TRA SALVINI E FORZA ITALIA UN’ALLEANZA SENZA FUTURO, di Antonio Polito

Pubblicato il 12 agosto, 2018 in Politica | Nessun commento »

Non chiamiamolo più «centrodestra». Qualsiasi sia la «cosa» che verrà fuori dall’Opa di Salvini sull’elettorato di Berlusconi, e che potrebbe vedere la luce già nelle prossime elezioni regionali, non potrà più portare quel nome. Non potrà essere un Polo, una Casa o un Partito della libertà, come l’alleanza di centrodestra
si è chiamata dal 1994, semplicemente perché al centro del suo messaggio non c’è più la libertà, nelle sue varie forme di liberalismo politico, di liberismo economico, di libertarismo nei costumi e perfino di libertinismo privato, come ai tempi di Berlusconi.

Quello che sta avvenendo non è soltanto un fisiologico ricambio di leadership. Se di questo si trattasse, è chiaro che Matteo Salvini se la sarebbe meritata sul campo. Berlusconi, come Crono, si è mangiato uno alla volta tutti i suoi ipotetici delfini, da Casini a Fini, da Alfano a Tremonti. Era scontato che prima o poi spuntasse uno squalo in grado di mangiarselo, approfittando del passare degli anni e della vigoria fisica. Il giovane pretendente ha la grinta per farcela: si è tolto persino la canottiera di Bossi, lui azzanna a torso nudo.

Ma se anche Salvini riuscisse a fagocitare ciò che resta del berlusconismo, una profonda differenza di cultura politica gli impedirebbe di incoronarsi con le sue mani nuovo imperatore del centrodestra. Nel 1994 il centrodestra fu fondato per fermare la sinistra, pronta a prendere il posto della Prima Repubblica morente. Pur con tutte le sue ambiguità segnò la nascita, per la prima volta nella storia d’Italia dai tempi della Destra Storica, di un raggruppamento liberale di massa.Prometteva la liberazione degli «animal spirits» della società italiana. Poi in gran parte ha fallito.

Ma un abisso divide quel progetto politico dall’appello ai «basic instincts» che fa Salvini. Tutto nel suo messaggio parla di protezione, salvaguardia, difesa: dei confini, dei commerci, della tradizione. Berlusconi si ispirava a Reagan, lui a Trump. Il primo si è alleato con la Merkel e ha pianto per i migranti morti in mare, il secondo preferisce la Le Pen e le navi dei migranti le ferma. Il Cavaliere onorava Craxi e ne ha assorbito ceto politico e cultura libertaria: nonostante la zia suora, non esitò a flirtare con il movimento per i diritti omosessuali. Salvini flirta con il ministro Fontana. All’ottimismo dell’edonismo berlusconiano, che prometteva di metterci il sole in tasca, si è sostituita una versione pessimistica del nostro futuro come lotta tra popoli, basata sulla legge del più forte.

Sta nascendo insomma qualcosa di completante nuovo, e moderno. Molto più moderno di Forza Italia anche nella sua versione migliore, sebbene tardiva e ancora incompiuta, affidata all’esperienza e all’azione di Antonio Tajani. È propio per rimarcare questo che Salvini sente il bisogno di rompere platealmente ogni volta che può, perfino per il candidato alle presidenze della Rai e dell’Abruzzo. In un’ottica continuista gli converrebbe prendere per mano il leader declinante, e portarlo dove vuole. Invece, scegliendo di correre da solo nell’unica Regione del Mezzogiorno in cui il centrodestra ha resistito allo tsunami dei Cinque Stelle alle elezioni del 4 marzo, Salvini dichiara implicitamente di essere pronto anche a far vincere i grillini, pur di mandare all’aria il vecchio centrodestra.

Che cosa voglia metterci al suo posto, non è ancora chiaro. Forse nemmeno a lui. L’ipotesi di un fronte sovranista-populista, che oggi va forte nei sondaggi, non è detto possa reggere per una legislatura, e la competizione già si fa sentire aspra.Trasformare la sola Lega nel nuovo centrodestra è una tentazione, e non è detto che non venga sperimentata oltre che in Abruzzo anche altrove, partendo da Basilicata, Piemonte e Sardegna, le prime Regioni che andranno al voto. Ma tutto quello che la nuova Lega disprezza del vecchio centrodestra è anche ciò che le manca per diventare un polo stabile e autosufficiente del futuro bipolarismo l’italiano: qualcuno o qualcosa che incarni il moderatismo italiano, cultura politica dura a morire, sopratutto al Sud; che non sia visto come un Attila dai mercati; che scommetta sullo spirito mercantile di un Paese che ha fatto delle esportazioni la sua forza; che ricordi al mondo che l’Italia non è la Turchia.

Se Salvini ucciderà Forza Italia, e con essa il centrodestra, come nella favola della rana potrebbe gonfiarsi di voti e di hubris. Ma fino a scoppiarne. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 12 agosto 2018

IL SESSANTOTTO DIMENTICATO DELL’EUROPA DELL’EST, di Renato Tamburrini

Pubblicato il 13 luglio, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

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Cinquanta anni fa “scoppiò” la rivoluzione del Sessantotto. Come tutti gli scoppi e gli eventi della storia considerati improvvisi- dalla cosiddetta caduta dell’Impero romano in poi – l’anno fatale fu in realtà preceduto da una discreta gestazione di idee, costumi, musiche, atmosfere e parole d’ordine, almeno a partire dal 1960.

E’ normale che oggi si assista a tante rievocazioni e convegni, con un gran fiorire di tentativi di lettura complessiva: quella data per molti segna simbolicamente uno spartiacque tra il mondo delle norme dei padri e dei doveri e il mondo della libertà e delle esigenze degli individui, salvo poi virare in parte verso l’estremismo totalitario in abiti esotici, sudamericani o asiatici. Ma questa è un’altra storia ancora, che si interseca con la prima e ne va a determinare alcune interpretazioni a posteriori.

Le letture del Sessantotto sono per lo più di segno positivo, dal momento che l’onda lunga della società basata sui diritti individuali sembra aver vinto irreversibilmente, almeno nella nostra parte del mondo. E questo è considerato da molti un bene assoluto, sia pure al netto di qualche recriminazione sulle esagerazioni. Le letture di segno conservatore e anche decisamente tradizionalista esistono, e in sintesi potremmo dire che sono quelle che mettono il segno negativo davanti agli stessi fatti, sottolineando il percorso che dalle prime rivolte religiose del tardo medioevo porterebbe sequenzialmente al tramonto dell’Occidente cristiano e comunitario e alla sua dissoluzione nella modernità (e postmodernità) irreligiosa e individualistica. Si tratta, come si sa, di due filosofie della storia che si fronteggiano in una guerra plurisecolare.

In questa contesa sui significati, più che legittima, si corre però il solito rischio che comporta una visione della storia più come storia delle idee che come serie di eventi riguardanti le persone concrete, il loro affetti, il loro modo di stare al mondo. Insomma, si avverte un po’ la sensazione di essere sempre immersi in una specie di brodo hegeliano, dove le idee contano più dei fatti, e gli schemi più delle persone.

Se invece facciamo uno sforzo di memoria e andiamo a rivedere le pulsioni e le suggestioni di quell’anno (e soprattutto degli anni immediatamente precedenti) troviamo una diffusa voglia di libertà individuale e di rifondazione autonoma dei valori, ma a fronte di una società “dei padri” praticamente afasica e generalmente incapace di fornire il perché delle sue norme e dei suoi divieti: questo è anche il 65-68 dei miei primi ricordi di conflitti generazionali.

Se non si fanno operazioni troppo ideologiche non sarà difficile far riemergere lo stato comatoso di molte agenzie deputate alla trasmissione dei valori – dalla Chiesa alla scuola, dalle famiglie alle associazioni – la loro chiusura ad ogni interlocuzione che non fosse la recriminazione sugli “sbandamenti dei giovani”. Direi insomma che la molla principale e iniziale della rivolta giovanile fu psicologica: la ricerca di libertà e di significato. Su ambedue i fronti il mondo dei padri non era praticamente in grado di dare risposte. Aggiungerei che inizialmente il cleavage non fu affatto destra/sinistra: anzi, per quanto si trattasse di letture di nicchia, esisteva una sensibilità individualistica “di destra” che percorreva il mondo della rivolta beatnik, un po’ antimoderna, un po’ anarcoide, un po’ disgustata dalla mummificazione del mondo operata dal filisteismo borghese (vogliamo parlare di Kerouac?).

Se poi facciamo un altro passo, diciamo geograficamente di lato, quello che ho tentato di descrivere diventa quasi di evidenza palmare. Negli stessi mesi, nelle capitali dell’Est le stesse generazioni, con la stessa aspirazione alla libertà individuale e alla ri-comprensione dei valori, trovavano davanti a sé i “padri” degli apparati ideologici comunisti, quei padri premurosi che si sarebbero presto muniti di carri armati per arginare l’avventatezza anarcoide dei giovani.

Parlarne non significa solo fare un’opera di restituzione di giustizia storica, o di anticomunismo incorreggibile, ma capire meglio l’interezza del fenomeno Sessantotto. Parlarne non dovrebbe essere imbarazzante per nessuno, anche se certamente è un aspetto che mette un po’ in crisi la lettura della linea ineluttabile Rivolta-Sessantotto-Comunismo esotico-Totalitarismo-Terrorismo.

Questa linea è falsificata dall’esperienza dell’Est, in cui il Sessantotto portò invece a una diffusa riscoperta dei valori di libertà e di responsabilità: il ruolo di guide intellettuali assunto da figure come Patocka, Belohradsky e Havel, con tutto l’ambiente della Primavera di Praga, non è separabile dal moto collettivo giovanile che si diffuse a Est e a Ovest della cortina di ferro.

Un libro meritevole (Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni. Donzelli, 2018) ha spezzato le facili letture “a schema” e ha mostrato come il fenomeno non fosse limitato alla Cecoslovacchia, ma riguardasse anche la Polonia e la Jugoslavia. In questi luoghi l’esito del Sessantotto non fu –come capitò almeno parzialmente da noi -una nuova utopia comunista, esotica e ancor più oppressiva, ma la riscoperta della libertà politica e dell’autonomia della società di fronte allo stato. E fu davvero la spinta per una ri-comprensione dei valori opposta alla “lingua di legno” dei padri.

Certamente da questa parte della cortina non trovarono tanti tifosi. Per quale motivo – si domandano i curatori del libro- “quegli studenti, quegli intellettuali, quei sostenitori di un ‘socialismo dal volto umano non trovarono nei movimenti studenteschi dell’occidente quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario (né lo trovarono nei partiti comunisti)?”. Si pensi, per esempio, all’invasione della Cecoslovacchia. E “mentre i carri armati del Patto di Varsavia reprimevano brutalmente la Primavera di Praga, le stelle polari dei movimenti che protestavano nelle città italiane e francesi continuarono a essere i regimi comunisti di Cuba e Vietnam del nord, che quell’intervento sostennero a spada tratta. Nessuno si accorse, o volle accorgersi, di ciò che stava accadendo al di là della cortina di ferro, dove, da tempo, vari paesi erano attraversati da fermenti libertari che si preferì ignorare, se non, addirittura, condannare apertamente. La sordità del Partito comunista italiano fu pressoché totale, sino a diventare autentica complicità. Perfino ambienti della sinistra meno allineata, come quello che gravitava intorno alla rivista Quaderni Piacentini, non trovarono di meglio che accusare gli intellettuali che correvano gravi rischi tentando di alzare la voce contro l’oppressione comunista, di scimmiottare consunti modelli ideologici e politici dell’occidente. Crainz e gli altri autori svelano impietosamente la cecità dell’intellighenzia progressista e libertaria di casa nostra, che – dalle università alle case editrici – fu del tutto incapace di muovere un dito a favore di popoli vittime di dittature e repressioni”.

E’ possibile almeno oggi, a 50 anni di distanza, uscire dalla prigione degli opposti schematismi e ridare un po’ voce alle ribellioni autentiche?

Renato Tamburrini da L’Occientale.

FASCISMO DI CALCESTRUZZO, il volume fotografico di Enrico Sturani dedidcvato alle opere pubbliche del fascismo commentato da Enrico Mughini

Pubblicato il 13 maggio, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

LA VERSIONE DI MUGHINI – E’ APPENA USCITO “FASCISMO DI CALCESTRUZZO”, IL LIBRO AFFASCINANTISSIMO DI ENRICO STURANI, CELEBERRIMO COLLEZIONISTA DI CARTOLINE: NE HA 150MILA, TUTTE SELEZIONATISSIME – IL LIBRO E’ UN CONCENTRATO DI LECCORNIE E UNA LEZIONE DI STORIA SU QUEL CHE FURONO I VENT’ANNI ITALIANI DEL TEMPO FASCISTA…

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Caro Dago, ogni qual volta vado nel cinemino romano di Nanni Moretti _ non lontano da casa mia _e passo innanzi alla Palestra adiacente al cinema, un edificio che l’architetto Luigi Moretti aveva progettato e costruito se non sbaglio nel 1938, quasi urlo innanzi a tanta bellezza, a un’armonia talmente bruciante. (La Palestra è stata restaurata da pochi anni, se non sbaglio per iniziativa dell’allora sindaco Walter Veltroni).

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Così come invece urlo di disperazione ogni volta che passo innanzi alla Casa delle Armi, sempre dello stesso Moretti, che per un tempo era stata adibita a Tribunale-bunker per gli imputati degli anni di piombo e di cui purtroppo non è ancora finito il restauro. E tanto per dire di due tracce architetturali fatidiche del tempo della dittatura fascista. Avessi lo spirito che non ho, quello di trasmettere ad altri il culto e la conoscenza del Bello, all’uno e all’altro edificio condurrei volentieri l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, quella che avrebbe voluto cancellare le “tracce” del fascismo, ossia vent’anni di storia.

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Vent’anni di storia italiana che dal punto di vista dell’architettura pubblica furono cospicui e quantitativamente e qualitativamente. I più cospicui dell’intero Novecento. Lo ha scritto Gio Ponti, che era un uomo d’onore: “Da Roma, a Genova, a Venezia, a Bologna, a Torino, a Firenze abbiamo costruito aeroporti, stadi, piscine esemplari; a Roma, a Cremona, in Libia templi grandiosi; a Roma, a Firenze, collegi, caserme e istituti magnifici; a Roma, a Padova, a Bologna, a Trieste, università e scuole stupende”.

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E a proposito delle immagini di quelle costruzioni, di quei reperti architetturali e culturali, succede che sia appena uscito un libro affascinantissimo di Enrico Sturani, un figlio d’arte (suo padre, Mario Sturani, è stato nei Trenta l’autore di meravigliose ceramiche Lenci), e celeberrimo collezionista di cartoline (ne ha 150mila, tutte selezionatissime). Il libro ha per titolo Fascismo di calcestruzzo, e lo ha pubblicato l’editore Barbieri di Manduria. Un concentrato di leccornie e una lezione di storia su quel che furono i vent’anni italiani del tempo fascista.

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Sturani mette in fila una scelta delle sue oltre 600 cartoline dove sono le foto di edifici apprestati in quei vent’anni. Padiglioni di mostre, Case del fascio, edifici adibiti allo sport, Case Balilla, facoltà universitarie, scuole elementari. Erano immagini destinate al consumo popolare, a far conoscere a un italiano che abitava a Ravenna un edificio particolarmente suggestivo di Latina o di Ivrea.

Erano cartoline edite da privati, nell’ordine di 1000 ogni volta e che compravi in tabaccheria. Erano immagini importanti in un’epoca in cui di immagini ce n’erano pochissime, e a parte il cinema e la nascente stampa a rotocalco. Immagini che fanno da trionfo della architettura razionalista, un’architettura geneticamente imparentata con il fascismo.

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E basterebbe citare i nomi di Pier Maria Bardi, di Giuseppe Terragni e di Giuseppe Pagano (che durante la Seconda guerra mondiale divenne un militante clandestino dell’antifascismo, venne arrestato e torturato per poi morire nel lager di Mathausen a pochi giorni dalla fine della Seconda guerra mondiale). O anche nomi di architetti nettamente antifascisti come Attilio Calzolara, ai quali ras illuminati del fascismo avevano dato commissioni importanti. E qui andrebbe ricordata e studiata la figura notevole del ministro dei Lavori Pubblici, il barese Araldo di Crollalanza.

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Non la faccio lunga, E del resto le parole sono poca cosa rispetto alla forza di quelle fotografie, di quelle cartoline talmente amate dal demoniaco Sturani. Accanto al mio testo, Dago ve ne offre una selezione. Guardate e trattenete il fiato. E magari, se siete in vena di fare del bene, regalate una copia di questo libro alla Boldrini.

Ps. Dimenticavo. Qualche imbecille ebbe il buon gusto, nel 1945, di fare arrestare Moretti per le sue collaborazioni con il regime. Il geniale architetto rimase in carcere per alcune settimane, non so esattamente quante.

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LA STORIA DI MIO PADRE, di Stefano Zurlo

Pubblicato il 7 maggio, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Ventuno giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla moglie Bruna: «Comincia l’ estate, oggi è il primo giorno. Ho passato qui l’ intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l’ avrebbe mai detto?». L’ epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda sgomento sembra già scandagliare la vertigine dell’ abisso.

L’ ex presidente dell’ Eni, travolto dal ciclone Mani pulite, sta meditando la scelta irrevocabile. Il 5 luglio, dopo altre due settimane di supplizio, si rivolge ai figli Stefano e Silvano con parole definitive. Il suicidio è stato stabilito e lui sa che i ragazzi leggeranno dopo. Dopo aver asciugato, se mai ci riusciranno, le lacrime. Dopo le polemiche e tutto il resto. «In una lunga lettera a voi tutti e che ho indirizzato alla mamma – è la comunicazione struggente e lucidissima, animata da una sovrumana forza di volontà – ho spiegato le ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a distruggere l’ anima».

Parla di se al passato, l’ amico di Bettino Craxi. È solo questione di giorni. La goccia che fa traboccare il vaso arriva nel filone Eni-Sai, parallelo a Mani pulite. Il pubblico ministero Fabio De Pasquale, almeno secondo l’ avvocato Vittorio D’ Aiello, promette un parere positivo sugli arresti domiciliari, ma poi si arrocca sul no. È finita, anche se il giudice deve ancora pronunciarsi. Gabriele Cagliari ha esaurito la pazienza e le energie e pensa che quel gesto di ribellione sia l’ unico modo per preservare la propria dignità.

La mattina del 20 luglio si chiude in bagno bloccando la porta con un pezzo di legno, infila la testa in un sacchetto di plastica, lo lega intorno al collo con un laccio di scarpe e si uccide in quel modo cosi crudele e fragoroso. Venticinque anni dopo, Stefano Cagliari prova a rielaborare quelle ferite, personali e di un intero Paese, in un libro misurato e sofferto, ma senza nemmeno una goccia di rancore, scritto con Costanza Rizzacasa d’ Orsogna: Storia di mio padre (Longanesi, pagg. 264, euro 18,80).

Dentro c’ è la ricostruzione, sommessa e mai urlata ma attenta al dettaglio, di quei mesi drammatici del terribile Novantatrè. Un padre chiuso per 134 giorni nel «canile di San Vittore», come lui lo chiama senza sconti nelle sue missive. E una famiglia un tempo potente precipitata nell’ angoscia, frastornata, colpita da una successione inarrestabile di lutti. Non solo. Il volume propone la corrispondenza, in buona parte inedita, partita dal carcere o spedite da casa al detenuto.

C’ è insomma, la progressione di una tragedia sullo sfondo di un Paese lacerato e incattivito che ha smarrito la propria anima nel tentativo di purificarsi. Perfino il funerale diventa un problema: «Il parroco della chiesa di San Babila non c’ era, il vice si rifiutò e cosi il vicario di Carlo Maria Martini all’ Arcivescovado». Allora il cardinale che è in Francia chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo prega di celebrare la funzione al posto suo. Ma quel momento di pietà viene sconvolto e funestato: «La chiesa era gremita, la gente si accalcava fuori. Arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini, ci guardammo. Era tutto più grande di noi».

Un quarto di secolo dopo, questo testo abbraccia l’ umanità, allora calpestata. E fa un passo decisivo sulla strada di una pacificazione che non sia solo la spugna del tempo. La prefazione, sorprendente, porta la firma autorevole di Gherardo Colombo, uno dei magistrati del Pool che chiesero l’ arresto di Cagliari. E Colombo, senza rinnegare nulla, con toni altrettanto sobri, compone una critica del sistema giudiziario, peraltro abbandonato nel 2007.

Dunque, in qualche modo fa autocritica: «Il magistrato si concentra sulle esigenze della giustizia – termine che inserisco fra molte virgolette – ma cosi facendo, non si rende conto delle conseguenze che i suoi atti producono su coloro che le investigazioni subiscono». Schiacciati in celle anguste, esposti alla gogna feroce – il ‘93 diventa un calco dell’ originale 1793 giacobino- con interrogatori diluiti sul calendario con il contagocce, oggi per fortuna meno di allora. «Bisogna riconoscere – ammette ora Colombo -la persona. Vedere il volto dell’ altro». Allora, e non solo allora, andò in un altro modo. Stefano Zurlo, Il Giornale 7 maggio 2017

…A 25 anni di distanza, il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, racconta la storia di suo padre, rinchiuso nel “canile di S. Vittore2 come lo stesso Cagliari lo defnisce nell’episstolario con la famiglia, e nel quale si tolse la vita fiaccando la testa in un sacchetto di plastica, non riuscendo più a sopportae la carcerazione, specie dopo che, sostenne il suo avvocato, il magistrato prima promise e poi cambiò idea sulla concessione deglia rresti domiciliari. Fu una pagina sconvolgente di quella immensa saga di robesperriana memoria che  passò sotto il nome di Tangentopoli che fece tante vittime e non cambiò il mondo. Il figlio di Cagliari, racconta Zurlo che ne ha recensito il libro, racconta i fatti con estrema misura e con linguaggio più che soburio, non cervcando vendetta ma solo chiarezza. Illuminante nel libro quanto scrive nella prefazione firmata da Gherardo Colombo che del pool di ani pulite faceva parte. Ammette Colombo sia l’eccessivo zelo sia la mancanza di attenzione per le persone, molte delle quali risultarono innocenti ma distrutte nell’animo e nel corpo. Come Cagliari, appunto.  g.

IL PROCESSO (INFINITO) ALLO STATO, di Paolo Mieli

Pubblicato il 25 aprile, 2018 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Illustrazione di Fabio Sironi

Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano. Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto che sono pochi, troppo pochi, quelli che danno prova — non a chiacchiere — di averne a cuore le sorti. Ma c’è poi anche una questione che attiene alla reputazione dello Stato medesimo. Reputazione danneggiata dal progressivo formarsi di un senso comune genericamente ad esso ostile al quale rischiano di contribuire talvolta anche coloro che se ne ergono a difensori. Di cosa parliamo? Prendiamo il caso della sentenza del processo sulla «trattativa Stato-mafia» nel cui merito qui non entriamo in attesa del secondo e terzo grado di giudizio (oltreché di poterla leggere per esteso). Già adesso, però, non possono sfuggirci le ripercussioni che in tema di Stato tale sentenza avrà nel discorso pubblico e sui libri di storia. In che senso? Ecco in che termini ne ha riferito un giornale che — oltreché del direttore Gian Maria Vian e dei suoi giornalisti — è la voce, per così dire, di papa Francesco, L’Osservatore Romano: la sentenza della Corte d’assise di Palermo avrebbe «stabilito in primo grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i massimi vertici dello Stato italiano».

Proprio così, secondo il quotidiano della Santa Sede (o meglio: secondo la sentenza), «i massimi vertici dello Stato» avrebbero interloquito con l’organizzazione criminale, per giunta «proprio mentre venivano assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia, nelle stragi di Firenze e Milano e venivano fatte esplodere bombe nel cuore di Roma». Più o meno quello che, con maggiore o minore enfasi, hanno riportato quasi tutti gli organi di stampa. Ed è questa, ad ogni evidenza, una percezione destinata a restare. Anche se, come qualcuno ha notato, nella sentenza compaiono sì i nomi dei capi mafiosi e degli ufficiali del Ros responsabili di aver «avvicinato» i boss, ma neanche uno di un qualche appartenente ai suddetti «massimi vertici dello Stato italiano». L’unico, Nicola Mancino – per il quale Nino Di Matteo e gli altri pm avevano chiesto una condanna (sia pure per un reato minore: falsa testimonianza) – è stato assolto. Per il resto, niente nomi né cognomi.

Non è una storia nuova. L’anno prossimo, il 12 dicembre, saranno cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana. E saranno poco meno di cinquant’anni da quando, per spiegare l’accaduto, la casa editrice Samonà e Savelli diede alle stampe un libro, «La strage di Stato», il cui titolo è rimasto a definire quell’orribile fatto di sangue. Strage o stragi «di Stato». Sempre, dal ’69 in poi, si è creduto di individuare lo zampino dello «Stato» dietro qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai «massimi vertici» non ne sono venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, «lo Stato» a poco a poco, nei nostri manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso, nelle ricostruzioni, assumeva proprio la denominazione di «entità»). Nemmeno una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di qualcuno che ben più di più di un ufficiale infedele ci avvicinasse a quei «massimi vertici». Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati, imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette statuali di cui ha correttamente riferito L’Osservatore Romano, niente. E anche in questa occasione…

Qualcuno ha provato a individuarli quei nomi. Marco Travaglio, persona più di qualsiasi altra capace di decrittare quel che scrivono i giudici, ha riassunto sul Fatto ciò che si potrebbe desumere dal dispositivo dell’attuale sentenza: «i tre carabinieri (Mori, Subranni e De Donno) sono stati condannati insieme a Bagarella e Cinà per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse ai mafiosi». E lo Stato, ha scritto ancora il direttore del Fatto, «si piegò». Se ne dovrebbe dedurre che la sentenza punta il dito accusatore contro Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, i quali, appunto, «si piegarono». O contro qualche innominato di pari livello che lo fece al posto loro. Innominato a cui sarebbe riconducibile anche la «rimozione degli uomini della linea dura» (il ministro Enzo Scotti e il direttore del Dap Niccolò Amato) «per rimpiazzarli con quelli della linea molle» (il Guardasigilli Giovanni Conso, il nuovo capo del Dap Capriotti) che nel ’93 «revocarono il 41 bis a ben 330 mafiosi detenuti». «Fu quello», ha scritto ancora Travaglio continuando a riassumere il dispositivo della sentenza, «il primo di una lunga serie di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente». E così anche Silvio Berlusconi (esplicitamente chiamato in causa per via della condanna a Marcello dell’Utri) e Romano Prodi sono sistemati.

Davvero non si capisce perché i nomi degli esponenti dei «massimi vertici» del Paese al momento decisivo siano scomparsi dalle carte giudiziarie e al loro posto sia rimasto solo soletto «lo Stato». Abbiamo scritto che un tal modo di attribuire allo Stato ogni genere di male ebbe una data d’inizio ai tempi della strage di piazza Fontana (1969). In realtà – in termini meno espliciti e diretti – qualcuno aveva cominciato molto prima, nel 1947, in occasione dell’eccidio di Portella della Ginestra; successivamente avevamo avuto un obliquo rinvio al presidente della Repubblica Antonio Segni per il piano Solo (1964): sempre si alludeva a ordini «partiti dall’alto, da molto in alto», salvo poi sfumare il tutto al momento in cui sarebbe stato necessario circostanziare le accuse nelle aule di giustizia. Negli anni Settanta e Ottanta ci si accorse di questo inconveniente e dagli studiosi furono introdotte nuove categorie a giustificare il perché la mancata identificazione degli statisti responsabili di misfatti: «Stato nello Stato», «Stato parallelo», «Doppio Stato». Ma nomi e cognomi degli appartenenti ai «massimi vertici» dello Stato – parallelo o doppio che fosse – non furono mai identificati. Così – eccezion fatta per Giulio Andreotti e la mafia, con la stravagante condanna/assoluzione double face – i grandi accusati evaporavano nel nulla e nelle reti giudiziarie restavano impigliati imputati medi e piccoli che, diciamolo, sarebbe davvero ingiusto qualificare ancora come «lo Stato». Anche perché, così facendo, è accaduto che lo «Stato» abbia dovuto farsi carico di una serie mostruosa di capi di imputazione ed entrare, aggravato da questo non lieve fardello, in tv, manuali di storia, libri, film (e, per via subliminale, nella coscienza di moltissimi italiani) come «mandante occulto» di orribili delitti.

Restando in tema di mandanti, il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò su queste colonne un celeberrimo scritto in cui, parlando delle stragi di quegli anni, sosteneva di conoscere i nomi di chi le aveva commissionate, ma di non poterli mettere nero su bianco dal momento che non ne aveva le prove. Fu, quell’articolo, una scossa salutare. Ma forse non immaginava, Pasolini, che nei successivi quarantaquattro anni la magistratura italiana avrebbe annoverato una gran quantità di «pasoliniani» i quali, senza neanche disporre della sua ispirazione poetica, non avrebbero esitato a puntare l’indice contro non meglio identificati «alti vertici dello Stato», senza poi sentirsi in obbligo di circostanziare le accuse. Povero «Stato» che nella sua immaterialità, a differenza dei singoli individui, non può difendersi, né nei tribunali, né nei talk show, né nelle piazze. Dopo che per 50 o 70 anni lo si è indicato all’origine di più di un misfatto, non potrà certo essere «assolto» in appello. Né essere risarcito. Dovrà restarsene nei libri di storia sempre più afflitto nella reputazione a pagare per chi sa essere efficace nelle invettive ma non ritiene di doversi presentare all’appuntamento decisivo: quello dell’addebito delle colpe a un essere in carne e ossa. Eventualmente provvisto di identità. Paolo Mieli, Il Corriere della Sera, 25 aprile 2018

LA MAGIA PERDUTA DI MACRON, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 14 aprile, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

Un anno fa, in questi stessi giorni, Emmanuel Macron sbalordiva il mondo. Nell’era della rivolta contro le élites e il sistema, la Francia eleggeva presidente un allievo dell’Ena, la scuola che da sempre seleziona le élites, e un banchiere della Rotschild, simbolo del sistema finanziario internazionale. Per altri tratti Macron interpretava invece lo spirito del tempo: non aveva ancora quarant’anni, né aveva un partito alle spalle. In ogni caso, l’ascesa dell’ultimo liberale è stata formidabile.

Ora però il vento è girato, e anziché alle spalle comincia a soffiargli in faccia. L’argomento che si sente ripetere spesso in Italia — al primo turno Macron ha preso solo il 24% — è privo di significato in Francia. In oltre mezzo secolo di Quinta Repubblica, nessun presidente è mai stato eletto al primo turno, neppure il fondatore (De Gaulle visse come un affronto personale essere portato al ballottaggio dal candidato della sinistra, il giovane François Mitterrand. André Malraux e altri ministri insistettero perché andasse in tv a far propaganda. Lui rispose: «Cosa volete che dica alla televisione? Mi chiamo Charles De Gaulle e ho 74 anni?». Alla vigilia del voto, il ministro dell’Interno gli portò la foto di Mitterrand con il capo della polizia collaborazionista Bousquet. Il Generale disse: «Metta via quella roba»). Chirac conquistò per due volte l’Eliseo prendendo al primo turno nel 1995 poco più del 20%, e nel 2002 meno ancora. Non c’è dubbio però che il sistema francese produca una semplificazione al limite della torsione: sbaragliata Marine Le Pen al ballottaggio e conquistata la maggioranza all’Assemblea nazionale, Macron ha ora davanti a sé altri quattro anni di potere in solitudine. Siccome proviene da sinistra — più per cooptazione che per cultura —, ha scelto un primo ministro di destra moderata. Edouard Philippe, è stato allievo e portavoce di Alain Juppé.

Il nome di Juppé, che Chirac definiva «il migliore di noi», è legato al primo di una serie di tentativi fallimentari di modernizzare la Francia. Da premier cercò di riformare le pensioni dei ferrovieri, i mitici «cheminots», che lasciavano il lavoro a cinquant’anni come ai tempi di Zola e delle locomotive. Dovette in parte cedere sotto un’ondata clamorosa di scioperi, e quando Chirac dissolse l’Assemblea nazionale vinsero a sorpresa i socialisti di Jospin. Nel 2007, ancora nel nome della modernizzazione, fu eletto Nicolas Sarkozy: la fine è nota, il riformatore accolto come il nuovo Napoleone fu battuto dal budino Hollande, ed è apparso per l’ultima volta sulla scena pubblica tra due gendarmi come Pinocchio.

Al di là della modesta statura dei protagonisti, il punto è che la maggioranza dei francesi vuole la modernizzazione solo a parole. Ogni volta che un leader tocca i fili dei privilegi e dello statalismo, cade fulminato. Lo sta provando pure Macron, che ha sfidato sia i cheminots con l’apertura delle ferrovie ai privati, rifiutata a suon di scioperi, sia gli studenti, che nel cinquantennale del Maggio ’68 tornano simbolicamente a occupare Nanterre e la Sorbona (sgomberata l’altro ieri) per protestare contro il numero chiuso.

Anche in Europa Macron ha sbattuto contro il muro. Erapartito bene, facendo suonare l’Inno alla Gioia prima della Marsigliese; poi ha rifiutato la dovuta solidarietà all’Italia, con incidenti grotteschi come quello di Bardonecchia. Aveva previsto che Londra si sarebbe rimangiata Brexit (e che Trump non avrebbe stracciato gli accordi di Parigi contro il riscaldamento del pianeta), ed è stato smentito. La sua giusta proposta per il rilancio della costruzione europea si è scontrata con l’intransigenza dei Paesi del Nord, diffidenti nei confronti dei partner mediterranei, e ora con la vittoria dei populisti in Italia, dove l’interlocutore naturale di Macron (Matteo Renzi, da lui ricevuto all’Eliseo da semplice segretario pd) è il grande sconfitto.

Macron è tutt’altro che finito. Anche in queste ore si muove con dinamismo: tende la mano ai vescovi e al mondo cattolico, prepara l’intervento in Siria, va in tv a ribadire che terrà duro sulle riforme (anche su quella più impopolare: limite di velocità a 80 chilometri l’ora sulle strade statali). Il suo resta l’esperimento liberale e centrista più interessante d’Europa, visto l’inevitabile declino della Merkel. È finito però l’incantesimo che grazie a una serie irripetibile di intuizioni e di colpi di fortuna, non sempre casuali — compreso lo scandalo che ha azzoppato il filorusso Fillon — , l’ha portato a conquistare tutto. Le opposizioni «repubblicane» di destra e di sinistra sembrano ancora tramortite; i due populisti, la Le Pen e Mélenchon, sono troppo schiacciati a destra e a sinistra per pensare di vincere un ballottaggio; però anche il figlio prediletto dalla vittoria sta sperimentando quanto sia duro guarire un Paese di cattivo umore come la Francia, e farlo contare di più in un’Europa che al liberalismo sta chiudendo le porte. Aldo Cazzullo, Il Corriere dela Sera, 14 aprile 2018

PICCONATE SUL MITO DELLA RESISTENZA, di Gianlcuca Veneziani

Pubblicato il 7 aprile, 2018 in Politica, Storia | Nessun commento »

A picconate, o a piccoli colpi di scalpello, il mito della Resistenza si va via via sgretolando, fino a ridursi a un cumulo di macerie. Ad abbatterlo non ci pensa più solo la revisione salvifica relativa al sangue dei vinti, ossia alle brutalità commesse dai partigiani a guerra finita, a mo’ di vendette private o di epurazione sistematica dell’ ex nemico: storia diventata patrimonio collettivo grazie all’ opera di Giampaolo Pansa. Adesso scricchiola pure l’ edificio della Resistenza come grande movimento di popolo, come insurrezione spontanea, immediata e partecipata, oltreché risolutiva, su cui a lungo si è basata la vulgata storica.

Se anche questo mito aurorale della Resistenza mostra le sue falle, il merito è dello storico francese Olivier Wieviorka che ha appena dato alle stampe il documentatissimo saggio Storia della Resistenza nell’ Europa occidentale 1940-1945 (Einaudi, pp.464, euro 35), analisi sull’ effettivo contributo dei partigiani durante il conflitto e il loro reale peso politico e militare nei Paesi occupati. Ma il merito è anche dello storico Paolo Mieli che ieri, recensendo il libro di Wieviorka sul Corriere della Sera, è riuscito poderosamente a infrangere, su un grande giornale, quel conformismo che fa della Resistenza insieme un Totem da venerare e un Tabù, del quale non è possibile parlare (male).

Leggendo Wieviorka, Mieli non esita a smontare quelle che lo storico francese definisce «agiografie», derubricando cioè l’ azione dei partigiani europei, e anche italiani, a un contributo residuale ai fini della Liberazione. A lungo infatti, fa notare Wieviorka, è stato «sopravvalutato il ruolo svolto dalla dimensione nazionale della lotta comune» ed è stato «ritenuto che le resistenze locali potessero svilupparsi adeguatamente senza aiuti esterni».

Quasi fossero movimenti volontari, auto-finanziati e operativi grazie a una libera scelta insurrezionale In realtà, le cose andarono diversamente, sia perché la nascita di quei fronti di lotta fu sollecitata dal Soe (Special Operations Executive), organismo creato dagli inglesi al fine di fomentare la Resistenza; sia perché l’ apporto dei partigiani fu pressoché irrilevante tanto che «con o senza Resistenza, l’ Europa sarebbe stata liberata dalle forze angloamericane».

Ma l’ aspetto forse più interessante del saggio è che non ci fu, sin dagli albori in Europa, e tanto meno in Italia, l’ insorgere di dissidenti pronti a darsi alla macchia né una risoluta «opposizione all’ apparente inesorabilità della disfatta» nei Paesi occupati. Piuttosto, i governi di quegli Stati cercarono compromessi con il Reich e gli stessi popoli a tutto pensarono tranne che a mettersi subito in armi contro l’ invasore. Smentita evidente della leggenda secondo cui sarebbe esistita una Resistenza implicita e silenziosa, nata nel momento dell’ occupazione e poi sfociata nella Resistenza armata.

Questo fu vero soprattutto in Italia, dove il movimento resistenziale tardò a manifestarsi sia per quella che Mieli definisce «apatia politica degli italiani» sia per una comprensibile mancanza di ardore che portava i nostri prigionieri di guerra a non voler rischiare la pelle per rovesciare il regime, sia per il consenso di cui – almeno fino al 1943 – il fascismo godette nel nostro Paese, al punto che molti soldati o cittadini consideravano un “tradimento” opporsi al governo vigente.

E infatti da noi gli angloamericani faticarono ad alimentare uno spirito ribellista e a mettere su gruppi di lotta armata. Wieviorka racconta di tentativi grotteschi, come quando si cercarono ribelli italiani in Nord Africa e in Svizzera, ma si trovarono soltanto «cospiratori da salotto»; o quando, non riuscendo a identificare una figura spendibile come leader dei futuri partigiani, la si trovò in un certo Annibale Bergonzoli, un generale che tuttavia presto si dimostrò «un ciarlatano di temperamento esaltato». Insomma, non la persona ideale nelle cui mani mettere le sorti d’ Italia.

È interessante notare come questa rilettura della Resistenza continui a essere portata avanti da studiosi esterni alla cultura di destra. Wieviorka, nipote di ebrei uccisi ad Auschwitz, collabora con un inserto del giornale di sinistra Libération; lo stesso Mieli, cresciuto negli ambienti della sinistra extraparlamentare, è stato allievo del grande Renzo De Felice, storico comunista, e nondimeno principale artefice della revisione sul fascismo. Come già nel caso di Pansa, la demitizzazione della Resistenza non può che partire da sinistra. Dove le menti più illuminate, ormai da tempo, si sono accorte che della Resistenza non resiste più niente. Gianluca Veneziani, Libero Quotidiano, 7 aprile 2018

IL DECLINO DEL CENTRO (PER ORA), di Angelo Panebianco

Pubblicato il 28 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

I rapporti di forza così come sono stati fissati dai risultati elettorali e come si sono subito manifestati nella elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno fatto pensare che un nuovo bipolarismo, un bipolarismo 5 Stelle/Lega, stia per consolidarsi; come dimostrerebbero le scintille di ieri tra Salvini e Di Maio. Non ci credo affatto. Un simile bipolarismo non potrebbe mai stabilizzarsi né stabilizzare la democrazia italiana. L’esperienza storica, la storia delle democrazie, ci dice che nessun bipolarismo può diventare durevole se la sua affermazione si accompagna allo «squagliamento» del centro. Il declino del centro è l’evento più significativo delle elezioni del 4 marzo. Ed è anche la condizione che rende improbabile la stabilizzazione del nuovo quadro politico e dei connessi rapporti di forza. Qui giova la lezione di Giovanni Sartori (i lettori del Corriere ricorderanno i suoi editoriali). La forza del centro, per Sartori, può manifestarsi in due modi. O c’è un bipartitismo i cui poli tendono a convergere al centro, a competere fra loro per conquistare l’elettorato più centrista (e per questa ragione adottano programmi e promettono politiche «centriste») oppure il centro dello schieramento è occupato in permanenza da un partito o da una coalizione di partiti e le forze estreme sono relegate all’opposizione. La prima è stata, nelle fasi più felici della sua storia, l’esperienza della Gran Bretagna. La seconda è stata l’esperienza italiana ai tempi della Guerra fredda. Ciò che in nessun caso può stabilizzare una democrazia è un bipolarismo i cui poli siano occupati dalle estreme (un bipolarismo che Sartori avrebbe definito «centrifugo», in fuga dal centro).

A ben guardare, nonostante le urla dei tanti e la caciara che per lo più accompagnano la lotta politica nei Paesi latini, la nostra breve esperienza di democrazia maggioritaria, ai tempi della contrapposizione fra Prodi e Berlusconi, aveva dato vita a un bipolarismo i cui poli non fuggivano verso le estreme ma convergevano al centro (gli estremisti presenti nei due schieramenti erano tenuti a bada da forze centriste). Il senso di questo discorso è che le elezioni del 4 marzo, lungi dall’innescare un processo che potrebbe stabilizzare la democrazia italiana, hanno aperto un vuoto politico, anzi una voragine, nel centro dello schieramento (sono venuti meno, come osservava Francesco Verderami sul Corriere del 26 marzo, i punti di riferimento politico dei «moderati», ossia, precisamente, degli elettori centristi). L’eventuale futura stabilizzazione della democrazia italiana richiede che quel vuoto venga riempito. Che ciò si verifichi o no, nessuno può al momento saperlo.

La ricostituzione del centro, se mai avverrà, richiederà la scomposizione di forze oggi esistenti: dovrà aggregare sia parti del Pd indisponibili a una alleanza con i 5 Stelle sia la parte di Forza Italia contraria a farsi assorbire dalla Lega. Un simile processo, per riuscire, avrà bisogno di tre ingredienti. Il primo è il tempo. Non è una operazione possibile nel giro di poche settimane o pochi mesi. Il secondo ingrediente è la leadership. Le situazioni di emergenza favoriscono a volte l’avvento di leader energici. La ricostituzione del centro non sarà possibile senza l’affermazione di una nuova leadership — in stile Macron per intenderci. Il terzo ingrediente ha a che fare con la proposta politica. Insieme alla leadership essa può contribuire a forgiare nuove identità. La ricostituzione del centro passa per l’articolazione di una proposta da presentare al Paese e che sia alternativa a quelle delle estreme. Sul piano economico, tale proposta dovrà essere alternativa — e quindi chiara, non equivoca — alle ricette «venezuelane» che i vincitori proporranno (flirtando con Di Maio, Matteo Salvini ha scoperto che il reddito di cittadinanza potrebbe creare lavoro: niente di meno). Ma il lavoro si crea se si sa come attirare investimenti, se si riduce il debito rendendo contestualmente possibile la riduzione delle tasse, se si allentano i vincoli burocratici. Né il Partito democratico né Forza Italia in questa campagna elettorale avevano, al riguardo, proposte chiare. Si sono visti i risultati.

Altrettanto incisiva dovrà essere la proposta politica di un ricostituendo centro per tutto ciò che riguarda il rapporto fra l’Italia e il mondo. Occorre spiegare agli italiani che gli interessi del Paese vanno tutelati dentro l’Europa e non contro di essa, ossia svolgendo un ruolo attivo nel processo di integrazione: il contrario di quanto auspicano o perseguono i cosiddetti «sovranisti». Occorre spiegare, inoltre, che i Trump passano ma la Nato resta, ossia che l’alleanza, anche militare, fra le due sponde dell’Atlantico è, e sarà anche in futuro, la più importante condizione di mantenimento di ordine (quel tanto di ordine che è possibile) e di pace (quel tanto di pace che è possibile) nel mondo. E occorre spiegare — almeno fin quando sarà ancora possibile farlo senza diventare successivamente vittime di misteriosi incidenti — che collaborare con la Russia è necessario ma è anche indispensabile farlo tenendo sempre un nodoso randello in mano. Senza compromettere il legame con gli alleati occidentali e senza mai dimenticare quanto possano essere pericolosi i rapporti con una grande potenza retta in modo autoritario e abituata da secoli a usare forza e brutalità per affermare se stessa nel mondo. In un assetto maggioritario di tipo francese una leadership neo-centrista potrebbe in poco tempo sbaragliare le estreme e conquistare da sola il governo. In un assetto proporzionale quale è il nostro, l’eventuale successo di un’operazione neo-centrista, probabilmente, favorirebbe una dislocazione delle forze non troppo dissimile da quelle che l’Italia ha già sperimentato in epoche passate. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 28 marzo 2018

NON CAMBIATE CASACCA E DIFENDETE LA LIBERTA’ DEL PARLAMENTARE, di Antonio Polito

Pubblicato il 27 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Roberto Fico, del M5S, appena eletto presidente della Camera (Omniroma) R

Ieri tutti i parlamentari hanno scelto i gruppi cui aderire. C’è da sperare che ci abbiano pensato bene, e che considerino la loro iscrizione non come un atto burocratico ma come un impegno anche morale. Presto infatti la loro lealtà potrebbe essere messa a dura prova dalle tentazioni della politica, soprattutto in un Parlamento nel quale maggioranza e minoranza non sono precostituite e che appare destinato a una certa fluidità.

Il primo appello a deputati e senatori della XVIII legislatura dunque è: non cambiate casacca. Non fatelo con la spregiudicatezza e il cinismo dei vostri predecessori nel Parlamento precedente. Essi hanno inferto con il loro comportamento un colpo tra i più duri alla credibilità della democrazia rappresentativa, rendendo un grande favore alle forze dell’antiparlamentarismo. Che molti di loro non siano rieletti è dunque un giusto contrappasso.

Allo stesso tempo bisogna però rivolgere un appello a quei partiti che in campagna elettorale hanno proposto (o minacciato) di ridurre la libertà dei singoli parlamentari violando (o rimuovendo) il divieto di ogni vincolo di mandato che è sancito nella Costituzione. Lasciate perdere. Innanzitutto perché quel principio, che consente all’eletto di rappresentare gli elettori invece che un capo o un datore di lavoro, è il contenuto stesso della democrazia parlamentare, in nome del quale si sono fatte le rivoluzioni. In secondo luogo perché quegli stessi partiti un giorno dopo le elezioni, scopertisi senza maggioranza, hanno cominciato a chiedere pubblicamente ai parlamentari eletti altrove di aderire al proprio programma per far nascere il governo, e di muoversi cioè senza vincolo di mandato. Sia il trasformismo, che dai tempi di Agostino Depretis caratterizza in negativo la vita del Parlamento italiano, sia un nuovo autoritarismo che vuol fare delle Camere un bivacco di impiegati di partito, invece che di manipoli, sono pericoli mortali per la democrazia. Già ne corre tanti, risparmiamole almeno questi. Antonio Polito, Il Corriere della Sra 27 marzo 2018

I MODERATI SENZA UNA ROTTA, d Francesco Verderami

Pubblicato il 26 marzo, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Silvio Berlusconi (Imagoeconomica) Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)

Alla vigilia delle elezioni uno studio di Swg sulle identità politiche degli italiani aveva proposto un’analisi comparata tra il 2013 e il 2018: cinque anni prima i cittadini che si definivano «ceto moderato» erano il 36%, cinque anni dopo si erano ridotti al 21%. Quella che è sempre stata la maggioranza relativa del Paese è diventata un’area di minoranza rispetto a nuove «etichette», nelle quali ormai si riconosce gran parte dell’opinione pubblica nazionale. È tempo di cambiare le categorie della politica? Si è forse conclusa la lunga stagione che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica? O più semplicemente quanti erano chiamati a rappresentare le istanze del «ceto moderato» non sono stati più in grado di farlo? Perché il «ceto moderato» comunque continua a esistere, dopo la Dc aveva trovato il suo baricentro nel centrodestra a trazione berlusconiana.

Ma quel centrodestra non esiste più: il sorpasso su Forza Italia operato da Salvini nelle urne, e la leadership che il segretario della Lega ha conquistato nelle trattative sulle presidenze delle Camere, cambia la natura della coalizione. E ne cambia anche le prospettive. È vero che il progetto di Lega-Italia non è che la riedizione del Pdl, prima costruito e poi sciolto da Berlusconi, ma è altrettanto vero che la sua linea nazionalista contrasta con la tradizione popolare ed europeista nella quale il fondatore dell’alleanza si è sempre riconosciuto. A questo punto Berlusconi, che per venticinque anni è stato la voce di gran parte del «ceto moderato», può ancora rappresentare quell’area di opinione pubblica? Oppure serve qualcosa di nuovo e qualcuno nuovo che raccolga il testimone? E qui emergono i problemi. Dentro Forza Italia, per varie ragioni, il tema del futuro non si è mai posto perché così era peraltro imposto dal leader (anche) con la forza dei numeri, oltre che del suo carisma. Ma il futuro è arrivato, cogliendo di sorpresa una classe dirigente che rivela i suoi limiti.

Mentre il vecchio impero viene occupato da nuovi conquistatori, che dimostrano una capacità di azione politica pari alla determinazione con cui la impongono, si assiste al frenetico agitarsi di quanti — per ambizioni personali, istinto di sopravvivenza e spirito di adattamento — cercano soltanto di non venire travolti dal nuovo. Manca chi sappia proporre un progetto, offrire un orizzonte. Nessuno sembra essere né avere voce. L’ultimo tentativo di arrocco era stato la riforma del modello di voto, concepita insieme al Pd con l’intento di costruire — dopo le urne — delle larghe intese sul modello europeo dell’alleanza tra popolari e socialisti, come già in Germania e in Spagna. Se il Rosatellum ha avuto un effetto di sistema opposto, c’è un motivo: la riproposizione della rivoluzione liberale (datata 1994) ha evidenziato in campagna elettorale un’assenza di idee che ha amplificato il senso di frustrazione del «ceto moderato» colpito dalla grande crisi.

Così il Paese ha scelto la via del cambiamento radicale. La forza centrifuga che questa autentica rivoluzione politica sta producendo potrebbe portare alla marginalizzazione e poi alla dissoluzione delle aree moderate e riformiste, oppure alla loro scomposizione e alla nascita di un nuovo progetto. D’altronde un processo di osmosi tra i blocchi che si sono contrapposti nella Seconda Repubblica era iniziato: in fase embrionale con le larghe intese ai tempi del governo Letta, e in maniera più visibile con il patto del Nazareno nell’era renziana. Il Rosatellum, con le sue finalità di governo, è l’indizio più evidente.

Si vedrà se un’operazione macroniana avrà tempo e spazio per realizzarsi anche in Italia. E se Salvini e Di Maio — che si propongono come i fondatori della Terza Repubblica e di un nuovo bipolarismo — daranno tempo e spazio agli avversari per costruire un simile progetto. In ogni caso servirebbero nuovi attori per un’operazione che si porrebbe come area di rappresentanza alternativa a quella sovranista e populista. Ma il futuro è oggi. La sfida che sta per iniziare con le consultazioni per la formazione di un governo, garantisce a Berlusconi ancora un ruolo importante, con la consapevolezza però che l’unità del centrodestra non è un valore in sé. Certo, nessun leader può essere insensibile alla necessità di dare stabilità al Paese. Sarebbe tuttavia complicato assecondare progetti che allontanerebbero il suo partito dall’area di riferimento europea, dove Forza Italia esprime il presidente del Parlamento. E sarebbe ancor più difficile spiegare al «ceto moderato» come si possano combinare le tesi liberali sostenute per venticinque anni con il reddito di cittadinanza. Francesco Verderami, Il Corriere della Sera, 26 marzo 2018