro, come l’elargizione di una mancia umiliante, concessa per acquistarsi il buon volere e la gratitudine del «beneficato». È facile immaginare la popolarità derivatane al «benefattore».

5) Il tratto marcato di «consorteria toscana» che Matteo Renzi non ha esitato a dare all’intera, vasta cerchia dei suoi collaboratori. È ovvio come ciò lo abbia fatto percepire dal resto del Paese come murato in una posizione «chiusa», non disposta ad accogliere e a colloquiare con apporti diversi. Si aggiunga il carattere non proprio di rango di un gran numero di tali collaboratori, così come dei tanti nominati in una miriade di posti: troppo spesso scelti con ogni evidenza più che per i loro meriti per la loro sicura fedeltà (vedi il caso, esemplare tra i tanti, per il risultato grigissimo verificabile quotidianamente da tutti 24 ore su 24, dei vertici Rai). Il Corriere della Srra, 6 dicembre 2016, Ernesto Galli della Loggia