IL VOTO NEGLI USA E L’AMERICA CHE SERVE ALL’EUROPA, di aNGELO panebianco

Pubblicato il 14 settembre, 2020 in Il territorio, Politica estera | Nessun commento »

Nelle elezioni il cui esito influenzerà i destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte, perché le rivolte urbane di questi mesi hanno spaventato molti elettori. Per aver chiaro quale sia la posta in gioco servono due premesse. La prima è che un europeo, posto di fronte alle elezioni statunitensi, dovrebbe solo chiedersi quale sia, per noi europei, l’esito migliore. Non lo comprendono, nel Vecchio Continente, né quelli che tifano Trump perché si sentono ideologicamente vicini a lui né quelli che gli preferiscono Biden per la stessa ragione. La seconda premessa è che chi apprezza l’ordine liberale (la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato, le libertà civili) che vige nel mondo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale è tenuto anche a sapere che quell’ordine può perpetuarsi soltanto se sono presenti certe condizioni culturali, sociali, economiche. Ma anche geopolitiche: le scelte future degli Stati Uniti influenzeranno le sorti dell’ordine liberale occidentale, contribuiranno alla sua perpetuazione oppure al suo dissolvimento. Qualcuno sostiene, con ragione, che, contrariamente a ciò che molti dicono, la politica estera (l’unica di cui qui mi occupo) di Trump non è solo un insieme di sbagli.

Ci sono ambiti nei quali Trump ha rimediato a errori del suo predecessore Barack Obama. Per esempio, il duro confronto di Trump con una Cina che per troppo tempo ha giocato a sfruttare (e gioca tuttora a sfruttare) le debolezze del mondo occidentale, non merita di essere trattato con disdegno: nel rapporto fra Occidente e Cina c’è un problema reale e Trump ha avuto il merito di sollevarlo e di agire di conseguenza. Sempre a merito di Trump si può citare la svolta in Medio Oriente su un crinale delicatissimo: il nuovo posizionamento degli Stati Uniti (che poi è un ritorno all’antico) rispetto alla divisione fra musulmani sunniti e sciiti. I suoi due predecessori — Bush con la guerra in Iraq che liberò la maggioranza sciita del Paese dalla tirannia di una minoranza sunnita, e Obama con il trattato sul nucleare con l’Iran — avevano scelto di dialogare con gli sciiti a scapito della più antica e tradizionale alleanza con il mondo sunnita. Valutato alla distanza, questo rovesciamento di alleanze non sembra avere generato i benefici che ci si poteva attendeva, non è servito a dare più stabilità alla regione né a mettere definitivamente fuori gioco il jihadismo sunnita. Né ha ridotto le minacce all’esistenza di Israele. Invece, la politica di Trump sembra aver dato alcuni importanti frutti: il più spettacolare riguarda il contributo alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e gli Emirati arabi (cui si è aggiunto ora il Bahrein), un evento che può anticipare ulteriori avvicinamenti fra Israele e le potenze sunnite (Turchia esclusa). Nemmeno il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, che tanto scandalizzò a suo tempo gli europei, ha impedito questa positiva evoluzione.

Se vogliamo dare a Trump quel che è di Trump dobbiamo riconoscere che questi aspetti della sua politica mediorientale — al pari della sua politica nei confronti della Cina — sono positivi, non meritano il disprezzo che riservano loro molti suoi avversari. Bisogna anche sperare che un’eventuale Amministrazione Biden non si faccia condizionare dagli umori anti-israeliani dell’ala più a sinistra del Partito democratico e non operi per bloccare questi sviluppi. Sempre con riferimento al Vicino e Medio Oriente, una volta detto che la politica di Trump non ha brillato — anzi, ha fallito: si pensi alla brutalità con cui ha voltato le spalle ai curdi — in Siria come in Libia, bisogna riconoscergli delle attenuanti: semplicemente, Trump non è riuscito a rimediare ai gravi errori commessi, in rapporto a Siria e Libia, dal suo predecessore Obama.

Detto ciò, bisogna però aggiungere che meriti ed attenuanti finiscono qui. Dopo di che, comincia la lunga lista dei gravissimi demeriti (dal punto di vista dell’interesse occidentale). Trump, con stile diverso da Obama, ma nella sostanza al pari di Obama, non ha cessato di far sapere al mondo che l’America è impegnata a ridimensionare il proprio ruolo internazionale. Il che ha scatenato gli appetiti nelle varie aree delle altre grandi potenze (Russia, Cina) e di potenze regionali (come la Turchia di Erdogan). Per inciso, prima o poi, gli Usa dovranno decidere che fare rispetto a una Turchia al tempo stesso membro della Nato e ormai nemica del mondo occidentale. Lasceranno alla sola Francia il compito di contenere le ambizioni imperiali di Erdogan?

Continuando a compulsare l’elenco degli aspetti negativi, bisogna ricordare che sono rimasti opachi (e quindi, pericolosi) i rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Si tratti di Medio e Vicino Oriente o di rapporti con la Russia, stiamo parlando di cose che toccano gli interessi di noi europei. Così come ci tocca, destabilizzandoci, il nazionalismo trumpiano. Con i suoi effetti dirompenti: lo scontro con la Germania, l’ostilità all’Unione europea , la polemica sul ruolo della Nato, più in generale l’attacco alle istituzioni multilaterali create proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945.

Poniamo che effettivamente la politica estera di Trump sia l’inequivocabile dimostrazione che il tempo dell’egemonia internazionale americana sia finito, chiunque vinca le prossime elezioni presidenziali, che il declino (relativo) degli Stati Uniti sia ormai irreversibile. È possibilissimo. Ma la domanda allora diventa: il declino americano, l’obsolescenza della Nato, eccetera, possono avvenire senza che , qui da noi in Europa, l’ordine liberale ne risenta? Davvero qualcuno crede che l’Unione europea possa , in tempi brevi, sostituirsi agli Stati Uniti, diventare un baluardo forte e indipendente di quell’ordine liberale fino a poco tempo addietro puntellato dalla potenza americana? Forse un Biden alla Casa Bianca non sarebbe capace di ricucire i rapporti con gli europei, di ridare forza e slancio all’ordine liberale occidentale. È possibile. Ma quella che con Biden è una possibilità, diventa una certezza in caso di rielezione di Trump. Non dovrebbe essere difficile capire che cosa convenga agli europei. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 14 settmbre 2020

DIETRO LE QUINTE DI ANDREOTTI, di Massimo FRANCO

Pubblicato il 25 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.

Dietro le quinte di Andreotti

Pechino, marzo 1988. Giulio Andreotti annota: «Al ricevimento all’Ambasciata d’Italia il vescovo di Pechino mi dice: “Se ha modo di riferire al Papa personalmente lo faccia; è maturo il tempo per un contatto con il governo, che preluda ad un’intesa e poi ad un Concordato. Si tratti riservatamente…”». L’alto prelato è un esponente della «Chiesa patriottica», legata al regime comunista e non riconosciuta dalla Santa Sede. Ma il messaggio consegnato all’allora ministro degli Esteri italiano non è caduto nel vuoto. Trent’anni dopo, nel settembre del 2018, Vaticano e Cina hanno stretto un accordo storico quanto misterioso, perché i contenuti sono rimasti sconosciuti, che sarà rinnovato nelle prossime settimane su uno sfondo di grandi tensioni. Difficile non scorgere in quell’episodio del 1988 uno dei semi con i quali è stata nutrita nell’ombra la mediazione finale tra Papa Francesco e il presidente Xi Jinping; e sottovalutare gli appunti privati di Andreotti: un lungo filo di episodi «minori» che evocano una ragnatela di rapporti a ogni livello, di impressioni, di dinamiche che riemergono come preziose pietre grezze della storia.

«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi

Coglie nel segno lo storico Andrea Riccardi quando nell’introduzione sottolinea che I diari segreti testimoniano soprattutto il «segreto» dell’azione politica di Andreotti: «Un’immensa tessitura di relazioni nella politica italiana, a Roma, e sullo scenario internazionale…», col secondo largamente prevalente. E pensare che non erano destinati alla pubblicazione. Dopo la sua morte nel 2013, i quattro figli li avevano stipati in uno sgabuzzino dell’appartamento in corso Vittorio Emanuele. I due che si dedicano a riordinare gli archivi, Stefano e Serena, per mesi non li hanno neanche aperti. A muovere la loro curiosità è stata la piscina di Castelgandolfo nella quale Giovanni Paolo II fu fotografato nel 1980. Il Vaticano chiese ad Andreotti se poteva bloccare la pubblicazione di istantanee, considerate «scandalose», di un papa in costume da bagno. E Umberto Ortolani, esponente della Loggia P2 di Licio Gelli, anni dopo attribuì il merito della mediazione al capo massone implicato in alcune delle trame italiane più sporche: avrebbe portato lui le foto a Andreotti, che le aveva consegnate al pontefice.

«Tirammo fuori, per nostra curiosità — raccontano Stefano e Serena Andreotti nella Nota dei curatori all’inizio del volume — quanto vi era scritto sulla vicenda delle fotografie scattate a Giovanni Paolo II nella piscina di Castelgandolfo, per la quale era stata data, sulla base di testimonianze di allora, probabilmente interessate, una ricostruzione ben diversa dall’andamento dei fatti e dell’apporto di nostro padre». I diari segreti raccontano in dettaglio quel capitolo oscuro, confermando Andreotti come crocevia delle mediazioni più riservate e controverse del Vaticano. Tra le carte spunta perfino un appunto sui voti ricevuti da ogni cardinale nel Conclave del 1978 che aveva eletto Karol Wojtyla. Viene restituita la complessità di un politico capace di attraversare con lo stesso passo felpato corti pontificie, congressi democristiani, cancellerie occidentali, dittature di ogni latitudine e ambienti torbidi.

Episodi del genere se ne incrociano a decine, nel volume in uscita domani per Solferino, e che copre il decennio dall’agosto del 1979, quando finì il quinto governo Andreotti, quello col Pci nella maggioranza, fino al 22 luglio del 1989, esordio del suo sesto esecutivo. È solo un frammento, per quanto corposo, della sterminata ragnatela andreottiana. L’abitudine a prendere appunti cominciò nel 1944, «su consiglio di Leo Longanesi», ricordano i curatori. «Il motivo principale era quello di potere, a distanza anche di notevole tempo, rileggere gli appunti registrati a caldo, che considerava utilissimi al di là dei documenti ufficiali…». I diari, in gran parte tuttora inediti, finiscono nel 2009. Ma non bisogna pensare a un materiale ordinato, perché riflettono un caos metodico. Oltre a una calligrafia minuta e sempre più illeggibile con l’età, Andreotti aggiungeva note a mano, inseriva lettere e documenti. Insomma, decifrare quegli scritti è stata una grossa fatica, per i figli.

Ogni anno i fogli finivano in un raccoglitore con la dicitura «diario». E in una delle lettere post mortem ritrovate in un cassetto di casa Andreotti, l’ex premier dava istruzioni per evitare che la pubblicazione de I diari potesse nuocere a qualcuno. Colpisce la conferma di un rapporto con la moglie Livia profondo, complice, viene da dire affettuoso, aggettivo che pure si attaglia poco a un «animale» a sangue freddo come Andreotti. E diventa ancora più stupefacente la sua capacità di proteggere la sfera familiare da qualunque intrusione. Ogni riga si sviluppa sempre sul crinale di una scrittura controllata, minimalista, scevra da qualsiasi enfasi. Ci sono solo fatti, impressioni, brevi commenti venati al massimo da una punta di ironia. «L’uso dell’archivio in politica — osserva Riccardi — ricorda il metodo di lavoro della Curia o della Segreteria di Stato vaticana».

I diari si rivelano strumenti di un professionista della memoria scritta, al servizio di quell’attività di governo e di potere che Andreotti non ha mai interrotto. Da ministro, da premier, da semplice parlamentare, è stato una sorta di ambasciatore permanente dell’Italia e della Santa Sede: alla frontiera tra Occidente e comunismo, e nel Terzo Mondo. Ma era ascoltato, e usato, perché manteneva sempre un ancoraggio indiscusso alle alleanze europee e atlantiche. Almeno fino a quando c’è stata la Guerra fredda, quell’aderenza è stata una bussola precisa per guidare il protagonismo segreto e spregiudicato di Andreotti. Poi le coordinate sono cambiate. I diari del decennio 1979-1989 si fermano proprio alla soglia di quel cambiamento epocale. Rimane un interrogativo: queste memorie svelano tutto di lui? Viene naturale ricordare quanto sosteneva lo stesso Andreotti: «Chi non vuole fare sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a sé stesso». E tanto meno scriverla. Massimo FRANCO, Il Corriere della Sera, 25 agosto 2020

LA PANDEMIA PRETESTO PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE, intervista ad Alessandro MELUZZI di Alfonso PISCITELLI

Pubblicato il 22 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Ad Alessandro Meluzzi, che per Vallecchi ha pubblicato Contagio. Dalla peste al coronavirus, in cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia, abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono passati dall’ “abbraccia un cinese” o “il vero virus è il razzismo” all’idea che, con una accorta gestione delle paure della gente, potevano chiudere sotto chiave la società italiana e mettersela in tasca…

Alessandro, quando è scattata questa “fase 2”?

È scattata quando hanno interiorizzato il senso di una intervista data una decina di anni fa da Jacques Attali, in cui il mentore di Macron sosteneva che una pandemia avrebbe consentito di realizzare il “New World Order”, il Nuovo Ordine Mondiale. Allora sono passati dagli slogan ingenui della globalizzazione (i confini sempre aperti, la Cina che è vicina) a una più pervicace strategia di controllo sociale.

La frase di Attali somiglia ad alcune dichiarazioni di europeisti secondo i quali le crisi economiche sarebbero buone occasioni per creare il Super-Stato della UE….

L’élite tende a concentrare i poteri attraverso due meccanismi fondamentali: l’eliminazione delle sovranità nazionali e la cancellazione del ceto medio. La presenza di un ceto medio autonomo produttivo è da ostacolo alla grande uniformizzazione che i fautori della globalizzazione auspicano.

Cancellazione del ceto medio: viene in mente anche una certa predicazione pauperista che si sente sugli altari. Omelie di pauperisti che ovviamente auspicano sempre la povertà altrui, mai la loro…

Certo, la rimozione di papa Benedetto XVI e l’avvicendarsi del nuovo Papa gesuita ha affermato anche in Vaticano un discorso che coniuga i motivi di un convinto globalismo con i temi di un pauperismo di tipo latinoamericano.

D’altra parte, i leader “populisti” sono andati in difficoltà davanti all’emergenza COVID lanciando segnali contraddittori riguardo alla pericolosità o meno del “virus cinese”.

In alcuni casi è mancata una lettura a 360 gradi, la comprensione del significato profondo di quanto stava avvenendo. Nonostante tali incertezze le elezioni americane rimangono fondamentali: se Trump viene rieletto rimane aperta la porta per un cambiamento significativo degli equilibri mondiali.

E in questo scenario come valuti l’annuncio di Putin di un vaccino russo?

Putin è un judoka ed è abituato ad utilizzare le armi dei suoi avversari per disarcionarli. Il mainstream reagirà dicendo che quello di Putin è un vaccino cattivo…

Il “mainstream”, la narrazione dominante: quale potrebbe essere l’argomento che vi si contrappone?

Il grande avversario del discorso dominante è la complessità. Tutti coloro che vogliono ridurre il mondo a un disegno univoco devono scontrarsi con un principio fondamentale della complessità. Si pensi al caso italiano: quelli che hanno spinto per la chiusura assoluta sono gli stessi che vogliono gli immigrati liberi di sbarcare e di muoversi. Una contraddizione evidente che mina la retorica dello “state a casa”. IL GIORNALE, 22 AGOSTO 2020

SE I PARTITI DI GOVERNO PERDONO (INSIEME) L’IDENTITA’, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 19 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro. Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria identità originaria anche al fine di aderire a tale richiesta. Entrambe queste circostanze hanno un significato che va al di là della pur importante cronaca politica. È difficile non considerarle, infatti, come la sanzione di un dato ormai consolidato del nostro sistema politico: e cioè che tale sistema — una volta messasi alle spalle venticinque anni fa l’età dei partiti storici della Repubblica — sembra ormai sopravvivere solo per adattamenti trasformistici successivi. Che però oggi configurano un vero e proprio salto qualitativo dando vita all’incontro di due trasformismi. Il trasformismo, insomma, si avvia a divenire il vero principio costitutivo del sistema politico italiano. Perfettamente simboleggiato, direi, da un Presidente del Consiglio che solo poco più di due anni fa era uno sconosciuto privo di qualsiasi appartenenza politica, il quale ancora oggi appare fiero di non averne nessuna, ma che ciò nonostante in un biennio ha presieduto due governi successivi formati da due maggioranze diverse e opposte. Non solo un caso abbastanza unico nella storia delle democrazie occidentali ma, verrebbe da dire, quasi la forma più alta e compiuta di trasformismo politico che si possa immaginare. Cioè la non appartenenza ad alcun partito e ad alcuno schieramento come premessa per rappresentarli indistintamente tutti, il vuoto politico come anticamera di qualunque politica.

Il fatto nuovo è che questa volta della deriva trasformistica italiana appare protagonista a pieno titolo il Partito democratico. Ora il Pd non è un partito qualsiasi. Con gli anni, infatti, e per ragioni molteplici, esso è diventato il vero partito della Costituzione della Repubblica, per certi versi il «partito dello Stato»: punto di raccolta dell’intero ceto burocratico dirigente e dell’élite del Paese, nonché titolare di un decisivo potere di legittimazione: all’incirca qualcosa di simile al ruolo che ebbero i liberali nei decenni dopo l’Unità. Prova ne sia che in tutto questo tempo qualunque personalità, partito o schieramento abbia provato a governare contro il Pd ha sempre rischiato di essere messo sotto accusa in vari modi come un partito o uno schieramento a vario titolo fuori o contro la Costituzione se non potenzialmente eversivo. Per tale comoda rendita di posizione il Pd ha tuttavia pagato e paga un prezzo: un ovvio e crescente disinteresse per l’elaborazione di una chiara piattaforma programmatica sua propria, e una strisciante disponibilità ad assorbire punti programmatici altrui. Non diversamente, ancora una volta, da quanto accadde ai liberali storici tra ’800 e ’900.

Sta di fatto che con le sua ultime decisioni il Partito democratico ha di fatto stabilito: a) di rinviare a data da destinarsi quell’idea di «rifondazione della sinistra» di cui se ben ricordo aveva fatto il proprio orizzonte nel convegno di San Pastore solo nel gennaio di quest’anno; b) di rinunciare clamorosamente alla «vocazione maggioritaria» che pure era un elemento essenziale del suo stesso atto di nascita per puntare viceversa su una strategia di alleanza organica con un’altra formazione; c) e di scegliere come partner di un’alleanza elettorale che si annuncia strategica (dunque molto più significativa di un alleanza di governo) proprio il partito che fino all’altro ieri considerava l’alfiere del populismo e quindi, insieme alle destra salviniana, il proprio maggior nemico. Giungendo al punto, per fare un solo esempio, che oggi esso ne sposa di fatto la riforma costituzionale, oggetto di un prossimo referendum, che ha ridotto il numero dei deputati. Proposta la quale, non accompagnata da alcuna ulteriore modifica del testo della Carta, apre la via a radicali mutamenti nel meccanismo dei quorum necessari ad eleggere alcuni organi di vertice della Repubblica.

Quanto al vero e proprio gorgo trasformistico che sta inghiottendo l’identità dei 5 Stelle — presentato pudicamente dai suoi dirigenti come «un’evoluzione» — sembra inutile spenderci sopra troppe parole. Se non per notare come questa presunta «evoluzione» sia la prova di almeno tre cose forse non ancora chiare a molti: a) dell’assoluta necessità che per fare politica si sia in possesso di qualche non indegna scolarizzazione, di qualche lettura e di qualche idea non presa in prestito dagli album di Topolino; b) dell’alta problematicità che la società italiana lasciata a se stessa e libera di esprimersi riesca a selezionare una classe politica presentabile e all’altezza del proprio compito; c) infine dell’ardua compatibilità del nostro sistema politico con l’immissione di nuovi attori decisi realmente a fare cose nuove e a comportarsi in modo nuovo (ammesso che tali fossero i grillini) . Un impegno in Italia sempre difficilissimo stante la rete soffocante di passaggi formali e informali, di condizionamenti istituzionali e non, di regole scritte e non scritte, che avvolge la nostra intera vita pubblica. E al quale quindi i 5 Stelle hanno prudentemente preferito rinunciare senza pensarci troppo. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera del 19.08.2020

MA IL PD HA LE IDEE CHIARE, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 17 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré querele (sul caso Bibbiano). Il mese dopo avrebbero fatto un governo insieme.

Ora la svolta del voto dei militanti grillini, con il via libera alle alleanze, non ricade soltanto su di loro. Riguarda anche il Pd. E rende lecito chiedersi che cosa diventerà il partito del riformismo italiano, o cosa ne resterà, dopo l’alleanza organica con un movimento che sino a un anno fa era condannato come populista e antieuropeo.

Storicamente, Grillo nasce contro i vecchi partiti, e in particolare contro il Pd: dall’esordio in piazza Maggiore a Bologna alla sera del 22 febbraio 2013 in piazza San Giovanni a Roma, dove — in quello che resta l’ultimo grande comizio della politica italiana — additò nel Partito democratico il vero nemico, il simbolo del sistema da abbattere. Seguirono l’umiliazione di Bersani in streaming, lo scontro durissimo con Renzi e sei anni di polemiche ininterrotte su ogni cosa, vaccini e Tav, scuola e precari, financo sull’autenticità dell’allunaggio e sull’esistenza delle sirene, quelle di Ulisse.

Nell’agosto scorso tutto è cambiato. Il clamoroso errore di Salvini, il voltafaccia di Renzi e la pertinace resistenza dei parlamentari.

Questi tre fattori hanno prodotto in pochi giorni una svolta che avrebbe richiesto mesi di dialogo, come quelli che in Germania avevano partorito la Grande Coalizione tra la Merkel e i socialdemocratici; che è in realtà un centrosinistra, saldamente guidato dal centro.

Chi comandi nell’inedito centrosinistra italiano non è altrettanto chiaro. Il Pd ha già cambiato idea su molte cose. La leadership di Conte. La gestione di Autostrade. Il taglio del numero dei parlamentari; che non è sbagliato, ma non risolve molto senza una riforma che garantisca la rappresentanza, legando gli eletti agli elettori e ai territori.

Ora è legittimo chiedersi, e chiedere al Pd, se cambierà idea anche sul resto. Il reddito di cittadinanza. Le grandi opere. Il grado di flessibilità del lavoro. Il ruolo dello Stato nell’economia. La riforma fiscale. Per fare un solo esempio: il partito del riformismo italiano ritiene giusto che ci siano imprese e contribuenti che versano all’erario oltre la metà di quello che incassano (mentre i veri ricchi si rifugiano nei paradisi fiscali)? E i padroni della Rete potranno continuare a rubare contenuti prodotti da altri e sottrarre il grosso dei proventi al Fisco?

Tenere la destra all’opposizione resta la priorità e il motore dell’alleanza. Comprensibile. Ma insufficiente. Alleati sì, però per fare cosa? La coalizione Pd-Cinque Stelle è cementata da altre due formidabili forze. La ferrea determinazione a concludere la legislatura da parte di centinaia di parlamentari destinati a non essere rieletti. E la ghiotta opportunità di spendere una quantità di risorse in arrivo dall’Europa mai vista prima. Ma durare e spendere non sono un programma politico.

Il Partito democratico nacque con un metodo: le primarie. Che però sono servite soprattutto a rafforzare un leader già scelto, da Prodi a Veltroni. Soltanto una volta la sinistra italiana ha discusso e deciso sul proprio programma e sulla propria identità: alle primarie di coalizione del 2012, che videro contrapporsi Bersani e Renzi. Oggi né Bersani né Renzi fanno parte del Pd. E fa impressione sentire autorevoli esponenti dichiarare che, senza scissioni (compresa quella di Calenda), oggi il Pd sarebbe il primo partito; un po’ come dire che, se avesse vinto a Waterloo, Napoleone sarebbe rientrato trionfalmente a Parigi anziché partire mestamente per Sant’Elena.

Il Partito democratico nacque anche con due ambizioni, una dichiarata e una sottaciuta. Quella dichiarata era unire i riformisti italiani in una forza a vocazione maggioritaria, in grado di governare da sola. Quella sottaciuta era creare un partito di sistema (qualcuno arrivò a parlare di «partito della nazione»). Il partito che — in un Paese di anomalie: alto debito pubblico, bassa crescita, e una destra molto forte ma vista dall’estero come un po’ sgangherata, tra berlusconiani, leghisti e postfascisti — parlasse con l’Europa, fosse considerato un interlocutore affidabile dalle istituzioni e dalla finanza internazionali. Anche con questa logica, in nome di questo schema, il Pd è tornato al governo un solo anno dopo la disastrosa sconfitta delle elezioni del 2018. Ma nessun partito può prescindere dal consenso. Dai risultati dell’azione di governo, a cominciare da sviluppo e posti di lavoro. In una parola, dalla realtà. Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 17 agosto 2020

IL PASSATO CHE FERMA IL MOVIMENTO 5STELLE, di Antonio Polito

Pubblicato il 30 giugno, 2020 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Non risulta che durante gli Stati Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes? Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier si riprometteva di «reinventare il Paese» (parole sue, anzi di Baricco). Meno che mai lo è stato nella sede anche più appropriata del Parlamento, che anzi Conte ha finora accuratamente evitato.

La ragione è molto semplice: sul Mes Conte non ha la maggioranza. O meglio, ne ha un’altra. Quella di prima. La maggioranza giallo-verde. Se oggi si votasse alle Camere sul meccanismo europeo, che ci consentirebbe di avere prestiti fino a 36 miliardi con interessi quasi pari allo zero per finanziare la Sanità pubblica, vincerebbero i contrari. Lega e Cinquestelle tornerebbero insieme, come ai vecchi tempi.

Lo stesso vale per i decreti sicurezza. Varati quando Salvini stava al Viminale, la loro revisione era nei programmi politici della nuova maggioranza e in parte anche nelle raccomandazioni del capo dello Stato, per motivi costituzionali. Ma non si procede. Perché i Cinquestelle, anche su questo, sono quelli di prima: quei decreti li hanno votati. E lo stesso vale per la ormai annosa questione della concezione autostradale.

I pentastellati sono prigionieri del passato. Hanno cambiato alleati ma non cultura politica. Che è sempre la stessa: rispetto all’Europa, all’immigrazione, alle grandi infrastrutture, al rapporto con il mercato. Con un’aggravante: prima avevano un capo politico che poteva «forzare» il Movimento attraverso passaggi stretti ma necessari: con Di Maio digerirono la Tav. Ora sono una forza politica acefala, governata da una logica di veti reciproci che le rende impossibile adeguare i principi non negoziabili alle esigenze del governo. Per questo il Movimento ha finito per delegare in toto la governabilità a Conte; con il patto implicito che il premier ne eviti la spaccatura o almeno la procrastini. Il paradosso è che il partito di maggioranza relativa, nato come forza di protesta, non può più rischiare di perdere il governo ma non può neanche rischiare di governare.

Dal che deriva la domanda fatale per l’altro partner della maggioranza giallo-rossa: che ci faccio io qui? Il Pd, trascinato a viva forza dal transfuga Renzi al governo con i Cinquestelle, ha finito con il trovarcisi a suo agio. Prima di tutto perché ha ripreso una centralità che sembrava finita per sempre di fronte alla esplosione elettorale dei «due populismi». E poi perché un partito di amministratori in provincia ha bisogno quasi naturalmente di essere un partito di ministri e sottosegretari nella capitale. Ma Zingaretti sa che non può essere a ogni prezzo. Come può la forza politica che ha preso Gualtieri da Bruxelles per fare il ministro del Tesoro e ha mandato Gentiloni a Bruxelles a fare il commissario, respingere il Mes, accettando la logica anti-europea che sottintende e giustifica il «gran rifiuto»? Come può il partito che mandava i parlamentari a bordo delle navi sequestrate da Salvini tenersi ancora dopo un anno i decreti Salvini? E come può il centrosinistra che privatizzò le autostrade ridarle ora allo Stato? Ecco perché ieri ha cominciato, con la sua lettera al Corriere, a dire a Conte ciò che Conte non può dire: il Mes ci serve.

Si obietterà: ma la vera ragione di questo «connubio» tra giallo e rosso era scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Movente e obiettivo del resto dichiarati. Però, se davvero i Cinquestelle sono rimasti quelli di prima, e se per giunta sono privi di una leadership, e se sono spaccati come sono, e se perdono pezzi quasi ogni giorno al Senato, può il Pd fidarsi di loro al momento delle votazioni a scrutinio segreto per eleggere il capo dello Stato? Per più di quarant’anni l’Italia è stata una democrazia bloccata, ma governata, perché il partito di maggioranza solo al governo poteva stare. In questa legislatura l’Italia è tornata a essere una democrazia bloccata, ma rischia di essere sempre meno governata. E pensare che la chiamarono Terza Repubblica. Antonio Polito, Il Corriere della Ser, 30 giugno 2020

I 5 STELLE. LA TRASFORMAZIONE, POTERE, POLTRONE E LUSSO, ALLA FINE SEDOTTI DAL PALAZZO, di Fabrizio Roncone

Pubblicato il 21 giugno, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Da annotare: chiusi, blindati hanno cominciato. Blindati finiscono.
Loro — quelli dello streaming, della trasparenza — laggiù, dentro lo sfarzo assoluto di Villa Doria Pamphili, distanti e impenetrabili in quel reality dell’economia chiamato Stati generali, e tutti noi, il pattuglione di cronisti, fotografi e cameramen, lasciati fuori dal cancello per una settimana, costretti a cercarci un sentiero che da via Aurelia Antica s’infilasse nella boscaglia, su per lo stesso pratone che nel 1849 risalirono i garibaldini della Repubblica Romana, le camicie rosse con i cannoni da puntare contro i francesi, noi con i teleobiettivi per capire almeno se il premier Giuseppe Conte avesse la pochette.

È arrivata la protesta ufficiale dell’Associazione stampa parlamentare e dell’Ordine nazionale dei giornalisti (con grande imbarazzo del Pd).
Ma è poi arrivata anche la polizia a cavallo.
Tutto questo fa molto casta. Proprio quella che Di Maio e Bonafede e tutti gli altri grillini di governo promettevano di combattere. E invece: risucchiati. Dentro fino al collo. Golosi di potere, cacciatori di poltrone, sensibili al lusso. Eccoli laggiù salire sulle loro auto blu, le scorte armate, i lampeggianti, un corteo dopo l’altro: e quando poi Di Maio l’altro giorno è arrivato a Mendrisio, Svizzera, in visita ufficiale, le autorità elvetiche hanno pensato bene di allestirgliene uno proprio di prima classe, con sette macchine seguite da tre furgoni.
Informalmente, lo scorso fine settimana Di Maio è invece andato a spiaggiarsi con la fidanzata Virginia Saba da Saporetti, a Sabaudia, sotto gli ombrelloni dello storico stabilimento del generone romano. Giuseppe Conte, qualche chilometro più in là, al Circeo. All’Hotel Punta Rossa, il preferito dagli oligarchi russi in vacanza.

Gli ultimi segnali di una mutazione ormai compiuta. Da valutare con rigore, senza cedere alla meraviglia, e cominciata forse la mattina in cui Rocco Casalino, entrando a Palazzo Chigi, osservò — lo sguardo che era un miscuglio di delusione e fastidio — la stanza che di solito veniva assegnata al portavoce del premier. «Ma è troppo piccola!», urlò, dopo lunghi secondi. I funzionari, mortificati, chinarono la testa: ora Rocco siede in una stanza adeguata, grande quasi come un campo da calcetto, adiacente a un ufficio dove alloggiano una ventina di collaboratori, alcuni dei quali si definiscono «sottoproletariato dell’informazione».
Dalla sua scrivania, ogni giorno, Casalino spedisce decine di whatsapp a decine di giornalisti. Rocco allude, promette, blandisce, annuncia, rimprovera, drammatizza, poi perdona e, quasi sempre, viene perdonato (ora vediamo come finisce il bisticcio con il sito Dagospia, «sebbene sia chiaro — diceva perfido un ministro grillino l’altra sera in un salotto con vista su piazza Campo de’ Fiori — che Casalino non conosca la barzelletta del “Cavaliere bianco e del Cavaliere nero” di Gigi Proietti»).

Il rapporto del M5S con i giornalisti è profondamente cambiato. Gianroberto Casaleggio teorizzava che se ne potesse fare a meno. Vito Crimi — ossequioso — esplicitò: «Mi stanno sul cazzo!». Beppe Grillo lanciò una vera fatwa contro i talk show. «Chi vi partecipa sarà scomunicato».
Vabbè.
Era per dire.
Ormai, ogni volta che cambi canale, trovi un grillino. Alcuni passaggi restano memorabili. Tipo quello dell’ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, che andò da David Parenzo su La7 a spiegare «come il Pil dell’Italia sia cresciuto grazie ai condizionatori d’aria». Solo nell’ultima settimana, Alessandro Di Battista è stato ospite sulla Nove e poi due volte a Retequattro. Dalla cronista di Quarta Repubblica ha finto di farsi sorprendere in strada, molto piacione come sempre, dico e non dico, ma poi dice, certo che dice, ormai tutti i cronisti conoscono la debolezza del Dibba, che adora comparire, sia pure in ruoli diversi: dissidente polemico, poi rivoluzionario in Chiapas, scrittore di reportage modesti, quindi aspirante falegname, provocatore e però eccolo subito di nuovo ragionevole e mansueto, non appena ascolta le promesse di Crimi e Patuanelli, Bonafede e Spadafora, tutti perfettamente a loro agio negli abiti scuri, nel caminetto da Prima Repubblica. Dove si decidono strategie, alleanze e — soprattutto — poltrone.

Gli specialisti sono Stefano Buffagni e Riccardo Fraccaro. Buffagni gira proprio con una cartellina rossa. Dentro ci sono i dossier per decidere, o condizionare. Eni, Enel, Poste, Terna, Leonardo, Alitalia. E Rai. I vertici del Movimento ormai vengono interpellati anche per la nomina di un caporedattore qualsiasi. Così è ripartita la vecchia liturgia romana inaugurata dai satrapi socialisti al tempo dorato (per loro) che fu. Li trovavi seduti ai Due Ladroni in piazza Nicosia, o da Fortunato al Pantheon. Li salutavi, un sorriso da tavolo a tavolo, c’è gente che ci ha costruito carriere. Adesso conduttori ambiziosi e showgirl disoccupate sperano di incontrare la nomenklatura grillina nei locali della movida, da Maccheroni o da PaStation, il ristorante del figlio di Denis Verdini, a sua volta suocero di Matteo Salvini. Incurante delle parentele ingombranti, ci capita anche la senatrice Paola Taverna, quella che si alzava nell’emiciclo di Palazzo Madama e urlava: «Io so’ der popolo e ve lo dico in faccia: a zozzoniiiii!» — vestita come se stesse al Tibidabo di Ostia, zatteroni di sughero e jeans strappati, mentre oggi invece gira tutta in ghingheri, con la sua Louis Vuitton d’ordinanza.

All’inizio, nemmeno entravano alla buvette di Montecitorio. «Noi — dicevano schifati i deputati a 5 stelle — il caffè ce lo andiamo a bere al bar, come cittadini normali». Però dopo qualche settimana erano già tutti lì al leggendario bancone, perché il caffè in se è una ciofeca, ma poi le papille iniziano a sentire un certo retrogusto dolciastro e stordente, sorseggi e sai di poter fare cose importanti: per esempio, sistemare nella tua segreteria i vecchi compagni di scuola (Di Maio li fa arrivare quasi tutti da Pomigliano d’Arco e Acerra).
Così adesso nessun parlamentare vuole tornarsene a casa. Secondo il sacro limite dei due mandati, a fine legislatura dovrebbero trovarsi un posto di lavoro in tanti: da Bonafede a Fico, dalla Castelli a Fraccaro, a Di Stefano, Crimi, Ruocco, Toninelli, Taverna e Di Maio. Che infatti ha cercato di scardinare la regola cominciando a introdurre per i consiglieri comunali il «mandato zero».
«Giggino, scusa, ma cos’è?», chiese, ingenuo, Crimi. «Che cos’è? Semplice: il primo mandato non lo contiamo più», rispose Giggino (con freddezza andreottiana)
. Fabrizio Roncone, Il Coriere della Sera, 21 giugno 2020

CORONAVIRUS, I CENTO GIORNI CHE CI HANNO CAMBIATO LA VITA, di Antonio Polito

Pubblicato il 15 giugno, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Coronavirus, i cento giorni che ci hanno cambiato la vita (e ci hanno reso più digitali e impauriti)

Cento giorni del Covid hanno cambiato gli italiani. Ma non tutti. Ci hanno reso diversi. Ma più diseguali. Migliori e peggiori, allo stesso tempo. Quasi tre Italie in una. Nel lungo lockdown cominciato cento giorni fa ci sono stati quelli «che hanno continuato a vivere nella povertà, che hanno tenuto i bambini in 40 metri quadrati, che erano abituati ad andare a fare la spesa dove le cose costavano meno», oggetto della commozione in tv del virologo dal volto umano, Giuseppe Ippolito dello Spallanzani. Insieme a loro — aggiungiamo noi — quelli che hanno dovuto uscire di casa ogni mattina perché fanno gli infermieri, i medici, gli addetti alle pulizie, i poliziotti, i rider, i postini, i benzinai, gli spazzini. Gente che ha tenuto in piedi l’Italia, e chissà quanto ci metteremo a dimenticarci il debito di riconoscenza che abbiamo nei loro confronti.

Poi c’è stata l’Italia di mezzo: quelli che hanno potuto restare a casa ma hanno perso il reddito, la gente che ha un negozio, un ristorante, un bar, un albergo, uno studio di avvocato o un salone di bellezza, o che non ce l’hanno ma ci lavorano. Mesi di risparmi bruciati e tanta paura per ciò che verrà. Per loro il peggio comincia ora.

E infine ci sono quelli che se la sono cavata: i «colletti bianchi» che hanno conservato posto e stipendio, hanno il Wi-fi e Netflix, fanno lo smart working e il bike sharing. A casa hanno riscoperto gli affetti, la lentezza, la gastronomia, i figli, l’amore coniugale. E quasi quasi ci sarebbero restati ancora un po’. Gli inglesi distinguevano, in mezzo alla tragedia dell’ultimo conflitto, coloro che avevano avuto una «good war». Stavolta, per fortuna, non sono pochi.

Queste tre Italie, rese anche più diverse di prima dalla pandemia, vanno ora riunificate. Altrimenti rabbia e risentimento le metteranno l’una contro l’altra, e tutte e tre contro il Palazzo. Non sarà un pranzo di gala, né un buffet a Villa Pamphilj. Bisognerà forse partire da ciò che ci ha invece unito.

Abbiamo visto il lato oscuro della Natura, la morte in faccia, un virus senza cure e vaccini. La nostra presunzione di invulnerabilità, l’idea che ormai si possa morire solo per un fallimento della medicina, ne è uscita a pezzi. Ora sappiamo, e vogliamo essere curati meglio, chiediamo ospedali e ambulatori più efficienti, con più dottori e meno politica. Diteci quanto costa e non badate a spese.

Sappiamo stare in fila. Mai visto niente del genere. Non è chiaro perché servizi essenziali come banche, poste e uffici pubblici funzionino ancora con il razionamento, ma lo accettiamo e stiamo in fila. È un patrimonio su cui costruire. Il rispetto delle regole è stato sorprendente per un popolo di solito così individualista. Vuol dire che c’è un capitale di responsabilità, di senso del dovere, consapevolezza che la libertà di ciascuno deve coesistere con quella di tutti gli altri.

Non che abbiamo imparato chissà che, né che la banda sia diventata così larga. Ma abbiamo capito qualcosa da cui difficilmente torneremo indietro: si possono fare tante cose, perfino una visita medica, senza spostarsi fisicamente. Senza prendere la macchina, salire su un aereo, viaggiare per ore, aspettare un bus, arrivare in ritardo. È una cosa buona. Ci saranno grandi risparmi per le aziende, meno pressione sull’ambiente e più flessibilità per tutti, per conciliare tempo di vita e tempo di lavoro. Siano perfino diventati più puntuali: le conference call, chissà perché, cominciano precise, senza il quarto d’ora accademico. Ma è anche una cosa pericolosa. Può trasformarsi in pigrizia, assenteismo, illusione di una vita in infradito. Soprattutto non può sostituire il lavoro in presenza lì dove è indispensabile: la scuola, l’università, i servizi agli anziani, dai quali non si può pretendere un collegamento su Zoom.

Otto milioni di italiani hanno perso un anno di scuola o giù di lì, per quanto encomiabili siano stati gli sforzi di didattica a distanza. C’è chi ha perso di meno e chi di più, perché la «DAD» ha funzionato solo nelle famiglie con un buon livello di istruzione, molti device e un ottimo collegamento in rete. Dunque ha eroso il sistema educativo nazionale e la sua funzione di coesione sociale. Guai a perdere pure l’appuntamento di settembre.

Le bandiere italiane sono comparse numerose ai balconi delle case, manco fossimo ai Mondiali: un modo di tenersi su, «stringiamoci a coorte». Grandi folle si sono radunate per guardare le Frecce Tricolori. Ampi consensi hanno sostenuto la difficile azione del governo. Ma attenzione: gli italiani che hanno investito nel tricolore saranno anche i primi a sentirsene traditi, se ne avranno motivo. Non ce lo possiamo permettere.

(Ps: cento giorni dopo, questo è anche il mio ultimo «Taccuino dal virus». È ora di raccontare il dopo.) Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 15 giugno 2020

L’ODIO A 5 STELLE CHE AVVELENA IL PAESE, di Alessanro Sallusti

Pubblicato il 23 maggio, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Riccardo Ricciardi, oscuro ex consigliere comunale di Massa, presunto esperto di regie teatrali miracolosamente approdato in Parlamento nel 2018 con l’infornata grillina, ieri è spuntato fuori dal nulla che ha caratterizzato la sua vita professionale e politica per attaccare violentemente il modello sanitario della Lombardia, i suoi tanti morti e il suo nuovo ospedale «costruito sprecando soldi pubblici» (essendo ignorante non sa neppure che l’ospedale in questione è stato costruito solo con i soldi di privati).
Da qui ne è nata una rissa verbale e fisica con i deputati lombardi che per poco coinvolge il presidente del Consiglio presente in aula.
Avendo l’acqua alla gola i Cinque Stelle mandano avanti picchiatori e provocatori con la benedizione del presidente della Camera Fico (amico del Ricciardi) e molto probabilmente anche del premier. I grillini non sono avversari politici, sono dei teppisti mantenuti della politica e pure senza scrupoli. Per fortuna è solo questione di tempo, al primo voto due terzi di loro dicono i sondaggi – andrà a casa a fare i conti con la disoccupazione dalla quale vengono. Tra questi sicuramente ci sarà il Ricciardi, ma anche i loro compagni di scuola (solo quelli di Di Maio sono cinque) i parenti e gli amici piazzati ben pagati in ogni dove, e questo sì è puro sperpero di denaro pubblico.
Sarà una liberazione, perché noi ci teniamo ben stretto il modello Lombardia e lasciamo ai grillini il modello Roma-Raggi (degrado e inefficienza da Terzo mondo), quello Bonafede-giustizia (quattrocento mafiosi scarcerati), quello Di Maio-reddito di cittadinanza (soldi nostri a mafiosi, pregiudicati e lavoratori in nero) e quello Conte-Coronavirus (milioni di italiani economicamente abbandonati).
Temo che il provocatore Ricciardi sia solo l’antipasto di ciò che ci verrà quotidianamente servito nei prossimi mesi, quando sarà chiaro a tutti che il governo non ha risolto neppure un problema. Fomentare odi e picchiare sugli avversari per depistare l’opinione pubblica diventerà lo sport preferito di chi vede avvicinarsi la fine della sua ricca avventura politica. Non ci faremo intimidire ma è ovvio che non ci aspettano bei tempi.Il Giornale, 23 maggio 2020

C’ERA UNA VOLTA UN MINISTRO, ARALDO DI CROLLALANZA

Pubblicato il 21 maggio, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

A Bari la Fondazione Tatarella ha ricordato Araldo di Crollalanza nell’anniversario della sua nascita, col suo biografo Domenico Crocco. Quando ero ragazzo, in Puglia e non solo, non c’era persona, di qualunque estrazione sociale e politica, che non si togliesse il cappello al nome di don Araldo. Oggi temo che tocchi spiegare chi era Araldo di Crollalanza e poi vi dirò perché lo faccio. Dunque, partiamo dalla fine. Crollalanza è l’unico ministro fascista, podestà e poi senatore missino a cui Bari, col voto unanime di destra e sinistra, il sostegno dell’Istituto Gramsci e del suo direttore Beppe Vacca, dedicò un busto nel 2001.
Crollalanza è stato il Ministro dei Lavori pubblici più fattivo della storia d’Italia. Nato a Bari da famiglia valtellinese, combattente nella Grande Guerra, giornalista, fascista della prim’ora, dai tempi dei Fasci d’azione rivoluzionaria del 1915 e poi in Piazza San Sepolcro nel 1919, in giovane età vedovo con sei figli, Crollalanza va ricordato per le grandi opere pubbliche che realizzò, la ricostruzione rapida ed efficace dopo il terremoto che lacerò il cuore del sud nel 1930; la bonifica dell’agro pontino e la malaria debellata, il rilancio dell’agricoltura a partire dal Tavoliere, la trasformazione di Bari con la nascita della Fiera del Levante, dell’Università di Bari, lo Stadio, il Lungomare coi suoi imponenti edifici pubblici, il Policlinico, il grande porto. E poi ancora la direttissima Firenze-Bologna, l’istituzione dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo delle città di fondazione, come Littoria, Aprilia e Pomezia, acquedotti, strade e ponti che ancora resistono, e molte altre cose.
È memorabile quel che fece da Ministro dopo il terremoto in Irpinia e nel Vulture, novant’anni fa. C’erano stati 4mila morti e decine di migliaia senzatetto. Crollalanza si accampò nelle zone terremotate e vi restò fino al compimento dell’opera, nell’arco di tre mesi; rifiutò soluzioni d’emergenza o tendopoli e in poco tempo ricostruì diecimila case definitive, in muratura. Restituì alla fine quel che era riuscito a risparmiare nella ricostruzione… Ebbe l’encomio delle Nazioni Unite e non ci fu l’ombra di nessun Irpiniagate come poi nel terremoto irpino di cinquant’anni dopo e nei i seguenti. Poi passò a presiedere l’opera nazionale combattenti.
Pur provenendo dal fascismo social-rivoluzionario e mazziniano, Crollalanza rappresentava l’ala pragmatica del regime, amava la concretezza delle realizzazioni, con vero senso dello stato e amore del popolo, ripudiando ogni violenza e fanatismo ma anche ogni vetrina. Pragmatico ma non cinico, di alta dirittura morale; anche nello scegliere collaboratori e dirigenti puntò ai più bravi, anche non fascisti.
Diffidente verso Hitler e la Germania nazista, Crollalanza aderì alla Rsi ma non accettò alcun ministero. Nel dopoguerra fu arrestato ma ogni accusa nei suoi confronti decadde, il ministro dell’interno Romita parlò in suo favore e la commissione d’epurazione non trovò addebiti, né illeciti arricchimenti; Crollalanza non possedeva una casa, terreni né conti in banca. Fu scarcerato e assolto, e riprese dalla gavetta, come giornalista. Aderì sin dalla fondazione al Msi, di cui fu senatore rieletto per ben sette volte consecutive. A Bari per anni si praticò il voto disgiunto: alla Camera la gente votava il partito ideologico o clientelare – la Dc, il Psi o il Pci – ma al Senato votavano per don Araldo. I suoi voti arrivavano a quadruplicare quelli raccolti dal suo partito. Si ricorda solo un episodio sgradevole al Senato: nel 1979, nella seduta d’apertura del Senato toccava presiedere al più anziano ma era Crollalanza. Pur di impedire che un ex fascista anche solo per un giorno presiedesse Palazzo Madama, trasportarono quasi moribondo il più vecchio Pietro Nenni, che di lì a poco morì. Quasi a riparare quel torto, due anni dopo Fanfani conferì a don Araldo la medaglia d’oro del senato per i suoi 90 anni. A proposito di Nenni, Crollalanza una volta raccontò a Beppe Niccolai che l’ultima volta che vide Mussolini sul Garda gli chiese cosa avrebbero dovuto fare dopo la guerra; e Mussolini gli suggerì di guardare al suo ex-compagno Nenni…
Francesco Compagna, anch’egli ministro dei Lavori pubblici, lo indicò come campione di onestà e competenza. Una volta intervistai don Araldo, parlava con un’inflessione barese acuta, come il prof. Aristogitone di Renzo Arbore e si rivolgeva a me chiamandomi “giovanotto”.
Alla sua morte, nel 1986, Indro Montanelli elogiò la sua cristallina onestà ed efficacia, ricordò le numerose sue opere, aggiungendo: “Crollalanza non fece mai mostra di sé, mai partecipò a spedizione punitive, mai si fece un partito o una clientela personale, mai brigò per carriere politiche. Di lui si parlava pochissimo. Non apparteneva alla Nomenclatura del regime e non fece mai nulla per entrarci”. Poi a Montanelli sfuggì un clamoroso lapsus: “Una volta Di Vittorio mi disse: «Senza Crollalanza io non esisterei perché i miei genitori non avrebbero nemmeno avuto la forza di procrearmi». Impossibile confessione, perché Peppino Di Vittorio era coetaneo di Crollalanza, classe 1892, ambedue interventisti e combattenti nella Prima guerra mondiale. E l’opera di Crollalanza nel Tavoliere è a cavallo degli anni Trenta. Svista o testo alterato nella versione digitale? Vero è che il leader sindacale comunista e l’ex ministro fascista continuarono a stimarsi a distanza.
Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché Crollalanza fu l’esempio di una persona seria, onesta e competente al governo, che fronteggiò l’emergenza e realizzò molto apparendo poco. Non fu una banderuola, non cambiò mai casacca e non si sporcò mai di odio o intolleranza. E Crollalanza era pugliese, come Conte, Casalino e il ministro Boccia… Marcello Veneziani, La Verità del 19 maggio 2020