LA MAGIA PERDUTA DI MACRON, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 14 aprile, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

Un anno fa, in questi stessi giorni, Emmanuel Macron sbalordiva il mondo. Nell’era della rivolta contro le élites e il sistema, la Francia eleggeva presidente un allievo dell’Ena, la scuola che da sempre seleziona le élites, e un banchiere della Rotschild, simbolo del sistema finanziario internazionale. Per altri tratti Macron interpretava invece lo spirito del tempo: non aveva ancora quarant’anni, né aveva un partito alle spalle. In ogni caso, l’ascesa dell’ultimo liberale è stata formidabile.

Ora però il vento è girato, e anziché alle spalle comincia a soffiargli in faccia. L’argomento che si sente ripetere spesso in Italia — al primo turno Macron ha preso solo il 24% — è privo di significato in Francia. In oltre mezzo secolo di Quinta Repubblica, nessun presidente è mai stato eletto al primo turno, neppure il fondatore (De Gaulle visse come un affronto personale essere portato al ballottaggio dal candidato della sinistra, il giovane François Mitterrand. André Malraux e altri ministri insistettero perché andasse in tv a far propaganda. Lui rispose: «Cosa volete che dica alla televisione? Mi chiamo Charles De Gaulle e ho 74 anni?». Alla vigilia del voto, il ministro dell’Interno gli portò la foto di Mitterrand con il capo della polizia collaborazionista Bousquet. Il Generale disse: «Metta via quella roba»). Chirac conquistò per due volte l’Eliseo prendendo al primo turno nel 1995 poco più del 20%, e nel 2002 meno ancora. Non c’è dubbio però che il sistema francese produca una semplificazione al limite della torsione: sbaragliata Marine Le Pen al ballottaggio e conquistata la maggioranza all’Assemblea nazionale, Macron ha ora davanti a sé altri quattro anni di potere in solitudine. Siccome proviene da sinistra — più per cooptazione che per cultura —, ha scelto un primo ministro di destra moderata. Edouard Philippe, è stato allievo e portavoce di Alain Juppé.

Il nome di Juppé, che Chirac definiva «il migliore di noi», è legato al primo di una serie di tentativi fallimentari di modernizzare la Francia. Da premier cercò di riformare le pensioni dei ferrovieri, i mitici «cheminots», che lasciavano il lavoro a cinquant’anni come ai tempi di Zola e delle locomotive. Dovette in parte cedere sotto un’ondata clamorosa di scioperi, e quando Chirac dissolse l’Assemblea nazionale vinsero a sorpresa i socialisti di Jospin. Nel 2007, ancora nel nome della modernizzazione, fu eletto Nicolas Sarkozy: la fine è nota, il riformatore accolto come il nuovo Napoleone fu battuto dal budino Hollande, ed è apparso per l’ultima volta sulla scena pubblica tra due gendarmi come Pinocchio.

Al di là della modesta statura dei protagonisti, il punto è che la maggioranza dei francesi vuole la modernizzazione solo a parole. Ogni volta che un leader tocca i fili dei privilegi e dello statalismo, cade fulminato. Lo sta provando pure Macron, che ha sfidato sia i cheminots con l’apertura delle ferrovie ai privati, rifiutata a suon di scioperi, sia gli studenti, che nel cinquantennale del Maggio ’68 tornano simbolicamente a occupare Nanterre e la Sorbona (sgomberata l’altro ieri) per protestare contro il numero chiuso.

Anche in Europa Macron ha sbattuto contro il muro. Erapartito bene, facendo suonare l’Inno alla Gioia prima della Marsigliese; poi ha rifiutato la dovuta solidarietà all’Italia, con incidenti grotteschi come quello di Bardonecchia. Aveva previsto che Londra si sarebbe rimangiata Brexit (e che Trump non avrebbe stracciato gli accordi di Parigi contro il riscaldamento del pianeta), ed è stato smentito. La sua giusta proposta per il rilancio della costruzione europea si è scontrata con l’intransigenza dei Paesi del Nord, diffidenti nei confronti dei partner mediterranei, e ora con la vittoria dei populisti in Italia, dove l’interlocutore naturale di Macron (Matteo Renzi, da lui ricevuto all’Eliseo da semplice segretario pd) è il grande sconfitto.

Macron è tutt’altro che finito. Anche in queste ore si muove con dinamismo: tende la mano ai vescovi e al mondo cattolico, prepara l’intervento in Siria, va in tv a ribadire che terrà duro sulle riforme (anche su quella più impopolare: limite di velocità a 80 chilometri l’ora sulle strade statali). Il suo resta l’esperimento liberale e centrista più interessante d’Europa, visto l’inevitabile declino della Merkel. È finito però l’incantesimo che grazie a una serie irripetibile di intuizioni e di colpi di fortuna, non sempre casuali — compreso lo scandalo che ha azzoppato il filorusso Fillon — , l’ha portato a conquistare tutto. Le opposizioni «repubblicane» di destra e di sinistra sembrano ancora tramortite; i due populisti, la Le Pen e Mélenchon, sono troppo schiacciati a destra e a sinistra per pensare di vincere un ballottaggio; però anche il figlio prediletto dalla vittoria sta sperimentando quanto sia duro guarire un Paese di cattivo umore come la Francia, e farlo contare di più in un’Europa che al liberalismo sta chiudendo le porte. Aldo Cazzullo, Il Corriere dela Sera, 14 aprile 2018

PICCONATE SUL MITO DELLA RESISTENZA, di Gianlcuca Veneziani

Pubblicato il 7 aprile, 2018 in Politica, Storia | Nessun commento »

A picconate, o a piccoli colpi di scalpello, il mito della Resistenza si va via via sgretolando, fino a ridursi a un cumulo di macerie. Ad abbatterlo non ci pensa più solo la revisione salvifica relativa al sangue dei vinti, ossia alle brutalità commesse dai partigiani a guerra finita, a mo’ di vendette private o di epurazione sistematica dell’ ex nemico: storia diventata patrimonio collettivo grazie all’ opera di Giampaolo Pansa. Adesso scricchiola pure l’ edificio della Resistenza come grande movimento di popolo, come insurrezione spontanea, immediata e partecipata, oltreché risolutiva, su cui a lungo si è basata la vulgata storica.

Se anche questo mito aurorale della Resistenza mostra le sue falle, il merito è dello storico francese Olivier Wieviorka che ha appena dato alle stampe il documentatissimo saggio Storia della Resistenza nell’ Europa occidentale 1940-1945 (Einaudi, pp.464, euro 35), analisi sull’ effettivo contributo dei partigiani durante il conflitto e il loro reale peso politico e militare nei Paesi occupati. Ma il merito è anche dello storico Paolo Mieli che ieri, recensendo il libro di Wieviorka sul Corriere della Sera, è riuscito poderosamente a infrangere, su un grande giornale, quel conformismo che fa della Resistenza insieme un Totem da venerare e un Tabù, del quale non è possibile parlare (male).

Leggendo Wieviorka, Mieli non esita a smontare quelle che lo storico francese definisce «agiografie», derubricando cioè l’ azione dei partigiani europei, e anche italiani, a un contributo residuale ai fini della Liberazione. A lungo infatti, fa notare Wieviorka, è stato «sopravvalutato il ruolo svolto dalla dimensione nazionale della lotta comune» ed è stato «ritenuto che le resistenze locali potessero svilupparsi adeguatamente senza aiuti esterni».

Quasi fossero movimenti volontari, auto-finanziati e operativi grazie a una libera scelta insurrezionale In realtà, le cose andarono diversamente, sia perché la nascita di quei fronti di lotta fu sollecitata dal Soe (Special Operations Executive), organismo creato dagli inglesi al fine di fomentare la Resistenza; sia perché l’ apporto dei partigiani fu pressoché irrilevante tanto che «con o senza Resistenza, l’ Europa sarebbe stata liberata dalle forze angloamericane».

Ma l’ aspetto forse più interessante del saggio è che non ci fu, sin dagli albori in Europa, e tanto meno in Italia, l’ insorgere di dissidenti pronti a darsi alla macchia né una risoluta «opposizione all’ apparente inesorabilità della disfatta» nei Paesi occupati. Piuttosto, i governi di quegli Stati cercarono compromessi con il Reich e gli stessi popoli a tutto pensarono tranne che a mettersi subito in armi contro l’ invasore. Smentita evidente della leggenda secondo cui sarebbe esistita una Resistenza implicita e silenziosa, nata nel momento dell’ occupazione e poi sfociata nella Resistenza armata.

Questo fu vero soprattutto in Italia, dove il movimento resistenziale tardò a manifestarsi sia per quella che Mieli definisce «apatia politica degli italiani» sia per una comprensibile mancanza di ardore che portava i nostri prigionieri di guerra a non voler rischiare la pelle per rovesciare il regime, sia per il consenso di cui – almeno fino al 1943 – il fascismo godette nel nostro Paese, al punto che molti soldati o cittadini consideravano un “tradimento” opporsi al governo vigente.

E infatti da noi gli angloamericani faticarono ad alimentare uno spirito ribellista e a mettere su gruppi di lotta armata. Wieviorka racconta di tentativi grotteschi, come quando si cercarono ribelli italiani in Nord Africa e in Svizzera, ma si trovarono soltanto «cospiratori da salotto»; o quando, non riuscendo a identificare una figura spendibile come leader dei futuri partigiani, la si trovò in un certo Annibale Bergonzoli, un generale che tuttavia presto si dimostrò «un ciarlatano di temperamento esaltato». Insomma, non la persona ideale nelle cui mani mettere le sorti d’ Italia.

È interessante notare come questa rilettura della Resistenza continui a essere portata avanti da studiosi esterni alla cultura di destra. Wieviorka, nipote di ebrei uccisi ad Auschwitz, collabora con un inserto del giornale di sinistra Libération; lo stesso Mieli, cresciuto negli ambienti della sinistra extraparlamentare, è stato allievo del grande Renzo De Felice, storico comunista, e nondimeno principale artefice della revisione sul fascismo. Come già nel caso di Pansa, la demitizzazione della Resistenza non può che partire da sinistra. Dove le menti più illuminate, ormai da tempo, si sono accorte che della Resistenza non resiste più niente. Gianluca Veneziani, Libero Quotidiano, 7 aprile 2018

IL DECLINO DEL CENTRO (PER ORA), di Angelo Panebianco

Pubblicato il 28 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

I rapporti di forza così come sono stati fissati dai risultati elettorali e come si sono subito manifestati nella elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno fatto pensare che un nuovo bipolarismo, un bipolarismo 5 Stelle/Lega, stia per consolidarsi; come dimostrerebbero le scintille di ieri tra Salvini e Di Maio. Non ci credo affatto. Un simile bipolarismo non potrebbe mai stabilizzarsi né stabilizzare la democrazia italiana. L’esperienza storica, la storia delle democrazie, ci dice che nessun bipolarismo può diventare durevole se la sua affermazione si accompagna allo «squagliamento» del centro. Il declino del centro è l’evento più significativo delle elezioni del 4 marzo. Ed è anche la condizione che rende improbabile la stabilizzazione del nuovo quadro politico e dei connessi rapporti di forza. Qui giova la lezione di Giovanni Sartori (i lettori del Corriere ricorderanno i suoi editoriali). La forza del centro, per Sartori, può manifestarsi in due modi. O c’è un bipartitismo i cui poli tendono a convergere al centro, a competere fra loro per conquistare l’elettorato più centrista (e per questa ragione adottano programmi e promettono politiche «centriste») oppure il centro dello schieramento è occupato in permanenza da un partito o da una coalizione di partiti e le forze estreme sono relegate all’opposizione. La prima è stata, nelle fasi più felici della sua storia, l’esperienza della Gran Bretagna. La seconda è stata l’esperienza italiana ai tempi della Guerra fredda. Ciò che in nessun caso può stabilizzare una democrazia è un bipolarismo i cui poli siano occupati dalle estreme (un bipolarismo che Sartori avrebbe definito «centrifugo», in fuga dal centro).

A ben guardare, nonostante le urla dei tanti e la caciara che per lo più accompagnano la lotta politica nei Paesi latini, la nostra breve esperienza di democrazia maggioritaria, ai tempi della contrapposizione fra Prodi e Berlusconi, aveva dato vita a un bipolarismo i cui poli non fuggivano verso le estreme ma convergevano al centro (gli estremisti presenti nei due schieramenti erano tenuti a bada da forze centriste). Il senso di questo discorso è che le elezioni del 4 marzo, lungi dall’innescare un processo che potrebbe stabilizzare la democrazia italiana, hanno aperto un vuoto politico, anzi una voragine, nel centro dello schieramento (sono venuti meno, come osservava Francesco Verderami sul Corriere del 26 marzo, i punti di riferimento politico dei «moderati», ossia, precisamente, degli elettori centristi). L’eventuale futura stabilizzazione della democrazia italiana richiede che quel vuoto venga riempito. Che ciò si verifichi o no, nessuno può al momento saperlo.

La ricostituzione del centro, se mai avverrà, richiederà la scomposizione di forze oggi esistenti: dovrà aggregare sia parti del Pd indisponibili a una alleanza con i 5 Stelle sia la parte di Forza Italia contraria a farsi assorbire dalla Lega. Un simile processo, per riuscire, avrà bisogno di tre ingredienti. Il primo è il tempo. Non è una operazione possibile nel giro di poche settimane o pochi mesi. Il secondo ingrediente è la leadership. Le situazioni di emergenza favoriscono a volte l’avvento di leader energici. La ricostituzione del centro non sarà possibile senza l’affermazione di una nuova leadership — in stile Macron per intenderci. Il terzo ingrediente ha a che fare con la proposta politica. Insieme alla leadership essa può contribuire a forgiare nuove identità. La ricostituzione del centro passa per l’articolazione di una proposta da presentare al Paese e che sia alternativa a quelle delle estreme. Sul piano economico, tale proposta dovrà essere alternativa — e quindi chiara, non equivoca — alle ricette «venezuelane» che i vincitori proporranno (flirtando con Di Maio, Matteo Salvini ha scoperto che il reddito di cittadinanza potrebbe creare lavoro: niente di meno). Ma il lavoro si crea se si sa come attirare investimenti, se si riduce il debito rendendo contestualmente possibile la riduzione delle tasse, se si allentano i vincoli burocratici. Né il Partito democratico né Forza Italia in questa campagna elettorale avevano, al riguardo, proposte chiare. Si sono visti i risultati.

Altrettanto incisiva dovrà essere la proposta politica di un ricostituendo centro per tutto ciò che riguarda il rapporto fra l’Italia e il mondo. Occorre spiegare agli italiani che gli interessi del Paese vanno tutelati dentro l’Europa e non contro di essa, ossia svolgendo un ruolo attivo nel processo di integrazione: il contrario di quanto auspicano o perseguono i cosiddetti «sovranisti». Occorre spiegare, inoltre, che i Trump passano ma la Nato resta, ossia che l’alleanza, anche militare, fra le due sponde dell’Atlantico è, e sarà anche in futuro, la più importante condizione di mantenimento di ordine (quel tanto di ordine che è possibile) e di pace (quel tanto di pace che è possibile) nel mondo. E occorre spiegare — almeno fin quando sarà ancora possibile farlo senza diventare successivamente vittime di misteriosi incidenti — che collaborare con la Russia è necessario ma è anche indispensabile farlo tenendo sempre un nodoso randello in mano. Senza compromettere il legame con gli alleati occidentali e senza mai dimenticare quanto possano essere pericolosi i rapporti con una grande potenza retta in modo autoritario e abituata da secoli a usare forza e brutalità per affermare se stessa nel mondo. In un assetto maggioritario di tipo francese una leadership neo-centrista potrebbe in poco tempo sbaragliare le estreme e conquistare da sola il governo. In un assetto proporzionale quale è il nostro, l’eventuale successo di un’operazione neo-centrista, probabilmente, favorirebbe una dislocazione delle forze non troppo dissimile da quelle che l’Italia ha già sperimentato in epoche passate. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 28 marzo 2018

NON CAMBIATE CASACCA E DIFENDETE LA LIBERTA’ DEL PARLAMENTARE, di Antonio Polito

Pubblicato il 27 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Roberto Fico, del M5S, appena eletto presidente della Camera (Omniroma) R

Ieri tutti i parlamentari hanno scelto i gruppi cui aderire. C’è da sperare che ci abbiano pensato bene, e che considerino la loro iscrizione non come un atto burocratico ma come un impegno anche morale. Presto infatti la loro lealtà potrebbe essere messa a dura prova dalle tentazioni della politica, soprattutto in un Parlamento nel quale maggioranza e minoranza non sono precostituite e che appare destinato a una certa fluidità.

Il primo appello a deputati e senatori della XVIII legislatura dunque è: non cambiate casacca. Non fatelo con la spregiudicatezza e il cinismo dei vostri predecessori nel Parlamento precedente. Essi hanno inferto con il loro comportamento un colpo tra i più duri alla credibilità della democrazia rappresentativa, rendendo un grande favore alle forze dell’antiparlamentarismo. Che molti di loro non siano rieletti è dunque un giusto contrappasso.

Allo stesso tempo bisogna però rivolgere un appello a quei partiti che in campagna elettorale hanno proposto (o minacciato) di ridurre la libertà dei singoli parlamentari violando (o rimuovendo) il divieto di ogni vincolo di mandato che è sancito nella Costituzione. Lasciate perdere. Innanzitutto perché quel principio, che consente all’eletto di rappresentare gli elettori invece che un capo o un datore di lavoro, è il contenuto stesso della democrazia parlamentare, in nome del quale si sono fatte le rivoluzioni. In secondo luogo perché quegli stessi partiti un giorno dopo le elezioni, scopertisi senza maggioranza, hanno cominciato a chiedere pubblicamente ai parlamentari eletti altrove di aderire al proprio programma per far nascere il governo, e di muoversi cioè senza vincolo di mandato. Sia il trasformismo, che dai tempi di Agostino Depretis caratterizza in negativo la vita del Parlamento italiano, sia un nuovo autoritarismo che vuol fare delle Camere un bivacco di impiegati di partito, invece che di manipoli, sono pericoli mortali per la democrazia. Già ne corre tanti, risparmiamole almeno questi. Antonio Polito, Il Corriere della Sra 27 marzo 2018

I MODERATI SENZA UNA ROTTA, d Francesco Verderami

Pubblicato il 26 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi (Imagoeconomica) Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)

Alla vigilia delle elezioni uno studio di Swg sulle identità politiche degli italiani aveva proposto un’analisi comparata tra il 2013 e il 2018: cinque anni prima i cittadini che si definivano «ceto moderato» erano il 36%, cinque anni dopo si erano ridotti al 21%. Quella che è sempre stata la maggioranza relativa del Paese è diventata un’area di minoranza rispetto a nuove «etichette», nelle quali ormai si riconosce gran parte dell’opinione pubblica nazionale. È tempo di cambiare le categorie della politica? Si è forse conclusa la lunga stagione che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica? O più semplicemente quanti erano chiamati a rappresentare le istanze del «ceto moderato» non sono stati più in grado di farlo? Perché il «ceto moderato» comunque continua a esistere, dopo la Dc aveva trovato il suo baricentro nel centrodestra a trazione berlusconiana.

Ma quel centrodestra non esiste più: il sorpasso su Forza Italia operato da Salvini nelle urne, e la leadership che il segretario della Lega ha conquistato nelle trattative sulle presidenze delle Camere, cambia la natura della coalizione. E ne cambia anche le prospettive. È vero che il progetto di Lega-Italia non è che la riedizione del Pdl, prima costruito e poi sciolto da Berlusconi, ma è altrettanto vero che la sua linea nazionalista contrasta con la tradizione popolare ed europeista nella quale il fondatore dell’alleanza si è sempre riconosciuto. A questo punto Berlusconi, che per venticinque anni è stato la voce di gran parte del «ceto moderato», può ancora rappresentare quell’area di opinione pubblica? Oppure serve qualcosa di nuovo e qualcuno nuovo che raccolga il testimone? E qui emergono i problemi. Dentro Forza Italia, per varie ragioni, il tema del futuro non si è mai posto perché così era peraltro imposto dal leader (anche) con la forza dei numeri, oltre che del suo carisma. Ma il futuro è arrivato, cogliendo di sorpresa una classe dirigente che rivela i suoi limiti.

Mentre il vecchio impero viene occupato da nuovi conquistatori, che dimostrano una capacità di azione politica pari alla determinazione con cui la impongono, si assiste al frenetico agitarsi di quanti — per ambizioni personali, istinto di sopravvivenza e spirito di adattamento — cercano soltanto di non venire travolti dal nuovo. Manca chi sappia proporre un progetto, offrire un orizzonte. Nessuno sembra essere né avere voce. L’ultimo tentativo di arrocco era stato la riforma del modello di voto, concepita insieme al Pd con l’intento di costruire — dopo le urne — delle larghe intese sul modello europeo dell’alleanza tra popolari e socialisti, come già in Germania e in Spagna. Se il Rosatellum ha avuto un effetto di sistema opposto, c’è un motivo: la riproposizione della rivoluzione liberale (datata 1994) ha evidenziato in campagna elettorale un’assenza di idee che ha amplificato il senso di frustrazione del «ceto moderato» colpito dalla grande crisi.

Così il Paese ha scelto la via del cambiamento radicale. La forza centrifuga che questa autentica rivoluzione politica sta producendo potrebbe portare alla marginalizzazione e poi alla dissoluzione delle aree moderate e riformiste, oppure alla loro scomposizione e alla nascita di un nuovo progetto. D’altronde un processo di osmosi tra i blocchi che si sono contrapposti nella Seconda Repubblica era iniziato: in fase embrionale con le larghe intese ai tempi del governo Letta, e in maniera più visibile con il patto del Nazareno nell’era renziana. Il Rosatellum, con le sue finalità di governo, è l’indizio più evidente.

Si vedrà se un’operazione macroniana avrà tempo e spazio per realizzarsi anche in Italia. E se Salvini e Di Maio — che si propongono come i fondatori della Terza Repubblica e di un nuovo bipolarismo — daranno tempo e spazio agli avversari per costruire un simile progetto. In ogni caso servirebbero nuovi attori per un’operazione che si porrebbe come area di rappresentanza alternativa a quella sovranista e populista. Ma il futuro è oggi. La sfida che sta per iniziare con le consultazioni per la formazione di un governo, garantisce a Berlusconi ancora un ruolo importante, con la consapevolezza però che l’unità del centrodestra non è un valore in sé. Certo, nessun leader può essere insensibile alla necessità di dare stabilità al Paese. Sarebbe tuttavia complicato assecondare progetti che allontanerebbero il suo partito dall’area di riferimento europea, dove Forza Italia esprime il presidente del Parlamento. E sarebbe ancor più difficile spiegare al «ceto moderato» come si possano combinare le tesi liberali sostenute per venticinque anni con il reddito di cittadinanza. Francesco Verderami, Il Corriere della Sera, 26 marzo 2018

LA TROPPO CALUNNIATA PRIMA REPUBBLICA, di Pierlugi Battista

Pubblicato il 19 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Non è per difendere la vituperata Prima Repubblica, per carità: archeologia oramai. Ma questo ostinato refrain secondo cui l’Italia starebbe tornando alle nefaste abitudini della Prima Repubblica davvero non sta né in cielo né in terra, è un modo di dire totalmente infondato. Per esempio, la Prima Repubblica è stato un esempio davvero senza paragoni di stabilità politica lungo i decenni. Una stabilità che poteva sfociare nell’immobilismo, nella reiterazione di governi dominati sempre dallo stesso partito: la Democrazia Cristiana. Dicono: ma i governi cambiavano vorticosamente. Sì, ma solo per il cambiamento degli equilibri interno al partito di governo, non per il cambiamento di maggioranze di governo. Nella Prima Repubblica non c’era bisogno di complicati marchingegni elettorali per ottenere le maggioranze in Parlamento. Bastava l’unica vera risorsa che in una democrazia favorisce il formarsi di una maggioranza: i voti. Sommando i voti dei partiti di governo si arrivava al 50 per cento. Poi certo, un premio di maggioranza non darebbe stato sgradito alla Dc, che infatti lo propose nel 1953: la «legge truffa» fu bocciata, ma non importò granché perché per altri quarant’anni gli elettori diedero maggioranze con le leggi che già c’erano.

Nella Prima Repubblica non si conoscevano i «ribaltoni», specialità della Seconda, e i parlamentari non cambiavano massa casacca, come invece avviene in dimensioni scandalose da venticinque anni a questa parte con transumanze da Repubblica delle banane: i partiti erano forti e duraturi, ora sono forti i singoli specializzati nel fare e disfare partitini che durano il tempo di una distribuzione di posti e poi svaniscono. Nella Prima Repubblica le maggioranze di governo rispettavano la volontà degli elettori: è vero, si formavano in Parlamento ma non smentivano mai il verdetto popolare, per cui era legittimo dire, tranne rarissimi momenti di forte turbolenza, che gli elettori decidevano da chi essere governati, e da quale coalizione, senza sentirsi traditi come succede da qualche anno a questa parte, con governi che seguono alchimie bizzarre e soprattutto del tutto sganciate da un mandato popolare esplicito. Nella Prima Repubblica si sapeva la sera stessa chi aveva vinto, non c’era bisogno di scossoni costituzionali. La Prima Repubblica non è da rimpiangere, ma nemmeno da calunniare. Pierlugi BATTISTA, Il Corriere della sera 19 marzo 2018

……Piuttosto da rimpiangere oltre che da non calunniare visti i tanti aspetti negativi che  lo stesso Battista mette in evidenza della seconda e terza repubblica. g.

16 marzo 1978: QUELLE CINQUE VITTIME DIMENTICATE

Pubblicato il 16 marzo, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

Quarant’anni dopo il rapimento e la morte di Aldo Moro si torna pure a discutere sulla tragica scelta tra salvarlo, cedendo ai rapitori, oppure difendere la legge e lo Stato, ossia l’intera comunità civile, sacrificando la vita di un uomo, lasciandolo morire per mano dei suoi criminali carcerieri. Salvare ad ogni costo una vita umana — cosa cui del resto, in generale, non si bada sempre molto, non solo in guerra, ma anche sul posto di lavoro — o difendere con fermezza la legalità, difesa anch’essa talora trascurata o esercitata chiudendo un occhio.

C’è un elemento rivoltante che colpisce in questa certo drammatica scelta tra fermezza e pietà, legge generale garante di ogni convivenza e caso individuale, anche al di là delle oscure manovre politiche celate dietro quell’incertezza. I carcerieri di Moro non erano, in quel momento, soltanto i suoi rapitori, con i quali eventualmente trattare. Erano già anche gli assassini dei cinque agenti della sua scorta, ammazzati come cani e subito dimenticati quasi non fossero esseri umani. Moro era certo politicamente e socialmente più «importante», così come pure tra le vittime dell’Isis e anche di Auschwitz ci sono personalità più e meno pubblicamente «importanti», ma non perciò il loro assassinio può essere preso sottogamba. Questo oblio, inconsciamente insensibile e indifferente al valore di ogni vita umana, è ripugnante.

Trattare con i terroristi significava cancellare l’assassinio di cinque persone, quasi non fosse avvenuto o fosse irrilevante. Nemmeno nelle lettere di Moro si fa menzione di loro, morti per difenderlo, ma ovviamente erano i carcerieri a decidere cosa potesse e dovesse venir detto o no in quelle lettere. Proprio per questo esse non potevano e non dovevano essere prese in considerazione, così come un matrimonio non è valido se il sì viene pronunciato con una pistola puntata alla schiena. Non a caso in quei giorni Sandro Pertini dichiarò che, se eventualmente egli fosse stato rapito, da quel momento qualsiasi sua parola detta o scritta avrebbe dovuto essere ignorata e cestinata.

Persone diverse, tempre diverse. Anche diversi sentimenti di umanità. I tre poliziotti e i due carabinieri scannati, e come loro innumerevoli uomini e donne senza nome bestialmente massacrati, non trovano posto nella mente, nel cuore, nella memoria, quasi non fossero uomini come chi ha un nome o un ruolo un po’ più noti. Ogni tanto si ricordano quegli agenti ma assai flebilmente; ad esempio non ho sentito alcuna loro menzione in una delle recenti trasmissioni televisive su quegli eventi. Restano vittime di terza classe.

Qualche tempo dopo l’assassinio di Moro, una sua strettissima congiunta inviò, a Natale, dei panettoni ai suoi uccisori. Le chiesi pubblicamente, sul Corriere, se si era ricordata di mandarne pure alle vedove dei poliziotti assassinati, anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale. Non ci aveva pensato. Claudio Magris, Il Corriere della Sera 16 marzo 2016

…….Scommetto che lo strettissimo parente di Moro che mandò ai brigatisti il panettone fu Maria Fida.


NEL GIORNO DEL RICORDO, 1O FEBBRAIO, UNA SCELTA INSENSATA, di Gian Anotnio Stella

Pubblicato il 7 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

«Da quella volta / non l’ho rivista più, / cosa sarà / della mia città…» Sono passati quasi settant’anni da quando il grande Sergio Endrigo compose «1947», la sua canzone più struggente. Dove piangeva l’addio della sua famiglia a Pola. Sono tanti, settant’anni. E da tempo i sopravvissuti all’esodo che vide 350mila italiani andarsene dall’Istria, dal Quarnero, dalla Dalmazia hanno elaborato il lutto e vivono la ricorrenza del 10 febbraio, «Giorno del ricordo», con la malinconia, la tenerezza, il rimpianto di quella stupenda canzone. Senza più quei sentimenti di rancore per l’ingiustizia subita con la brutale e feroce cacciata dalle terre abitate per secoli. Certo, è impossibile cancellare la memoria delle foibe: storicamente guai a dimenticare. Ma ormai, grazie a Dio, è cambiato il mondo.

Che senso ha, allora, la scelta dei Cobas, del Comitato cittadino antifascista, del Centro documentazione popolare e del collettivo «Loro bipartisan, noi per sempre partizan» di indire a Orvieto un «Presidio antifascista» proprio il 10 febbraio, nel «Giorno del ricordo»? Che senso ha gettar sale su antiche ferite? E allegare alla iniziativa una «Mostra fotografica “testa per dente”. Crimini fascisti in Jugoslavia dal 1941 al 1945» che richiama la famigerata «circolare N.3c» del generale Mario Roatta che incitava alla rappresaglia più brutale (non «dente per dente» ma «testa per dente») contro i partigiani titini? Certo, chi non guarda la storia col paraocchi sa che i fascisti nell’allora Jugoslavia ne fecero di tutti i colori. Ed è giusto ricordare la storia tutta intera: torti e ragioni. Dall’una e dall’altra parte. Ma buttar lì una forzatura come questa il 10 febbraio non c’entra niente con l’appello a rileggere nel loro complesso le vicende di quelle terre straziate. È solo uno sfregio ai tantissimi esuli che, cacciati dalle loro case, vengono accomunati ancora alle camicie nere. Una stupidaggine offensiva. Meglio sarebbe ricordare il dramma di Fulvio Tomizza, figlio di un italiano e di una slava: «Mi sono sempre sentito tra due fuochi. Mi accorgevo con dolore che i miei amici croati e sloveni mi guardavano con sospetto e nello stesso tempo non riuscivo a stare tutto dalla parte di mio padre. Non sono mai riuscito ad odiarli, gli slavi. Nonostante tutto quello che avevano fatto a mio padre e alla nostra gente. Forse perché sapevo che se era successo tutto quel disastro era anche colpa nostra. (…) E io lì, a cercare di ricucire le due parti di me stesso. Gian Antonio Stealla, Il Corriere della Sera, 7 febbraio 2

LE REGOLE SBAGLIATE SUI MIGRANTI, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 6 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Sarebbe interessante sapere chi, quale Paese, si riprenderà mai i seicentomila immigrati che Berlusconi ha promesso, se vince le elezioni, di cacciare via dall’Italia. Nessuno lo sa, e naturalmente non ne ha una minima idea neppure Berlusconi stesso. Basterebbe questo a indicare l’incosciente superficialità con cui la classe politica italiana è abituata a trattare il tema dell’immigrazione. È la stessa superficialità,del resto, che l’ha portata a lasciare in vigore a tutt’oggi la legge Bossi-Fini.

In base alla quale, è bene ricordarlo, l’unico modo legale per immigrare per ragioni economiche in Italia consiste nell’ipotesi che un imprenditore italiano, bisognoso di assumere un lavoratore, e sapendo che c’è un cittadino, mettiamo senegalese, desideroso di venire a lavorare nella Penisola, gli faccia pervenire la richiesta di assumerlo con regolare contratto di lavoro. Un’ipotesi assolutamente realistica, nessuno vorrà negarlo: più o meno come lo sbarco di un’astronave domattina su Marte.

Se tanto mi dà tanto non stupisce che in queste ore la reazione della nostra classe politica ai fatti di Macerata non sappia andare oltre lo sdegno virtuoso dei buoni sentimenti da un lato, e il losco calcolo politico dall’altro. Sempre accompagnati però da nessun’idea, da nessuna proposta, da nessuna capacità di trarre qualche lezione non retorica da quanto è successo. Che invece di lezioni e indicazioni importanti ne contiene parecchie. Ne accennerò qualcuna in ordine sparso, non necessariamente secondo l’ordine della loro importanza.

1) Chi ha ascoltato ieri mattina su Radio 24 i balbettii del sindaco di Macerata Carancini (centrosinistra), indeciso tra il dire e il non dire, tra la denuncia del degrado e la volontà di spalmare vaselina, incapace di dare un quadro vero e preciso della situazione, ha potuto, diciamo così, toccare con mano un dato preoccupante dell’Italia di oggi, che spiega molte cose. Il fatto cioè che grazie alle nefande leggi elettorali succedutisi negli ultimi vent’anni le città e i territori della Penisola sono ormai privi di un’autentica rappresentanza politica e quindi privi di voce presso il potere centrale.

Oggi come oggi, se vuole illustrare il disagio e i bisogni della sua città (per esempio riguardo la sicurezza), il sindaco di Macerata può al massimo (spero non balbettando come ha fatto alla radio) rivolgersi al prefetto. Un tempo, invece, il deputato e il senatore eletti localmente fungevano da naturali raccordi e collettori dei problemi locali verso il governo nazionale. Essi informavano, chiedevano, insistevano: non da ultimo perché ne andava della loro rielezione: che oggi invece dipende solo da una segreteria di partito a Roma o a Milano. L’attuale solitudine politica di città e territori produce una disarticolazione complessiva del Paese e nelle collettività un sentimento di abbandono e di frustrazione dagli esiti imprevedibili; oltre naturalmente a far dipendere il governo solo dal canale informativo rappresentato dalle prefetture. Un canale inevitabilmente portato più a una valutazione dei problemi di tipo burocratico-amministrativo e di tono rassicurante piuttosto che, quando è necessario, drammaticamente politico.

2. Come mostrano le evidenze statistiche, che non sono né di destra né di sinistra, certi reati sono commessi dagli immigrati in una percentuale enormemente superiore agli italiani (si arriva al 60 per cento). Si tratta specialmente dei reati connessi alla prostituzione, allo spaccio e di quelli contro il patrimonio (furti in appartamento, borseggio, ecc.): reati suscettibili in tutti e tre i casi di diffondere degrado nelle zone più povere dei centri urbani e allarme, spesso anche un senso di rivolta, negli strati più deboli della popolazione. Mi chiedo: è possibile che non ci sia nulla da fare per arginare simili fenomeni? Perché non pensare ad esempio, data l’alta incidenza di recidività che esiste in questo tipo di reati, a cancellare ogni tipo di attenuante, di arresti domiciliari, di patteggiamento, di libertà vigilata et similia, che insieme a percorsi giudiziari accelerati sia in grado di dar luogo a un’alta probabilità di sicura e immediata detenzione carceraria per i colpevoli? Conosco l’obiezione: la capienza delle carceri italiane è al limite. Bene: ma è proprio impossibile, pagando profumatamente (come del resto già facciamo per cercare di tamponare l’afflusso di nuovi venuti), stipulare degli accordi con almeno alcuni dei Paesi di provenienza degli immigrati affinché le pene inflitte ai loro cittadini dai nostri tribunali vengano scontate nelle loro rispettive patrie? Almeno ci si provi, il ministro Minniti ci provi. Il fatto assolutamente devastante che la classe politica sembra non capire è che oggi come oggi nessun italiano è in grado di ricordare neppure un solo provvedimento, adottato diciamo negli ultimi dieci anni, volto a contrastare all’interno del territorio nazionale uno dei mille aspetti negativi legati al fenomeno immigratorio. Neppure uno solo. Ci si rende conto che razza di delegittimazione ciò significa?

3. E infine l’integrazione. Anche qui un mare di chiacchiere da parte dei pubblici poteri e di tutti i partiti ma pochissimi fatti. Il primo e più ovvio percorso d’integrazione per gli immigrati dovrebbe consistere ovviamente in un lavoro. Ma non in un lavoro purchessia: in un inquadramento lavorativo legale.

Qui comincia però la demenza burocratico-amministrativa italiana: essendo clandestini gli immigrati, infatti, non possono essere assunti legalmente se non dopo procedure assai complesse. Dunque anche il loro lavoro resta in un gran numero di casi un lavoro «clandestino», in nero e sottopagato. In verità clandestino spesso per modo di dire: tanto è vero che da anni, ad esempio, le campagne dell’Italia meridionale rigurgitano di decine di migliaia e migliaia di giovani, in stragrande maggioranza africani, dediti ai lavori agricoli, sottoposti a uno sfruttamento infame e in condizioni di vita ancora più infami. Il tutto a vantaggio dei proprietari e delle organizzazioni malavitose di «caporalato», mentre il ministro del lavoro, il placido Giuliano Poletti, con i suoi ispettori sta placidamente a guardare. E con le conseguenze nell’animo di quei miserabili che è facile immaginare: odio, disprezzo, e un sentimento di rivalsa aggressiva verso il Paese in cui si trovano: un Paese che parla in continuazione di accoglienza per poi trattarli in quel modo. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera, 6 febbraio 2018

…..Come dar torto a Galli della Loggia e non condividere le sue osservazioni, semplici e comprensibili per tutti? Solo i politici, di tutti i partiti, sfidano le nostre intelligenze e sul tema della inmmigrazione giocano solo le loro personali partite elettorali. g.

dopo il raid di macerata NIENTE SIA COME PRIMA di Antonio Polito

Pubblicato il 4 febbraio, 2018 in Costume | Nessun commento »

Macerata, Alabama. Forse per la prima volta nella nostra storia recente vediamo materializzarsi anche da noi l’incubo del terrore razzista. Non c’era infatti altro criterio se non quello razziale, ieri mattina, nella scelta delle vittime di Luca Traini: sparare a chiunque non fosse bianco. A ragione si era inciso un simbolo neonazista sulla tempia, era lo stesso criterio con il quale le Ss rastrellavano gli ebrei, o il Ku Klux Klan impiccava e bruciava i neri: ripulire la società da esseri ritenuti inferiori e impuri per mettere a posto tutto ciò che non va, e ripristinare l’ordine di un passato mitico e immaginato.

Dobbiamo esserne spaventati. È un salto all’indietro della nostra civiltà che forse si poteva temere, ma che fino a poco tempo sarebbe stato inimmaginabile. Ora è accaduto, e dunque può accadere ancora. Dobbiamo aprire gli occhi su che cosa sta diventando l’Italia. E non a senso unico.

Abbiamo innanzitutto la colpa di aver accettato senza preoccuparcene troppo lo sdoganamento del discorso di odio come forma abituale di polemica culturale e politica.Le «parole ostili», la terminologia di guerra, gli stupri e le decapitazioni virtuali, la contrapposizione amico-nemico dominano ormai pezzi interi del dibattito pubblico, senza reazioni, nell’acquiescenza generale. Ne è testimonianza l’uso che ormai si fa correntemente della parola «stranieri»: con essa un tempo si intendevano i turisti, oggi invece ingloba le categorie di «nero», «islamico», «immigrato», «clandestino», senza distinzione tra di loro ma esclusivamente in quanto opposte a «italiano». Il criterio razziale si è insomma insediato tra noi, e ovviamente può sconvolgere la mente dei più deboli, dei più fanatici, eccitando una violenza da Taxi Driver tra i tanti «angry white men», giovani bianchi incazzati, che vivono anche nelle nostre città e nella nostra provincia.

Basta dunque scherzare col fuoco. La nuova destra leghista ha il dovere di separarsi radicalmente, più di quanto non abbia fatto in questi anni, dai residui dell’ideologia fascista e dalle farneticazioni sulla «razza» che hanno trovato nelle ondate migratorie l’habitat ideale per risorgere dalle ceneri della storia. Sappiamo benissimo che la felpa di Salvini non è l’orbace, ma il leader leghista deve sapere altrettanto bene che per lui non ci potrà mai essere nessuno spazio al governo di una grande nazione europea finché rimarrà la benché minima ambiguità sul tema del razzismo, nel suo movimento e in chi ci gira intorno. La coscienza democratica del Paese non lo permetterebbe, perché le ripugna quanto ha visto accadere ieri.

Bisogna però aprire gli occhi anche su altro. E cioè sul fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con cui i flussi migratori hanno «invaso» pezzi delle nostre città e delle nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche tra la gente perbene, magari un po’ tradizionalista ma nient’affatto razzista; non abbastanza ricca da godere dei vantaggi della società multietnica che le «anime belle» spacciano come destino ineluttabile della nazione, ma abbastanza operosa per pretendere con buon diritto più ordine, più rigore, più rispetto, più decoro, più sicurezza su un treno regionale o nel giardino pubblico di fronte a casa.

Macerata è la città dove una ragazza di diciotto anni che avrebbe potuto essere nostra figlia è appena stata uccisa e fatta a pezzi presumibilmente da uno spacciatore di origine nigeriana, ma è anche la città raccontata in un lungo reportage del Guardian come uno degli snodi cruciali in cui si combatte in Europa la battaglia per fermare lo sfruttamento delle ragazze africane vendute sulle strade. Tolleranza vuol dire anche tollerare questo? Ovviamente no. Bisogna allora che lo Stato per la sua parte e i media per la nostra lo dicano a voce talmente alta da farlo sentire anche a coloro che, lontani e frustrati, credono di essere stati traditi, si sentono soli, e perciò covano sentimenti di vendetta.

Ecco perché ci sembra infantile, oltre che pericoloso, cercare «mandanti morali» della tentata strage di Macerata in questo o quell’avversario, come ha fatto ieri lo scrittore Saviano incolpando Matteo Salvini. Chi condanna l’identificazione tra immigrato e delinquente dovrebbe saper anche discernere tra la polemica contro l’immigrazione e la violenza contro gli immigrati. Ed ecco perché abbiamo trovato le prime reazioni del mondo politico nettamente al di sotto della gravità di quanto è successo. Ognuno preoccupato di riaffermare le sue ragioni, di prendersi una rivincita polemica; nessuno disposto a riconoscere le buone ragioni dell’altro e a chiedere umilmente scusa per averle sottovalutate. Perché se siamo arrivati a questo punto non c’è un solo politico italiano che possa dire di aver avuto sempre ragione, o che oggi sappia dirci come uscirne.il raid di macerata. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 4 gennaio 2018

……Il punto di vista di Antonio Polito sul raid di Macerata e la sua preoccupazione di distinguere le critiche – giuste -  alla immigrazione clandestina dal razzismo sotto qualsiasi forma  sono ampiamente condivisibili e tali da dover indurre tutti a una più meditata valutazione dei fatti, senza trasferire le colpe del singolo su chi colpe non ne ha. g.