SE LA POLITICA SPEGNE “VIRUS” E “BALLARO’ ” di Pierluigi Battista

Pubblicato il 16 maggio, 2016 in Costume, Cultura, Politica | Nessun commento »

Un po’ ci avevamo creduto. Davvero abbiamo pensato che nel suo slancio rottamatore, nel suo ripudio della vecchia politica, nel suo afflato liberalizzatore, Matteo Renzi volesse mantenere la promessa di farla finita con la politica e i partiti che occupano militarmente la Rai, con il governo e il Parlamento che lottizzano, con la tv pubblica che prende ordini dal suo «editore di riferimento». Per un momento, ma solo per un momento per carità, abbiamo creduto addirittura alla tentazione renziana di una sia pur parziale privatizzazione della Rai, prologo di un ripensamento sul ruolo del servizio pubblico televisivo che potesse legittimare il pagamento della tassa che i cittadini sono costretti a sborsare anche se non desiderano guardare programmi della tv di Stato. Niente, c’eravamo sbagliati anche questa volta. L’occupazione di Viale Mazzini ha continuato a essere lo sport più praticato a Palazzo Chigi.

La politica si è ripresa i suoi diritti. Per il resto, pagare il canone in silenzio, per foraggiare la tv lottizzata e svantaggiare i concorrenti delle tv private che non possono usufruire dei proventi di una tassa oramai priva di ogni legittimazione. Peccato. I meccanismi e le consuetudini del controllo politico della Rai evidentemente sono troppo forti per essere elusi con un semplice atto di volontà. Si impone invece come inevitabile corollario della smania occupatrice della Rai la tentazione del silenziatore sui programmi non allineati, come sempre, come prima, come tutti gli altri predecessori. Si alimenta attorno a Massimo Giannini l’irritazione del governo per la sua conduzione di «Ballarò». Dicono: ma gli ascolti sono insoddisfacenti. Bene, vedremo i risultati brillanti di un talk show a conduzione improntata alla più affidabile ortodossia renziana («Buonasera, anche questa settimana l’Italia ha cambiato verso»: davvero uno share da boom). Si licenzia via intervista, senza nemmeno un atto formale, un conduttore come Nicola Porro, che con «Virus» ha dato espressione all’unica trasmissione politica di stampo «liberale», senza urla, gabbie, prediche da guru, piazze in fiamme. Via quello troppo «di sinistra», via quello troppo «di destra». E meno male che la Rai doveva essere lasciata in pace. Meno male che i partiti avrebbero allentato la presa. E si illudono che controllando la Rai vinceranno le elezioni. Sbagliano: basta vedere cosa è accaduto nei vent’anni precedenti. Peggio per loro. Pierluigi Battista, Il Corriee della Sera 16 maggio 2016

……E bravo Battista. Si è ricreduto su Renzi al quale , ma “poco poco”,  aveva dato credito, prendendo per vere le sue promesse di rottamazione e in particolare di liberalizzazione della Rai dallo strapotere dei partiti. Invece no e Battista ne prende atto e prende atto invece che proprio sulla Rai si è espressa “al meglio” la vocazione padronale della politica e degli strumenti di potere  da parte di Renzi. Meglio tardi che mai questa presa d’atto di Battisti (che non è nuovo a prese d’atto postume come testimonia il suo libro “Mio padre fascista”). E’ auspicabile che, sulla scia di Battista,  anche altri opininisti abbiano lo stersso coraggio di riconioscere di essersi sbagliati cosichcè da indurre i loro lettori che spesos si fidano delle loro opinioni di rivedere, se nko  l’hanno già fatto , il loro giudizio sul prepotente fiorentino che ce fa rimpiangere tanti altri. g.

MAGISTRATI E POLITICA, DANNOSI SCAMBI DI RUOLO, di Michele AINIS

Pubblicato il 4 maggio, 2016 in Politica | Nessun commento »

«E tu, che lavoro fai?». «Il tuo». Alle nostre latitudini, succede di frequente: lo sport più praticato è il gioco a rubamazzo. Perché i ruoli di ciascuno non sono mai precisi, univoci, scolpiti sulla pietra. Perché l’invasione di campo non può essere un delitto, quando manca il campo. E perché, mentre in Italia gli incompetenti sono ormai legioni, tutti si dichiarano pluricompetenti. Le baruffe tra politica e giustizia (ultimo episodio: l’arresto del sindaco di Lodi) trovano proprio qui la loro miccia detonante, anche se per lo più non ci facciamo caso. D’altronde si tratta d’una vecchia storia, che ci accompagna da quando giravamo coi calzoni corti. Quante volte il Csm ha cercato di rimpiazzare il Parlamento, dettando moniti e pareri non richiesti sulle leggi da approvare? E quante volte il Parlamento si è sostituito alle procure? Provate a domandarvi chi sia il personaggio più noto nell’azione di contrasto alle cosche mafiose. Risposta: Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia. Una Commissione parlamentare d’inchiesta che rimbalza da una legislatura all’altra fin dal 1962, e che fin qui ha alternato 15 diversi presidenti.

Chi fa cosa, ecco il problema. Non solo nel rapporto fra giudici e politici: anche nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende pubbliche e private. Anche nei ministeri, o nelle relazioni fra lo Stato e le Regioni. Dove gli sconfinamenti hanno innescato oltre 100 conflitti l’anno dinanzi alla Consulta, nel lustro successivo alla riforma del Titolo V. Magari adesso la riforma della riforma ci metterà una pezza, o magari aprirà un altro contenzioso fra Camera e Senato, per regolare il loro diritto di parola sulle leggi. Tanto, si sa, nel dubbio ognuno chiede la parola. E il giudice che dovrebbe giudicare non di rado straparla a sua volta. Per dirne una, nel 2015 le Sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 19.787) hanno dovuto alzare la paletta multando il Tar del Lazio, che pretendeva di surrogarsi al Csm nel conferimento degli incarichi giudiziari direttivi. Da qui la fortuna d’un mestiere ormai praticato in lungo e in largo: il supplente. Irrinunciabile, a quanto pare, nella scuola, dove quest’anno sono state assegnate 122 mila supplenze, nonostante l’assunzione di 86 mila docenti. Anche in famiglia, però, il reddito di cittadinanza al figlio disoccupato viene garantito dal papà, l’asilo per i nipotini sta a casa dei nonni, mentre del bisnonno s’occupa una badante ucraina. Tutti supplenti rispetto allo Stato assente, come le associazioni di volontariato, come le fondazioni bancarie, chiamate a turare le falle del welfare.  E se il nostro ordinamento lesina i diritti civili, oltre a quelli sociali? Possiamo sempre rivolgerci a un supplente di Stato, con una toga sulle spalle o con una fascia tricolore al petto. Nel primo caso supplisce la magistratura, che nel 1975 stabilì il diritto alla privacy (la legge intervenne 21 anni dopo), nel 1988 offrì tutela al convivente more uxorio (la legge manca ancora), mentre nel dicembre scorso il Tribunale di Roma ha riconosciuto la stepchild adoption, proprio mentre il Parlamento la disconosceva. Nel secondo caso entra in scena il sindaco: per esempio trascrivendo i matrimoni gay (nell’ottobre 2014 Marino l’ha fatto per 16 coppie) oppure con il Registro dei testamenti biologici (fin qui adottato in 169 Comuni, oltre che dal Friuli Venezia Giulia a livello regionale). E se invece il sindaco si rivela un incapace? Allora tocca al supplente del supplente, nelle vesti del commissario prefettizio. Il record è in provincia di Caserta, con 18 amministrazioni comunali decapitate; tanto che la prefettura ha dovuto chiedere rinforzi al ministero, perché da quelle parti i viceprefetti sono soltanto 11. Una Repubblica male ordinata reca più danni d’una tirannia, diceva nel Cinquecento Donato Giannotti. Ieri come oggi, il disordine è allevato da un ordinamento sovraccarico e confuso, dove le leggi si fanno per decreto, dove i decreti durano quanto un volo di farfalla. Sicché in ultimo il destino che ci aspetta sarà uguale a quello già sperimentato da una maestra di Bergamo: licenziata a gennaio, continua ad insegnare grazie alle liste fuori graduatoria. Proprio come lei, ogni italiano diventerà ben presto il supplente di se stesso. Michele Ainis, Il Corriere della Sera, 4 maggio 2016

PERCHE’ L’OPERAZIONE MARCHINI E’ CONTRO RENZI E RIDA’ FIATO AL CENTRO DESTRA, di Augusto Minzolini

Pubblicato il 30 aprile, 2016 in Politica | Nessun commento »

Auletta della Commissione di vigilanza Rai, al secondo piano di Palazzo San Macuto alle due del pomeriggio. Le agenzie di stampa hanno informato da poco il Paese e il Palazzo del cambio di cavallo del cavaliere Berlusconi per il gran premio di Roma: il servitore dello Stato Guido Bertolaso è rientrato in scuderia e al suo posto c’è l’imprenditore Alfio Marchini.

Lì dentro, mentre Antonio Campo Dall’Orto illustra la nuova Rai renziana, Maurizio Lupi, uno dei leader del nuovo centrodestra e già attore della prima diaspora berlusconiana, bofonchia per ciò che ascolta e ancora di più per le interpretazioni che sono state date alla «mossa del Cav». Ce l’ha soprattutto con Pier Ferdinando Casini, che – rimasto ai margini – sollecita Berlusconi a riprendere il rapporto con Renzi. «Pier Ferdinando – sospira Lupi che si è dato molto da fare per la svolta – al solito non ha capito niente. Marchini è una candidatura che serve a rendere più forte il centro del centrodestra. Per permettergli di esercitare un’egemonia sul centrodestra. Ma, appunto, parliamo di centrodestra. È un altro passo, come la candidatura di Parisi a Milano, per costruire un’alternativa al Pd di Renzi».

E per essere ancora più convincente l’ex ministro del governo Renzi, che non ha mandato ancora giù il suo siluramento, ipotizza un orizzonte temporale per il licenziamento del premier, o meglio, per individuare la data in cui le strade dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi e di una buona parte dei «centristi», si divideranno. «Noi – spiega – abbiamo un patto con Renzi per le riforme: al referendum di ottobre, comunque vada, quel patto si scioglie. A quel punto, fatte o non fatte le riforme, dovremo ragionare sul futuro. Alfano? Lo convinco io con le buone… E comunque a Milano siamo con Parisi e il centrodestra; a Roma con Marchini e con Forza Italia ma sempre alternativi al Pd; ed è probabile che a Napoli lasceremo la Valente per andare con Lettieri. E ora speriamo che su Marchini arrivi pure Storace. Tutto questo vorrà pur dire qualcosa, o no!?».

Più chiaro di così. Il puzzle è composto. Se nelle grandi città i «centristi» sono avversari del Pd, se addirittura c’è un preavviso di licenziamento al premier e se, ancora, a Roma dietro a Marchini c’è pure il «destrissimo» Storace, ci può ancora essere qualche dubbio sul segno della «svolta» del Cav? Più che una sfida alla Meloni, come titola qualche giornale, la mossa di Marchini è una sfida a Renzi. Una mossa che potrebbe esser stata suggerita da un qualsiasi trattato di strategia militare o presa pari pari da una puntata di House of Cards, la famosa serie televisiva sugli intrighi della politica americana: se l’obiettivo primario di Renzi è sempre stato quello di sfondare al centro, di conquistare l’elettorato moderato del centrodestra, Berlusconi, con le operazioni Parisi e Marchini, punta a presidiare quel segmento elettorale, a togliere ossigeno al premier. Anzi, a spostare il confine dell’Italia rappresentata dal centrodestra ancora più in là, per renderla maggioritaria. Ora sta a Salvini e alla Meloni capire e assecondare questa strategia. «Si debbono mettere in testa – spiega il coordinatore di Fi nel Lazio, Fazzone, uno dei sostenitori della mossa del cavallo di Berlusconi – che il centrodestra per vincere deve avere non solo una destra al 20%, ma anche un centro al 20%». «Io, che pure ero per la Meloni – racconta il capogruppo dei senatori Romani – quando il presidente ci ha informato dell’operazione Marchini, gli ho detto che era un genio. Casini quando dice che dobbiamo andare con Renzi non ha capito una sega».

Già, l’operazione Marchini non nasce come un addio al centrodestra, ma come uno strumento per renderlo più competitivo. È speculare a quella di Parisi a Milano: i tre partiti storici del centrodestra più un outsider della società civile, che deve ricondurre a casa parte della diaspora centrista, ma soprattutto deve riconquistare al voto quell’elettorato che non si sente più rappresentato dai partiti (in ogni sondaggio il 40-45%). Lo slogan dell’imprenditore romano «fuori dai partiti», che ha fatto inorridire anche mezza Forza Italia, in realtà sembra copiato al Cavaliere. Inoltre la «mossa» di Berlusconi è quella che più mette in pratica le regole del sistema a doppio turno con ballottaggio in uno scenario tripolare: l’identikit del candidato perfetto in un sistema del genere, infatti, è quello di un nome che non solo deve raggiungere il ballottaggio, ma che al secondo turno deve conquistare la maggior parte dei voti del concorrente che resta fuori. Visto che il candidato da battere a Roma è quello del M5s è evidente che il centrodestra deve presentare per vincere una personalità come Marchini, che arrivi al ballottaggio ma che poi abbia un minimo di fascino anche per l’elettore di sinistra. «Se io al ballottaggio mi trovassi a scegliere tra la Raggi e Marchini – diceva qualche giorno fa Ugo Sposetti, senatore del Pd ed ex-tesoriere dei Ds – non potrei che scegliere Marchini».

Discorsi che in questi mesi Berlusconi ha sempre fatto e su cui gli altri leader del centrodestra erano d’accordo. Non per nulla il primo candidato di Salvini per Roma era proprio l’imprenditore romano. Poi, gli egoismi di partito, le ambizioni personali, la competizione sulla leadership, hanno preso il posto di questi ragionamenti fino a quando il Cav deluso e incavolato – come ha detto lui stesso – «è ritornato al punto di partenza». Ecco perché Salvini e Meloni possono usare gli argomenti che vogliono per criticare la mossa Marchini, ma non possono dire che si tratti di un accomodamento con Renzi. Come pure gli orfani del Nazareno, prigionieri dei loro ricordi, nelle loro elucubrazioni non possono parlare di ritorno a Renzi. Semmai è l’esatto contrario: è la mossa che mette nei guai il premier. Lo hanno capito i suoi più irriducibili avversari, cioè i suoi oppositori di sinistra. «Con questa mossa – osserva Alfredo D’Attorre, fuoriuscito dal Pd per costruire un partito più a sinistra – Berlusconi si rafforza nell’elettorato moderato e toglie spazio a Renzi che per vincere dovrà tornare a parlare con noi». «Il Cavaliere rinforzando l’ala di centro del centrodestra – spiega un’altra voce critica come Massimo Mucchetti – ha messo in crisi la strategia del partito della Nazione, ha posto una barriera alle mire di Renzi sull’elettorato moderato». Senza contare che le operazioni di Roma e Milano, in una fase discendente del renzismo, dimostrano che il centrodestra, soprattutto la sua gamba di centro, è tornato ad avere appeal: Parisi, Passera, Marchini e magari un domani Della Valle, sono i segnali di una ritrovata attenzione che possono fare effetto sull’opinione pubblica. Echi di questa metamorfosi si ritrovano anche nell’area di Verdini. «Solo chi è miope – confida Enrico Piccinelli, una delle teste pensanti dei verdiniani – pensa che l’operazione Marchini aiuti Renzi. Semmai il Cav gli ha messo un bastone in quel posto: ora sarà ancora più difficile per Renzi conquistare l’elettorato moderato. E a noi per alcuni versi sta bene (Denis aveva caldeggiato l’ipotesi), visto che anche noi siamo interessati a stare dentro un’area centrale che tratti con l’alleato Lega con forza e alla pari. Ma se questo esagera sia pronta a guardare dall’altra parte». Appunto, è il ritrovato appeal che aumenta il campo di attrazione del centrodestra: tant’è che sul «territorio» – per usare il politichese – sono molte le situazioni in cui «i fuoriusciti» non rispettano il patto siglato da Verdini con il vicesegretario del Pd Guerini. «Io a Napoli – fa presente il verdiniano Falanga – appoggio Lettieri».

Su questo dovrebbero riflettere la Meloni e Salvini. Sulla centralità che ha riconquistato un centrodestra, che tornerà unito sul «No» alle riforme di Renzi nel referendum di ottobre. Berlusconi spera che i suoi alleati mettano da parte i rancori e, soprattutto, l’illusione di un’alleanza con i grillini, che è un movimento nato per stare da solo. E che ritornino sui loro passi. «Spero che la Meloni ci ripensi, che dia un contributo all’unità del centrodestra a Roma»: quella frase con cui il Cav ha concluso l’annuncio del suo appoggio a Marchini non era una frase di rito. Tutt’altro: un auspicio. Augusto Minzolini, 30 Aprile 2016

…….Le amministrative del prossimo 5 giugno sono una scadenza strategica per tutti, sia per il governo, leggi Renzi, sia per le opposizioni, tutte. Per il centrodestra rappresentano l’ultima spiaggia se non vuole ridursi a mera rappresentanza nonostante nel Paese continui ad essere maggioranza. Il voto di Roma, poi, appare se è possibie ancor più strategico che nelle altre grandi città dove sivota, Milano, Napoli, Torito, Bologna. A Roma, dopo lo scandalo scoppiato nelle mani di Marino ma che ha coinvolto un pò tutti. Il voto di Roma e le polemiche che sono scoppiate nel centro destra, con Salvini e Meloni che dopo aver scelto Bertolaso lo hanno abbandonato, e dopo la scelta finale di Berlusconi di affidarsi a Marchini, sua prima scelta, condivisa da Salvini e ostacolata da Meloni, sarà un banco di prova importante quanto nevitabile per verificare quanto e come sia ancora possibile ched in un futuro confronto “politico” con Renzi,  che nonostante le sue conclamate ceetezze appare sempre più in affanno, possa vederlo vincente e tornare al governo della Nazione dopo le intemerate renziane destinate a lasciare dietro di sè più macerie di quante ne abbia trovate. g.

UN TEMPO I POLITICI PROVAVANO VERGOGNA E FACEVANO BENE, di Sergio Rizzo

Pubblicato il 24 aprile, 2016 in Costume, Politica | Nessun commento »

«Se un’ intera nazione sperimenta davvero il senso di vergogna è come un leone accovacciato pronto al balzo»: lo scriveva Karl Marx in una lettera al filosofo Arnold Ruge, 173 anni fa. L’elogio della vergogna come baluardo dell’etica pubblica precede dunque di un po’ quelle parole tanto scomode dette da Piercamillo Davigo al nostro Aldo Cazzullo a proposito di certi politici: «Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi». E non è certo una prerogativa del pensiero marxista. La politologa della Columbia University Nadia Urbinati ricordava qualche anno fa su Repubblica come Giacomo Leopardi avesse anticipato il filosofo di Treviri nell’esaltazione del potere rivoluzionario della vergogna, sentimento a cui lo stesso Giambattista Vico aveva attribuito le origini della responsabilità morale della società. Ma forse nessuno come Papa Francesco, e ben prima di Davigo, si era scagliato contro «i corrotti», bollati dal pontefice come coloro «che non hanno vergogna». Accadeva tre anni fa, durante una funzione nella cappella di Santa Marta. E perché il messaggio risuonasse forte e chiaro, ancor più di quanto non avesse già fatto nel 2011 il cardinale Gianfranco Ravasi citando la famosa la battuta dell’Amleto di William Shakespeare («Vergogna, dov’è il tuo rossore?»), quel concetto l’aveva ripetuto in un libro, Il nome di Dio è Misericordia, scritto con Andrea Tornielli: «Dobbiamo pregare in modo speciale, durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche nei cuori dei corrotti donando loro la grazia della vergogna». Già, la vergogna.

Sulle ragioni per cui quel sentimento sia stato smarrito, si potrebbe dissertare a lungo. Di sicuro c’è stato anche un tempo in cui le cose erano diverse. Il presidente della Repubblica Giovanni Leone si dimise nel 1978 in seguito alla vicenda Loockheed, pur essendone totalmente estraneo. «Le siamo grati per l’esempio», gli scrissero anni dopo in una lettera di scuse i suoi accusatori Marco Pannella ed Emma Bonino. Nel 1993, durante Tangentopoli, i ministri si alzavano dalla poltrona all’apparire dell’avviso di garanzia. Qualcuno anche soltanto all’odore. Lo fecero due ministri delle Finanze, poi riconosciuti immacolati, come Giovanni Goria prima e Franco Reviglio un mese dopo di lui. Il repubblicano Oscar Mammì si dimise addirittura da deputato. Il suo giornale, la Voce repubblicana, scrisse qualche giorno dopo: «Non siamo ipocriti e in queste ore misuriamo sulla nostra pelle la sferzata di vergogna». Frasi che oggi sarebbe impossibile leggere…

Antonio Merlo della Pennsylvania university ha appioppato cinque anni fa il termine «mediocracy» alla nostra classe politica, qualificandola come «la più mediocre che l’Italia abbia avuto dal 1948«. Ed è francamente difficile non vedere una relazione fra questo degrado, la diffusione del malaffare e il progressivo impoverimento di quel senso di vergogna che in tutte le società avanzate rappresenta un formidabile deterrente contro la corruzione. Ma anche contro comportamenti non etici, sintetizzati così da Davigo: «Dicono cose tipo: “con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro, sono dei contribuenti».

In Germania il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg, astro nascente della Cdu, si dimise dopo la scoperta che aveva copiato parte della sua tesi di dottorato, perché «lo scandalo sarebbe ricaduto su tutti i militari». Il ministro inglese dell’Energia Chris Huhne se ne andò «per evitare interferenze con l’incarico pubblico» perché un giornale rivelò che aveva addossato alla moglie una multa per cui avrebbe perso punti della patente. In Gran Bretagna il portavoce del parlamento Michael Martin lasciò l’incarico quando scoppiò la bufera delle note spese gonfiate, pur non avendo responsabilità personali. Non l’ha imitato il presidente di quel consiglio regionale del Lazio travolto dallo scandalo dei fondi milionari dei gruppi consiliari, Mario Abbruzzese: nonostante fosse a capo dell’ufficio che distribuiva i quattrini ai partiti. Si è anzi ricandidato ed è stato rieletto. Ora è presidente di una commissione regionale.

Il presidente tedesco Christian Wulff gettò la spugna quando si seppe che aveva avuto da un amico banchiere un prestito a tassi di favore. Le sue parole: «Ho fatto degli errori. C’è bisogno di un presidente che abbia fiducia ampia dei cittadini. Gli sviluppi di questa settimana hanno dimostrato che questa non c’è più». Succedeva all’inizio del 2012, mentre da noi lo scandalo dei rimborsi elettorali usati impropriamente anche per scopi personali della famiglia del leader si abbatteva sulla Lega Nord di Umberto Bossi. Che liquidava la faccenda con un’alzata di spalle: «Non c’è reato. Dei soldi della Lega, la Lega può fare quello che vuole». Seguì un durissimo scontro interno al partito e Bossi si dovette fare da parte. Un mese fa suo figlio Riccardo è stato condannato in primo grado a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata. «Pensava fossero soldi di famiglia», ha detto l’avvocato ai giudici. Un pizzico di vergogna forse l’avrebbe evitato. Sergio Rizzo, Il Corriere della Sera, 24 aprile 2016

LOTTA AI CORROTTI, NON AL MERCATO, di Antonio Polito

Pubblicato il 9 aprile, 2016 in Politica | Nessun commento »

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    A leggerli così, mescolati in quella secrezione delle nostre vite che sono le nostre peggiori telefonate (tanto quelle belle, corrette, trasparenti, nel faldone di un’inchiesta non ci arrivano, e dunque nessuno le conoscerà mai) viene da pensare che gli affari siano sempre affarismo. Non è vero. E dovremmo dirlo, perché già viviamo in un Paese pieno di pregiudizi contro il business. Già sembriamo una repubblica di Banana (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything) ostile a ogni calcestruzzo, in cui la produzione di qualsiasi forma di energia, dal nucleare alle pale eoliche, dal gas agli inceneritori, solleva proteste e veti ecologisti. E invece tutte quelle parole che ci fanno sobbalzare nelle intercettazioni, contratto, gara, appalto, soldi, non sono lo sterco del demonio, non sono sinonimi di imbroglio e truffa. Gli affari fanno girare il mondo, o non lo fanno girare. Quando a fine anno piangiamo per lo scarso Pil o la forte disoccupazione, quando ci lamentiamo perché il Sud è vent’anni indietro, non facciamo altro che tirare le somme di troppi pochi affari, transazioni, vendite, acquisti, opere pubbliche e private. Per questo è difficile dare torto a Renzi quando rivendica al governo, con quell’aria di sfida ai magistrati di Potenza, la responsabilità politica di sbloccare gli investimenti, accelerarne l’iter, produrre lavoro. La corruzione va combattuta senza quartiere e senza riguardi, perché è distruttiva del mercato. Ma guai se pensassimo di stroncarla stroncando gli affari. La qualità della nostra vita e il nostro stesso reddito dipendono dal livello di sviluppo e di tecnologia del Paese in cui viviamo.

    Non diamo alibi a chi sogna di sostituire il mito del regresso a quello del progresso. Però proprio un governo che vuole finalmente rompere il tabù degli affari deve cercare antidoti più forti all’affarismo. Non basta la giustificazione del «fare» per esorcizzarlo. L’inchiesta di Potenza, facendoci guardare dal buco della serratura nelle stanze dove si decide, demolisce l’idea che centralizzare e personalizzare il potere possa tagliare le unghie all’affarismo. Se mai c’è stata, l’illusione dell’uomo solo al comando della nave si è dimostrata incapace di eliminare il caotico affollarsi degli interessi giù nella sala macchine, dove ministri, sottosegretari e capi di gabinetto restano esposti, e forse anche più esposti quanto minore è la loro personalità e il loro peso nella collegialità del governo, alla pressione delle lobby. E così finiscono per combattersi, rubarsi competenze, costruire cordate, perfino in un governo del premier, virtualmente monocolore, come è quello Renzi.

    C’è poi una seconda lezione da apprendere. La riduzione del Parlamento a votificio non semplifica le cose. Tutti gli emendamenti ad progettum, aziendam o personam, cercano disperatamente un treno legislativo su cui saltare, e di solito finiscono per trovarlo nel maxi emendamento alla legge di stabilità, patchwork che la maggioranza deve approvare in pochi minuti, in piena notte e a occhi chiusi. È vero che le Camere sono un ricettacolo di clientele, e l’assalto alla diligenza di un tempo non era preferibile, ma il Parlamento è anche un filtro degli interessi. Sempre meglio farli passare allo scrutinio di una commissione, che trovarseli riversati sul tavolo di un ministero, dove si decide certamente con maggiore opacità e discrezionalità, e dove il potere di un funzionario vale più dell’opinione di un deputato eletto dal popolo.

    Infine bisogna regolamentare il lavoro dei gruppi di pressione. Questo Gemelli era un lobbista? Allora doveva essere iscritto a un registro della professione, dichiarare i propri interessi, e il ministro con cui conviveva doveva a sua volta dichiarare il legame al momento di assumere un incarico nel governo, e il presidente del Consiglio doveva sapere che il suo ministro dello sviluppo economico aveva questo ulteriore interesse, diciamo così, familiare. L’esito più infausto del clamore di questa storia, insomma, sarebbe un ritorno al passato, quando non si combinava niente e si corrompeva anche di più. Ma per evitarlo non ci sono scorciatoie autoritarie o dirigiste, bisogna seguire la strada maestra di una democrazia funzionante, fatta di pesi e contrappesi, check and balance; e adeguarsi così, un po’ alla volta, agli standard etici dei Paesi puritani. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 8 aprile 2016

    ……A leggerlo senza occhiali questo editoriale di Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, ex senatore del Pd, autorevole “firma” del Corriere, può apparire  una sorta di assoluzione di Renzi e compagni nella vicenda dell’ex ministro Guidi e della inchiesta giudiziaria provocata dalle intercettazioni tra l’ex ministro Guidi e il suo compagno che lungi dall’essersi conclusa, giorno per giorno si arricchisce di altre novità non certo lusinghiere per il governo e il premeirr Renzi, 2l’uomo solo al comando”. Proprio su questo Polito in verità mette l’accento per rilevare che un uomo solo al comando  non può gestire al meglio le pur necessarie attività conesse allo sviluppo e alla crescita , ma sopratutto Polito denuncia la trasformazione del Parlamento in un votificio senza poteri, visto che la legge economica per eccellenza, la legge di stabilità,  è ormai votata ad occhi chiusi con un superemendamento predisposto nottetempo dal governo  che appone la “fiducia” senza alcuna possibilità di controlo dei deputati. E’ quanto basta per poter trarre la conclusione che quanto di marcio possa venir fuori non può che essere responsabilità, forse non penale, ma di certo politica e morale del premier che supervisona il tutto o direttamente o tramite un pool di fidatissimi collaboratori che rispondono a lui e a lui soltanto. E questa non è più una democrazia parlamentare ma un regime o almeno l’anticamera di un regime. g

    L’ILLUSIONE DELLO STATO TRASPARENTE, di Ferruccio De Bortoli

    Pubblicato il 1 aprile, 2016 in Costume, Politica | Nessun commento »

    Un piccolo ma prezioso termometro dello stato di salute della democrazia italiana è racchiuso in un provvedimento semisconosciuto adottato dal governo, in via preliminare, il 20 gennaio. Stiamo parlando del diritto di ogni cittadino ad accedere agli atti della pubblica amministrazione. È la versione italiana del Freedom of Information Act. Negli Stati Uniti esiste dal 1966. In molti Paesi, una novantina, è un paradigma della trasparenza. Dà la misura reale della cittadinanza. E della libertà d’informazione, del diritto di cronaca. Senza quelle norme — tanto per fare un solo esempio — non avremmo avuto l’inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili (si chiese l’accesso agli atti giudiziari), da cui è stato tratto il film premio Oscar Spotlight. Da noi invece la legge rischia di assumere il tono di una concessione dovuta, una fastidiosa e vuota incombenza. Eppure va dato atto al governo, e in particolare a Renzi (ne fece cenno durante il suo discorso di insediamento al Senato il 24 febbraio 2014) e al ministro Madia (Leopolda del 2015), di averne fatto una bandiera. Peccato che questo vessillo di libertà sia stato velocemente ripiegato nel testo varato a inizio anno, ed esprima, al contrario, tutto il potere discrezionale di cui la burocrazia italiana è ghiotta. All’articolo 6 del decreto legislativo, si legge che «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni». Bene.

    Peccato però che l’elenco delle eccezioni sia semplicemente sterminato. Alcune (sicurezza, difesa, relazioni internazionali) sono condivisibili. Altre decisamente meno. Il limite della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» forma una categoria talmente vasta da porre il diritto del cittadino a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di palese inferiorità, alla stregua di una curiosità molesta. La legge non identifica, nelle varie amministrazioni, un responsabile unico cui rivolgersi. Non c’è uno sportello. La mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino (destinata a perdersi nelmare magnum degli uffici) configura una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. L’obbligo di motivazione del rifiuto, da parte dei pubblici uffici, era già previsto dalla legge 241 del 1990. Disposizione quasi mai rispettata. E dunque il legislatore, innovando la 241, ne avrebbe tenuto conto (cioè si sarebbe arreso a un’inadempienza), ipotizzando, con il silenzio-rigetto, una particolare «garanzia» per il cittadino titolare di un interesse legittimo. Rivolgendosi al Tar, questi potrebbe costringere l’amministrazione a spiegare il suo no. Una procedura troppo complessa e costosa per un semplice diritto all’informazione.

    Nel suo parere, il Consiglio di Stato (18 febbraio 2016) è assai critico sullo schema di decreto legislativo. Condivide, citando Norberto Bobbio, «l’aspirazione a una democrazia intesa come regime del potere visibile». Sottolinea come la trasparenza sia «una forma di prevenzione dei fenomeni corruttivi». Ma senza semplicità nell’accesso ai dati e con troppe eccezioni, è tutto inutile. Il silenzio-rigetto, decorsi i 30 giorni dalla richiesta, realizzerebbe poi «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».

    I fautori di un più esteso Freedom of Information Act italiano si sono mobilitati. Hanno raccolto firme. Saranno ascoltati dalle Commissioni Affari costituzionali delle Camere il 7 aprile. Meritano di essere presi sul serio. E non considerati dei petulanti rompiscatole legislativi. Qualche loro richiesta è opinabile (come la gratuità dell’accesso agli atti) ma le loro critiche sono fondate. Il provvedimento finale verrà probabilmente varato entro un paio di mesi ed è auspicabile che sia corretto tenendo conto, non solo dei rilievi del Consiglio di Stato, ma anche delle osservazioni dell’Anac, l’autorità anticorruzione (ribadite ieri nell’audizione del presidente Raffaele Cantone) e del Garante per la protezione dei dati personali.

    Il governo ha l’occasione di dare attuazione a una promessa che riguarda la libertà dei cittadini e il loro diritto ad essere informati. La trasparenza non va vissuta come un intralcio all’attività amministrativa ed economica. Se attuata senza eccessi (e con buon senso) è garanzia di correttezza e incisività degli atti. Un deterrente efficace contro la corruzione e i soprusi. Valorizza le buone pratiche, contrasta abusi di potere e assenteismi. Se, al contrario, vincerà ancora una volta la burocrazia, non dovremo più stupirci se il nostro Paese è così arretrato nelle classifiche internazionali (libertà di stampa compresa). Conoscere la qualità dell’assistenza di un ospedale, le sue liste d’attesa, sapere le condizioni igieniche dei ristoranti e dei bar che frequentiamo, gli stipendi di coloro che gestiscono i servizi pubblici, non ha una portata rivoluzionaria o distruttiva dei rapporti economici. Non è il Panopticon di Jeremy Bentham. L’occhio ossessivo di una prigione di vetro. È solo la normalità di una democrazia avanzata che non ha paura né della trasparenza né del diritto d’informazione. Anzi, ne va orgogliosa. Ferruccio De Bortoli, Il Corriere della Sera 1° aprile 2016

    …..Chiunque anche una sola volta nella vita abbia avuto a che fare con la pubblica amminiustrazione non potrà non condividere le amare considerazioni di De Bortoli   sulla burocrazia italiana e sulla parvenza di trasparenza che assicurata a parole, nei fatti è del tutto assente nei rapporti tra Stato e cittadini, i quali continuano ad essere sudditi rfispetto allo strapotere della burocrazia. g.

    TUTTI I PERICOLI DI UN GOVERNO SENZA LIMITI

    Pubblicato il 13 marzo, 2016 in Politica | Nessun commento »

    Il tempo in cui viviamo, ricco di contraddizioni e segnato dall’incertezza sul futuro che ci attende, assomiglia a quello che aveva attraversato l’Europa nella prima metà dell’Ottocento.

    Quello era stato il tempo della fine degli assolutismi e della progressiva affermazione della libertà e del liberalismo come principio di governo.

    Questo, invece, pare caratterizzarsi per la progressiva crisi e dissoluzione della democrazia liberale e per l’instaurazione di governi retti da personalità inclini a imporre la propria volontà incuranti della legge e delle opposizioni.Della crisi della democrazia liberale, questi tempi paiono la premessa e il possibile sviluppo. Oggi, come allora, l’Italia è il laboratorio all’interno del quale si sviluppa il nuovo corso. Il governo Renzi, che piaccia o no, ne è l’epifenomeno.

    La qual cosa non significa che – così come l’Ottocento era stato il secolo del liberalismo quale principio di governo -, l’epoca in cui viviamo debba essere necessariamente l’anticamera dell’instaurazione di regimi autoritari o totalitari. Lo vado scrivendo da tempo, con crescente insistenza, e me ne scuso. Da vecchio liberale, la prospettiva dell’arrivo di un regime di illibertà lo avverto «a naso», nell’aria. Me ne faccio portavoce perché tale mi sembra il mio dovere e anche il mio diritto. I regimi, non solo quelli autoritari e totalitari, anche quelli democratici, si logorano col tempo. Non vorrei fosse il caso del nostro, a soli settant’anni dalla fine del fascismo.

    Non ci sono le condizioni interne e internazionali che, nella prima metà dell’Ottocento, avevano prodotto il successo del liberalismo, né quelle che nella prima metà del Novecento avevano favorito l’avvento del fascismo. Siamo una democrazia peraltro, ahimè, assai poco liberale consolidata e non si ravvisano condizioni favorevoli all’instaurazione di una qualche dittatura.Tutto questo non dispensa, evidentemente, dal denunciarne i pericoli. Poiché il mio mestiere è quello di analizzare la realtà politica come si presenta e come si prospetta, ed è questo che faccio da tempo, spero con non troppo fastidio da parte di chi mi legge. Dispensare ottimismo è assai più facile che predicare l’attenzione. Non è tempo per nutrire eccessive speranze sul futuro, facili ottimismi o spensierate illusioni. Le cose, almeno da noi, in Italia, non vanno così bene come si tende a sostenere.

    Lo Stato manifesta ogni giorno che passa una volontà di dominio sulle libertà individuali che francamente preoccupa. La sua natura di compromesso fra liberalismo e sovietismo, che ne ha segnato la nascita, non depone per un eccesso di ottimismo. Non abbiamo colto l’occasione, nel 1945, di chiederci che cosa era stato il fascismo e perché fosse durato tanto a lungo. Paghiamo i costi di questo peccato originale dal quale è nata la Repubblica. Lo dico, e lo ripeto, sperando che la classe politica e quella intellettuale se ne facciano carico; ma il fatto stesso che nessuno paia preoccuparsene, accresce le mie preoccupazioni. I sintomi del degrado ci sono tutti, soprattutto da noi. Tutto sta nel prenderne atto e rifletterci sopra. Piero Ostellino, politologo ed opinionista

    IL FOSSATO DA RIEMPIRE TRA ISTITUZIONI E CITTADINI, di Ferruccio de Bortoli

    Pubblicato il 5 marzo, 2016 in Politica | Nessun commento »

    Il ministro Maria Elena Boschi alla Camera (Ansa)

    Dopo esserci occupati a lungo degli eletti, ora dovremmo pensare un po’ alla salute democratica degli elettori. E interrogarci sulle ragioni di una certa disaffezione al voto. La sensazione di irrilevanza non si traduce soltanto nell’astensione dalle urne, di qualsiasi tipo, ma anche nell’uso della scheda per sfogare disagio se non rabbia. Non per scegliere, ma per contrastare. Non a favore ma contro. Non è il caso di tornare su alcuni aspetti della riforma costituzionale che si avvia a essere completata con l’ultimo voto alla Camera e il referendum autunnale.

    Il quadro istituzionale, con un Senato delle Regioni non più direttamente elettivo, si semplifica e diventa più efficiente, ma non si avvicina al cittadino, non lo rende protagonista. La distanza aumenta. L’Italicum darà stabilità ai governi — e ce n’era bisogno — ma con il premio di maggioranza, i capilista bloccati e le candidature plurime non si può dire che sia un caposaldo della democrazia rappresentativa, peraltro in crisi un po’ ovunque. Gustavo Zagrebelsky definisce le riforme del governo Renzi, con efficacia caustica, il «carapace, la corazza della tartaruga, del potere». Stefano Petrucciani nel suo libro (Democrazia, Einaudi) parla più in generale di una «regressione oligarchica» e intravede «uno spossessamento dei cittadini rispetto agli eletti, della base del partito rispetto ai leader, dei parlamentari rispetto all’esecutivo, dell’esecutivo stesso rispetto al premier». Forse, c’è un po’ di esagerazione. Ma, al di là delle posizioni che le parti avranno sul prossimo referendum, una discussione aperta sul disagio degli elettori appare opportuna.

    Un rafforzamento del governo, nell’Italia dei troppi poteri contrapposti, dei veti e degli interessi corporativi, era ed è assolutamente necessario per attuare politiche di riforme a vantaggio di tutti. Ma se il cittadino matura la convinzione che il proprio voto serva a poco e la sua opinione sia indifferente, la conseguenza sarà solo un senso crescente di estraneità delle istituzioni. «Uno spostamento verso l’alto del centro delle decisioni», per usare le parole di Petrucciani, ancora più pronunciato nei confronti dell’Europa, che genera frustrazioni e alimenta sfiducia. Ovvero, riempie il bacino di coltura del populismo. La riforma Boschi prevede alcuni necessari contrappesi nelle norme sui referendum (più firme ma quorum abbassato) e sulle leggi di iniziativa popolare (più firme). Ma troppi sono stati i referendum il cui esito è rimasto lettera morta. Le leggi di iniziativa popolare poi sono sempre state ostacolate, soprattutto dai partiti. Non ne è passata mai una. Vedremo se, rianimandosi, questo strumento darà più voce ai cittadini.

    La Rete è una straordinaria piazza democratica. Ma non è la risposta. Ridurre gli eletti a portavoce di movimenti erratici e indefiniti sul Web ha aspetti caricaturali. Si scambiano le posizioni di minoranze attive — e generalmente agli estremi — per quelle mediane dell’elettorato. In realtà, come dimostrano le consultazioni dei Cinquestelle, si tratta al massimo di poche migliaia di persone. Vedremo se le primarie per i candidati sindaci, a Roma, a Napoli e a Trieste coinvolgeranno porzioni significative di cittadinanza. Se sono vere (come a Milano) appassionano. Se sono finte contribuiscono solo a svalutare il voto e a irritare i partecipanti (i gazebo di Salvini a Roma).

    L’affievolirsi di una democrazia rappresentativa accentua anche il fenomeno del trasformismo. I cambi di casacca nell’attuale legislatura sono già 342. Si allenta così, fino a spezzarsi del tutto, il legame con gli elettori. In un sistema a collegi uninominali, i transfughi potrebbero essere puniti con il cosiddetto recall, il richiamo, che da noi è improponibile. La semplice misura di impedire la costituzione di gruppi parlamentari quando le formazioni non siano state elette in precedenza, avrebbe quantomeno una funzione deterrente. Tralasciamo le considerazioni morali. Il trasformismo, con il populismo, è la malattia contemporanea. Il seggio lo si deve al capo che decide la lista, non ai votanti che vanno ai seggi. Aggrapparsi all’articolo 67 della Costituzione sul divieto di mandato imperativo è ridicolo. Non si può dire che i Fregoli del Parlamento inseguano in questo modo l’interesse generale.

    Discutere, senza pregiudiziali, di proposte dirette a irrobustire l’elettorato attivo non è una perdita di tempo. Il voto ai sedicenni appare a molti costituzionalisti un azzardo. Secondo Valerio Onida sarebbe necessario dibattere, senza venature ideologiche, l’opportunità di concedere il voto alle Amministrative agli immigrati regolari e stabili che già vanno ai gazebo delle primarie. Lo prevede una convenzione del Consiglio d’Europa in vigore dal ’97. Efficaci leggi sulla rappresentanza sindacale e sulla vita democratica interna dei partiti (articolo 49 della Costituzione, mai regolamentato) possono contribuire a dare senso e prospettiva all’impegno dei cittadini, avvicinandoli alle istituzioni. «È necessario — dice Carlo Galli (autore de Il disagio della democrazia, Einaudi) — che si colmi il fossato ormai aperto fra cittadini e istituzioni e tra cittadini e partiti».

    La formula francese del débat public, prevista dalla nostra legge delega sugli appalti, consulta i cittadini prima delle decisioni di costruire grandi opere e li responsabilizza su utilità e costi. Un’idea che potrebbe essere estesa — nel giudizio della costituzionalista Ida Nicotra — ad altri processi legislativi. «Un modo per uscire dall’attuale deriva di una democrazia per contrasto e negazione». Pierre Rosanvallon (Le Bon Gouvernement, Seuil) sostiene che un governo, per dirsi democratico, debba accettare momenti di valutazione del suo operato anche diversi dal giorno delle urne. Le nuove tecnologie lo consentono. Ma occorrono cittadini informati, responsabili e convinti che la loro opinione conti davvero. Ferruccio de Bortoli, Il Corriere della Sera, 5 marzo 2016.

    L’AMERICA IGNOTA DI TRUMP, di Massimo Gaggi

    Pubblicato il 3 marzo, 2016 in Politica estera | Nessun commento »

    Dopo il voto di ieri per la politica americana è già arrivata l’ora di fare i conti col ciclone Trump. C’è chi — primo Chris Christie, ma altri seguiranno — spinge il reset button e sale sul carro del vincitore, magari promettendo all’establishment dal quale proviene che farà buona guardia. Poi ci sono gli intellettuali e i commentatori (di destra e di sinistra, stavolta non fa differenza) attoniti e costretti al mea culpa: per non aver preso sul serio il fenomeno Trump, ma soprattutto per non aver capito cosa stava bollendo nel pentolone del malessere sociale del ceto medio americano schiacciato da globalizzazione e rivoluzione tecnologica. Poi c’è il partito repubblicano: panico e scenari apocalittici. Trump, che non si fa problemi a demolire i cardini ideologici della destra promettendo più tasse per i ricchi, sgravi per i poveri e protezionismo commerciale mentre sulle questioni bioetiche, dall’aborto ai matrimoni gay, è più vicino ai democratici che ai conservatori religiosi, può ridurre il «Grand Old Party» a un cumulo di macerie.

    Un quadro caotico, senza precedenti, ma si possono azzardare tre scenari: il primo è quello di una sorta di guerra civile non dichiarata contro Trump coi repubblicani che, per liberarsene, non escludono nemmeno di lasciare la Casa Bianca alla Clinton. E se l’imprenditore diventerà comunque presidente, possono bloccare i suoi atti più controversi attraverso il Congresso (come hanno fatto con Obama). Tenendosi sempre di riserva l’arma dell’impeachment. Sarebbe molto pericoloso: un Trump dalle chiare tendenze autoritarie che già ha usato espressioni mussoliniane, potrebbe essere tentato di trasformare il Congresso, già oggi l’istituzione più impopolare d’America, in «un bivacco di manipoli».

    Il secondo scenario è quello di Trump come incidente della storia che innesca una rifondazione della destra americana. C’è già chi sostiene che il Partito repubblicano, sclerotizzato, sconvolto dalla rivoluzione dei Tea Party, condizionato dalle sue rigidità ideologiche, potrebbe essere lasciato come un guscio vuoto nelle mani di Trump, trasferendo l’energia positiva dei conservatori più dinamici in un nuovo Partito della Costituzione. Un processo con vari sbocchi possibili, soprattutto se alla fine dovesse candidarsi da indipendente anche il conservatore illuminato Michael Bloomberg: sarebbe la fine del bipartitismo Usa. Ma c’è anche chi comincia a dire — terzo scenario — che Trump non è il diavolo: da imprenditore capisce meglio di un partito impiccato alle sue parole d’ordine che un’austerity fiscale troppo severa, la bassa tassazione della ricchezza e i processi di deregulation e globalizzazione attuati senza limiti e controlli sono all’origine dello schiacciamento della classe media.

    Bisogna essere molto ottimisti per credere a uno scenario simile perché nei discorsi di Trump le poche idee forse di buon senso su economia e società sono sepolte sotto cumuli di invettive e proclami che, a prenderli sul serio, presuppongono un’attività di governo fatta di violazioni della Costituzione e del diritto internazionale. Ma non è detto che, una volta eletto presidente, Trump adotterebbe le ricette da «olio di ricino» di cui parla nelle piazze americane. «Servono solo a catturare ampi consensi nell’elettorato conservatore» dice a mezza bocca qualche consigliere del tycoon. Noto per una certa tendenza, su varie questioni, a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lui stesso, del resto, non ha smentito di aver detto, durante un incontro off the record coi capi del New York Times, che le sue idee sugli immigrati sono meno dure di quelle che distilla nei comizi: «Tutto è negoziabile» ha replicato a chi gli chiedeva delucidazioni.

    Comprensibile il panico della destra davanti a un personaggio che la trascina verso l’ignoto. Ma ora c’è allarme anche tra i democratici: una candidatura dell’impresentabile Trump sembrava un regalo fatto a Hillary Clinton. Ora molti cominciano a sospettare che il costume indossato da Trump, quello di un «Superman antisistema», possa sedurre anche qualcuno a sinistra. Unica certezza: Donald non può più essere liquidato come un fenomeno folkloristico. Va spiegato a Rubio e Cruz che hanno cominciato a trattarlo da clown, acrobata e truffatore fuori tempo massimo. Massimo Gaggi, Il Corriere della Sera, 3 marzo 2016

    IL FRONTE DEI MODERNISTI, di Ernesto Galli della Loggia

    Pubblicato il 13 febbraio, 2016 in Costume | Nessun commento »

    Attraverso quali vie oggi possono nascere e diffondersi in un Paese come l’Italia sentimenti di estraneità ostili nei confronti delle élite, a cominciare magari da quelle culturali e giornalistiche? Di avversione verso il loro ruolo nello spazio pubblico, e quindi, inevitabilmente, di protesta verso la politica? Quei sentimenti, cioè, che poi finiscono per confluire indifferentemente da destra o da sinistra nel grande collettore che abbiamo convenuto di chiamare «populismo»? Per cercare una risposta può forse dirci qualcosa il modo in cui si è svolta in queste settimane la discussione sulle unioni civili e sul problema connesso (almeno fino ad oggi) dell’adozione del figliastro (stepchild adoption).

    Essendo incerta l’effettiva percentuale dei favorevoli e contrari tra gli elettori, qualunque dibattito in merito avrebbe dovuto equamente rappresentare, come è ovvio, entrambe le posizioni. Posizioni le quali, prima che politiche sono posizioni culturali e morali riguardanti questioni di grande complessità, ambiti fondamentali della vita personale e collettiva. Ebbene, mi chiedo e chiedo: si può onestamente dire che il dibattito in merito sulla grande stampa e in televisione — le uniche sedi che contano — sia stato all’altezza di tale complessità?

    Per almeno due ragioni a me sembra di no. Innanzi tutto per una soverchiante, ossessiva presenza — parlo della televisione e della radio ma non solo — di esponenti politici. In Italia, anche se si tratta del peccato originale o delle cure palliative, la Rai si ostina a credere che i più titolati a discuterne siano un parlamentare dei 5Stelle insieme a un senatore di Fratelli d’Italia. E le radio e tv commerciali non sanno fare di meglio. Ne è risultato — nel caso della discussione sulla legge Cirinnà ma così come sempre — un succedersi, in genere semiurlato o punteggiato di interruzioni, di frasi di un minuto, di affermazioni immotivate e ripetute senza tener conto delle eventuali obiezioni. Con la maggioranza dei cosiddetti conduttori non solo incuranti di tenere la discussione su un binario di reale approfondimento di alcunché, ma usi a intervenire di continuo con sorrisetti derisori, sguardi di compatimento e opportune interiezioni (campioni assoluti del genere Gruber e Formigli) per screditare l’opinione da loro non condivisa. Che nove volte su dieci era in questo caso l’opinione degli oppositori alla legge.

    Ciò che peraltro rimanda a un dato generale — che rappresenta la seconda delle due ragioni di cui sopra. Vale a dire la iper rappresentazione che su tutti i media così come nell’intrattenimento, nel cinema, in qualunque produzione culturale, ha costantemente l’opinione per così dire laico-progressista, favorevole al cambiamento, a innovare, a cancellare tutto ciò che appare tradizionale, a cominciare — c’è bisogno di dirlo? — della dimensione religiosa. A cui naturalmente corrispondono la svalutazione sussiegosa, quando non il vero e proprio dileggio nei confronti di chi invece è fuori dal mainstream dell’ideologicamente corretto, dalla parte di un pensiero tradizionale, magari convenzionale o ispirato a un antico «buon senso» (molto diffuso ad esempio in merito all’immigrazione o alla sfera della «legge e l’ordine»). Per avere un’idea di un simile atteggiamento partigiano basta ascoltare certi programmi di Radio 24, la radio del Sole 24 Ore.

    Che cosa deve pensare, mi chiedo, che sentimenti (e risentimenti) può provare, quella parte del Paese — non proprio minuscola, credo — nel vedersi non solo così continuamente esclusa dalle sue più autorevoli fonti di rappresentazione pubblica, ma palesemente considerata una sorta di sottospecie culturale da tenere di continuo sotto schiaffo? Crediamo davvero che basti il programma di una rete Fininvest che strizzi l’occhio alle passioni di questa Italia «reazionaria» per bilanciare, che so, il Festival di Sanremo, l’evento televisivo in assoluto più ascoltato dell’anno, trasformato disinvoltamente in una manifestazione in sostegno delle varie cause che vanno sotto la sigla dell’«arcobaleno» (a cominciare per l’appunto da quella delle unioni civili)? Che cosa sarebbe successo se il Festival di Sanremo fosse stato dedicato, mettiamo, a esaltare la causa delle «famiglie»?

    Naturalmente non sono così sprovveduto da ignorare le tante ragioni per cui tutto ciò avviene. Le buone ragioni per cui in tutto il mondo occidentale i media e la cultura sono dominati da un punto di vista diciamo così «liberal». E cioè il fatto che gli uni e l’altra hanno la loro storica ragion d’essere nella libertà e nell’anticonformismo. Ma anche sapendo tutto ciò non riesco a non stupirmi dell’unilateralità smaccata travestita da devozione ai Lumi, dell’indifferenza per l’opinione dissenziente da parte del noto «giornalista democratico», del celebre «professore liberal». Ma soprattutto sono colpito dall’amore sempre e comunque per la novità, per il cambiamento, per il punto di vista che si presenta come più «moderno», più «avanzato», più «democratico», più «laico», che in Italia domina incontrastato la discussione pubblica. Anche la più colta, anche quando questa riguarda temi come l’istruzione, la scuola, la vita sessuale, la religione, la morte, i rapporti tra le culture. Ambiti rispetto ai quali, se non mi sbaglio, non è proprio così ovvio che cosa voglia dire «progresso», «democrazia» e quant’altro.

    Insomma: gli italiani orientati culturalmente e spiritualmente — molto spesso in modo assai ingenuo, se si vuole — in senso lato conservatore, a favore di assetti tradizionali, legati al passato (ma attenzione! con colori politici per nulla uniformi), sono di sicuro un buon numero. Tuttavia nel dibattito pubblico del loro Paese un punto di vista culturale che li rappresenti è di fatto inesistente. Da quando è scomparsa ogni vestigia di Sinistra marxista con la fine del vecchio Partito comunista, e da quando la Chiesa cattolica ha rivolto la sua attenzione in prevalenza verso il «sociale», il campo è dominato per intero da una prospettiva uniformemente e spensieratamente innovatrice-modernista, univocamente assertrice delle verità di oggi. Ci sarebbe la Destra, naturalmente. Ma in Italia, si sa, la Destra ha solo carattere politico. Dal punto di vista ideale, culturale, antropologico, la Destra italiana non esiste o è in tutto e per tutto simile al resto: anzi, è perlopiù una sua brutta copia. Di fronte a un establishment così ideologicamente blindato, quale altra diversità autentica, quale altra protesta sono allora possibili, alla fine, se non quelle distruttive offerte dal populismo? Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 2016

    La conferma di quanto scrive Galli della Loggia? La seconda sera del festival, sul palcoscenico dell’Ariston è salito il presidene della Liguria, Giovanni Toti, che a differenza dei colori arcobaleno esibiti spavaldamente da quasi tutti i concorrenti in aperta gara non canora ma di conformismo, esibiva sul bavero della giacca una coccarda tricolore avvolta in un nastro giallo. La coccarda,  ha spiegato Toti nell’indifferenza più totale di Conti,  dei cantanti sul palco  e di gran parte del pubblico in sala, era  dedicata ai due marò, uno dei quali ancora in India, e il nastro giallo era dedicato alle vittime delle Fobe  nel Giorno del Ricordo. Non solo sul palcoscenico dell’Ariston era palpabile l’indifferenza rispetto ai colori arcobaleno esibiti e dipananati più volte da ciascun cantante, ma in rete è immediatamente partita una vera e propria caccia a Toti per aver “guastato” l’atmosfera del festival ricordando i due marò e gli assassnati dai titini.  g.