CRAXI, NO ALLA MEMORIA DISTORTA, di Pierluigi Battista

Pubblicato il 9 gennaio, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Un film di un grande del cinema italiano, Hammamet di Gianni Amelio, e il ventesimo anniversario, che sarà celebrato proprio ad Hammamet, della morte del leader del Partito socialista possono finalmente mettere fine alla leggenda nera che ancora oggi circonda la vicenda storica, politica e umana di Bettino Craxi. Per smettere di appiattirla e svilirla come mera vicenda giudiziaria, addirittura come fatto criminale: una losca storia di guardie e ladri, la demonizzazione di una memoria che distorce ciò che il craxismo è stato nelle vicissitudini della sinistra italiana di cui Craxi, invece messo al bando simbolicamente come se fosse un Al Capone travestito da leader politico, ha avuto per quasi vent’anni un ruolo centrale.
Non sarà certo solo un film, sia pure girato con la consueta maestria da Amelio e interpretato dal bravissimo Pierfrancesco Favino, a ricostruire i tratti di una storia ancora dannata nel discorso pubblico del nostro Paese. Ma abbiamo finalmente l’occasione per rileggere il fenomeno craxiano nei suoi aspetti innovativi e anche in quelli, controversi, che hanno alimentato attorno alla figura del leader socialista tante ostilità, destinate ad accendere il furore che nella stagione di Mani pulite ha tragicamente accompagnato il tonfo politico e umano di Bettino Craxi, fino agli ultimi giorni di Hammamet.
Cominciamo dalle parole. Apparirà strano a chi non ha vissuto quell’epoca nemmeno tanto lontana, ma per esempio «riformista», nella sinistra maggioritaria in un’Italia già immersa nella modernità, era quasi una parolaccia, e infatti solo i socialisti di Craxi la usavano con convinzione e senza riserve mentali.
Certo, anche «rivoluzionario» non era più espressione frequentata nel Pci, e tuttavia l’evoluzione culturale non poteva ancora avere una sua compiuta ratifica lessicale. «Riformista» era uno strappo troppo profondo, un passaggio troppo brusco. Si preferiva piuttosto «riformatore», termine più pudibondo e meno ideologicamente compromettente, e se negli anni Settanta si volevano le riforme e non più la rivoluzione, se i comunisti governavano intere Regioni e molte città e assorbivano nel loro orizzonte politico la concretezza del mondo sindacale, occorreva però aggiungere, quasi liturgicamente per allontanare la tentazione della diluizione ideologica e dello scolorimento identitario, che fossero «di struttura»: «riforme di struttura», così si allontanava almeno nel frasario lo spettro del pericoloso riformismo. Dimenticando, però, che poi riformismo non è soltanto un metodo, una strada più lenta e meno violenta per raggiungere il medesimo obiettivo, come se la differenza tra salto rivoluzionario e riformismo fosse principalmente una questione di velocità, ma proprio un altro obiettivo: la correzione «riformista» del capitalismo e del mercato a favore dell’eguaglianza, e non già l’uscita (la «fuoriuscita», si usava dire con formula che appariva chissà perché più elegante) dal capitalismo a favore di un’economia pianificata dove il mercato sia umiliato e persino abolito. Anche «socialdemocratico», del resto, risultava al tempo termine indigesto, quasi un insulto. Nella casa craxiana invece no, perché nell’Internazionale socialista che raccoglieva le forze riformiste in Europa, la socialdemocrazia era un orizzonte condiviso, almeno dal Congresso della Spd tedesca a Bad Godesberg, che sancì nel 1959 l’abbandono del marxismo.
Craxi impose a una sinistra italiana ancora riluttante e malmostosa la sfida della cultura riformista che era orgogliosa di definirsi tale. Il Psi, che stava per estinguersi e che nelle elezioni politiche del 1976 aveva raggiunto il minimo storico, invece non era infiammato da questo orgoglio, a parte la sensibilità dell’autonomismo di Pietro Nenni, sul cui terreno il craxismo era cresciuto. Ma fu Craxi ad aprire quello che Luciano Cafagna, uno studioso acuto del mondo riformista (cresciuto con Antonio Giolitti assieme a Giuliano Amato) e la cui grandezza stenta anche oggi ad essere riconosciuta come dovrebbe se non incombesse l’ombra di una sciocca damnatio memoriae antisocialista, avrebbe definito «duello a sinistra». Ed era la forza e anche la baldanza di chi aveva scatenato questo «duello» ad alimentare attorno alla figura di Bettino Craxi un’atmosfera di ostilità, se non di demonizzazione ideologica.
Un Psi subalterno, culturalmente arrendevole, politicamente gregario, tendenzialmente frontista, era un interlocutore accettabile per un partito di massa, tre volte più grande, egemone nel mondo della cultura, fortemente radicato nel senso comune di sinistra come il Pci. Ma Craxi era tutto il contrario, ed era un «contrario» aggressivo, fortemente fiero della propria autonomia e diversità.
Cominciò presto a diffondersi nel Pci ancora «eurocomunista» la leggenda nera di un Craxi colpevole di aver sottoposto la nobile tradizione del socialismo italiano a una snaturante «mutazione genetica». Nell’immaginario della sinistra vicina al Pci, l’hotel Raphael, dove Craxi aveva posto il suo quartier generale, stava diventando quasi il covo del nemico (che poi si vorrà espugnare a suon di monetine e con le forme di un linciaggio simbolico nel momento più incandescente di Tangentopoli, anche a costo di mescolarsi davanti all’albergo-covo con leghisti e fascisti). Nelle feste dell’«Unità» si esibiva come forma iconica di avversione assoluta per il rivale del Psi «la trippa alla Bettino»: un fossato psicologico tra due partiti che sembravano ripiombati nello stesso clima scissionista del 1921, quando a Livorno si consumò, proprio alla vigilia del fascismo, la rottura leninista con il partito di Filippo Turati.
Del resto Craxi non perdeva occasione per marcare la differenza rispetto al Pci e al clima del compromesso storico che rischiava di schiacciare tutte le forze intermedie. Nei giorni del rapimento Moro (16 marzo-9 maggio 1978) occupò lo spazio di una posizione favorevole alla trattativa per la liberazione del leader democristiano, privilegiando la difesa della persona sul culto statolatrico della politica, attirando su di sé l’ira dello schieramento della «fermezza». Non ebbe esitazione, malgrado le ambigue piazze pacifiste del «meglio rossi che morti», a pronunciarsi per l’installazione dei Pershing e dei Cruise nella base di Comiso (fortemente voluta e promossa, è il caso di ricordare, dal cancelliere socialdemocratico tedesco di allora, Helmut Schmidt) come risposta all’offensiva sovietica dei missili SS-20. Volle cancellare dal simbolo l’icona dal sapore bolscevico della falce e martello in favore di un garofano come contrassegno di una sinistra liberale, e persino «anticomunista», termine tabù almeno fino al crollo del muro di Berlino. E qualche anno dopo aprì un contenzioso sulla sterilizzazione della scala mobile, come misura anti-inflazionistica in un’Italia massacrata da un’inflazione mostruosa, destinato a provocare una frattura radicale con la maggioranza della Cgil.
Craxi era duro, determinato, amato dai suoi seguaci ma circondato da un’antipatia invincibile da parte dei suoi detrattori. In un congresso socialista a Verona, non esitò, violazione plateale del bon ton politico, ad assecondare i fischi verso l’ospite Enrico Berlinguer. Era caratterialmente sbrigativo, con un’ombra di arroganza che secondo i suoi avversari non poteva che riflettersi negativamente sulla natura della sua stessa leadership politica.
La sua predicazione a favore del cosiddetto «decisionismo», di una democrazia capace di decidere, emancipandosi dalle pastoie della lentezza consociativa e della paralisi istituzionale, che oggi appare quasi un’ovvietà, venne perciò liquidata come una velleità autoritaria e Craxi prese ad essere raffigurato con indosso gli stivali mussoliniani. La «grande riforma» craxiana fu vista e vissuta addirittura come un pericolo per la democrazia e non come un’opportunità per la sua rigenerazione. Qualche lustro più in là, con la Prima Repubblica in soffitta e Craxi confinato ad Hammamet, i contenuti della riforma craxiana entreranno nel cuore del dibattito politico, ma nessuno volle chiedere scusa a chi era stato bollato come «fascista» per avere proposto un disegno istituzionale troppo in anticipo sui tempi.
Ma il paradosso principale è che proprio in quegli anni venne da parte socialista, anche grazie al riconoscimento di una sensibilità comune con i radicali di Marco Pannella, un risveglio nella difesa garantista dello Stato di diritto (alimentata dallo sfregio che si consumò con la persecuzione di Enzo Tortora) e nella battaglia a favore dei diritti civili. Un’attenzione liberale e libertaria e liberal-socialista (si parlò molto allora, specialmente con Enzo Bettiza, di un polo cosiddetto Lib-Lab), poco frequentata nella sinistra italiana e non solo italiana, e che peraltro è stata alla base della martellante polemica socialista e craxiana sulla natura irrimediabilmente autoritaria e liberticida dei regimi comunisti.
Oggi sembra quasi lunare che si dovesse polemizzare sul totalitarismo comunista con chi non aveva spezzato in via definitiva tutti i legami con il mondo circondato dai reticolati del Muro di Berlino, ma ancora nel cuore degli anni Settanta Carlo Ripa di Meana, molto vicino al nuovo corso craxiano, venne fatto bersaglio di attacchi furibondi dai maggiorenti della cultura comunista per avere organizzato a Venezia una Biennale del dissenso che pure godeva del sostegno di Andrej Sacharov, perseguitato dal regime sovietico. La guerra contro la cosiddetta «propaganda anticomunista» era ancora in piena attività e solo tre anni prima da parte degli intellettuali del Pci Aleksandr Solženitsyn era stato accusato di avere «esagerato» con la sua denuncia del Gulag.
Poi naturalmente la nostalgia gioca brutti scherzi, e si ricostruisce il passato depurandolo delle sue brutture. Come è una bruttura la condanna all’oblio che pesa ancora sulla figura di Craxi, svilita a caso giudiziario, cancellando un pezzo di storia italiana e un pezzo importante della storia della sinistra.
Quando Massimo D’Alema entrò a Palazzo Chigi, qualcuno ebbe per esempio l’ardire di sostenere che si trattasse del primo uomo di sinistra a diventare premier. Era un errore, una gaffe storica, se non una menzogna deliberata, molto simile a quella diffusa da chi qualche anno prima aveva insinuato che il leader del Psi avesse addirittura depredato la fontana milanese davanti al Castello, trasportandola nottetempo ad Hammamet: una orribile fake news che nessuno ebbe il desiderio di contrastare nel furore della «caccia al Cinghialone». A precedere D’Alema a Palazzo Chigi era infatti stato proprio Bettino Craxi, leader di una sinistra riformista, liberale, moderna, ma senza soggezione nei confronti del potere incontrollato del mercato e del salotto buono dell’economia, che infatti lo ripagò con l’ostilità e addirittura con forme nemmeno velate di diffidenza antropologica.
Se questa clamorosa dimenticanza non verrà sanata, ancora una volta non saremo stati capaci di fare i conti con noi stessi e di raccontare una storia completamente diversa dalla demonologia di comodo che ha dominato la memoria collettiva in questi ultimi vent’anni sulla stagione craxiana. Non per fare l’agiografia di Craxi, che commise molti e imperdonabili errori, ma per ristabilire un minimo di verità storica. Ben vengano un film e un anniversario per ricominciare a capire quello che è accaduto. Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera, 9 gennaio 2020

…..A 20 anni dalla morte di Bettino Craxi un film in uscita sugli schermi italiani ricostruisce la  storia e la parabola della sua vita, finita a Tunisi dove si era rifugiato per sfuggire a magistrati  che ne impedirono il rientro in Italia perchè potesse curarsi. La storia  ha già giudicato quei giudici  consegnandoli all’oblio mentre  a Craxi il film di Amelio  restituisce   il ruolo di grande protagonista del riformismo anticomunista insieme a quello di uomo di governo coraggioso e capace di scelte coraggiose, dalla vicenda di Sigonella allo sdoganamento della destra missina pur nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità. g.

CASA BIANCA SOTTO ASSEDIO, LA FORZA NASCOSTA DI TRUMP, di Massimo Gaggi

Pubblicato il 7 dicembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

I suoi colleghi, leader di altri Paesi della Nato, ridono di lui come i ragazzi più scaltri della classe che prendono in giro il secchione, magari dopo aver copiato il suo compito di matematica. Intanto dalla Corea il dittatore Kim Jong-un, di nuovo degradato da Donald Trump a rocket man, gli dà del vecchio rimbambito, usando un vocabolo arcaico e sofisticato, dotard, del quale pochi, in America, conoscono il significato. E, tornato a Washington dal vertice di Londra, il presidente precipita di nuovo nell’incubo dell’impeachment che cercherà di esorcizzare montando un ring da pugilato in mezzo all’aula del Senato trasformata in tribunale. La speaker della Camera Nancy Pelosi, che Trump vorrebbe come teste al processo insieme ad altri leader democratici «per dimostrare la corruzione della palude che io sto cercando di bonificare», ne è consapevole e, per tenere la questione istituzionale della messa in stato d’accusa per l’«affare Ucraina» separata dalla battaglia politica per la rielezione, è arrivata a replicare a un giornalista che l’accusava di odiare Trump: «Non odio nessuno e prego per lui». La Casa Bianca è sotto assedio, ma il leader non l’abbandonerà in elicottero come fece Nixon ai tempi del Watergate. Tenterà, invece, di avvolgere il processo nella polvere di un’enorme zuffa politica: per depotenziarlo, per garantirsi la fedeltà dei senatori repubblicani, la giuria, ma anche per galvanizzare i suoi fan.

La democrazia americana vive il suo momento più drammatico. Gran parte dell’opinione pubblica, compresi molti elettori del presidente e molti parlamentari del suo partito, sanno che gli argomenti giuridici del Kievgate non sono meno solidi di quelli del Watergate che costò la presidenza a un altro repubblicano. La smoking gun, la prova madre costituita negli anni Settanta dai nastri dei colloqui di Nixon nello Studio Ovale, stavolta l’ha fornita lo stesso Trump pubblicando, contro il parere di consiglieri e avvocati, i contenuti della telefonata col presidente ucraino Zelensky.
Ma i tempi sono cambiati: anni di radicalizzazione dello scontro politico e l’ulteriore imbarbarimento poi prodotto dall’effetto Trump, hanno eroso le istituzioni democratiche, il bilanciamento costituzionale dei poteri e la stessa sensibilità dei cittadini per una considerazione oggettiva dei fatti. Basta vedere quanto è elevato il numero di americani che giudicano il processo di gennaio irrilevante rispetto al giudizio – favorevole o contrario a Trump – che hanno già maturato. Certo, anche se è deciso a battersi fino in fondo mettendo in giro fotomontaggi che lo ritraggono come un campione mondiale di boxe e se i capi della sua campagna stanno addirittura cercando di trasformare l’impeachment nel turbocompressore della sua macchina elettorale, Trump è oggi un leader che si sente umiliato, oltre che assediato. Nei suoi sogni voleva regnare su un mondo sottomesso. Voleva essere il leader rispettato e temuto di un’America capace di far valere la sua forza.
Le cose non sono andate come desiderava e di certo non voleva passare alla storia per l’impeachment. Ma lui è anche un combattente, spregiudicato e pragmatico: quando ha capito che non poteva evitare quella deriva ha deciso di cavalcarla. Usando, in un assedio che comunque lo mette in grave difficoltà, tre armi: un linguaggio di brutale diffuso con strumenti molto efficaci; il fattore paura col quale mantiene il controllo dei parlamentari repubblicani; i numeri dei risultati economici e della forza commerciale degli Stati Uniti che usa a piene mani per minacciare e per vantare successi. Trudeau lo prende in giro? E’ arrabbiato perché Trump vuole che il Canada spenda almeno il 2 per cento del Pil per la difesa. Macron lo contesta? Abbasserà le penne quando dovrà pagare un dazio del 100 per cento sull’export francese di beni di lusso verso gli Usa. E poi l’economia che cresce, la Borsa che va ancora bene, l’impennata dei posti di lavoro a novembre, la disoccupazione ai minimi da 50 anni (3,5 per cento). Numeri con un valore relativo, come sappiamo, visto che non tengono conto dei tanti esclusi strutturali dal mercato del lavoro come gli ex detenuti o chi, semplicemente, smette di cercare non riuscendo a trovare nulla. Ma si prestano a un efficace uso politico.
In America un’economia che cresce è da sempre una polizza assicurativa per la rielezione. E il fronte democratico per ora non esprime un candidato forte. Inoltre i numeri che Trump scaglia contro la Cina e i Paesi europei minacciati (Italia compresa) di nuovi dazi, indeboliscono l’Occidente e rendono il mondo sempre più ingovernabile, ma pagano in termini di voti: anche se i nuovi balzelli stanno danneggiando anche gli Usa, la maggioranza degli americani è convinta che la Cina vada in qualche modo frenata e che l’Europa si sia approfittata troppo della generosità di Washington. Trump assediato, furioso, ma alla fine assolto e rieletto: è ancora lo scenario più probabile, anche se una riscossa democratica è sempre possibile. Così come non si può escludere del tutto una rivolta improvvisa dei senatori repubblicani che oggi giurano fedeltà, ma di certo non amano un presidente che ha spazzato via lo storico Dna del Grand Old Party, imponendo il suo. Improbabile: dopo, nei loro collegi, dovrebbero affrontare la furia dei seguaci di Trump. Massimo GAGGI, Il Corriere della Sera, 7 dicembre 2019

Le «sardine» e il limite dell’unione per il «tifo contro», di Antonio Polito

Pubblicato il 20 novembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Il «tifo contro» è molto diffuso negli stadi italiani, ma anche unanimemente considerato una forma non particolarmente civile di partecipazione sportiva. Invece il «tifo contro» in politica è stato da tempo sdoganato come una manifestazione di resistenza legittima al nemico di turno. Le «sardine» sono per questo l’ennesimo fatto nuovo della politica italiana, giovani non inquadrati in partiti politici (ma ormai i partiti politici sempre più raramente sono in grado di inquadrare chicchessia), spinti dalla loro fede democratica a farsi sentire ovunque si faccia sentire Salvini. Non c’è dubbio che una forma così pacifica e anche così allegra di partecipazione politica sia la benvenuta, in mezzo a tanta indifferenza, astensionismo e noia. A Bologna per esempio è servita a far sentire meno soli quei tanti (o almeno non pochi) cui Salvini non piace, e a convincerli che la partita del consenso non è persa. Ha galvanizzato i resistenti. Ma può anche servire a spostare davvero consensi, allontanandoli da Salvini? Di questo è lecito dubitare.
Anche contro Berlusconi si tentò una analoga mobilitazione; che, per essere «spontanea», ha sempre bisogno di presumere l’esistenza di una emergenza democratica. Ma molti girotondi e altrettante «Bella ciao» non si tradussero in un calo di voti per il Cavaliere. Anzi. Ogni era ha un leader politico marcato a uomo, di cui si contrastano le piazze oltre che le idee. Ma questa tattica rischia di dare alla maggioranza silenziosa degli elettori l’idea che non gli si riconosca piena legittimità. E questo — di solito — non piace; può anzi avere l’effetto opposto di favorirne il vittimismo e di amplificarne il messaggio. Il problema di questi movimenti, che ciclicamente sembrano innovare la politica italiana, è sempre lo stesso: grande capacità di mobilitarsi (e di unirsi) contro, scarsa o nessuna capacità di mobilitarsi (e unirsi) per un programma politico o a difesa di una esperienza di governo. D’altra parte è comprensibile: se oggi si volesse organizzare una manifestazione di sostegno all’azione di Partito democratico e Cinquestelle nel Conte 2, su che cosa ci si potrebbe concentrare? Più facile per tutti, dunque fare l’opposizione a Salvini. Anche quando l’opposizione è lui. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 20 novembre 2019

FUGA DEI VOTI: CHIEDETEVI IL PERCHE’, di Pierluigi Battista

Pubblicato il 18 novembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Va bene, se proprio vogliamo farci del male, riprendiamo ancora una volta l’appassionante discussione sui sistemi elettorali, cerchiamo la formula magica che non troviamo da qualche decennio. Ma se invece di proporzionali variamente corretti, di maggioritari con o senza scorporo, di uninominali e secondi turni alla francese o all’australiana, provassimo a parlare del semplice, elementare, quasi banale problema che sta alla base della coazione a formare governi di coalizione in tutta Europa tra forze diverse e antagoniste? Nell’Europa postbellica i partiti che hanno dato vita all’alternanza democratica, i pilastri di un sistema che è durato bene o male decenni, banalmente prendono la metà dei voti che prendevano prima, mancano di una maggioranza perché la maggioranza degli elettori ha disertato, è andata altrove in modo strutturale e non congiunturale, permanente e non episodico. Per quanto geniale sia il sistema elettorale che dovrebbe garantire una maggioranza, la maggioranza non c’è più nei numeri ed è sempre più ridotta al rango di minoranza tra le minoranze, per cui la maggioranza si può ottenere solo sommando (le grandi coalizioni) le diverse minoranze.
È un’epoca storica che si è chiusa e i numeri mancanti ne sono la sanzione finale. Nella democrazia postfranchista in Spagna i due partiti-cardine, i socialisti e i popolari, oramai non raggiungono insieme il 50% dei consensi. In Francia i socialisti a sinistra e i repubblicani a destra sono spariti sotto i colpi del macronismo e del lepenismo. In Germania la somma dei cristiano-democratici e dei socialdemocratici si riduce sempre più (oramai siamo quasi a poco più del 40%, contro il 70 di pochi anni fa). In Gran Bretagna solo la forza micidiale del bipartitismo di Westminster impedisce la frammentazione che peraltro si manifesta impetuosa appena le maglie si allentano, come nelle elezioni europee. In Italia i due partiti (Pdl e Pd) che soltanto 11 anni fa, 2008, erano i cardini del sistema bipolare dell’alternanza democratica facevano insieme circa il 70% dei voti popolari, oggi raggiungono una cifra infinitamente inferiore. Invece di inventarsi sistemi elettorali, i partiti farebbero bene a interrogarsi sulla fuga dei voti, che però interpretano sempre come il decreto di un destino cinico e baro. Proporzionale o maggioritario. Pierluigi Battista,  Il Corriere della Sera, 18 novembre 2019

UN PAESE PARALIZZATO CHE NON SA DECIDERE, di Antonio Polito

Pubblicato il 17 novembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Chi decide? Chi spinge il metaforico pulsante? Chi appone la fatidica firma? In un’Italia in cui tutti si dichiarano ansiosi di metterci la faccia, il decisore pubblico è in realtà paralizzato da molti anni. La paura delle Procure e della Corte dei Conti spinge chiunque abbia il potere di agire a soprassedere, a temporeggiare, ad aspettare che firmi un altro, a chiedere un «parere» che lo metta al riparo, in modo che la sua responsabilità si diluisca in quelle di altri dieci, per evitare di doverne rispondere un domani.
Immaginatevi la scena a Venezia, i due commissari del Mose nella notte del disastro, chiamati a decidere se «testare» il sistema, mai prima collaudato, e vedere se funziona. L’ha raccontata Francesco Battistini sul Corriere e dice tutto del problema che abbiamo: nel dubbio, hanno preferito non rischiare. Poi magari non sarebbe servito a niente, magari avrebbe pure peggiorato le cose: nessuno sa se e come funzionerà il complesso di dighe mobili che dovrebbero proteggere Venezia dall’acqua alta. Ma di certo sappiamo che quella responsabilità i due commissari non se la sono presa. E, francamente, chi l’avrebbe fatto al posto loro?
La colpa della paralisi totale della pubblica amministrazione, che è molto ben visibile nello stallo delle opere pubbliche di ogni genere, non è infatti dei singoli funzionari. La colpa è del legislatore. Nel corso degli anni il Parlamento ha costruito una trama inestricabile di norme, spesso demagogiche, sull’onda della pressione dell’opinione pubblica. Una montagna di leggi-manifesto che ha avuto un duplice effetto: accrescere quella discrezionalità dei dirigenti che puntava invece a limitare, consentendo loro di scegliere come in un cesto di frutta la norma che preferiscono, o di non sceglierla affatto e aspettare; e d’altra parte allargare il ventaglio di presunte irregolarità e omissioni su cui la giurisdizione penale e amministrativa può indagare. Il risultato è la fuga dalla responsabilità: chi avrebbe il potere di agire, evita. Il presidente dell’Aran ha detto l’altro giorno in un convegno che le sole norme per la trasparenza e l’anticorruzione impegnano il 30% del lavoro della pubblica amministrazione. Ne deriva una burocrazia addestrata all’adempimento, non all’azione, la cui principale preoccupazione è appunto adempiere ai mille atti e procedure previste, il cui mancato rispetto potrebbe un giorno condannarla, se le cose vanno male. La burocrazia in Italia è fatta dalle leggi, non dagli uomini, è un pachiderma perché si porta sulla groppa un castello di norme. E i politici non la smettono. Ogni nuovo governo, ogni nuovo partito, presenta una nuova «riforma», per farsi bello con l’elettorato, abbastanza incurante dell’effetto concreto, che dipende da regolamenti attuativi destinati di solito a non vedere mai la luce.
A tutto questo si aggiunge la confusione dei poteri che il bricolage politico-parlamentare ha creato in questi anni. Il pubblico decisore opera in un Paese per metà federalista e per metà centralista. Il pendolo oscilla di qua e di là col mutare delle ere politiche, in un continuo scambio di ruoli. Su ogni singola decisione incidono così una miriade di enti, comuni, province, regioni, provveditorati, prefetture, sovrintendenze. Per mostrare i muscoli hanno abrogato le province, solo che hanno dimenticato di abrogarne le funzioni. Così ci sono lo stesso, ma senza più fondi e senza più amministratori che ne rispondano agli elettori. Nell’anniversario della caduta del Muro di Berlino sono stato invitato in un liceo romano a parlarne ai ragazzi, splendida iniziativa. Nell’aula magna però pioveva: per l’occasione al posto del secchio avevano messo una pianta a raccogliere l’acqua. Riparare toccherebbe alla provincia, ma da quando non ci sono più gli assessori la preside può chiamare solo un funzionario, che naturalmente aspetta di essere autorizzato alla spesa.
La paralisi è tale che per evitare la matassa delle norme annodata dal legislatore si finisce con il dover concedere poteri speciali per eluderle. La disgraziata storia del Consorzio Venezia Nuova, nato proprio per fare il Mose, dimostra che il rimedio può essere molto peggiore del male. L’impotenza dello Stato è certificata dalla flebile reazione alla drammatica emergenza di Venezia. Un super commissario al posto dei due commissari. La convocazione di un «Comitatone interministeriale per la salvaguardia di Venezia». E la previsione del premier Conte che il Mose si completerà «verosimilmente nel 2021». Questo è tutto. Più di così, onestamente, non si può annunciare. Viene il dubbio che lo Stato stesso abbia smesso di credere alla sua forza.
Quando i socialisti andarono per la prima volta al governo, nel secolo scorso, pensavano di poter finalmente entrare nella «stanza dei bottoni». Poi Pietro Nenni ci entrò e scoprì che non c’erano i bottoni. Oggi, mezzo secolo dopo, non c’è neanche più la stanza. È questo il nostro problema: la scomparsa della decisione..Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 17 novembre 2019

PERCHE’ LA DESTRA E’ COSI’ FORTE IN EUROPA, di Ernesto gALLI DELLA lOGGIA

Pubblicato il 16 novembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Dalla Spagna alla Polonia, dalla Svezia alla Germnaia, la destra antiliberale antiliberale è in ascesa dappertutto in Europa. Miete successi elettorali che mettono sempre più in difficoltà i partiti di centro, partecipa al governo di regioni e Stati del continente, i suoi temi tendono a dominare la discussione pubblica e, come accaduto l’altro giorno a Varsavia, è in grado d’inscenare manifestazioni di piazza che raccolgono folle imponenti. Ma non si tratta di un ritorno del fascismo. Del fascismo novecentesco, infatti, mancano alla destra antiliberale di oggi due tratti essenziali — l’organizzazione paramilitare e l’impiego della violenza contro gli avversari politici — senza i quali il fascismo stesso non sarebbe mai giunto al potere negli anni ’20-‘30 del secolo corso. Infatti, anche laddove come nella Germania di Weimar la sua conquista del potere ebbe come premessa una serie di notevoli successi elettorali, tali successi, però, furono consentiti per una parte decisiva da un attacco fisico, spesso a mano armata, portato preliminarmente contro comizi, partiti, associazioni, giornali, sindacati avversari. Nulla di tutto ciò accade oggi. Oggi la destra antiliberale gioca le sue fortune sul terreno elettorale, e la violenza, quando c’è, è opera di gruppuscoli tutto sommato insignificanti. Oggi l’obiettivo non è quello di intimidire e ridurre al silenzio gli avversari, è quello di vincere democraticamente le elezioni. Il che è possibile grazie a due fattori nuovi presenti sulla scena europea. Innanzi tutto, per la prima volta dal 1945 è presente nel continente una grande potenza reazionaria che si pone come punto di riferimento per tutta la destra antiliberale. È la Russia di Putin, la quale non nasconde i propri disegni egemonici a spese del resto d’Europa e che è verosimilmente disposta a impiegare a tal fine tutti i potenti strumenti d’influenza di cui dispone, dalla violenza occulta, ai fiumi di denaro, all’hackeraggio elettronico. Con lo scopo, per l’appunto, di indebolire lo schieramento democratico e di affermare il proprio predominio in Europa: in ciò favorita dal contemporaneo ritiro suicida dal continente degli Stati Uniti, che fino a qualche tempo fa costituivano invece il punto di riferimento dello schieramento democratico.
Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera. È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso. Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome.

Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.
È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».
Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 14 novembre 2019

PERCHE’ LA DESTRA E’ COSI’ FORTE IN EUROPA, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 16 novembre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Dalla Spagna alla Polonia, dalla Svezia alla Germania all’Ungheria, la destra antiliberale è in ascesa dappertutto in Europa. Miete successi elettorali che mettono sempre più in difficoltà i partiti di centro, partecipa al governo di regioni e Stati del continente, i suoi temi tendono a dominare la discussione pubblica e, come accaduto l’altro giorno a Varsavia, è in grado d’inscenare manifestazioni di piazza che raccolgono folle imponenti. Ma non si tratta di un ritorno del fascismo. Del fascismo novecentesco, infatti, mancano alla destra antiliberale di oggi due tratti essenziali — l’organizzazione paramilitare e l’impiego della violenza contro gli avversari politici — senza i quali il fascismo stesso non sarebbe mai giunto al potere negli anni ’20-‘30 del secolo corso. Infatti, anche laddove come nella Germania di Weimar la sua conquista del potere ebbe come premessa una serie di notevoli successi elettorali, tali successi, però, furono consentiti per una parte decisiva da un attacco fisico, spesso a mano armata, portato preliminarmente contro comizi, partiti, associazioni, giornali, sindacati avversari. Nulla di tutto ciò accade oggi. Oggi la destra antiliberale gioca le sue fortune sul terreno elettorale, e la violenza, quando c’è, è opera di gruppuscoli tutto sommato insignificanti. Oggi l’obiettivo non è quello di intimidire e ridurre al silenzio gli avversari, è quello di vincere democraticamente le elezioni. Il che è possibile grazie a due fattori nuovi presenti sulla scena europea. Innanzi tutto, per la prima volta dal 1945 è presente nel continente una grande potenza reazionaria che si pone come punto di riferimento per tutta la destra antiliberale. È la Russia di Putin, la quale non nasconde i propri disegni egemonici a spese del resto d’Europa e che è verosimilmente disposta a impiegare a tal fine tutti i potenti strumenti d’influenza di cui dispone, dalla violenza occulta, ai fiumi di denaro, all’hackeraggio elettronico. Con lo scopo, per l’appunto, di indebolire lo schieramento democratico e di affermare il proprio predominio in Europa: in ciò favorita dal contemporaneo ritiro suicida dal continente degli Stati Uniti, che fino a qualche tempo fa costituivano invece il punto di riferimento dello schieramento democratico.
Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera. È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.
Oggi la nazione è invocata come un rifugio dalle novità che sottratte a ogni nostro controllo e contro ogni nostra volontà fioriscono e impazzano nel mondo «là fuori», finendoci poi rovinosamente addosso. Novità economiche, innanzi tutto. Un rifugio quindi principalmente dagli effetti negativi della globalizzazione: dalla chiusura incomprensibile di fabbriche che ancora ieri sembravano andare bene; dal brutale ridimensionamento dell’organico impiegatizio per l’arrivo dei computer; un rifugio dall’improvviso venir meno, deciso in una lontana capitale europea, di quella spesa pubblica che poteva permettere a un Comune di aggiustare una scuola o di assumere qualcuno; una difesa dal passaggio in mani straniere di aziende che erano tutt’uno con i luoghi e ora invece si trovano a dipendere da chi di quei luoghi fino a ieri non conosceva neppure il nome.
Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.
È per l’appunto questa parte della società orientata culturalmente al passato la quale, di fronte alla perdita di presentabilità sociale che colpisce il suo modo di pensare, di fronte alla critica sovente sommaria quando non duramente censoria a cui questo viene sottoposto specie dai media, di fronte alla scomparsa pressoché dovunque del cattolicesimo politico che in qualche modo rappresentava in precedenza i suoi valori, ha cominciato da tempo a vedere nella nazione, nell’ovvia radice antica dell’identità nazionale, un utile scudo protettivo contro una modernità percepita come qualcosa di ostile e distruttivo che giunge da «fuori».
Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 14 novembre 2019

IL SENSO DI UN VOTO, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 29 ottobre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

La Prima Repubblica non è finita il 27 marzo 1994 con la vittoria di Silvio Berlusconi: è finita domenica sera a Perugia. Finisce adesso. Perché solo adesso, solo domenica sera, sembra essersi esaurita ogni possibilità di sopravvivenza e di adattamento di ciò che in un modo o nell’altro apparteneva ancora al passato. Solo adesso c’è una rottura autentica: in fondo il Cavaliere e Forza Italia non appartenevano forse per almeno tre quarti ancora al mondo di ieri? al mondo di Craxi e della Dc? non si costruirono in buona parte politicamente con personale e materiali del periodo precedente? Oggi solo, invece, sembra iniziare qualcosa di realmente nuovo.
È con il voto umbro, infatti, tanto per cominciare che Forza Italia è consegnata alla storia una volta per sempre. È altresì sempre con il voto umbro che sembra definitivamente tramontata ogni possibilità di rivitalizzare quel blocco cattolico-postcomunista, erede della vecchia accoppiata Dc-Pci, il quale era riuscito a tenere il campo da Mani pulite ad oggi e perfino a governare a lungo. Anche tale schieramento appare oggi definitivamente fuori gioco. L’elettorato della sinistra-centro sembra essersi ormai ridotto al solo zoccolo puramente ideologico e/o clientelare, mentre sempre più latita il consenso di un forte elettorato d’opinione. D’altro canto sembra ormai accertata l’inconsistenza di ogni capacità di richiamo politico di segno cattolico-democratico, nonostante l’impegno diretto della Chiesa come è successo in Umbria domenica.
Così pure si è rivelata impossibile la rivitalizzazione del blocco cattolico-postcomunista mediante l’alleanza con i 5 Stelle. Divorati dalle ambizioni personali, paralizzati dall’inesperienza e dall’inconsistenza culturale, i seguaci di Grillo hanno sprecato la loro grande occasione negli anni dal 2013 al 2018. Quando cioè, avendo avuto la fortuna di restare fuori dal governo dopo il loro primo grande successo elettorale, avrebbero potuto – e dovuto – impiegare il tempo prezioso cosi acquistato cominciando a pensare, a studiare, a imparare a leggere e a scrivere. Hanno invece creduto ingenuamente di essere ormai a cavallo, sicuri di aver scoperto gli stivali delle sette leghe che li avrebbero condotti di successo in successo. E invece, alle elezioni del 2018, unicamente grazie al vantaggio di essere rimasti sempre all’opposizione sono riusciti sì a vincere nuovamente e clamorosamente, sono quindi andati sì al governo, ma da quel momento in avanti un vero abisso si è aperto sotto i loro piedi: solo parole in libertà, inettitudine, e il buio del nulla.
La parabola dei 5 Stelle, con la loro repentina ascesa e il precipizio successivo ricorda singolarmente quella dell’Uomo Qualunque nel 1944-46. È un’analogia rivelatrice. Sembra un’ulteriore conferma che in realtà, come dicevo, stiamo vivendo una drammatica fase di rifondazione del nostro sistema politico, un vero e proprio passaggio di fase storica, forse domenica avviato a una conclusione. È tipica di simili transizioni infatti, è tipica della radicale perdita di punti di riferimento che in essa si verifica, la nascita d’improvvise fiammate di protesta, l’erompere di movimenti subitanei destinati presto a spegnersi. Così come è ancora già successo nel corso della nostra vicenda nazionale, proprio come si annuncia oggi, che le transizioni/rifondazioni abbiano sempre comportato un altissimo coefficiente di trasformismo e talora la presenza di un ambizioso non politico autocandidatosi a virtuale demiurgo politico — modello Badoglio insomma ma anche di altri più vicini a noi — in funzione di traghettatore non si sa bene dove ma che poi è costretto a ritirarsi con le pive nel sacco.
Per finire, se non bastasse tutto quanto appena detto e il già ricordato tramonto di Forza Italia nonché del disegno cattolico-postcomunista, c’è un sintomo ulteriore e quanto mai significativo dell’esaurimento del sistema della Prima Repubblica. Si tratta della fine conclamata del paradigma antifascista. Cioè di quell’asse portante del primo cinquantennio repubblicano e oltre che implicava l’interdetto pubblico (efficace eccome anche sul piano elettorale) nei confronti di chiunque fosse bollato come «fascista». Una scomunica che ha funzionato ancora abbastanza bene contro Berlusconi e i suoi, ma che oggi contro Salvini e Meloni — per giunta, si noti, in una regione di tradizioni politiche rosse — si è dimostrata del tutto sterile.
Ma come accadde tra il 1945 e il 1948, anche oggi la rifondazione del sistema politico sembra non poter avvenire che all’insegna di un grande compromesso con la pancia conservatrice del Paese. In Italia infatti sembra che solo così possano nascere nuovi equilibri stabili, salvo poi evolvere verso altri lidi. Lo straordinario successo attuale della destra sembra preludere – e insieme essere già il frutto – di un compromesso del genere: alla luce del quale la presenza di Forza Nuova nella piazza leghista di oggi ha lo stesso valore di un segnale inequivocabile che ebbe la presenza di Rodolfo Graziani sul palco insieme ad Andreotti in un lontanissimo comizio ad Arcinazzo nei remoti anni del centrismo. Perché è per l’appunto questo che oggi la Lega può accingersi a fare forte del suo potenziale consenso: ripercorrendo le orme della Democrazia Cristiana del ’48, cercare di rifondare intorno alla propria forza un blocco paracentrista di governo: con Meloni come sua corrente interna-esterna di tono più radicale, con Forza Italia in versione simil-Partito Liberale e magari con Matteo Renzi sulla sinistra in funzione simil-saragattiana.
Oggi è difficile non ricordare che già una volta un cambio di regime partì a suo modo dall’Umbria: allorché nel 1922 i fascisti posero in un albergo di Perugia il comando della marcia su Roma. Che a quel che si è visto Matteo Salvini abbia scelto per il suo quartier generale almeno un albergo diverso è già un motivo di speranza. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera 29.10.2019

SPAVENTARE I CETI MEDI: LA COAZIONE A RIPETERE DELLA SINISTRA DI GOVERNO, di Antonio Polito

Pubblicato il 23 ottobre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

C’è una coazione a ripetere nei governi cui partecipa la sinistra da 25 anni a questa parte; una specie di maledizione, come se lassù ci fosse qualcuno che le vuole talmente male da farle commettere sempre lo stesso errore. Il quale consiste nello spaventare fiscalmente i ceti medi ma senza produrre risultati che portino sollievo effettivo ai ceti popolari. Se fosse ancora vivo il grande storico Carlo Cipolla, avrebbe potuto aggiungere al suo aureo libretto una ulteriore legge fondamentale della stupidità, stavolta politica. Le settimane della manovra finanziaria sono state uno straordinario esercizio di masochismo. Terminato nel più classico dei modi, ovverosia con il rinvio delle proposte più controverse, l’abbassamento del limite dei contanti, delle sanzioni per i commercianti che non si dotano del Pos, del carcere per gli evasori. Ma l’impressione provocata da queste misure è rimasta viva nel ricordo di chi le temeva: i lavoratori autonomi hanno capito benissimo che solo la debolezza del governo ne ha fermato la mano. Allo stesso tempo le risorse racimolate per il taglio del cosiddetto «cuneo fiscale» (un altro Santo Graal della sinistra), al massimo 3 miliardi, non sono tali da potersi aspettare che nelle case dei lavoratori a reddito fisso si festeggerà il Natale brindando al governo.

In materia fiscale la politica degli annunci è suicida. Le cose o si fanno o non si fanno. Un tempo si metteva tutta questa parte nel decretone di fine anno proprio per tagliare corto alle discussioni. Oggi invece il governo è così dilaniato tra gli interessi elettorali divergenti dei tre contraenti, quanto se non più del precedente, che ognuno ritiene le proprie sorti distinte e divergenti da quelle degli altri, e dunque combatte all’ultimo sangue anche sulla più insignificante delle accise. Il ritorno di un ministro «politico» al Tesoro (che mancava dai tempi della Prima Repubblica, all’inizio anche Tremonti era un «tecnico») aveva fatto sperare in una guida di questo caotico processo. Così non è stato. E non certo solo per colpa del povero Gualtieri. Antonio Polityo, Il Corriere della Sera, 23 ottobre 2019

TAGLIO DEI PARLAMENTARI, OLTRE I SIMBOLI C’E’ LA REALTA’, di Gian Antonio Stella

Pubblicato il 9 ottobre, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Sul balcone no, questa volta Luigi Di Maio non è uscito. Ma obbligando Zingaretti e Renzi a ribaltare il loro no sul taglio dei parlamentari e costringendo Salvini (col centro-destra) a ribadire necessariamente il sì anche dopo il ribaltone denunciato, il Capo grillino che aveva puntato tutto, dopo le batoste, su questa scommessa, ce l’ha fatta. Ha vinto. Stappata la bottiglia resta il nodo: era proprio questa la madre di tutte le battaglie? Oltre i simboli, infatti, resta la realtà. Entusiasta, l’ex «plurisconfitto» ha gongolato: «È una riforma che farà risparmiare 300mila euro al giorno». Tanti: 109 milioni l’anno. Un miliardo abbondante in 10 anni. Non saranno le cifre ancora più grosse sparate nei mesi scorsi ma, con una Camera e un Senato che sfiorano insieme il costo di un miliardo e mezzo, sarà un taglio pesante. Meno convincente, è che quel terzo di parlamentari in meno possa portare a una «semplificazione perché con meno parlamentari avremo meno testi pieni di emendamenti, norme e contronorme che complicano la vita dei cittadini italiani». Difficile da sostenere, dopo aver presentato l’anno scorso la Finanziaria alle 10:33 del 27 dicembre con due ore e 55 minuti a disposizione dei deputati per leggere 436 pagine per un totale di 133.170 parole.
Un’autocisterna di leggine, commi e cavilli sui quali i singoli parlamentari, di fatto, non avevano quasi potuto mettere lingua. Certo, ci avevano già provato in tanti, da destra e da sinistra, a dare una sforbiciata ai parlamentari. E ogni volta la riduzione era saltata. E se ci avevano provato in tanti a partire dalla lontana «Commissione Bozzi» nei primi anni ‘80, ben prima dell’onda populista, significa che tutti sapevano quanto il numero dei rappresentanti dei cittadini fosse esagerato. Per capirci: prima della riforma avevamo un deputato ogni 96mila abitanti contro i 114mila necessari nei Paesi Bassi, i 116mila in Germania e in Francia, i 133mila in Spagna. Oggi diventiamo tra i virtuosi: ci sarà un parlamentare ogni 151.210 italiani. Cioè ci vorranno tre volte più abitanti a deputato che in Austria, quattro più che in Portogallo, cinque più che in Grecia o in Irlanda. Quindi, se il taglio sarà accompagnato da una seria riforma elettorale, evviva. Era ora. Guai, però, se il taglio di ieri fosse davvero, per il M5S, solo uno scalpo da mostrare alle folle armate di forconi. Era una battaglia sacrosanta? Certo non era l’unica.
A proposito dei costi del Palazzo, ancora una volta in primo piano, ad esempio, sarebbe il caso di riflettere su altre spese abnormi. Sulle quali, da tempo, c’è assai meno attenzione. Dice ad esempio lo stesso sito della Camera, in una pagina non facilissima da trovare, che dopo la scadenza del tetto massimo di 240.000 euro fissato (con qualche scappatoia) dal governo Renzi, oggi un tecnico o un assistente parlamentare anziano può arrivare al lordo a 137.368 euro più 24.215 di «oneri previdenziali», un documentarista o tecnico ragioniere a 241.221 più 42.398, un consigliere parlamentare a 361.389 più 63.818. Per carità, tutti bravissimi. Ma c’è o no molta meno attenzione su di loro rispetto ai parlamentari, i nemici additati alla plebe furente? Scrive Sergio Rizzo nel suo ultimo libro La memoria del criceto, che a leggere i bilanci dal 2005 ad oggi, negli anni in cui più dura è stata la polemica contro la casta politica, i dipendenti di Montecitorio sono drasticamente calati da 1.873 a 1.063. Creando tra l’altro problemi non secondari alla gestione del Palazzo.
Ma a causa dei costosi pensionamenti, la somma di tutti gli stipendi e di tutte le pensioni dei dipendenti avrebbe toccato nel 2018 «dicono ancora i bilanci, 450,6 milioni. Circa metà dell’intero costo della Camera». Prima le due voci insieme pesavano per circa un terzo del bilancio. Del resto, la paga media pro capite che già era «vertiginosa, al confronto con quella delle altre amministrazioni» risulta essere salita in 13 anni (anni durissimi per la crisi) da 109.183 euro l’anno lordi a 162.958. Fatti i conti, «un aumento del 49,2 per cento nominale, che corrisponde a un più 25,4 per cento reale, depurato cioè dell’inflazione». E qui torniamo alla domanda che facevamo prima. Dopo tanti tentativi fatti dalle maggioranze più diverse per oltre trentacinque anni con due riforme votate e bocciate poi dagli elettori, il taglio dei parlamentari è davvero benvenuto. Ma attenzione: vinta «la madre di tutte le battaglie» grilline si metterà mano, finalmente, a quelle svolte virtuose invocate da anni? Gian Anonio Stella, Il Corriere della Sera 9.10.2019