LA TROPPO CALUNNIATA PRIMA REPUBBLICA, di Pierlugi Battista

Pubblicato il 19 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Non è per difendere la vituperata Prima Repubblica, per carità: archeologia oramai. Ma questo ostinato refrain secondo cui l’Italia starebbe tornando alle nefaste abitudini della Prima Repubblica davvero non sta né in cielo né in terra, è un modo di dire totalmente infondato. Per esempio, la Prima Repubblica è stato un esempio davvero senza paragoni di stabilità politica lungo i decenni. Una stabilità che poteva sfociare nell’immobilismo, nella reiterazione di governi dominati sempre dallo stesso partito: la Democrazia Cristiana. Dicono: ma i governi cambiavano vorticosamente. Sì, ma solo per il cambiamento degli equilibri interno al partito di governo, non per il cambiamento di maggioranze di governo. Nella Prima Repubblica non c’era bisogno di complicati marchingegni elettorali per ottenere le maggioranze in Parlamento. Bastava l’unica vera risorsa che in una democrazia favorisce il formarsi di una maggioranza: i voti. Sommando i voti dei partiti di governo si arrivava al 50 per cento. Poi certo, un premio di maggioranza non darebbe stato sgradito alla Dc, che infatti lo propose nel 1953: la «legge truffa» fu bocciata, ma non importò granché perché per altri quarant’anni gli elettori diedero maggioranze con le leggi che già c’erano.

Nella Prima Repubblica non si conoscevano i «ribaltoni», specialità della Seconda, e i parlamentari non cambiavano massa casacca, come invece avviene in dimensioni scandalose da venticinque anni a questa parte con transumanze da Repubblica delle banane: i partiti erano forti e duraturi, ora sono forti i singoli specializzati nel fare e disfare partitini che durano il tempo di una distribuzione di posti e poi svaniscono. Nella Prima Repubblica le maggioranze di governo rispettavano la volontà degli elettori: è vero, si formavano in Parlamento ma non smentivano mai il verdetto popolare, per cui era legittimo dire, tranne rarissimi momenti di forte turbolenza, che gli elettori decidevano da chi essere governati, e da quale coalizione, senza sentirsi traditi come succede da qualche anno a questa parte, con governi che seguono alchimie bizzarre e soprattutto del tutto sganciate da un mandato popolare esplicito. Nella Prima Repubblica si sapeva la sera stessa chi aveva vinto, non c’era bisogno di scossoni costituzionali. La Prima Repubblica non è da rimpiangere, ma nemmeno da calunniare. Pierlugi BATTISTA, Il Corriere della sera 19 marzo 2018

……Piuttosto da rimpiangere oltre che da non calunniare visti i tanti aspetti negativi che  lo stesso Battista mette in evidenza della seconda e terza repubblica. g.

16 marzo 1978: QUELLE CINQUE VITTIME DIMENTICATE

Pubblicato il 16 marzo, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

Quarant’anni dopo il rapimento e la morte di Aldo Moro si torna pure a discutere sulla tragica scelta tra salvarlo, cedendo ai rapitori, oppure difendere la legge e lo Stato, ossia l’intera comunità civile, sacrificando la vita di un uomo, lasciandolo morire per mano dei suoi criminali carcerieri. Salvare ad ogni costo una vita umana — cosa cui del resto, in generale, non si bada sempre molto, non solo in guerra, ma anche sul posto di lavoro — o difendere con fermezza la legalità, difesa anch’essa talora trascurata o esercitata chiudendo un occhio.

C’è un elemento rivoltante che colpisce in questa certo drammatica scelta tra fermezza e pietà, legge generale garante di ogni convivenza e caso individuale, anche al di là delle oscure manovre politiche celate dietro quell’incertezza. I carcerieri di Moro non erano, in quel momento, soltanto i suoi rapitori, con i quali eventualmente trattare. Erano già anche gli assassini dei cinque agenti della sua scorta, ammazzati come cani e subito dimenticati quasi non fossero esseri umani. Moro era certo politicamente e socialmente più «importante», così come pure tra le vittime dell’Isis e anche di Auschwitz ci sono personalità più e meno pubblicamente «importanti», ma non perciò il loro assassinio può essere preso sottogamba. Questo oblio, inconsciamente insensibile e indifferente al valore di ogni vita umana, è ripugnante.

Trattare con i terroristi significava cancellare l’assassinio di cinque persone, quasi non fosse avvenuto o fosse irrilevante. Nemmeno nelle lettere di Moro si fa menzione di loro, morti per difenderlo, ma ovviamente erano i carcerieri a decidere cosa potesse e dovesse venir detto o no in quelle lettere. Proprio per questo esse non potevano e non dovevano essere prese in considerazione, così come un matrimonio non è valido se il sì viene pronunciato con una pistola puntata alla schiena. Non a caso in quei giorni Sandro Pertini dichiarò che, se eventualmente egli fosse stato rapito, da quel momento qualsiasi sua parola detta o scritta avrebbe dovuto essere ignorata e cestinata.

Persone diverse, tempre diverse. Anche diversi sentimenti di umanità. I tre poliziotti e i due carabinieri scannati, e come loro innumerevoli uomini e donne senza nome bestialmente massacrati, non trovano posto nella mente, nel cuore, nella memoria, quasi non fossero uomini come chi ha un nome o un ruolo un po’ più noti. Ogni tanto si ricordano quegli agenti ma assai flebilmente; ad esempio non ho sentito alcuna loro menzione in una delle recenti trasmissioni televisive su quegli eventi. Restano vittime di terza classe.

Qualche tempo dopo l’assassinio di Moro, una sua strettissima congiunta inviò, a Natale, dei panettoni ai suoi uccisori. Le chiesi pubblicamente, sul Corriere, se si era ricordata di mandarne pure alle vedove dei poliziotti assassinati, anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale. Non ci aveva pensato. Claudio Magris, Il Corriere della Sera 16 marzo 2016

…….Scommetto che lo strettissimo parente di Moro che mandò ai brigatisti il panettone fu Maria Fida.


NEL GIORNO DEL RICORDO, 1O FEBBRAIO, UNA SCELTA INSENSATA, di Gian Anotnio Stella

Pubblicato il 7 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

«Da quella volta / non l’ho rivista più, / cosa sarà / della mia città…» Sono passati quasi settant’anni da quando il grande Sergio Endrigo compose «1947», la sua canzone più struggente. Dove piangeva l’addio della sua famiglia a Pola. Sono tanti, settant’anni. E da tempo i sopravvissuti all’esodo che vide 350mila italiani andarsene dall’Istria, dal Quarnero, dalla Dalmazia hanno elaborato il lutto e vivono la ricorrenza del 10 febbraio, «Giorno del ricordo», con la malinconia, la tenerezza, il rimpianto di quella stupenda canzone. Senza più quei sentimenti di rancore per l’ingiustizia subita con la brutale e feroce cacciata dalle terre abitate per secoli. Certo, è impossibile cancellare la memoria delle foibe: storicamente guai a dimenticare. Ma ormai, grazie a Dio, è cambiato il mondo.

Che senso ha, allora, la scelta dei Cobas, del Comitato cittadino antifascista, del Centro documentazione popolare e del collettivo «Loro bipartisan, noi per sempre partizan» di indire a Orvieto un «Presidio antifascista» proprio il 10 febbraio, nel «Giorno del ricordo»? Che senso ha gettar sale su antiche ferite? E allegare alla iniziativa una «Mostra fotografica “testa per dente”. Crimini fascisti in Jugoslavia dal 1941 al 1945» che richiama la famigerata «circolare N.3c» del generale Mario Roatta che incitava alla rappresaglia più brutale (non «dente per dente» ma «testa per dente») contro i partigiani titini? Certo, chi non guarda la storia col paraocchi sa che i fascisti nell’allora Jugoslavia ne fecero di tutti i colori. Ed è giusto ricordare la storia tutta intera: torti e ragioni. Dall’una e dall’altra parte. Ma buttar lì una forzatura come questa il 10 febbraio non c’entra niente con l’appello a rileggere nel loro complesso le vicende di quelle terre straziate. È solo uno sfregio ai tantissimi esuli che, cacciati dalle loro case, vengono accomunati ancora alle camicie nere. Una stupidaggine offensiva. Meglio sarebbe ricordare il dramma di Fulvio Tomizza, figlio di un italiano e di una slava: «Mi sono sempre sentito tra due fuochi. Mi accorgevo con dolore che i miei amici croati e sloveni mi guardavano con sospetto e nello stesso tempo non riuscivo a stare tutto dalla parte di mio padre. Non sono mai riuscito ad odiarli, gli slavi. Nonostante tutto quello che avevano fatto a mio padre e alla nostra gente. Forse perché sapevo che se era successo tutto quel disastro era anche colpa nostra. (…) E io lì, a cercare di ricucire le due parti di me stesso. Gian Antonio Stealla, Il Corriere della Sera, 7 febbraio 2

LE REGOLE SBAGLIATE SUI MIGRANTI, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 6 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Sarebbe interessante sapere chi, quale Paese, si riprenderà mai i seicentomila immigrati che Berlusconi ha promesso, se vince le elezioni, di cacciare via dall’Italia. Nessuno lo sa, e naturalmente non ne ha una minima idea neppure Berlusconi stesso. Basterebbe questo a indicare l’incosciente superficialità con cui la classe politica italiana è abituata a trattare il tema dell’immigrazione. È la stessa superficialità,del resto, che l’ha portata a lasciare in vigore a tutt’oggi la legge Bossi-Fini.

In base alla quale, è bene ricordarlo, l’unico modo legale per immigrare per ragioni economiche in Italia consiste nell’ipotesi che un imprenditore italiano, bisognoso di assumere un lavoratore, e sapendo che c’è un cittadino, mettiamo senegalese, desideroso di venire a lavorare nella Penisola, gli faccia pervenire la richiesta di assumerlo con regolare contratto di lavoro. Un’ipotesi assolutamente realistica, nessuno vorrà negarlo: più o meno come lo sbarco di un’astronave domattina su Marte.

Se tanto mi dà tanto non stupisce che in queste ore la reazione della nostra classe politica ai fatti di Macerata non sappia andare oltre lo sdegno virtuoso dei buoni sentimenti da un lato, e il losco calcolo politico dall’altro. Sempre accompagnati però da nessun’idea, da nessuna proposta, da nessuna capacità di trarre qualche lezione non retorica da quanto è successo. Che invece di lezioni e indicazioni importanti ne contiene parecchie. Ne accennerò qualcuna in ordine sparso, non necessariamente secondo l’ordine della loro importanza.

1) Chi ha ascoltato ieri mattina su Radio 24 i balbettii del sindaco di Macerata Carancini (centrosinistra), indeciso tra il dire e il non dire, tra la denuncia del degrado e la volontà di spalmare vaselina, incapace di dare un quadro vero e preciso della situazione, ha potuto, diciamo così, toccare con mano un dato preoccupante dell’Italia di oggi, che spiega molte cose. Il fatto cioè che grazie alle nefande leggi elettorali succedutisi negli ultimi vent’anni le città e i territori della Penisola sono ormai privi di un’autentica rappresentanza politica e quindi privi di voce presso il potere centrale.

Oggi come oggi, se vuole illustrare il disagio e i bisogni della sua città (per esempio riguardo la sicurezza), il sindaco di Macerata può al massimo (spero non balbettando come ha fatto alla radio) rivolgersi al prefetto. Un tempo, invece, il deputato e il senatore eletti localmente fungevano da naturali raccordi e collettori dei problemi locali verso il governo nazionale. Essi informavano, chiedevano, insistevano: non da ultimo perché ne andava della loro rielezione: che oggi invece dipende solo da una segreteria di partito a Roma o a Milano. L’attuale solitudine politica di città e territori produce una disarticolazione complessiva del Paese e nelle collettività un sentimento di abbandono e di frustrazione dagli esiti imprevedibili; oltre naturalmente a far dipendere il governo solo dal canale informativo rappresentato dalle prefetture. Un canale inevitabilmente portato più a una valutazione dei problemi di tipo burocratico-amministrativo e di tono rassicurante piuttosto che, quando è necessario, drammaticamente politico.

2. Come mostrano le evidenze statistiche, che non sono né di destra né di sinistra, certi reati sono commessi dagli immigrati in una percentuale enormemente superiore agli italiani (si arriva al 60 per cento). Si tratta specialmente dei reati connessi alla prostituzione, allo spaccio e di quelli contro il patrimonio (furti in appartamento, borseggio, ecc.): reati suscettibili in tutti e tre i casi di diffondere degrado nelle zone più povere dei centri urbani e allarme, spesso anche un senso di rivolta, negli strati più deboli della popolazione. Mi chiedo: è possibile che non ci sia nulla da fare per arginare simili fenomeni? Perché non pensare ad esempio, data l’alta incidenza di recidività che esiste in questo tipo di reati, a cancellare ogni tipo di attenuante, di arresti domiciliari, di patteggiamento, di libertà vigilata et similia, che insieme a percorsi giudiziari accelerati sia in grado di dar luogo a un’alta probabilità di sicura e immediata detenzione carceraria per i colpevoli? Conosco l’obiezione: la capienza delle carceri italiane è al limite. Bene: ma è proprio impossibile, pagando profumatamente (come del resto già facciamo per cercare di tamponare l’afflusso di nuovi venuti), stipulare degli accordi con almeno alcuni dei Paesi di provenienza degli immigrati affinché le pene inflitte ai loro cittadini dai nostri tribunali vengano scontate nelle loro rispettive patrie? Almeno ci si provi, il ministro Minniti ci provi. Il fatto assolutamente devastante che la classe politica sembra non capire è che oggi come oggi nessun italiano è in grado di ricordare neppure un solo provvedimento, adottato diciamo negli ultimi dieci anni, volto a contrastare all’interno del territorio nazionale uno dei mille aspetti negativi legati al fenomeno immigratorio. Neppure uno solo. Ci si rende conto che razza di delegittimazione ciò significa?

3. E infine l’integrazione. Anche qui un mare di chiacchiere da parte dei pubblici poteri e di tutti i partiti ma pochissimi fatti. Il primo e più ovvio percorso d’integrazione per gli immigrati dovrebbe consistere ovviamente in un lavoro. Ma non in un lavoro purchessia: in un inquadramento lavorativo legale.

Qui comincia però la demenza burocratico-amministrativa italiana: essendo clandestini gli immigrati, infatti, non possono essere assunti legalmente se non dopo procedure assai complesse. Dunque anche il loro lavoro resta in un gran numero di casi un lavoro «clandestino», in nero e sottopagato. In verità clandestino spesso per modo di dire: tanto è vero che da anni, ad esempio, le campagne dell’Italia meridionale rigurgitano di decine di migliaia e migliaia di giovani, in stragrande maggioranza africani, dediti ai lavori agricoli, sottoposti a uno sfruttamento infame e in condizioni di vita ancora più infami. Il tutto a vantaggio dei proprietari e delle organizzazioni malavitose di «caporalato», mentre il ministro del lavoro, il placido Giuliano Poletti, con i suoi ispettori sta placidamente a guardare. E con le conseguenze nell’animo di quei miserabili che è facile immaginare: odio, disprezzo, e un sentimento di rivalsa aggressiva verso il Paese in cui si trovano: un Paese che parla in continuazione di accoglienza per poi trattarli in quel modo. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 6 febbraio 2018

…..Come dar torto a Galli della Loggia e non condividere le sue osservazioni, semplici e comprensibili per tutti? Solo i politici, di tutti i partiti, sfidano le nostre intelligenze e sul tema della inmmigrazione giocano solo le loro personali partite elettorali. g.

dopo il raid di macerata NIENTE SIA COME PRIMA di Antonio Polito

Pubblicato il 4 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Macerata, Alabama. Forse per la prima volta nella nostra storia recente vediamo materializzarsi anche da noi l’incubo del terrore razzista. Non c’era infatti altro criterio se non quello razziale, ieri mattina, nella scelta delle vittime di Luca Traini: sparare a chiunque non fosse bianco. A ragione si era inciso un simbolo neonazista sulla tempia, era lo stesso criterio con il quale le Ss rastrellavano gli ebrei, o il Ku Klux Klan impiccava e bruciava i neri: ripulire la società da esseri ritenuti inferiori e impuri per mettere a posto tutto ciò che non va, e ripristinare l’ordine di un passato mitico e immaginato.

Dobbiamo esserne spaventati. È un salto all’indietro della nostra civiltà che forse si poteva temere, ma che fino a poco tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ora è accaduto, e dunque può accadere ancora. Dobbiamo aprire gli occhi su che cosa sta diventando l’Italia. E non a senso unico.

Abbiamo innanzitutto la colpa di aver accettato senza preoccuparcene troppo lo sdoganamento del discorso di odio come forma abituale di polemica culturale e politica.Le «parole ostili», la terminologia di guerra, gli stupri e le decapitazioni virtuali, la contrapposizione amico-nemico dominano ormai pezzi interi del dibattito pubblico, senza reazioni, nell’acquiescenza generale. Ne è testimonianza l’uso che ormai si fa correntemente della parola «stranieri»: con essa un tempo si intendevano i turisti, oggi invece ingloba le categorie di «nero», «islamico», «immigrato», «clandestino», senza distinzione tra di loro ma esclusivamente in quanto opposte a «italiano». Il criterio razziale si è insomma insediato tra noi, e ovviamente può sconvolgere la mente dei più deboli, dei più fanatici, eccitando una violenza da Taxi Driver tra i tanti «angry white men», giovani bianchi incazzati, che vivono anche nelle nostre città e nella nostra provincia.

Basta dunque scherzare col fuoco. La nuova destra leghista ha il dovere di separarsi radicalmente, più di quanto non abbia fatto in questi anni, dai residui dell’ideologia fascista e dalle farneticazioni sulla «razza» che hanno trovato nelle ondate migratorie l’habitat ideale per risorgere dalle ceneri della storia. Sappiamo benissimo che la felpa di Salvini non è l’orbace, ma il leader leghista deve sapere altrettanto bene che per lui non ci potrà mai essere nessuno spazio al governo di una grande nazione europea finché rimarrà la benché minima ambiguità sul tema del razzismo, nel suo movimento e in chi ci gira intorno. La coscienza democratica del Paese non lo permetterebbe, perché le ripugna quanto ha visto accadere ieri.

Bisogna però aprire gli occhi anche su altro. E cioè sul fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con cui i flussi migratori hanno «invaso» pezzi delle nostre città e delle nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche tra la gente perbene, magari un po’ tradizionalista ma nient’affatto razzista; non abbastanza ricca da godere dei vantaggi della società multietnica che le «anime belle» spacciano come destino ineluttabile della nazione, ma abbastanza operosa per pretendere con buon diritto più ordine, più rigore, più rispetto, più decoro, più sicurezza su un treno regionale o nel giardino pubblico di fronte a casa.

Macerata è la città dove una ragazza di diciotto anni che avrebbe potuto essere nostra figlia è appena stata uccisa e fatta a pezzi presumibilmente da uno spacciatore di origine nigeriana, ma è anche la città raccontata in un lungo reportage del Guardian come uno degli snodi cruciali in cui si combatte in Europa la battaglia per fermare lo sfruttamento delle ragazze africane vendute sulle strade. Tolleranza vuol dire anche tollerare questo? Ovviamente no. Bisogna allora che lo Stato per la sua parte e i media per la nostra lo dicano a voce talmente alta da farlo sentire anche a coloro che, lontani e frustrati, credono di essere stati traditi, si sentono soli, e perciò covano sentimenti di vendetta.

Ecco perché ci sembra infantile, oltre che pericoloso, cercare «mandanti morali» della tentata strage di Macerata in questo o quell’avversario, come ha fatto ieri lo scrittore Saviano incolpando Matteo Salvini. Chi condanna l’identificazione tra immigrato e delinquente dovrebbe saper anche discernere tra la polemica contro l’immigrazione e la violenza contro gli immigrati. Ed ecco perché abbiamo trovato le prime reazioni del mondo politico nettamente al di sotto della gravità di quanto è successo. Ognuno preoccupato di riaffermare le sue ragioni, di prendersi una rivincita polemica; nessuno disposto a riconoscere le buone ragioni dell’altro e a chiedere umilmente scusa per averle sottovalutate. Perché se siamo arrivati a questo punto non c’è un solo politico italiano che possa dire di aver avuto sempre ragione, o che oggi sappia dirci come uscirne.il raid di macerata. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 4 gennaio 2018

……Il punto di vista di Antonio Polito sul raid di Macerata e la sua preoccupazione di distinguere le critiche – giuste -  alla immigrazione clandestina dal razzismo sotto qualsiasi forma  sono ampiamente condivisibili e tali da dover indurre tutti a una più meditata valutazione dei fatti, senza trasferire le colpe del singolo su chi colpe non ne ha. g.

DOPO LA PRESENTAZIONE DELLE LISTE: LA POLITICA E LE COLPE DI UN PAESE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 31 gennaio, 2018 in Costume | Nessun commento »

illustrazione di Doriano Solinas

Che cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Sarà pure formulata in modo ingenuo, ma alla fine è questa la domanda spontanea che uno si fa leggendo le cronache del modo in cui sono state decise le candidature per le prossime elezioni politiche. Da parte di tutti i capipartito la sola preoccupazione è stata quella di mettersi al riparo da brutte sorprese reclutando – fatto salvo un pugno di maggiorenti – solo parlamentari–camerieri, perlopiù sconosciuti e insignificanti, comunque tutti infallibilmente destinati, se mai saranno eletti, a contare meno di niente. Candidature in perfetta sintonia, del resto, con i programmi utopico-demenziali nei quali è stato offerto di tutto a tutti: sconti fiscali, bonus, pensioni, sussidi (è mancato solo un chilo pasta gratis a testa) e ogni cosa naturalmente a costo zero. E sempre con il contorno di un mare di formule risapute, di slogan stantii, di bugie e di blandizie agli elettori.

È facile rivolgere a chi fa questo quadro l’accusa di neoqualunquismo gratuito, aggravato da un velenoso spirito anticasta per partito preso. Ma dietro ai candidati nominati e paracadutati non c’è forse un disprezzo di tipo realmente castale per gli elettori? Non c’è forse implicito il ragionamento «noi abbiamo il diritto di farlo e lo facciamo, tanto alla fine voialtri poveri cittadini elettori dovete per forza votarci, e non potete fare altro!»?

E allora perché mai non si dovrebbe essere contro «la casta» di fronte a una casta? Perché non si dovrebbe denunciare lo sfascio e dunque meritarsi l’etichetta di «sfascista» se la politica offre il quadro di disintegrazione che offre? In verità un motivo ci sarebbe, ed è anche un motivo di peso; che può riassumersi appunto nella mia domanda iniziale, che dunque non è per nulla retorica: non abbiano forse anche noi fatto qualcosa per meritarci tutto questo? Dello spettacolo a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha forse qualche colpa anche il Paese che siamo?

Ebbene, credo di sì. Negli ultimi due decenni la società italiana, infatti, è andata incontro a un declino che non è stato (ma davvero è stato, e ora non lo è più?) solo economico. In realtà al declino si è accompagnato anche qualcosa che è difficile non definire un degrado complessivo. Cioè qualcosa che va oltre il Pil e gli investimenti, ma vuol dire deterioramento del tessuto civile del Paese, l’abbassarsi del livello della sua cultura e dei suoi costumi, una crescente sregolatezza dei comportamenti diffusi al limite dell’illegalità.

È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

Ma perché mai un Paese così – e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale – perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? Non è assurdo pretendere di avere governanti di un livello «normale», cioè più o meno analogo a quello di altre realtà con cui ci piace confrontarci, mentre noi, mentre il Paese, è viceversa così visibilmente «anomalo» rispetto alle suddette realtà? Rassegniamoci alla verità: sono una sparuta minoranza (e i politici lo sanno!) gli italiani che vogliono veramente un Paese diverso: dove veramente significa essendo disposti a pagare il prezzo necessario ad averlo. A tutti gli altri, invece, va più o meno bene il Paese che c’è: naturalmente riservandosi il diritto di imprecare ad ogni momento che «in Italia è tutto uno schifo». Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 31 gennaio 2018

——Come non essere d’acordo con Galli della Loggia? Ciascuno di noi è nello stresso tempo testimone e protagonista di quaanto racconta degli italiani Galli della Loggia, dall’evasione fiscale alla partecipazione al voto per liste di nominati che spesso neppure conosciamo. g.

GLI ELETTI IN PARLAMENTO E I DUE MALI DA EVITARE, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 23 gennaio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Alla grande maggioranza degli elettori italiani, giustamente scandalizzati dell’enorme numero di parlamentari che durante la legislatura appena conclusa sono trasmigrati da un partito all’altro cambiando disinvoltamente perfino collocazione politica — prima di destra e poi di sinistra o viceversa — non piace per nulla il dettato costituzionale che vieta il mandato imperativo. Non piace cioè quella norma che impedisce che le trasmigrazioni suddette siano messe al bando dal momento che la libertà del singolo parlamentare di muoversi come vuole nella vita politica una volta eletto, di votare come vuole, di cambiare partito come vuole, non può essere limitata in alcun modo né dalle sue precedenti collocazioni di partito né dalle opinioni dei suoi elettori. La grande maggioranza degli elettori pensa invece (ed è certamente nel vero) che così si favoriscono inevitabilmente i peggiori maneggi dietro le quinte, la corruzione della vita pubblica, il trasformismo.

Fatto sta, però, che la medesima grande maggioranza degli elettori italiani è giustamente scandalizzata pure da un altro fenomeno: quello dei parlamentari «nominati». Cioè di quegli uomini o donne che entrano alle Camere per il solo fatto di essere stati designati dalla segreteria del proprio partito a occupare un posto in una lista «bloccata», il che in pratica assicura loro un’elezione sicura

Si pensa non a torto che in realtà un parlamentare «nominato» non è libero di decidere davvero con la sua testa, che egli, specie se vuole essere rieletto (e tutti lo vogliono) è di fatto un semplice burattino nelle mani di chi gli ha regalato il seggio. Cioè dei capi del suo partito, sicché ogni sua decisione dipende in tutto e per tutto dalla loro volontà.

Il guaio è che il motivo appena detto che viene invocato per protestare contro i parlamentari «nominati» è però, come si capisce, esattamente il medesimo che invece viene combattuto e disapprovato quando si tratta dei parlamentari «transfughi». Insomma, la libertà del parlamentare rispetto alla lista che lo ha fatto eleggere viene deprecata una volta, come fonte di malcostume, e un’altra, viceversa, viene invocata come strumento della sua necessaria autonomia rispetto ai diktat dei capipartito. Si tratterebbe dunque di decidere tra due mali, per la verità uno peggio dell’altro: o avere un parlamento simile a una congrega di potenziali individualisti sfrenati, liberi di fare e disfare a proprio piacere perché privi di veri vincoli, o accettare la realtà di un’assemblea di fantocci pronti a premere il bottone delle votazioni agli ordini di pochi capataz.

In verità, un sistema per cercare di attenuare (non cancellare, ma attenuare di molto sì) questa malefica alternativa ci sarebbe. Si chiama collegio maggioritario uninominale. Cioè far eleggere ogni parlamentare in un collegio di non più di 80-100 mila elettori dove si può presentare un solo candidato per lista, e vince chi prende un voto in più di ogni altro. Vale a dire radicando un candidato in un ambito territoriale in qualche modo a lui familiare o che gli diventerà tale, e i cui abitanti molto probabilmente avranno di lui già una certa conoscenza o se egli è eletto se la faranno, sicché se alla fine egli tradirà il loro mandato essi ben difficilmente lo voteranno una seconda volta, e per lui non sarà tanto facile trasmigrare altrove.

Proprio perché dà così grande potere agli elettori si tratta però di un sistema che non piace affatto ai partiti: a tutti, compresi dunque i grillini che pure a chiacchiere dicono di esser a favore della democrazia diretta. Partiti i quali hanno invece il naturale interesse a restare padroni ad ogni costo dei «propri» parlamentari, sicché, anche quando sono costretti dalla spinta dell’opinione pubblica a introdurre il suddetto sistema, lo fanno però solo in parte, come per l’appunto avviene oggi in Italia, rifacendosi grazie alla proporzionale con liste bloccate di quello che hanno dovuto limitatamente «concedere» con il maggioritario uninominale (non senza prima, però, aver snaturato quest’ultimo stabilendo fraudolentemente che non può esserci voto disgiunto, che cioè il voto nell’uninominale vale automaticamente anche nel proporzionale).

Coloro che davvero vogliono moralizzare i comportamenti di deputati e senatori, è sul modo della loro elezione e del relativo rapporto con i partiti, dunque, che dovrebbero insistere, non già chiedere d’introdurre il vincolo di mandato. Il cui divieto, come ho detto, non solo anch’essi poi paradossalmente invocano contro i parlamentari «nominati», ma ha la sua fondamentale ragion d’essere nel fatto, di cui bisogna convincersi, che la democrazia diretta è solo una favola usata dai demagoghi per ingannare i gonzi. E che proprio perché è una favola — hanno mai pensato ad esempio gli elettori grillini che se davvero dovessero essere loro a decidere da casa con un clic sull’approvazione delle leggi dovrebbero, per capirci qualcosa, passare ore e ore ogni settimana a leggersi centinaia di pagine di documenti? — proprio perché la democrazia diretta non può esistere, i parlamentari devono essere liberi di decidere come vogliono per non divenire i passivi servitori di nessuno. Come peraltro, aggiungo, si spera che anche i sullodati elettori, grillini o no, vorrebbero essere liberi di decidere a loro piacere se mai avessero la possibilità di votare da casa loro. Perché alla fine è sempre meglio avere una libertà di cui si può abusare che non avere alcuna libertà. Ernesto Galli della Loggia, IL Corriere delkla Sera, 23 gennaio 2017

……A pochi giorni dal termine per la presentazione delle liste per la Camera e il Senato, questo saggio di Ernesto Galli della Loggia è un atto di accusa ad una legge elettorale che premia insieme i transfughi, ben 545 nella appena conclusa legislatura, e i “padroni”  dei partiti che se ne infischianmo degli elettori e ripropongono i transfughi che fannio loro comodo e inseriso0cno nelle liste i candidati che non esprimeranno mai un libero e ponderato voto in Parlamento ma eseguiranno, come robot, gli ordini che riceveranno dai  loro “padroni” elettorali.  E’ evidente che è totalmente  sconfessata la Costituzione che pure afferma che “la sovranità appartiene al popolo”. g.

I RAGAZZI DEL (18)99: PERSERO LA GIOVENTU’ MA NELLE TRINCEE ONORARONO LA PATRIA

Pubblicato il 2 gennaio, 2018 in Storia | Nessun commento »

Non è facile raccontare una generazione. Allora tanto vale far parlare chi ne ha fatto parte.

E le generazioni, quando parlano, lo fanno con le canzoni, oggi come ieri. I ragazzi del ‘99 cantavano, tra le altre cose, anche questa: «Novantanove, m’han chiamato / m’han chiamato m’han chiamato a militar / e sul fronte m’han mandato / m’han mandato m’han mandato a sparar. / Combattendo tra le bombe / ad un tratto ad un tratto mi fermò / una palla luccicante / nel mio petto nel mio petto penetrò. / Quattro amici lì vicino/ mi portaron mi portaron all’ospedal / ed il medico mi disse / non c’è nulla non c’è nulla da sperar. / Croce Rossa Croce Rossa / per favore, per piacer, per carità / date un bacio alla mia mamma / e alla bandiera, alla bandiera tricolor».

All’inizio, nonostante il feroce carnaio della guerra, non sarebbe dovuto andare a finire così. Pur precettati quando non avevano ancora diciotto anni, i componenti dei primi contingenti, circa 80mila uomini, chiamati nei primi quattro mesi del 1917, avrebbero dovuto essere inquadrati solo nella milizia territoriale. Poi ne vennero chiamati altri 180mila e poi altri ancora. Era un modo di rimpolpare reparti di riserva, non operativi. Ma arrivò Caporetto e cambiò tutto. In tanti finirono dritti al fronte. Su una famosa cartolina militare, per enfatizzare l’importanza del loro sacrificio qualcuno pensò di stampare dei versi di Dante: «Piante novelle. Rinnovellate di novella fronda». Erano versi del Purgatorio e in un purgatorio atroce quei ragazzi finirono. E in purgatorio non mollarono, anzi. Così il generale Diaz: «Li ho visti i ragazzi del ‘99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora». Una descrizione eroica, a tratti veritiera. Eroi bambini. Certo in Diaz prevale l’orgoglio, non la presa d’atto della mostruosità del sacrificio richiesto. Quella la capì meglio d’Annunzio: «La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!».

Ma loro? Loro quando potevano scrivevano a casa. Alcune di queste lettere ci sono rimaste, la censura (altro che i post bloccati da Facebook) le ha violentate, ma molto di quel dolore è rimasto. Basti un frammento di un diciottenne originario di Laveno Mombello: «Troppo presto ci hanno voluto far diventare uomini e il nostro spirito ancora giovane non può fare a meno di ricordare le gioie passate e di rattristarsene come di una perdita troppo prematura». Ma c’era anche chi scrivere così di certo non sapeva. La trincea fu un crogiuolo che mise assieme il principe e l’ignorante, lo studente di liceo e il falciatore a giornata. Andò così anche per i ragazzi del ‘99. Tra loro c’era Fausto Pirandello, figlio dello scrittore e poi famoso pittore (troppo malato non arrivò mai al fronte); c’era Maceo Casadei, altro pittore, che al fronte andò e dipinse il famoso quadro Ritirata di Caporetto. Ma c’era anche Vincenzo Rabito contadino siciliano semi analfabeta autore di una delle memorie più strane del ‘900 italiano e a cui il fronte fece, forse, meno paura della miseria del dopoguerra.

Piacerebbe, l’Italia di oggi, a quei ragazzi? Non lo sapremo mai. L’ultimo pare sia morto nel 2007. Matteo Sacchi, Il Guornale, 2 gennaio 2018

…..Il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno 2017 ha ricordato i “Ragazzi del 99″ richiamati sul  finire della prima guerra mondiale  e si ritrovarono mandati al fronte, neppure dciotenni, a froneggiare la ritirata  di Caporetto. Scrissero loro malgrado pagine di eroismo e di gloria cui nessun  paragone con i giovani di oggi renderà giustizia. g.


OMAGGIO A LEO LONGANESI 60 ANNI DALLA MORTE

Pubblicato il 27 settembre, 2017 in Cultura | Nessun commento »

Longanesi giornalista, e va bene. Longanesi aforista (che non vuol dire uno scrittore a misura di tweet), e d’accordo. Longanesi polemista, e si può dire tutto e il suo contrario. Ma soprattutto Longanesi editore. Eccolo, è lui. Lui, san Leo Longanesi da Bagnacavallo, fisico piccoletto ma taglia intellettuale da gigante, diceva che solo un cretino è pieno di idee. Da parte sua, pur non essendolo affatto, ne ebbe parecchie. In campo giornalistico, culturale e politico.

Ma la più bella, forse, fu quella di fondare una casa editrice, che porta ancora oggi il suo nome. Era il 1946, e l’intellettuale di Regime scriveva all’amico e fidato collaboratore Giovanni Ansaldo: «In questi ultimi tempi ho capito che la miglior cosa è non fare nulla che mi leghi alla politica… Ho già visto molti di quelli che ci volevano fucilati venire a chiedere di pubblicare un libro… La nuova classe dirigente è talmente cretina». Dopo, nell’editoria, nulla fu più come prima. Longanesi prima di tutto e sopra a tutto era editore. Era essenzialmente un uomo che fabbricava libri, per sé, per gli amici scrittori (che si chiamavano Berto, Brancati, Flaiano…), per i suoi lettori.

…..Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro “Quella strana pubblicità” che sarà in libreria tra pochi giorni, omaggio

AFORISMA LONGANESI AFORISMA LONGANESI

Lo ha detto suo figlio Paolo, che aveva 12 anni quando morì papà Leo: «Di lui ricordo poche cose, ma molto bene. Mi ricordo che il suo essere genitore coincideva col suo essere editore. Quando stava con me e le mie sorelle, soprattutto in vacanza, e il sabato e la domenica, perché era sempre sommerso di cose da fare per i giornali e la casa editrice, trasformava il suo lavoro in un gioco per educarci. Ci faceva vedere i suoi disegni e le nuove copertine di libri e ci chiedeva cosa ne pensavamo, cosa ci piaceva. Ci coinvolgeva in ciò che faceva, mi ricordo noi bambini in mezzo a pennarelli, colori e vasetti di colla, ci regalava libri che faceva lui, pieni di illustrazioni…».

OMNIBUS LONGANESI MONTANELLI

E proprio tra le sue colle, i colori e i pennelli, nel suo ufficio a Milano in via Bigli, Leo Longanesi morì, stroncato da un infarto, alla scrivania, il 27 settembre 1957. Un’allegoria. Longanesi era un editore-totale. Insieme direttore editoriale, talent scout, amministratore, editor, uomo di pubbliche relazioni, creativo (sceglieva il tipo di carta e il carattere della stampa), grafico, impaginatore, revisore di bozze… Una caratteristica – ha notato qualcuno che fa lo stesso mestiere – che lo ha avvicinato più agli umanisti del Rinascimento che ai professionisti della società contemporanea caratterizzata dall’iperspecializzazione.

LEO LONGANESI ITALO BALBO

Un editore-artigiano, ma di lusso. E che nel prodotto- libro mise tutto il talento di cui disponeva, un talento sparso nell’arte della scrittura, in quella della grafica, della tipografia, dell’illustrazione, del disegno, della caricatura, della pittura, della pubblicità (!), della fotografia e del fotomontaggio (!!) e persino del cinema (!!!)… Oltre che nel settore della commercializzazione (oggi si dice marketing, parola che Longanesi mai avrebbe usato) di cui l’intuizione dei celebri santini, ossia i foglietti volanti per promuovere le novità della casa editrice nello stesso formato delle immaginette sacre distribuite in chiesa, è solo uno dei tanti colpi di genio.

Poi ci sono i doni naturali. Longanesi, in campo editoriale, ne possedeva due. Primo, il fiuto. Sapeva scegliere gli autori che anticipavano sempre i tempi cui si andava incontro: scrittori americani o europei che quando li traduceva nessuno sapeva neppure che esistevano, giornalisti che intercettavano l’aria e le sensibilità dei tempi, intellettuali-spartiacque che spaccavano la società in cui entravano.

Come ricorda il più longanesiano tra i nostri giornalisti, Pietrangelo Buttafuoco: «Con il titolo Il vero Signore, che fece scrivere a Giovanni Ansaldo, pubblicò il libro in assoluto più fuori schema rispetto al canone dei finti borghesi che lo compravano. Con la Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell introdusse l’ateismo nelle case degli italiani. Con le sue copertine usò spregiudicatamente il nudo negli anni Cinquanta…».

LONGANESI

Secondo dono, l’indipendenza. Possedeva la forza di scegliere chi e cosa pubblicare, fregandosene delle mode e delle voghe, che semmai creava, unendo da un parte il gusto un po’ ottocentesco di voler creare una biblioteca che educasse gli italiani al piacere di leggere e pensare e dall’altra una mentalità molto moderna, sfacciatamente commerciale, come quando spinse con ogni mezzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano fino alla vittoria della prima edizione del premio Strega, o come quando trasformò in bestseller l’esordio di Giuseppe Berto Il cielo è rosso o l’autobiografia di Victor Kravchenko Ho scelto la libertà. Il risultato probabilmente il più importante, tra i tanti fu che Longanesi inventò, con qualche anno di anticipo sull’estetica Adelphi, un catalogo di testi fondamentali per i suoi lettori, cioè di e della Longanesi.

LONGANESI

Interprete arrabbiato ed elegante di un modello artigianale di editoria nel momento in cui nasceva e si diffondeva il libro di massa, Leo Longanesi attraverso la scelta dei titoli da pubblicare sotto il logo delle due spade incrociate (omaggio alla moglie Maria, figlia del pittore Armando Spadini, splendido incipit affettivo-coniugale e insieme artistico di un’impresa individuale e quasi sacra) rivela il progetto di interpretare le particolari richieste della società italiana del dopoguerra nei campi letterario, filosofico, politico, religioso e del costume usando le armi affilatissime della provocazione, della satira, dell’ironia, dell’anticonformismo e persino della disapprovazione che maneggiò – da maître à penser involontario – per tutta la vita.

Per tutta la vita Leo Longanesi, professione libero e artigiano, armeggiò con rabbia, orgoglio, intransigenza, contraddizioni, tra mozziconi di matita, gomme, ritagli, foto, pennelli, forbici arrugginite e cinismo ben temperato. Nel mondo del libro la sua grandezza fu di riuscire, con risorse limitate e pochi uomini (tra i quali l’insostituibile Ansaldo e l’immancabile Manuale tipografico del Bodoni sulla scrivania), a tenere testa, lui, il piccoletto, ai colossi dell’editoria italiana, mentre Rizzoli lanciava la leggendaria BUR, Mondadori si prendeva in mano il mercato del libro e nasceva la Feltrinelli…

LONGANESI MORAVIA ALBONETTI LONGANESI MORAVIA ALBONETTI

La sua intelligenza? Far diventare la sua casa il punto di riferimento culturale di quell’Italia nostalgica e conservatrice che aveva votato per la Monarchia nel ‘46, per la Dc nel ‘48 e che avrebbe determinato l’ascesa della Destra negli anni Cinquanta e di cui Il Borghese – contraltare del Mondo di Pannunzio – a partire dal 1950 sarebbe stato l’approdo ulteriore.

La sua lungimiranza?

Proporre un modello artigianale di editoria basato sul rapporto diretto con gli autori, sulla creazione di un canone longanesiano destinato a durare nel tempo, su un attento lavoro di ricerca, sulla cura del prodotto-libro inteso come testo ma anche paratesto (e in questo i santini che disegnava e scriveva di persona sono l’esempio più emblematico: la forza delle immagini unita a quella della parola) e soprattutto su contenuti e idee baldanzosamente fuori posto, perché «un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione».

LONGANESI 1

E così Leo Longanesi fece la sua rivoluzione nel mondo del libro, allevando generazioni di giovani bibliofili agguerriti cui ha insegnato una certa voluttà feticista per l’oggetto-libro, la passione per la creazione fisica del manufatto e l’inventiva per tutto ciò che precedente, accompagna e segue il volume, dalle fascette ai pieghevoli, dai bollettini alla creazione di quello strumento formidabile che fu il mensile Il Libraio, molto più di un semplice house organ della casa editrice… Così come nel giornalismo scriveva cose che non si esaurivano nella giornata, ma restava e resta ancora oggi, così in campo editoriale Leo Longanesi produceva libri che nessuno buttava via. Dopo 70 anni, i Longanesi sono ancora qua. E qualcuno con infilato dentro, persino, il suo prezioso santino.

……Questa è la prefazione di Luigi Mascheroni al libro “Quella strana pubblicità” che sarà in libreria tra pochi giorni a 60 anni dalla morte,  omaggio a quel genio della pubblicità che fu Leo Longanesi, giornalista, scrittore, editore, fondatore di riviste e giornali e tra questi Il Borghese. U invito a leggere il libro e rileggere quelli di Longanesi. g.

MIGRANTI, CALANO GLI SBARCHI, di Paolo Mieli

Pubblicato il 24 agosto, 2017 in Economia, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Sarà anche a causa (oper merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli — adesso anzi li ostacola, ma quel che sta accadendo nei mari libici ha dell’incredibile: ad oggi
il numero dei migranti sbarcati nel mese di agosto sulle coste italiane è di 2.859 contro i 10.366 dell’anno scorso. Sono diminuiti di ben più del 72%. Davvero clamoroso. E pensare che le cose in primavera sembravano essersi messe al peggio: ad aprile gli arrivi erano cresciuti a 12.943 contro i 9.149 del 2016. A maggio erano aumentati ancora: 22.993 a fronte dei 19.957 dell’anno scorso. A giugno lo stesso: 23.526 contro 22.339. Infine quei due giorni maledetti, 27 e 28 giugno, nei quali di profughi ne giunsero diecimila. Diecimila che sbarcarono pressoché contemporaneamente da venticinque navi in altrettanti porti italiani. Poi un nuovo mega sbarco di oltre quattromila persone il 14 luglio.

Ci si aspettava un’estate davvero complicata. Tragica per i migranti, prima di tutto, dal momento che — con quei ritmi di fuga dall’Africa — sarebbe stato assai probabile che un’alta percentuale di uomini, donne, bambini avrebbe trovato la morte in mare. E assai impegnativa per il nostro Paese che avrebbe dovuto accoglierne in quantità alle quali non era preparato. È in quel momento che si è avuta la svolta.

Una svolta iniziata qualche giorno prima delle celeberrime disposizioni del ministro dell’Interno Marco Minniti che impegnavano le navi di soccorso delle Ong ad accogliere a bordo agenti inviati dall’autorità giudiziaria. Tant’è che già nel mese di luglio — nonostante i 4 mila del 14 — i migranti giunti nel nostro Paese erano scesi dai 23.552 del 2016 a 11.459. Cosa è successo? Alcuni personaggi equivoci, come quelli peraltro non identificati di Sabratha, hanno giudicato conveniente mollare i trafficanti al loro destino. Si poi è messa in moto la Guardia costiera libica alla quale l’Italia aveva riconsegnato quattro motovedette riammodernate assieme ad una cinquantina di agenti addestrati alla scuola della Guardia di finanza di Gaeta. E la famosa nave che (su richiesta del presidente Fajez Serraj) abbiamo mandato in acque libiche — invio a causa del quale il generale Haftar ci ha minacciato di ritorsioni armate — funge adesso da officina di riparazione delle motovedette di Tripoli. Un programma che va avanti: entro l’estate di motovedette ne consegneremo altre sei; così come continueremo ad addestrare altro personale della loro Guardia costiera. E la Guardia costiera, sia ricordato a sollievo di chi guarda all’intera vicenda ispirato da autentici principi umanitari, non solo ha reso molto meno facili le attività dei trafficanti di profughi ma ha sottratto ad un destino di sventura (e alcuni a «morte certa», parole che prendiamo da documenti delle Nazioni Unite) diecimila disperati in fuga dall’Africa.

La complessa operazione ha avuto un’altra insperata conseguenza. Invece di crescere a dismisura e di andarsi a stipare in dimensioni straripanti nei centri di accoglienza del nord libico, i migranti che quest’estate hanno raggiunto la costa settentrionale africana, sono diminuiti. La notizia che il trasbordo dalle imbarcazioni degli scafisti a quelle delle Ong era stato reso più complicato, ha avuto, ad ogni evidenza, un effetto deterrente. Anche perché, a seguito dell’incontro di Minniti con i «tredici sindaci» (capitribù ai quali è stata offerta una prospettiva economica alternativa al coinvolgimento nel traffico di esseri umani), hanno cominciato a funzionare alcune attività di frontiera a sud della Libia. Ad un tempo è aumentata — con effetti positivi — la sorveglianza dell’Onu (tramite Unchr) sui centri di accoglienza. E ben cinquemila profughi hanno accettato di tornarsene nei Paesi d’origine grazie anche ad un incentivo economico. Il tutto sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite.

Ci si può fidare al cento per cento dell’Onu? Sottovalutiamo la disponibilità della milizia di Sabratha a cambiare nuovamente bandiera? Abbiamo risolto una volta per tutte — almeno per quel che ci riguarda — il problema delle migrazioni? Possiamo escludere che negli ultimi giorni di agosto o in settembre si abbia qualche brutta sorpresa? No. È evidente. Ripetiamo: no. È però accaduto che qualcuno si sia finalmente e provvidenzialmente mosso contro i signori del traffico migratorio. E che qualche risultato si cominci a vedere: gli sbarchi ridotti del 72%, la Guardia costiera libica che ha salvato diecimila persone, cinquemila profughi che accettano il «rimpatrio volontario assistito».

Molti dimenticano che l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti fu preceduta da una vera e propria guerra cinquantennale della Royal Navy inglese contro gli «scafisti» di allora. Dopo che con lo Slave Trade Act (1807) fu reso illegale il commercio degli schiavi, le navi britanniche ingaggiarono nei mari una battaglia contro i trafficanti che si protrasse fino al 1865, l’anno in cui, con la vittoria del Nord abolizionista, si concluse in America la guerra di secessione. Oggi concordiamo sul fatto che senza quella spietata guerra ai negrieri, la strada per l’abolizione della schiavitù sarebbe stata molto più lunga. L’analogia con quella lontana offensiva contro i trafficanti di esseri umani è stata colta — prendiamone nota — da due personalità alle quali, quando si tornerà a parlare di questo agosto 2017, si dovranno riconoscere meriti particolari: Gualtieri Bassetti e Bernard Kouchner. Bassetti è da poco tempo il presidente dei vescovi italiani e nel momento in cui il mondo cattolico appariva incline a criticare in termini aspri la politica del governo sulle Ong, ha pronunciato — il giorno di San Lorenzo, a Perugia — un notevole discorso nel quale ha richiamato la comunità cristiana ad una guerra senza quartiere contro «la piaga aberrante della tratta di esseri umani» e alla pronuncia del «più netto rifiuto a ogni forma di schiavitù moderna». Riferimenti evidenti alla lunga battaglia della marina inglese di cui si è appena detto.

Ancora più esplicito è stato Kouchner l’uomo che nel 1971 fondò Medici senza frontiere, l’Organizzazione non governativa che adesso non ha firmato il Codice di condotta proposto da Minniti e ha ritirato le proprie navi dai mari antistanti la Libia. Kouchner, pur riconoscendo la liceità delle obiezioni di Msf, ha spiegato quanto sia fondamentale la lotta «inesorabile» ai trafficanti, ha definito senza mezze misure «sbagliata» la decisione di chi come Msf si è chiamato fuori dalle operazioni di soccorso, e ha riconosciuto all’Italia (ma anche alla Germania di Angela Merkel) di aver in questi frangenti «salvato l’onore dell’Europa». Dopodiché ha esortato le Nazioni Unite a farsi valere per impedire che i campi di accoglienza in Libia diventino (o continuino ad essere) dei lager. E a trasformare in qualcosa di più ambizioso il piano per la restituzione dei profughi ai Paesi di provenienza. L’Europa in questo piano ha già investito 90 milioni, l’Italia 20, la Germania 50. Altri soldi forse verranno ancora. Funzionerà? Quel che è certo è che nel Mediterraneo non si è avuta la catastrofe umanitaria da molti annunciata; anzi, sono diminuiti i morti oltreché, in proporzioni clamorose, gli sbarchi. C’è la possibilità che qualcuno, anche uno solo, di quelli che avevano trattato questo capitolo dell’attività governativa alla stregua di una riproposizione delle pratiche persecutorie del nazionalsocialismo, sia indotto da ciò che è poi accaduto, a riconsiderare le cose dette e scritte? Improbabile. Ma se qualcuno volesse dar prova di onestà intellettuale, questa sarebbe l’occasione giusta. Il Corriere della Sera, 24 agosto 2017, Paolo Mieli

…..Se anche Paolo Mieli riconosce che la linea MINNITI ha dato buoni risultati e che la diminuzione degli sbarchi di mifgranti sulle nostre coste (in agosto del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) è prova che qualcosa non andava per il verso giusto sino al varo della diretiva del nuovo ministro dell’Interno, vule dire che qualcosa di non corretto c’era. Ora tocca alle Procure fare luce in ogni luogo e in ogni dieezione per stanare i nuovi negrieri che hanno lucrato sull’immigrazione. g.