LA CASTA DEI DEPUTATI SI TAGLIA LO STIPENDIO. MA E’ SOLO UNA FINTA.

Pubblicato il 31 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Casta taglia lo stipendio Ma è solo una finta
liberoquotidiano.it

La Camera ha annunciato lunedì sera il taglio di 700 euro netti al mese di stipendio. Peccato che sia l’ennesimo bluff della Casta e di sforbiciate immaginarie: il provvedimento sbandierato in realtà è soltanto la rinuncia a un altro aumento non ancora entrato in vigore. In pratica non c’è nessun taglio. E’ solo una partita di giro: non è un taglio ma è la rinuncia a un altro aumento. Perché passando dal sistema retributivo a quello contributivo, i deputati si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perchè non è più loro chiesto di versare tutti e due i contributi che versavano prima. Non si sono tagliati lo stipendio, i deputati in realtà hanno solo rinunciato a un aumento. I settecento euro in meno in busta paga sono compensati dal mancato versamento delle ritenute che ammontava a 780 euro.  Confermato invece il giro di vite per le spese relative ai collaboratori parlamentari: il rimborso di 3690 euro sarà erogato a forfait per il 50% mentre il restante 50% dovrà essere giustificato. Si tratta di un regime transitorio visto che a partire dalla prossima legislatura la materia sarà disciplinata da una proposta di legge che sarà presentata entro un mese. Libero, 31 gennaio 2012

…….Per una volta vogliamo citare Fini: siamo alle comiche finali. Ed è una vergogna. g.

I PRODIGI DI “NONNO MARIO”

Pubblicato il 31 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

Il premier mette sul sito del governo le lettere dei fan. Compare una bimba di 2 anni: “Fa le cose giuste per il futuro”.

Lettere dei cittadini sul sito del governo. Spicca quella che cita le parole di una bimba di due anni: Ascolti «nonno Mario», faccia una cosa utile a sé, agli italiani e all’umanità che ancora riesce a ridere e inorridire: licenzi su due piedi il soggetto che è riuscito a mettere nel sito della presidenza del Consiglio, sotto lo stellone della Repubblica, una lettera in cui si sostiene che una bimba di due anni (povera innocente) la riconosce come «nonno Mario, quello che dice le cose giuste per il futuro». Perché vede, gentile Signor presidente del Consiglio, senatore a vita e professor Mario Monti, esiste un limite al rincitrullimento, ma mettere in bocca queste cose a una bimba di quell’età, solennizzarle in una pubblicazione governativa, porta con sé un ridicolo potente, talché, nel breve volgere di poche ore, lei potrebbe divenire assai meno sobrio del suo predecessore. E non so se mi spiego. Credo, voglio credere, e voglio chiarirlo in modo inequivocabile, che lei non c’entri nulla. Che certi zelanti leccapiedi uno se li trova sulla strada e neanche li riconosce. Sono sicuro, voglio esserlo, che lei non ha mai visto quella pagina vergognosa (questo è l’indirizzo: http://www.governo.it/GovernoInforma/dialogo/estratti.html, controlli e agisca in prima persona). Ma ciò non toglie che ora noi la stiamo informando e che lei è tenuto a provvedere subito, al volo, prima che si possa anche solo supporre un qualche suo compiacimento. Perché in un Paese civile quella roba non è consentita. E se non provvederà a tambur battente sarebbe autorizzato il sospetto circa il passo successivo: chiedere alla bambina di denunciare i genitori, ove non assolvano onestamente agli obblighi fiscali o commettano una quale che sia infrazione al codice del vivere in pace con la legge. A utilizzare quel sistema fu Pol Pot, in una sfortunata Cambogia. Confesso di non avere fatto una ricerca specifica, ma credo d’indovinare se affermo che neanche in quel disgraziato regime nessuno s’è mai spinto a immaginare che i bimbi da usare come spie potessero avere meno di tre anni. Immediatamente prima del citato, e disgustoso, messaggio se ne trova un altro, adulto, di chi afferma d’averla vista ospite di Lucia Annunziata e di averne dedotto che lei è persona degna di fiducia. Per quel che può contare, lo penso anch’io. Ma penso anche che se il suo predecessore avesse pubblicato messaggi di tale natura sarebbe stato sommerso da meritate pernacchie. E siccome non posso escludere che l’abbia fatto, ove così sia gli dedico anche la mia. Sentitamente. Però, oggi, in quel posto c’è lei, e, oggi, è lei a prendere spazio nei salotti della televisione di Stato, che quando cesserà di essere tale sarà sempre troppo tardi, ed è oggi che il sito della presidenza del Consiglio pubblica, sotto la dicitura “dialogo con i cittadini”, roba di tal fatta. La faccia rimuovere. Sul serio, e ci faccia sapere che il responsabile sarà assegnato a compiti più consoni alla sua natura, possibilmente non pagati con i soldi delle nostre tasse. A proposito di mestieri, la bambina di due anni non ha scritto la lettera a lei indirizzata, perché, com’è facile intuire, se fosse di così prodigiosa intelligenza e precocità non si dedicherebbe ad un’adulazione così rozza e imbarazzante. A riportare il suo (presunto) pensierino è, così si firma: «una coordinatrice pedagogica di una cooperativa sociale». Faccia cosa di cui tutti le renderanno merito: individui tale sabotatrice d’infanzia, smascheri quest’agente provocatore e, assieme a chi ha messo in pagina cotanto delirio, li avvii verso il loro destino. Servirà anche a chiarire che non sempre strisciando e sbavando s’ottiene il risultato di commuovere e usare il potente di turno. Chiudiamo questo capitolo, attendendo che lei provveda. Grazie, ci faccia sapere. Più in generale, però, occorre guardarsi da un mondo che, come sempre, pratica il servo encomio in attesa di dedicarsi al codardo oltraggio (sintesi perfetta che dobbiamo ad Alessandro Manzoni, il quale discettava di Napoleone, mica cotiche). Mario Monti gode di ottima stampa, e non è difficile supporre che gli faccia piacere. Farebbe piacere a chiunque. Ma il potere è una strana bestia, una mantide che pratica l’amore preparando la morte. Se quando lo spread arriva al 420 i giornali scrivono che va alla grande, che bene così, che solo ora si respira, poi sarà difficile spiegare che a quei livelli facciamo rotta verso il naufragio. E siccome i lecchini odierni saranno feroci, proprio perché vili, domani scriveranno che il governo ha fallito, laddove, invece, la questione era, è e sarà del tutto diversa: o si ristruttura l’euro e l’Unione europea o nulla di quel che vediamo è destinato a durare. Se quando il governo annuncia che si farà un’autorità nazionale per stabilire quante licenze taxi ci vogliono a Bari i giornali scrivono che questa è l’alba delle radiose liberalizzazioni, domani saranno pronti a gettare l’onta del fallimento su chi ebbe l’idea bislacca di chiamare in quel modo ciò che somiglia, più che altro, ad un incubo centralista, statalista e programmatore. Se per mettere le tasse si procede decretando e per cancellare il rudere del valore del titolo di studio si avvia una «consultazione pubblica» (ma che è?), mentre chi commenta omette d’osservare che la cosa è vagamente dissennata, va a finire che il massimo delle contestazioni si concentrerà su quel che non esiste, resuscitando l’estremismo sconclusionato. Se si lascia che il presidente del Consiglio continui a ripetere, con un vezzo di falso imbarazzo simile alla pudicizia dell’amante focoso, che pare, sembra, mi dicono che nei sondaggi il governo è popolarissimo, e nessuno fa mostra di volere ricordare che le democrazie non funzionano con l’applausometro, va a finire che quando poi si vota e il Parlamento si riempie d’antagonisti taluno, per non ammettere la propria imbecillità, sosterrà essere colpa del governo in carica. Con tutti i suoi pregi, che ci sono, e i suoi difetti, che non mancano punto, il governo Monti è il migliore possibile in questo scorcio di legislatura. Sappiamo tutti che non ha legittimazione elettorale, mentre è affollato d’ambizioni politiche. E passi. Ma è un grave errore lasciarsi cullare dal dondolio del consenso acritico e un po’ buffonesco, perché è vero che nessuno resiste all’adulazione, ma è anche vero che chi si lascia andare con tanta lascivia rischia di precipitare in un incubo. Quindi, gentile «nonno Mario»: le si offre una ghiotta occasione, consistente nel far vedere che certe cretinerie non le sono solo estranee, ma anche odiose. Che le ripugna anche la sola idea si possa praticare questo genere di pedofilia lecchina e che, quindi, il responsabile va a casa. Davide Giacalone, Il Tempo, 31 gennaio 2012

……………E dire che Monti ogni volta che apre bocca lo fa sciorinando tutto il vocabolario della sobrietà. Ci ha pensato Gaicalone a smascherarlo perchè se non lui almeno uno di famiglia quel sito di certo lo vede ogni secondo e non può essergli sfuggito l’appello, chiamiamolo così, della bimba di due anni. Che tristezza per questo paese essere passato dalla nipotina di Moubarak alla “nipotina” di Monti.  Ma qualche cugina di pari età non c’è in circolazione ? g.

MOODY’S BOCCIA MONTI: TROPPE TASSE, L’ITALIA AFFONDA

Pubblicato il 30 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Moody's boccia la linea Monti: Troppe tasse, l'Italia affonda

La manovra e i primi decreti di Mario Monti non hanno spazzato via il timore che l’Italia possa cadere in una profonda spirale recessiva: gli indicatori economici, in primis il rapporto tra debito e Pil, non permettono di dormire sonni tranquilli. Inoltre, la manovra tutta tasse del professore rischia di generare recessione e di abbattere i consumi. Ma il governo dei tecnici, almeno fino a questo momento, non ha pensato a tagliare la spesa per cercare così di ridurre di qualche punto l’insostenibile pressione fiscale che soffoca il Paese. Gli investitori e gli osservatori internazionali mostrano preoccupazione per la scelta di Monti, ossia quella di correggere i conti pubblici aumentando le tasse e non tagliando la spesa. Ridurre il deficit grazie a nuove imposte, osservano Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di oggi lunedì 30 gennaio, porta a una contrazione del potere d’acquisto, oltre a battaglie sindacali per l’adeguamento di salari che farebbero così lievitare il costo del lavoro. In sostanza si hanno più costi e meno consumi. Dopo il primo timido piano di liberalizzazioni, che cosa aspetta Monti per dare una sforbiciata alla spesa pubblica?

Allarme Moody’s – La conferma sull’inappropriatezza della manovra ad alto voltaggio fiscale di Monti è arrivata dall’agenzia di rating americana Moody’s, che per il 2012 prevede un calo del Pil italiano pari all’1% dopo una crescita di appena lo 0,6% nel 2011. In un rapporto l’agenzia annuncia una previsione di crescita della disoccupazione dall’8,2% dell’anno passato all’8,8%, un elemento che – si legge ancora – potrebbe provocare un aumento dei mancati rimborsi dei prestiti. Infatti, spiega Moody’s, la manovra Salva-Italia varata da Monti “ridurrà il reddito a disposizione delle famiglie” e i debitori “avranno maggiori difficoltà nei loro pagamenti”. L’agenzia, inoltre, prevede ripercussioni sui “prezzi immobiliari a causa dell’aumento delle tasse sulla proprietà“. E questo “aumenterà le perdite sulle proprietà” soggette a ipoteca. Libero, 30 gennaio 2012

MELANDRI, DEPUTATA DEL PD, VUOLE IL VITALIZIO A 50 ANNI. ALLA FACCIA DEL RIGORE E DEL’EQUITA’ SI SAN MARIO MONTI

Pubblicato il 30 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Dopo il ricorso alla riforma dei vitalizi di venti deputati, tra cui esponenti di Pd, Pdl e Lega,  un altro nome noto si erge a difesa dei privilegi dei parlamentari. Il suo nome? Giovanna Melandri, 50 anni, deputata Pd, ministro della Cultura con D’Alema e Amato e responsabile dello Sport con Prodi. La parlamentare non si vergogna a dire di aver lasciato il suo lavoro d’economista alla Montedison per entrare in politica, forse attratta dai possibili facili guadagni. L’onorevole, per giustificare la sua levata di scudi in difesa degli emolumenti ai deputati, tira in ballo addirittura Berlinguer e Fanfani. “Loro erano d’accordo sulla nozione di vitalizio – ha detto al Corriere della Sera -  e anche io penso che quel concetto non sia sbagliato. Non ho da recriminare nulla, ma ho paura di quello che resterà sotto le macerie del populismo”. La Melandri ovviamente ha il suo perché nel lamentarsi. Due giorni fa ha compiuto 50 anni. Con le vecchie regole avrebbe avuto già diritto ad una corposa pensione, mentre ora? “La prenderò fra dieci anni, nel 2022″ dice sconsolata la deputata Pd. La Melandri al tiro al bersaglio contro il politico non ci sta e accarezza l’idea di presentare ricorso anche lei. “Gli estremi ci sarebbero e non solo per i contributi già versati. Non mi piace l’idea del forcone contro i politici e la logica in cui stiamo entrando”. Pur di non vedere il suo vitalizio sparire, la deputata rivela la sua ricetta per risparmiare “Ci sono tante forme per ridurre i costi ad esempio il taglio dei parlamentari”. Ma guai a toccarle la dorata pensione. “Va bene invece di darci 5.000 euro di pensione a cinquant’anni potrebbero darcene la metà. Ma eliminare i vitalizi no – dice agguerrita la Melandri – Io non sono d’accordo”.

………….E brava l’on. Melandri! Già si era fatta notare per le vancanze in Kenia ospite di Briatore e per quelle nell’esclusiva isola di Lampedusa, alla faccia dei lavoratori che questa vacanze non se le possono permettere. Ora recrimina contro la decisione di modificare la normativa sulle retribuzioni e sopratutto sui vitalizi dei parlamenteri. Senza arrivare alle chiassose e sconce dichiarazioni della sua collega Alessandra Mussolini che lamentava il rischio di finire sul lastrico (sic!), la Melandri lamenta il fatto che con la riforma del vitalizio lei dovrà aspettare i 60 anni, nel 2022, per poterlo percepire, sia pure, forse,  ridotto. E nemmeno le passa per il cervello che a causa dei diktat del suo amato San Mario Monti milioni di lavoratori e soprattuo lavoratrici dal  2018 se non avranno compiuto 67-68  anni non potranno andare in  pensione, qualsiasi lavoro, fisico o intellettuale,  abbiamo svolto. Lei tutto sommato svolge un lavoro poco pesante e molto ben remunerato,  e a 60 anni, senza che il suo fisico avrà  risentito (e non fatichiamo ad augurarglielo) più di tanto delle fatiche della vita lavorativa, potrà godersi la sua pensione, comunque assai  più congrua rispetto a quelle delle tante lavoratrici dell’impiego  pubblico e  privato,  magari accompagnata da quella della Montedison dalla quale è probabile sia solo in aspettativa.  E si lamenta pure e anzi minaccia di ricorrere alla legge. Ci asteniamo dal commentare la protervia della signora Melandri,  perchè dovrenmmo far ricorso al più volgare dei linguaggi, ma  non possiamo far torto ad un nostro amico che ci legge e che ci ha rimproverato per aver usato, di recente,  lo stesso del capitano De Falco verso il comandante Schettino, pur magnificato dai mass media.  Noi non siamo De Falco e la Melandri non è Schetttino, ma la rabbia è la stessa. g.

SCALFARO: QUEL SOSIA ELETTO AL QUIRINALE, di Francesco Damato

Pubblicato il 30 gennaio, 2012 in Costume, Cronaca | Nessun commento »

Oscar Luigi Scalfaro Dell’uomo e del politico Oscar Luigi Scalfaro sono stato a lungo tra gli estimatori e amici. Di un’amicizia da lui ricambiata e rafforzata da una comune disavventura, al termine del congresso nazionale della Dc nel 1976, conclusosi con l’elezione diretta di Benigno Zaccagnini a segretario. Alcuni scalmanati, di notte, ci attesero all’uscita per deriderci e gridarci: «Per voi borghesi è finita». Io lavoravo al Giornale. Lui si era inutilmente speso per l’elezione di Arnaldo Forlani. Memore anche di quella notte, stentai a riconoscerlo nei panni di presidente esordiente della Repubblica nella primavera del 1992. Fui talmente sorpreso, diciamo pure traumatizzato, dal contributo che il nuovo capo dello Stato decise di dare, sotto l’effetto delle indagini e degli arresti per Tangentopoli, allo sconfinamento delle Procure della Repubblica che mi rifugiai in un’allucinazione. Pensai e scrissi che quello in attività al Quirinale fosse un sosia di Scalfaro, essendo stato quello vero sequestrato da qualche misteriosa banda. Fu naturalmente anche la fine della nostra amicizia. L’ombra del sosia mi comparve la prima volta il giorno in cui seppi che il Presidente, alle prese con gli incontri politici di rito per la formazione del primo governo della legislatura uscita dalle urne del 5 e 6 aprile di quell’anno, aveva ritenuto di consultare anche il capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, per informarsi sulle indagini note come “Mani pulite”. E ne ricavò la convinzione che Bettino Craxi, per quanto destinato a ricevere i primi avvisi di garanzia solo a fine anno, dovesse sin d’allora pagare pegno. Al suo posto egli mandò a Palazzo Chigi Giuliano Amato, facendolo proporre dallo stesso segretario del Psi. La seconda volta l’ombra del sosia mi comparve nel 1993, quando il Quirinale annunciò che Scalfaro aveva negato la firma a un decreto legge appena varato dal governo per la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli. Eppure l’allora Guardasigilli Giovanni Conso riteneva di avere concordato ogni cosa direttamente o indirettamente con il capo dello Stato. Ma, tra le decisioni del Consiglio dei Ministri e l’annuncio del diniego della firma del presidente della Repubblica, vi fu una clamorosa protesta pubblica del capo della Procura di Milano in persona. Si era ormai passati dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure. Di lì a poco l’ombra del sosia tornò a farmi capolino con un messaggio televisivo del presidente della Repubblica contro il tentativo mediatico da lui ravvisato di coinvolgerlo in una brutta storia di fondi segreti passati anche per le sue mani, o i suoi uffici, negli anni in cui era stato il ministro dell’Interno di Craxi. A chiamarlo in causa erano stati alcuni funzionari finiti sotto indagine e in carcere. Ai quali poi nella Procura di Roma, anche a costo di contrasti interni rivelati in un libro da Francesco Misiani, che ne aveva fatto parte, si decise di reagire contestando loro il reato gravissimo di attentato al funzionamento delle istituzioni. «Io non ci sto», gridò il capo dello Stato nel pieno della bufera davanti alle telecamere. Ma per uscire davvero dalla vicenda, riproposta con un esposto giudiziario dal suo ex amico ed ex guardasigilli Filippo Mancuso, egli dovette aspettare la fine del suo mandato presidenziale. Un’altra volta ancora l’ombra del sosia mi comparve nella primavera del 1994. Fu quando il capo dello Stato, non potendo proprio fare a meno di conferire l’incarico di presidente del Consiglio a Silvio Berlusconi, uscito vittorioso dalle urne del 27 e 28 marzo, decise e annunciò di accompagnarne la nomina con una lettera quanto meno inusuale di indirizzo politico. Il nuovo capo del governo avrebbe dovuto attenervisi nella sua azione, al di là degli stessi vincoli parlamentari connessi alla fiducia. Impertinente e ossessiva, quell’ombra tornò dopo qualche mese ad allungarsi. E trovò anche una descrizione nei racconti di Umberto Bossi. Che rivelò, in particolare, la cordialità e gli incoraggiamenti ottenuti al Quirinale nella preparazione della prima rottura con il Cavaliere. Fu sul Colle che il leader leghista si sentì assicurare che una crisi di governo non sarebbe sfociata nelle elezioni anticipate, temutissime allora dalla Lega. Esse infatti seguirono non di pochi mesi ma di più di un anno il primo allontanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi e la sua sostituzione con Lamberto Dini: il tempo necessario perché la sinistra e il centro post-democristiano si organizzassero sotto l’Ulivo di Romano Prodi e vincessero le elezioni del 1996. Tre anni dopo si concluse il mandato presidenziale di Scalfaro. Ed io mi illusi che fosse finito anche l’incubo del sosia. Ma mi sbagliavo. Anche da ex presidente, o presidente emerito della Repubblica, continuarono a mischiarsi e a sovrapporsi impietosamente nella mia immaginazione i due Scalfaro: quello buono di una volta, scampato con me alla «fine dei borghesi», e quello irriconoscibile del Quirinale. E di Palazzo Madama, dove egli continuò a ritenersi mobilitato contro il Cavaliere, sia quando questi era di suo all’opposizione, sia quando questi tornò al governo. E osò varare nel 2006 una riforma della Costituzione con una maggioranza inferiore ai due terzi del Parlamento, per cui fu necessaria la verifica referendaria. A guidarne la campagna fu proprio Scalfaro, avvolto sulle piazze nella bandiera di una Repubblica e di una Costituzione a suo avviso minacciate dal Cavaliere. Se quella riforma non fosse stata bocciata, avremmo potuto avere già adesso, fra l’altro, meno parlamentari e un bicameralismo differenziato. Un’occasione quindi mancata grazie anche a lui. La cui morte merita naturalmente rispetto, ma non l’ipocrita partecipazione ad un coro d’elogi sperticati. Francesco Damato, Il Tempo, 30/01/2012

…………..Storace, sanguigno, ha detto che  di Scalfaro non va dimenticata la faziosità e che fu il peggior presidente della Repubblica.Damato, con elegante ironia,  lo ha dimostrato.  g.

LA MERKEL SCENDE I CAMPO ANCHE IN ITALIA? di Mario Sechi

Pubblicato il 30 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Da sinistra il cancelliere Merkel e il premier Monti In Europa stanno succedendo cose davvero inedite. La Francia ha perso la tripla A nel rating del debito e Nicolas Sarkozy ha annunciato nuove misure per tenere sotto controllo il bilancio, ma il vero fatto che rischia di far saltare gli equilibri politici presenti e futuri è la scelta della cancelliera tedesca Angela Merkel di partecipare alla campagna elettorale francese per sostenere la rielezione di Sarkò. Si tratta di una decisione senza precedenti sulla quale riflettere. La Merkel teme che arrivi all’Eliseo un governo di sinistra guidato dallo sfidante Hollande. Questo cambio nella guida di Parigi potrebbe rompere l’attuale asse tra Parigi e Berlino e mandare a carte quarantotto i piani economico-fiscali della Germania sull’Europa, in particolare sui Paesi del Club Med con alto debito quali Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Stati che secondo il modello egemonico tedesco in progettazione dovrebbero essere messi sotto tutela da parte della Commissione europea con una cessione di sovranità quasi totale sulle politiche economiche e di bilancio. Ci prepariamo dunque ad assistere a una campagna elettorale franco-tedesca che può aprire un nuovo scenario. Perché se alla Merkel riesce il colpaccio di far riconfermare alla presidenza un Sarkozy in caduta libera nei sondaggi, non solo influenzerà le scelte del governo transalpino, ma a quel punto il gioco della fanteria elettorale teutonica diventerà un risiko continentale dove Berlino potrà muovere le sue truppe per sostenere questo o quel governo, a seconda delle convenienze. Proviamo a immaginare cosa succederebbe per il grande malato di debito dell’Europa, l’Italia. Merkel potrebbe scendere in campo anche a Roma per sostenere un candidato gradito a Berlino. Un premier con un programma di rigore e austerità per gli italiani, senza eurobond in testa e soprattutto senza l’idea di cambiare la missione della Bce fino ad oggi devota alla linea tracciata sul Reno. Chi sarebbe il premier gradito a Merkel? L’identikit perfetto è quello di Mario Monti, il «più tedesco degli italiani». Fantasia? In Francia accadrà. Nei prossimi mesi la politica e i partiti si giocheranno tutto, perfino la sovranità del Paese.  Mario Sechi, Il Tempo, 30 gennaio 2012

……………..…Lo scenario che propone Sechi è tanto  allarmante quanto verosimile. Del resto non è stato Monti a definirsi per i tedechi “il genero che i tedeschi aprrezzerebbero”? Per cui, una ragione di più per chiedere a Berlusconi di staccare la spina  al goerno Monti e rimandare Monti ai suoi studi che a quanto pare non gli sono stati sufficienti per governare neppure un condominio. g.

IL DOPPIOGIOCHISMO DI NAPOLITANO

Pubblicato il 29 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Questa volta, bisogna riconoscerlo, Roberto Calderoli qualche ragione ce l’ha. All’ex ministro leghista della Semplificazione il decreto sulle semplificazioni appena varato dal governo tecnico ha fatto venire la mosca al naso: e non (soltanto) perché a Monti è riuscito di fare quello che Calderoli e i suoi colleghi avevano soltanto, e parzialmente, impostato.

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Ma anche, e soprattutto, perché «buona parte dei contenuti del decreto sono gli stessi, o quanto meno una loro variante, del decreto per la crescita predisposto dal sottoscritto con Castelli, Romani e Brunetta, che mai ha visto la luce a causa dell’indisponibilità del presidente Napolitano a firmarlo». La conclusione di Calderoli è apertamente polemica: «Due pesi e due misure, caro presidente Napolitano, che mi amareggiano e che fanno vacillare la stima che avevo per lei».
A sostegno della ricostruzione del ministro leghista interviene Brunetta: «È vero, fummo impossibilitati a fare un maxiemendamento al decreto perché ci furono le perplessità del Colle». Del resto, non è un mistero che il Quirinale, per tradizione e per cultura politica, sia da sempre restìo alla decretazione d’urgenza, preferendo invece l’iter parlamentare classico e privilegiando dunque il confronto con le opposizioni rispetto all’efficacia e alla rapidità della decisione.
Nei confronti del governo Berlusconi più volte Napolitano è intervenuto, dietro le quinte o apertamente, per bloccare questo o quel decreto. Nel febbraio dell’anno scorso inviò una lettera ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio per «richiamare l’attenzione sull’ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”». In quel testo, in effetti, c’era di tutto, secondo una tradizione antica che risale alla Prima Repubblica: nella grande palude del bicameralismo perfetto spesso l’unico modo per approvare un provvedimento è infilarlo di straforo in un decreto. Non sarà costituzionalmente irreprensibile, ma può essere di grande utilità.
Lo scorso novembre, nel pieno della crisi finanziaria e con il governo Berlusconi oramai agli sgoccioli, il Quirinale intervenne di nuovo per bloccare il decreto che avrebbe reso immediate le misure che il governo stava per approvare in risposta alla famosa lettera di Bruxelles. Secondo Napolitano alcuni dei provvedimenti ipotizzati – per esempio quelli sul Welfare, il diritto del lavoro e i licenziamenti – non potevano essere affrontati con uno strumento d’urgenza, ma andavano inseriti nel maxiemendamento alla legge di stabilità che in quei giorni era al vaglio del Parlamento.
In un paio di mesi, tutto è cambiato. Di licenziamenti e riforma dell’articolo 18 si è già cominciato diffusamente a parlare, e la più grande riforma delle pensioni che l’Italia abbia mai avuto è già stata fatta: per decreto. Il «salva-Italia» e il «cresci-Italia» sono due decreti-omnibus che contengono l’equivalente di una ventina di leggi e forse più: se fossero mai venuti in mente a Berlusconi (o a chiunque dei suoi predecessori), l’opposizione sarebbe insorta e il Quirinale avrebbe mandato i corazzieri. Ha dunque ragione Brunetta quando osserva, con una punta di sconsolato rammarico, che «avevamo ragione noi. Se si vuole avere un impatto immediato sul Paese, sull’economia e sui mercati occorre lavorare per decreto. Lo dicevamo noi, adesso Monti lo fa». Merito (o colpa) della Grande Crisi, naturalmente, che impone scelte rapide e decisioni immediate. E su questo nessuno discute: altrimenti perché mai avremmo mandato al governo una squadra di tecnici? E siccome sono tutti dei simpatici secchioni, c’è da giurare che i loro decreti siano inappuntabili, e che giustamente il Quirinale s’affretti a firmarli quasi senza leggerli.
Però il problema rimane, e prima o poi meriterà una riflessione più approfondita. È vero che la democrazia in Italia non è sospesa, visto che il governo dispone della (larga) maggioranza del Parlamento. Ma è anche vero che il Parlamento mostra ogni giorno di più la sua inutilità: non esprime ministri né sottosegretari, non scrive le leggi, non disegna le riforme. Ai parlamentari non è rimasto altro che qualche comparsata in tv e un voto di fiducia settimanale. Dalla centralità del Parlamento siamo rapidamente passati alla sua eclissi totale: per decreto, e senza neppure accorgercene. Fabrizio Rondolino, Il Giornale, 29 gennaio 2012

.…………….Rondolino, ex braccio destro di D’Alema e suo portavoce a Palazzo Chigi, dà solo conferma di quel che già sapevamo a proposito di Napolitano. Quel che meraviglia è la quasi meraviglia di Rondolino: lui, meglio di altri, dovrebbe sapere che per  chi esce dalla scuola leninista-stalinista, quella del doppiogiochismo è una pratica connaturata alla formazione ricevuta. E non si cambia ad 80 anni suonati. g

FAVOLE E VERITA’ DI UNA STAGIONE SENZA VINCITORI, di Mario Sechi

Pubblicato il 29 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

palazzo chigi Quando Silvio Berlusconi decise di fare il passo indietro si levò un coro che canticchiava il seguente ritornello: «Il Cavaliere nero se ne va, ogni problema dell’Italia sparirà». Schiere di parrucconi impartivano lezioni sul nuovo miracolo italiano. E gli ingenui finivano per crederci. Poi è arrivata la verità di un Paese difficile da riformare, neocorporativo, abituato ad aggirare la realtà e pronto a cambiare bandiera sempre per convenienza e mai per convinzione. Ora che il governo dei tecnici è in sella, spero che le persone di buonsenso abbiano chiaro lo scenario: i nostri problemi sono tutti là sul tappeto e risolverli è un’impresa titanica, ben al di là di un Berlusconi o di un Monti. Il governo del Cavaliere era alla frutta, non aveva una maggioranza seria per fare le riforme e fronteggiare la crisi, la transizione era necessaria, ma la favoletta del va via Silvio e il Paese rinasce è svanita in un batter d’occhio. Alcuni temi del programma politico del centrodestra sono riemersi perché validi, è perfino risorta la parola «ottimismo» che Berlusconi quasi non poteva pronunciare senza rischiare la fucilazione. Lo stesso Monti ha usato la parola «ottimismo» (dando ragione al suo predecessore) così come il ministro Passera prova a infonderne (dando dispiacere all’austera Fornero). La cosa più surreale però è stata la lettura delle dichiarazioni sull’anno giudiziario. Tutti d’accordo con la Guardasigilli Severino a dire che la giustizia deve cambiare, che i magistrati devono fare un bagno d’umiltà, che le riforme sono necessarie, perfino che la separazione delle carriere non può essere un tabù e se ne discuterà. Ecco, la giustizia, il terreno di battaglia dell’era berlusconiana. Qui i partiti hanno grande torto: non hanno mai avuto il coraggio di riformarla. Invece un mal consigliato Berlusconi ha lasciato fare agli Azzeccagarbugli, una tattica miope che gli è costata il posto di Presidente del Consiglio. Lo stesso vale per la sinistra che ha trascorso diciotto anni al codazzo delle toghe senza ottenere nulla. La magistratura è rimasta quella di sempre, Berlusconi e Bersani non governano, a Palazzo Chigi c’è Monti. Sembra la sceneggiatura di una beffa, ma è la realta.  Mario Sechi, Il Tempo, 29 gennaio 2012

……………Parole sacrosante che sottoscriviamo. Con una aggiunta. Anche ora Berlusconi si lascia consigliare, male!, da alcuni che per ragioni sconosciute lo inducono a sostenere un governo che governicchia e non è in grado di risolvere, come sottolinea Sechi, alcun problema serio che consenta di favorire per davvero la ripresa e la crescita del nostro Paese.Può farlo solo un governo che abbia il riscontro del mandato elettorale e che in Parlamento non debba fare giochi di equibrio fra i partiti che su di esso  convergono da sponde opposte. Se vuole far eun ultimo vero regalo al Paese, Berlusconi stacchi la spina al governo Monti e faccia in modo che si ridia la parola al popolo sovrano. Così avviene nelle democrazie parlamentari he npon siano commissariate da ex gerarchi del comunismo internazionale. g

DALLA BANDANA AL LODEN SENZA FANTASIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 28 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Monti durante l'intervento alla Camera Sarà il governo Monti a liquidare i partiti della seconda Repubblica? A quattro mesi dalla nascita dell’esecutivo dei tecnici possiamo cominciare a tracciare uno scenario. I partiti hanno alzato bandiera bianca e abbandonato la trincea disorganizzata da maggioranza e opposizione. Tutti insieme mestamente nelle retrovie. Le ragioni del dietrofront le conosciamo: numeri scarsi in Parlamento, litigiosità continua, crisi economica galoppante. I tecnici, vista l’età media del governo, appaiono piuttosto arzilli. Il loro problema in fondo non è la durata: scadono nel 2013, hanno un annetto e rotti di legislatura davanti e poi si vota. A quel punto dovrebbero rientrare in campo i partiti. Scrivo mentre sono appena scoccati diciotto anni dalla discesa in campo di Berlusconi. Qualche era geologica fa, secondo alcuni. Ma attenzione, ricordo a chi non ha mai capito niente del Cavaliere (e ha regolarmente perso le elezioni per questo) che il berlusconismo era preesistente a Berlusconi, il quale lo ha interpretato al meglio. L’uomo di Arcore aveva e ha ancora un gran fiuto per gli umori delle piazze. Chi pensa dunque all’archiviazione tout court di una esperienza collettiva come quella fa male i conti. Come dall’altra parte immaginare una sinistra che mastica il polpettone bocconiano dimenticando di avere le proprie origini nella Rivoluzione d’Ottobre è una pia illusione. Pier Luigi Bersani non sarà un grande timoniere, ma come ogni tanto ricorda «è un uomo di fiume» e alla fine non abbocca all’amo. Parliamoci chiaro, la politica è molto più divertente, più vera e in fondo più fedele specchio del Paese di quanto non lo sia un governo di tecnocrati non eletti. Il provvedimento sulle semplificazioni è da Italietta, da pane fresco la domenica per decreto, da Paese low cost che ormai riesce a immaginarsi solo in seconda classe e dimentica di essere la terza economia d’Europa, la fucina dello stile, del lusso e del buon vivere. Siamo passati dalla bandana al loden. Sarà pure sobrio e senza alternativa, ma che tristezza.  Mario Sechi, Il Tempo, 28 gennaio 2012

.…………..Quella del pane fresco la domenica che viene indicata come decisione storica da parte di Monti e compagni è secondo noi la barzelletta del secolo, sebbene siamo appena agli inizi del 21°. Certo non è da poco avere il pane frescxo tutti i giorni, compreso i festivi, magari anche il giorno di Natale e di Capodanno e anche a Ferragosto, ma ci sembra che non era il caso di scomodare per sei ore, innaginate, sei ore!, il Consiglio dei Ministri e i suoi componenti, tutti pensosi uomini di cervello che si sono spremute le meningi per arrivare ad assumere questa decisione, assai complessa,  come l’altra che secondo sempre lor signori  è destinata a semplificare la nostra vita, cioè far scadere la carta di identità mica in un giorno qualsiasi come ora, ma nel giorno del compleanno di ciascuno di noi. Vuoi mettere che scada in un giorno qualsiasi, magari, per fatale dsisgrazia,  nel giorno di nascita del nostro peggior nemico, vuoi mettere che il giorno del tuo compleanno devi solo limitarti a  controllare se l’anno che corre è quello di scadenza della documento di identità.  Vuoi mettere! ? ! Davvero non si sa se ridere o piuttosto piangere, per la disperazione mica per altro, per la disperazione di essere stati affidati ad un manipolo di tecnocrati, da sempre impegnati a fare i c..i loro e mai preoccupati del bene degli altri, quello che retoricamente viene chiamato “bene comune” . Ed è per questo, per la loro totale ignoranza di cosa sia il bene comune che questi superman da cartoni animati   finiscono per considerare bene comune ordinare per decreto ministeriale la vendita del pane fresco la domenica e sempre per decreto ministeriale far scadere di domenica la carta di identità. Sciocchezzuole da uffici del ministero degli interni. Quando si tratta invece di cose un pò più serie, ecco venir fiuori che si deve approfondire, perchè trattasi di cose complesse. Ultima della serie, la questione del valore legale del titolo di studio che si dava per certo sarebbe stato eroicamente affrontata da Monti e compagni l’altro ieri. Invece no, contrordine compagni, avrebbe chiosato l’indimenticabile Giovannino Guareschi: siccome la cosa è complessa (lo era già dai tempi della Costituente e  di Luigi  Einuaidi che vi dedicò alcuni suoi saggi),  ha dichiarato un funereo e sempre più supponente Monti al TGRAI1 di questa mattina, abbiamo  rinviato ogni decisione a dopo un approfondimento della materia,. Oh, bella! E i chiurughi del sapere non erano stati chiamati per decidere, dando per certo che avessero  da lunga pezza già   approfondito tutto e anche di più di tutto? Povera Italia, ti salvi il tuo stellone perchè da Monti e comapagni è difficile che ti possa salvare da sola. g.

CONTRO IL NEORAZZISMO TEDESCO L’ITALIA DICE:NEIN. TUTTI MENO DUE: MONTI E NAPOLITANO

Pubblicato il 28 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Da ieri, almeno per noi, lo spread è sceso e non di poco. La distanza tra la Germania e l’Italia si è accorciata, e non mi riferisco al valore dei titoli di Stato.

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Parlo della consapevolezza che i tedeschi non sono una razza superiore, che noi italiani non siamo il loro zerbino né servi di nessuno. Lo deduco dopo aver letto molti dei commenti recapitati a migliaia al nostro giornale e circolati in rete, da Facebook a Twitter, sul titolo: «Tedeschi, a noi Schettino, a voi Auschwitz», con il quale abbiamo aperto la prima pagina di ieri in risposta allo sprezzante articolo pubblicato dal settimanale Der Spiegel sul fatto che gli italiani, lo proverebbe l’incidente del Giglio, sarebbero una «non razza di codardi».

Il senso del mio articolo era che i tedeschi possono insegnarci alcune cose ma non come stare al mondo. La loro storia glielo impedisce e la devono smettere di fare i maestrini d’Europa perché, indipendentemente dal Pil, hanno seminato solo lutti e disastri. La sorpresa è stata che su questa tesi si è ritrovato un popolo che non ha colore politico ma dignità e senso di appartenenza. E che è stufo di pendere dalle labbra della Merkel e soci. È un buon segno. Perché adesso basta. Non meritiamo di essere declassati da oscure agenzie di banchieri che negli scorsi anni ci hanno imbrogliati e depredati. Non meritiamo di essere sbeffeggiati nel mondo e insultati da giornalisti da salotto, palloni gonfiati dell’informazione. Non meritiamo di essere commissariati da una Europa che nega le radici sulle quali proprio gli italiani, nei secoli,l’hanno prima costruita e poi fatta diventare il centro del Mondo.

Se tutto questo è successo è perché noi italiani glielo abbiamo permesso in nome dell’antiberlusconismo: denigrare l’Italia per colpire l’ex premier. Qualcuno ci ha provato anche ieri, prendendo le parti dello Spiegel. A questi signori, che ci hanno criticato e insultato per aver evocato Auschwitz, vorrei ricordare che la giornata della memoria dell’Olocausto, che cadeva proprio ieri, non è una questione di stile. A rimuovere le responsabilità tedesche nella caccia agli ebrei in nome del politicamente corretto si rischia il negazionismo. A parlare di razza, come ha fatto il giornalismo dello Spiegel, si rischia il nazismo. Non ci pentiamo di averlo scritto, perché, parafrasando la frase simbolo del caso Schettino: Italiani, torniamo a bordo, cazzo. Alessandro Sallusti, Il Giornale 28 gennaio 2012

……………Tutti d’accordo, cazzo! Meno Monti e Napolitano ai quali non passa per la capa di unirsi alle proteste, anzi di capeggiarle. g.