IL DECRETO SUL REDDITO DI CITTADINANZA E SU QUOTA 100 CALIBRATO SULLE SCADENZE ELETTORALI, di Massimo Franco

Pubblicato il 18 gennaio, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

L’enfasi era prevedibile. E non solo perché la maggioranza tende a percepirsi come spartiacque nella storia d’Italia. Nella soddisfazione con la quale Movimento Cinque Stelle e Lega hanno annunciato l’accordo sul reddito di cittadinanza e su «quota 100» in tema di pensioni, si coglieva il sollievo di chi ha temuto di non farcela. Potere offrire all’elettorato due provvedimenti-simbolo a pochi mesi dal voto europeo di maggio significa vivere di rendita rispetto a opposizioni o silenti, o aggressive ma frastornate. Il Parlamento potrà modificare alcune norme, e rimane l’incognita di una stagnazione economica che potrebbe trasformarsi in recessione. Ma intanto, la maggioranza che si dichiara populista può ostentare un primo successo.
L’immagine del Giuseppe Conte affiancato dai vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ieri sera trasmetteva un segnale chiaro. Il primo è che la diarchia a Palazzo Chigi oggi è diventata triarchia: Conte non appare più solo un «esecutore» ma il mediatore. Il secondo è che a intestarsi la manovra è un governo politico, che cancella dalla scena il ministro tecnico dell’Economia, Giovanni Tria. Per lui non c’è spazio, in una operazione con marcati contorni elettorali. I Cinque Stelle volevano arrivare a ridosso delle Europee con il reddito di cittadinanza. Il fatto che comincerà a essere erogato a fine aprile, permetterà di incassare il dividendo in voti con un tempismo perfetto. Non sarà ancora possibile vedere gli effetti, che molti indovinano di confusione e di irregolarità. Quanto alla Lega di Salvini, può ostentare lo scalpo di un milione di pensionamenti volontari virtuali in tre anni.
Non è chiaro quanti davvero opteranno per l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, che decurterà una parte della pensione. Ma se la platea dei beneficiari risulterà più ridotta, sarà minore anche l’incidenza sui conti pubblici. Rimane un punto interrogativo. E non riguarda tanto i dubbi che circondano il reddito di cittadinanza, i controlli per evitare gli abusi, l’impreparazione dei «centri di formazione»: ritardi dovuti alla fretta di chiudere, e moltiplicatori di sospetti su una gigantesca operazione assistenziale. La domanda è come si inserirà una manovra espansiva in una fase di rallentamento generale in Europa, Germania inclusa. Al di là delle parole in libertà su un boom economico, il timore è che presto la spesa si riveli più alta del previsto. Se accadesse, la manovra correttiva esorcizzata da M5S e Lega costringerebbe a fare altri tagli. E il rischio non sarebbero le bacchettate dell’Ue e un’offensiva speculativa, ma un’opinione pubblica delusa. Il governo, però, per ora non ci vuole pensare. Massimo Franco, Il Corriere della Sera, 18 gennaio 2019


IL RUOLO DEL PARLAMENTO NON PUO’ ESSERE COMPRESSO, di Stefano Passigli

Pubblicato il 17 gennaio, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Distratta dalle quasi quotidiane polemiche tra i due partners della maggioranza e dall’inedito scontro aperto tra Salvini e Conte, l’opinione pubblica non ha ancora colto pienamente che alcuni comportamenti dei partiti di Governo mettono a rischio aspetti fondamentali del nostro assetto costituzionale. Il più evidente di tali comportamenti è stato l’iter di approvazione della manovra che ha di fatto privato il Parlamento della possibilità di un suo adeguato esame e, grazie al combinato disposto di maxi-emendamento e voto di fiducia, di qualsiasi possibilità di emendamento. E’ noto che il Pd ha investito la Corte Costituzionale della legittimità di questa limitazione senza precedenti delle prerogative del Parlamento. Anche se la Corte ha considerato inammissibile un ricorso per conflitto di attribuzioni avanzato non da una Camera ma da un singolo gruppo parlamentare, tuttavia è tuttavia significativo che la Corte abbia formulato una riserva circa la liceità di una prassi – quella del combinato disposto maxiemendamento-voto di fiducia – che, ancorché praticata da tutti i governi della seconda repubblica, comprime il ruolo del Parlamento.

E’ ora auspicabile che la Corte superando il mero auspicio voglia in futuro sentenziare la illegittimità di tale combinato disposto. Come sorprendersi del venir meno dei partiti storici e della crisi della democrazia rappresentativa se permettiamo, da un lato che i rappresentanti siano nominati da pochi leader ai vertici dei partiti anziché eletti dai cittadini, e dall’altro che le funzioni del Parlamento siano espropriate dall’esecutivo?

Una seconda e ancor più evidente violazione del dettato costituzionale è rappresentata dalla rivendicazione del vice-presidente Salvini di un suo potere esclusivo in materia di gestione dei migranti. La sua affermazione che «si discuta pure con Di Maio, Fico e Conte. Ma in materia di migranti chi decide sono io» — rivendicazione riaffermata anche in sede di accoglienza dei 10 migranti provenienti dalle due navi delle Ong — contrasta apertamente con l’Art. 95 della Costituzione secondo il quale «il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri». Malgrado il suo potere politico Salvini non è il Premier, e se Conte consentirà ad una simile diminutio saremo di fatto di fronte ad una inedita modifica della nostra forma di governo.

Una terza questione di rilevanza costituzionale è quella rappresentata dal decreto sicurezza contro il quale almeno quattro regioni hanno già avanzato ricorso alla Corte, lamentando una lesione delle loro competenze in materia di sanità: i clandestini, infatti, non potendo accedere in via preventiva al servizio sanitario nazionale aumentano i rischi per la salute pubblica. Inoltre, il decreto Salvini sembra violare gli Artt. 2 e 10 della Costituzione. L’Art. 2 afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo …. e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà…»; dell’uomo e non del cittadino, e quindi anche dei migranti ancorché privi di cittadinanza o di permesso di soggiorno. L’Art. 10, dopo aver affermato che l’ordinamento italiano «si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute», aggiunge che «lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’esercizio delle libertà democratiche … ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica».

Impedire l’attracco nei nostri porti non solo viola i trattati e le leggi internazionali che affermano il diritto di accedere al «porto sicuro» più vicino, ma rendendo impossibile il richiedere asilo viola apertamente l’Art. 10. Siamo così ancora una volta in presenza di una violazione costituzionale da parte di un singolo ministro che il Governo nella sua interezza, e in particolare il Premier, non dovrebbero tollerare.

Sul punto non dobbiamo tuttavia farci illusioni. La proposta di referendum propositivo che il Governo ha presentato, qualora fosse approvata senza abolire l’ipotesi di un ballottaggio tra il testo popolare e un testo parlamentare e senza indicazione di un adeguato quorum (insufficiente è infatti prevedere un quorum del 20 o 33%, per superare un voto del Parlamento, essendo necessaria almeno la metà dei votanti nelle precedenti elezioni politiche), costituirebbe non una integrazione ma un attacco senza pari alla democrazia rappresentativa prevista dalla nostra Costituzione. Nel 2006 e nel 2016 le proposte di grande riforma costituzionale avanzate prima dal centro-destra e poi dal Pd erano chiare, furono ampiamente discusse e infine respinte dall’elettorato.

Oggi la proposta di referendum propositivo, se non adeguatamente emendata, costituisce un subdolo e surrettizio attacco ai fondamenti della nostra democrazia. Non si può consegnare ad un numero ristretto di votanti — che magari si esprimono su piattaforme private, come la piattaforma Rousseau che Di Maio oggi offre ai gilets jaunes — quel potere legislativo che la Costituzione attribuisce in via primaria ai rappresentanti del popolo.

Piattaforme incontrollate non sono il popolo. La democrazia rappresentativa ha i suoi difetti, ma è trasparente e controllabile. La democrazia diretta quando esce dalla dimensione locale rischia di cadere preda dell’attivismo di piccoli gruppi e della mancanza di trasparenza e di controllo delle piattaforme attraverso le quali si esprime. La democrazia non è la democrazia digitale. Stefano Passigli, Il Corriere della Sera del 17/01/2019

EDUCAZIONE CIVICA A SCUOLA, UN RITORNO INDISPENSABILE, di Ferruccio De Bortoli

Pubblicato il 13 gennaio, 2019 in Il territorio | Nessun commento »

Tema: la reintroduzione dell’Educazione civica come materia «con voto autonomo nei curricula scolastici di ogni ordine e grado». In realtà, in sei mesi di raccolta, i firmatari sono stati 83.326, di cui 27.261 in Lombardia, 15.508 in Toscana e 10.261 in Emilia e Romagna. Si sono mobilitati circa duemila Comuni, con amministrazioni di tutti gli orientamenti; 27 associazioni, dalle Acli alla Legambiente a Sant’Egidio; 24 testimonial, da Gigi Proietti a Liliana Segre.

La maggioranza gialloverde ha l’opportunità di dimostrarsi sensibile alle istanze del territorio e delle associazioni. Insomma, del popolo. E sarebbe un indiscutibile cambiamento se, cosa mai accaduta, fosse approvata una legge di iniziativa popolare in questa materia. Si applicherebbe l’articolo 71 della Costituzione, in un suo comma un po’ sterile. Una medaglia per il «governo del cambiamento». «Noi l’abbiamo fatto e voi in tanti anni no». Slogan efficace. E poi su un tema così centrale per la qualità della democrazia del nostro Paese come l’educazione alla cittadinanza. Se si continua a dire, anche a sproposito, «prima gli italiani», bene preoccupiamoci anche della loro formazione, della coscienza civica, del senso della legalità. E del grado di cittadinanza degli immigrati di seconda generazione.
La proposta dei Comuni, sostenuta fortemente dall’Anci, l’Associazione che li riunisce, mette insieme per la verità un po’ troppe cose. Dalla conoscenza della nostra Costituzione alla cultura della memoria, alla lotta contro il cyberbullismo, la volgarità in Rete e gli sprechi alimentari, alla tutela dell’ambiente. Ma le intenzioni sono lodevoli e colpisce che se ne parli così poco. Dobbiamo stupirci? Forse no, visto il degrado del nostro discorso pubblico e le immagini di ordinaria e popolare inciviltà.
In materia di educazione civica, sono state già presentate in Parlamento dieci proposte, da gruppi di vario orientamento. Tra queste, anche quella (primo firmatario Massimiliano Capitanio) della Lega per la reintroduzione dell’insegnamento, dalla scuola materna alla secondaria di secondo grado. Fu Aldo Moro, ministro della Pubblica istruzione, a introdurre l’Educazione civica come materia nel 1958. Le lezioni venivano impartite dagli insegnanti di Italiano, Storia e Geografia alle medie. Negli anni 90 la materia era già sparita. Con la legge 169 del 2008, l’allora ministra Mariastella Gelmini, raccomandava l’insegnamento trasversale di Cittadinanza e Costituzione. Una materia un po’ di tutti e di nessuno. Presidi e professori si sono arrangiati, con tante autonome e originali iniziative. «Ma un tema così rilevante — spiega Fulvio Cortese, docente di Istituzioni di diritto pubblico a Trento, università nella quale ha studiato lo stesso Fraccaro — non può essere lasciato alla sola buona volontà del corpo insegnante. Esistono casi virtuosi, ma in generale più che istruire si sensibilizza. E la Costituzione magari si difende ma non si insegna. L’Educazione civica non deve però diventare un contenitore ibrido, con dentro tutto, dalla disciplina alimentare all’uso delle tecnologie. Né presentarla agli studenti come qualcosa di noioso e obbligato, con banalizzazioni e inutili nozionismi. E poi, parliamoci chiaro, bene l’Educazione civica a scuola, ma poi contano gli esempi nella vita di ogni giorno». E i pessimi esempi — scarso rispetto delle regole, del bene comune — abbondano. Così i cattivi maestri. Soprattutto in Rete. La proposta di legge di iniziativa popolare sull’Educazione civica — che ci auguriamo venga discussa e approvata dalle Camere — ha un solo grande difetto. Non riguarda gli adulti. Ferruccio De Bortoli, Il Corriere della Sera, 13 gennaio 2019

GIOVANNI LEONE: UN GALANTUOMO NEL FANGO di Carlo Nordio

Pubblicato il 20 novembre, 2018 in Cronaca, Politica, Storia | Nessun commento »

Quaranta anni fa gli italiani assistevano, alcuni con indifferenza benevola, altri con compiacimento grifagno, a un fatto nuovo e sconcertante: le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Una storia sintomatica delle deviazioni e delle patologie della nostra imperfetta democrazia.
Giovanni Leone era uno più illustri giuristi italiani. Nato a Napoli nel 1908, a ventisette era già docente universitario. Democristiano convinto, era stato membro della Costituente, e parlamentare in tutte le legislature. Godeva di alto prestigio per la sua autorevolezza accademica, appena temperata da una bonarietà che talvolta indulgeva al pittoresco.
Non apparteneva alle correnti del partito, e quindi non godeva di protezione, oltre a quella delle sue riconosciute capacità: quando la Dc non sapeva levarsi dai pasticci in cui la ingolfavano i suoi vertici, chiamava Leone a costituire un governo balneare. Questa indipendenza, alla fine, gli costò la carica.
Nel 1976 scoppiò lo scandalo della Lockheed, un’ impresa aeronautica che aveva venduto a mezzo mondo aerei di grande efficienza. L’ Italia aveva acquistato alcuni Hercules, e quando si seppe che l’ azienda aveva pagato cospicue tangenti ai vari governi acquirenti, i sospetti si riversarono sui nostri politici al potere. L’ inchiesta americana appurò che, tramite un certo antilope cobbler, questi denari erano finiti ad alcuni militari, ministri e faccendieri.
Tra questi ultimi vi erano i fratelli Lefèbvre, di cui Leone era amico, e questo bastò a renderlo vulnerabile. Ma furono sospettati anche altri ministri: Moro, Andreotti, Rumor, Gui e Tanassi.
Moro si difese sostenendo di non saper nemmeno cosa fosse la Lockheed. Un’ affermazione che, se veritiera, avrebbe dimostrato il deplorevole provincialismo del suo autore, visto che la fabbrica era notissima per le sue straordinarie produzioni spaziali e militari. Il suo U2, l’ aereo spia abbattuto sui cieli di Sverdlovsk nel Maggio del 1960, aveva scatenato le ire di Kruschev e determinato l’ annullamento dell’ incontro con il presidente Eisenhower; e il suo F104 equipaggiava da anni la nostra Aeronautica Militare. Bastava leggere i giornali perché quel nome ti restasse impresso per sempre.
Ma, a parte rare e lodevoli eccezioni, i nostri notabili democristiani avevano una cultura essenzialmente parrocchiale, ed erano più sensibili ai voti di sacrestia che alle grandi questioni internazionali. Rumor – il maggior sospettato – fu salvato dalla Commissione Inquirente. Quanto ad Andreotti, svicolò dalla polemica con soavità vescovile e sorniona indifferenza ciociara.
Furono rinviati a giudizio Tanassi, Gui, e altri personaggi minori. Tutti, tranne Gui, sarebbero stati condannati, peraltro a pene assai blande.
Leone rimasto estraneo all’ inchiesta, rimase però solo nel suo partito, che lo abbandonò per meschini interesse di baratteria elettorale. Fu una pagina buia per la DC, ma anche per il giornalismo italiano, che si tuffò in questo fango di contumelie e di allusioni con la più turpe e maramaldesca morbosità.
L’ Espresso si segnalò per la sua petulanza aggressiva, ma non fu il solo. Altri quotidiani e rotocalchi sbeffeggiarono l’ anziano presidente, la sua elegante consorte e persino i suoi figli.
Un giornalista arrivò al pettegolezzo che «gli occhi di donna Vittoria ricordassero quelli dell’ Antilope»; un altro fece un’ univoca allusione alle scarpe scamosciate della first lady; altri scesero a illazioni più ridicole. Il partito comunista, che all’ occorrenza sapeva abbandonare il suo plumbeo grigiore moscovita per assumere toni di eccitata grossolanità, sfruttò con la solita sapiente spregiudicatezza questa lotta intestina.
Leone non era mai piaciuto alla sinistra, un po’ per la sua indipendenza di giudizio, un po’ per la sua storia universitaria (era stato, come del resto Fanfani e tutti i docenti iscritto al partito fascista) e soprattutto perché la sua elezione era stata determinata anche dai voti del Movimento Sociale.
Per di più la sua rimozione avrebbe liberato un posto riservato, nella redistribuzione delle cariche, a un esponente della sinistra. L’ elezione di Pertini, indiscussa la caratura morale del personaggio, fu infatti salutata dal Pci come una Glorious Revolution di Redenzione Resistenziale.
Così, il 15 Giugno del 1978, Giovanni Leone annunciò le sue dimissioni. Non gli fu nemmeno risparmiata l’ umiliazione di impedirgli la lettura integrale del messaggio di commiato: mai l’ untuosità farisaica aveva raggiunto livelli di così vergognosa ingratitudine. Il vecchio professore ritornò ai suoi studi e, dopo una congrua decantazione, rientrò, sommessamente, alla vita politica, e contribuì, inascoltato, alle proposte di riforma del processo penale.
Incidentalmente, non sappiamo se l’ indirizzo dell’ attuale governo, che subordina la sospensione della prescrizione a una nuova riforma, riprenderà o meno in mano l’ opera di Giovanni Leone.
Il giudizio complessivo della vicenda è quello di una sconfortante combinazione di una stampa spregiudicata e malevola, e di una politica ancor più cinica e truffaldina. Questa stessa combinazione avrebbe portato, quindici anni dopo, alla dissoluzione dello scudocrociato e all’ umiliazione pubblica del suo segretario Forlani, corroso dalle bavette labiali davanti all’ aggressività dell’ incalzante Di Pietro e alla implacabile fissità delle telecamere.
Un significativo contrappasso per una classe dirigente che aveva rinnegato i suoi elementi migliori.
Con l’ andar del tempo, le accuse e le illazioni a carico di Giovanni Leone si dimostrarono quello che tutti sapevano fin dall’ inizio: un mélange di pettegolezzi di bottega e di calunnie programmate. Tuttavia nessuno fece ammenda. Soltanto i radicali, che erano stati i più severi critici del Presidente, e probabilmente gli unici in buona fede, trovarono il coraggio di scusarsi: Marco Pannella ed Emma Bonino ammisero pubblicamente di avere esagerato.
Ma gli altri , compresi i maestri di vita e di pensiero, rimasero in verecondo silenzio. E purtroppo la lezione non è stata imparata. In tempi recenti, la parlamentare Ilaria Capua, una delle nostre scienziate più prestigiose, è stata costretta alle dimissioni, nell’ indifferenza codarda e colpevole dei suoi colleghi, a seguito di un’ inchiesta assurda e di un’ altrettanto sciagurata aggressione mediatica. Nel nostro infelice e meraviglioso Paese le prediche sulla legalità sono inversamente proporzionali alle garanzie dei diritti dei cittadini. Purtroppo questa sconcezza non è ancora finita, e non sappiamo nemmeno se e quando finirà. Carlo Nordio per l Messaggero (20 novembre 2018).

…..Non è un caso che Carlo Nordio, magistrato in pensione, abbia scritto questo articolo rievocativo e anche di postumo omaggio a Giovanni Leone, indimenticata vittima di una squallida pagina di fango nella vita politica italiana, nell’anniversario,  il centenario, della Camera dei Deputati che ricorre proprio oggi. Leone della Camera fu Presidente, Capo del Governo, e infine Presidente della Repubblica. Ricopriva questa carica quando fu vittima di una ben orchestrata campagna di fango e di odio, ordita dalla sinistra, che utilizzò una giornalista dell’Espresso, Camilla Cederna,  come puntatrice d’assalto. L’obiettivo  fu raggiunto, Leone, accusato ingiustamente di essere stato collettore di mazzette, alla fine si dimise, benché fosse innocente. La sua innocenza fu riconosciuta dopo, quando ormai le conseguenze del fango e dell’odio riversatigli addosso avevano avuto l’effetto sperato. Fu il colpo di avvio della guerra che avrebbe portato al dissolvimento della Prima Repubblica. g.


TRA SALVINI E FORZA ITALIA UN’ALLEANZA SENZA FUTURO, di Antonio Polito

Pubblicato il 12 agosto, 2018 in Politica | Nessun commento »

Non chiamiamolo più «centrodestra». Qualsiasi sia la «cosa» che verrà fuori dall’Opa di Salvini sull’elettorato di Berlusconi, e che potrebbe vedere la luce già nelle prossime elezioni regionali, non potrà più portare quel nome. Non potrà essere un Polo, una Casa o un Partito della libertà, come l’alleanza di centrodestra
si è chiamata dal 1994, semplicemente perché al centro del suo messaggio non c’è più la libertà, nelle sue varie forme di liberalismo politico, di liberismo economico, di libertarismo nei costumi e perfino di libertinismo privato, come ai tempi di Berlusconi.

Quello che sta avvenendo non è soltanto un fisiologico ricambio di leadership. Se di questo si trattasse, è chiaro che Matteo Salvini se la sarebbe meritata sul campo. Berlusconi, come Crono, si è mangiato uno alla volta tutti i suoi ipotetici delfini, da Casini a Fini, da Alfano a Tremonti. Era scontato che prima o poi spuntasse uno squalo in grado di mangiarselo, approfittando del passare degli anni e della vigoria fisica. Il giovane pretendente ha la grinta per farcela: si è tolto persino la canottiera di Bossi, lui azzanna a torso nudo.

Ma se anche Salvini riuscisse a fagocitare ciò che resta del berlusconismo, una profonda differenza di cultura politica gli impedirebbe di incoronarsi con le sue mani nuovo imperatore del centrodestra. Nel 1994 il centrodestra fu fondato per fermare la sinistra, pronta a prendere il posto della Prima Repubblica morente. Pur con tutte le sue ambiguità segnò la nascita, per la prima volta nella storia d’Italia dai tempi della Destra Storica, di un raggruppamento liberale di massa.Prometteva la liberazione degli «animal spirits» della società italiana. Poi in gran parte ha fallito.

Ma un abisso divide quel progetto politico dall’appello ai «basic instincts» che fa Salvini. Tutto nel suo messaggio parla di protezione, salvaguardia, difesa: dei confini, dei commerci, della tradizione. Berlusconi si ispirava a Reagan, lui a Trump. Il primo si è alleato con la Merkel e ha pianto per i migranti morti in mare, il secondo preferisce la Le Pen e le navi dei migranti le ferma. Il Cavaliere onorava Craxi e ne ha assorbito ceto politico e cultura libertaria: nonostante la zia suora, non esitò a flirtare con il movimento per i diritti omosessuali. Salvini flirta con il ministro Fontana. All’ottimismo dell’edonismo berlusconiano, che prometteva di metterci il sole in tasca, si è sostituita una versione pessimistica del nostro futuro come lotta tra popoli, basata sulla legge del più forte.

Sta nascendo insomma qualcosa di completante nuovo, e moderno. Molto più moderno di Forza Italia anche nella sua versione migliore, sebbene tardiva e ancora incompiuta, affidata all’esperienza e all’azione di Antonio Tajani. È propio per rimarcare questo che Salvini sente il bisogno di rompere platealmente ogni volta che può, perfino per il candidato alle presidenze della Rai e dell’Abruzzo. In un’ottica continuista gli converrebbe prendere per mano il leader declinante, e portarlo dove vuole. Invece, scegliendo di correre da solo nell’unica Regione del Mezzogiorno in cui il centrodestra ha resistito allo tsunami dei Cinque Stelle alle elezioni del 4 marzo, Salvini dichiara implicitamente di essere pronto anche a far vincere i grillini, pur di mandare all’aria il vecchio centrodestra.

Che cosa voglia metterci al suo posto, non è ancora chiaro. Forse nemmeno a lui. L’ipotesi di un fronte sovranista-populista, che oggi va forte nei sondaggi, non è detto possa reggere per una legislatura, e la competizione già si fa sentire aspra.Trasformare la sola Lega nel nuovo centrodestra è una tentazione, e non è detto che non venga sperimentata oltre che in Abruzzo anche altrove, partendo da Basilicata, Piemonte e Sardegna, le prime Regioni che andranno al voto. Ma tutto quello che la nuova Lega disprezza del vecchio centrodestra è anche ciò che le manca per diventare un polo stabile e autosufficiente del futuro bipolarismo l’italiano: qualcuno o qualcosa che incarni il moderatismo italiano, cultura politica dura a morire, sopratutto al Sud; che non sia visto come un Attila dai mercati; che scommetta sullo spirito mercantile di un Paese che ha fatto delle esportazioni la sua forza; che ricordi al mondo che l’Italia non è la Turchia.

Se Salvini ucciderà Forza Italia, e con essa il centrodestra, come nella favola della rana potrebbe gonfiarsi di voti e di hubris. Ma fino a scoppiarne. Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 12 agosto 2018

IL SESSANTOTTO DIMENTICATO DELL’EUROPA DELL’EST, di Renato Tamburrini

Pubblicato il 13 luglio, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

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Cinquanta anni fa “scoppiò” la rivoluzione del Sessantotto. Come tutti gli scoppi e gli eventi della storia considerati improvvisi- dalla cosiddetta caduta dell’Impero romano in poi – l’anno fatale fu in realtà preceduto da una discreta gestazione di idee, costumi, musiche, atmosfere e parole d’ordine, almeno a partire dal 1960.

E’ normale che oggi si assista a tante rievocazioni e convegni, con un gran fiorire di tentativi di lettura complessiva: quella data per molti segna simbolicamente uno spartiacque tra il mondo delle norme dei padri e dei doveri e il mondo della libertà e delle esigenze degli individui, salvo poi virare in parte verso l’estremismo totalitario in abiti esotici, sudamericani o asiatici. Ma questa è un’altra storia ancora, che si interseca con la prima e ne va a determinare alcune interpretazioni a posteriori.

Le letture del Sessantotto sono per lo più di segno positivo, dal momento che l’onda lunga della società basata sui diritti individuali sembra aver vinto irreversibilmente, almeno nella nostra parte del mondo. E questo è considerato da molti un bene assoluto, sia pure al netto di qualche recriminazione sulle esagerazioni. Le letture di segno conservatore e anche decisamente tradizionalista esistono, e in sintesi potremmo dire che sono quelle che mettono il segno negativo davanti agli stessi fatti, sottolineando il percorso che dalle prime rivolte religiose del tardo medioevo porterebbe sequenzialmente al tramonto dell’Occidente cristiano e comunitario e alla sua dissoluzione nella modernità (e postmodernità) irreligiosa e individualistica. Si tratta, come si sa, di due filosofie della storia che si fronteggiano in una guerra plurisecolare.

In questa contesa sui significati, più che legittima, si corre però il solito rischio che comporta una visione della storia più come storia delle idee che come serie di eventi riguardanti le persone concrete, il loro affetti, il loro modo di stare al mondo. Insomma, si avverte un po’ la sensazione di essere sempre immersi in una specie di brodo hegeliano, dove le idee contano più dei fatti, e gli schemi più delle persone.

Se invece facciamo uno sforzo di memoria e andiamo a rivedere le pulsioni e le suggestioni di quell’anno (e soprattutto degli anni immediatamente precedenti) troviamo una diffusa voglia di libertà individuale e di rifondazione autonoma dei valori, ma a fronte di una società “dei padri” praticamente afasica e generalmente incapace di fornire il perché delle sue norme e dei suoi divieti: questo è anche il 65-68 dei miei primi ricordi di conflitti generazionali.

Se non si fanno operazioni troppo ideologiche non sarà difficile far riemergere lo stato comatoso di molte agenzie deputate alla trasmissione dei valori – dalla Chiesa alla scuola, dalle famiglie alle associazioni – la loro chiusura ad ogni interlocuzione che non fosse la recriminazione sugli “sbandamenti dei giovani”. Direi insomma che la molla principale e iniziale della rivolta giovanile fu psicologica: la ricerca di libertà e di significato. Su ambedue i fronti il mondo dei padri non era praticamente in grado di dare risposte. Aggiungerei che inizialmente il cleavage non fu affatto destra/sinistra: anzi, per quanto si trattasse di letture di nicchia, esisteva una sensibilità individualistica “di destra” che percorreva il mondo della rivolta beatnik, un po’ antimoderna, un po’ anarcoide, un po’ disgustata dalla mummificazione del mondo operata dal filisteismo borghese (vogliamo parlare di Kerouac?).

Se poi facciamo un altro passo, diciamo geograficamente di lato, quello che ho tentato di descrivere diventa quasi di evidenza palmare. Negli stessi mesi, nelle capitali dell’Est le stesse generazioni, con la stessa aspirazione alla libertà individuale e alla ri-comprensione dei valori, trovavano davanti a sé i “padri” degli apparati ideologici comunisti, quei padri premurosi che si sarebbero presto muniti di carri armati per arginare l’avventatezza anarcoide dei giovani.

Parlarne non significa solo fare un’opera di restituzione di giustizia storica, o di anticomunismo incorreggibile, ma capire meglio l’interezza del fenomeno Sessantotto. Parlarne non dovrebbe essere imbarazzante per nessuno, anche se certamente è un aspetto che mette un po’ in crisi la lettura della linea ineluttabile Rivolta-Sessantotto-Comunismo esotico-Totalitarismo-Terrorismo.

Questa linea è falsificata dall’esperienza dell’Est, in cui il Sessantotto portò invece a una diffusa riscoperta dei valori di libertà e di responsabilità: il ruolo di guide intellettuali assunto da figure come Patocka, Belohradsky e Havel, con tutto l’ambiente della Primavera di Praga, non è separabile dal moto collettivo giovanile che si diffuse a Est e a Ovest della cortina di ferro.

Un libro meritevole (Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni. Donzelli, 2018) ha spezzato le facili letture “a schema” e ha mostrato come il fenomeno non fosse limitato alla Cecoslovacchia, ma riguardasse anche la Polonia e la Jugoslavia. In questi luoghi l’esito del Sessantotto non fu –come capitò almeno parzialmente da noi -una nuova utopia comunista, esotica e ancor più oppressiva, ma la riscoperta della libertà politica e dell’autonomia della società di fronte allo stato. E fu davvero la spinta per una ri-comprensione dei valori opposta alla “lingua di legno” dei padri.

Certamente da questa parte della cortina non trovarono tanti tifosi. Per quale motivo – si domandano i curatori del libro- “quegli studenti, quegli intellettuali, quei sostenitori di un ‘socialismo dal volto umano non trovarono nei movimenti studenteschi dell’occidente quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario (né lo trovarono nei partiti comunisti)?”. Si pensi, per esempio, all’invasione della Cecoslovacchia. E “mentre i carri armati del Patto di Varsavia reprimevano brutalmente la Primavera di Praga, le stelle polari dei movimenti che protestavano nelle città italiane e francesi continuarono a essere i regimi comunisti di Cuba e Vietnam del nord, che quell’intervento sostennero a spada tratta. Nessuno si accorse, o volle accorgersi, di ciò che stava accadendo al di là della cortina di ferro, dove, da tempo, vari paesi erano attraversati da fermenti libertari che si preferì ignorare, se non, addirittura, condannare apertamente. La sordità del Partito comunista italiano fu pressoché totale, sino a diventare autentica complicità. Perfino ambienti della sinistra meno allineata, come quello che gravitava intorno alla rivista Quaderni Piacentini, non trovarono di meglio che accusare gli intellettuali che correvano gravi rischi tentando di alzare la voce contro l’oppressione comunista, di scimmiottare consunti modelli ideologici e politici dell’occidente. Crainz e gli altri autori svelano impietosamente la cecità dell’intellighenzia progressista e libertaria di casa nostra, che – dalle università alle case editrici – fu del tutto incapace di muovere un dito a favore di popoli vittime di dittature e repressioni”.

E’ possibile almeno oggi, a 50 anni di distanza, uscire dalla prigione degli opposti schematismi e ridare un po’ voce alle ribellioni autentiche?

Renato Tamburrini da L’Occientale.

FASCISMO DI CALCESTRUZZO, il volume fotografico di Enrico Sturani dedidcvato alle opere pubbliche del fascismo commentato da Enrico Mughini

Pubblicato il 13 maggio, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

LA VERSIONE DI MUGHINI – E’ APPENA USCITO “FASCISMO DI CALCESTRUZZO”, IL LIBRO AFFASCINANTISSIMO DI ENRICO STURANI, CELEBERRIMO COLLEZIONISTA DI CARTOLINE: NE HA 150MILA, TUTTE SELEZIONATISSIME – IL LIBRO E’ UN CONCENTRATO DI LECCORNIE E UNA LEZIONE DI STORIA SU QUEL CHE FURONO I VENT’ANNI ITALIANI DEL TEMPO FASCISTA…

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Caro Dago, ogni qual volta vado nel cinemino romano di Nanni Moretti _ non lontano da casa mia _e passo innanzi alla Palestra adiacente al cinema, un edificio che l’architetto Luigi Moretti aveva progettato e costruito se non sbaglio nel 1938, quasi urlo innanzi a tanta bellezza, a un’armonia talmente bruciante. (La Palestra è stata restaurata da pochi anni, se non sbaglio per iniziativa dell’allora sindaco Walter Veltroni).

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Così come invece urlo di disperazione ogni volta che passo innanzi alla Casa delle Armi, sempre dello stesso Moretti, che per un tempo era stata adibita a Tribunale-bunker per gli imputati degli anni di piombo e di cui purtroppo non è ancora finito il restauro. E tanto per dire di due tracce architetturali fatidiche del tempo della dittatura fascista. Avessi lo spirito che non ho, quello di trasmettere ad altri il culto e la conoscenza del Bello, all’uno e all’altro edificio condurrei volentieri l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, quella che avrebbe voluto cancellare le “tracce” del fascismo, ossia vent’anni di storia.

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Vent’anni di storia italiana che dal punto di vista dell’architettura pubblica furono cospicui e quantitativamente e qualitativamente. I più cospicui dell’intero Novecento. Lo ha scritto Gio Ponti, che era un uomo d’onore: “Da Roma, a Genova, a Venezia, a Bologna, a Torino, a Firenze abbiamo costruito aeroporti, stadi, piscine esemplari; a Roma, a Cremona, in Libia templi grandiosi; a Roma, a Firenze, collegi, caserme e istituti magnifici; a Roma, a Padova, a Bologna, a Trieste, università e scuole stupende”.

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E a proposito delle immagini di quelle costruzioni, di quei reperti architetturali e culturali, succede che sia appena uscito un libro affascinantissimo di Enrico Sturani, un figlio d’arte (suo padre, Mario Sturani, è stato nei Trenta l’autore di meravigliose ceramiche Lenci), e celeberrimo collezionista di cartoline (ne ha 150mila, tutte selezionatissime). Il libro ha per titolo Fascismo di calcestruzzo, e lo ha pubblicato l’editore Barbieri di Manduria. Un concentrato di leccornie e una lezione di storia su quel che furono i vent’anni italiani del tempo fascista.

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Sturani mette in fila una scelta delle sue oltre 600 cartoline dove sono le foto di edifici apprestati in quei vent’anni. Padiglioni di mostre, Case del fascio, edifici adibiti allo sport, Case Balilla, facoltà universitarie, scuole elementari. Erano immagini destinate al consumo popolare, a far conoscere a un italiano che abitava a Ravenna un edificio particolarmente suggestivo di Latina o di Ivrea.

Erano cartoline edite da privati, nell’ordine di 1000 ogni volta e che compravi in tabaccheria. Erano immagini importanti in un’epoca in cui di immagini ce n’erano pochissime, e a parte il cinema e la nascente stampa a rotocalco. Immagini che fanno da trionfo della architettura razionalista, un’architettura geneticamente imparentata con il fascismo.

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E basterebbe citare i nomi di Pier Maria Bardi, di Giuseppe Terragni e di Giuseppe Pagano (che durante la Seconda guerra mondiale divenne un militante clandestino dell’antifascismo, venne arrestato e torturato per poi morire nel lager di Mathausen a pochi giorni dalla fine della Seconda guerra mondiale). O anche nomi di architetti nettamente antifascisti come Attilio Calzolara, ai quali ras illuminati del fascismo avevano dato commissioni importanti. E qui andrebbe ricordata e studiata la figura notevole del ministro dei Lavori Pubblici, il barese Araldo di Crollalanza.

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Non la faccio lunga, E del resto le parole sono poca cosa rispetto alla forza di quelle fotografie, di quelle cartoline talmente amate dal demoniaco Sturani. Accanto al mio testo, Dago ve ne offre una selezione. Guardate e trattenete il fiato. E magari, se siete in vena di fare del bene, regalate una copia di questo libro alla Boldrini.

Ps. Dimenticavo. Qualche imbecille ebbe il buon gusto, nel 1945, di fare arrestare Moretti per le sue collaborazioni con il regime. Il geniale architetto rimase in carcere per alcune settimane, non so esattamente quante.

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LA STORIA DI MIO PADRE, di Stefano Zurlo

Pubblicato il 7 maggio, 2018 in Costume, Politica | Nessun commento »

Ventuno giugno 1993. Gabriele Cagliari scrive dal carcere di San Vittore alla moglie Bruna: «Comincia l’ estate, oggi è il primo giorno. Ho passato qui l’ intera primavera e alcuni giorni di inverno. Chi l’ avrebbe mai detto?». L’ epilogo è vicino e, col senno di poi, quel punto di domanda sgomento sembra già scandagliare la vertigine dell’ abisso.

L’ ex presidente dell’ Eni, travolto dal ciclone Mani pulite, sta meditando la scelta irrevocabile. Il 5 luglio, dopo altre due settimane di supplizio, si rivolge ai figli Stefano e Silvano con parole definitive. Il suicidio è stato stabilito e lui sa che i ragazzi leggeranno dopo. Dopo aver asciugato, se mai ci riusciranno, le lacrime. Dopo le polemiche e tutto il resto. «In una lunga lettera a voi tutti e che ho indirizzato alla mamma – è la comunicazione struggente e lucidissima, animata da una sovrumana forza di volontà – ho spiegato le ragioni di questo mio andarmene. Non me la sono più sentita di sopportare ancora a lungo questa vergogna e questa tortura, mirata a distruggere l’ anima».

Parla di se al passato, l’ amico di Bettino Craxi. È solo questione di giorni. La goccia che fa traboccare il vaso arriva nel filone Eni-Sai, parallelo a Mani pulite. Il pubblico ministero Fabio De Pasquale, almeno secondo l’ avvocato Vittorio D’ Aiello, promette un parere positivo sugli arresti domiciliari, ma poi si arrocca sul no. È finita, anche se il giudice deve ancora pronunciarsi. Gabriele Cagliari ha esaurito la pazienza e le energie e pensa che quel gesto di ribellione sia l’ unico modo per preservare la propria dignità.

La mattina del 20 luglio si chiude in bagno bloccando la porta con un pezzo di legno, infila la testa in un sacchetto di plastica, lo lega intorno al collo con un laccio di scarpe e si uccide in quel modo cosi crudele e fragoroso. Venticinque anni dopo, Stefano Cagliari prova a rielaborare quelle ferite, personali e di un intero Paese, in un libro misurato e sofferto, ma senza nemmeno una goccia di rancore, scritto con Costanza Rizzacasa d’ Orsogna: Storia di mio padre (Longanesi, pagg. 264, euro 18,80).

Dentro c’ è la ricostruzione, sommessa e mai urlata ma attenta al dettaglio, di quei mesi drammatici del terribile Novantatrè. Un padre chiuso per 134 giorni nel «canile di San Vittore», come lui lo chiama senza sconti nelle sue missive. E una famiglia un tempo potente precipitata nell’ angoscia, frastornata, colpita da una successione inarrestabile di lutti. Non solo. Il volume propone la corrispondenza, in buona parte inedita, partita dal carcere o spedite da casa al detenuto.

C’ è insomma, la progressione di una tragedia sullo sfondo di un Paese lacerato e incattivito che ha smarrito la propria anima nel tentativo di purificarsi. Perfino il funerale diventa un problema: «Il parroco della chiesa di San Babila non c’ era, il vice si rifiutò e cosi il vicario di Carlo Maria Martini all’ Arcivescovado». Allora il cardinale che è in Francia chiama il cappellano di San Vittore, don Luigi Melesi, e lo prega di celebrare la funzione al posto suo. Ma quel momento di pietà viene sconvolto e funestato: «La chiesa era gremita, la gente si accalcava fuori. Arrivò la notizia del suicidio di Raul Gardini, ci guardammo. Era tutto più grande di noi».

Un quarto di secolo dopo, questo testo abbraccia l’ umanità, allora calpestata. E fa un passo decisivo sulla strada di una pacificazione che non sia solo la spugna del tempo. La prefazione, sorprendente, porta la firma autorevole di Gherardo Colombo, uno dei magistrati del Pool che chiesero l’ arresto di Cagliari. E Colombo, senza rinnegare nulla, con toni altrettanto sobri, compone una critica del sistema giudiziario, peraltro abbandonato nel 2007.

Dunque, in qualche modo fa autocritica: «Il magistrato si concentra sulle esigenze della giustizia – termine che inserisco fra molte virgolette – ma cosi facendo, non si rende conto delle conseguenze che i suoi atti producono su coloro che le investigazioni subiscono». Schiacciati in celle anguste, esposti alla gogna feroce – il ‘93 diventa un calco dell’ originale 1793 giacobino- con interrogatori diluiti sul calendario con il contagocce, oggi per fortuna meno di allora. «Bisogna riconoscere – ammette ora Colombo -la persona. Vedere il volto dell’ altro». Allora, e non solo allora, andò in un altro modo. Stefano Zurlo, Il Giornale 7 maggio 2017

…A 25 anni di distanza, il figlio di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, racconta la storia di suo padre, rinchiuso nel “canile di S. Vittore2 come lo stesso Cagliari lo defnisce nell’episstolario con la famiglia, e nel quale si tolse la vita fiaccando la testa in un sacchetto di plastica, non riuscendo più a sopportae la carcerazione, specie dopo che, sostenne il suo avvocato, il magistrato prima promise e poi cambiò idea sulla concessione deglia rresti domiciliari. Fu una pagina sconvolgente di quella immensa saga di robesperriana memoria che  passò sotto il nome di Tangentopoli che fece tante vittime e non cambiò il mondo. Il figlio di Cagliari, racconta Zurlo che ne ha recensito il libro, racconta i fatti con estrema misura e con linguaggio più che soburio, non cervcando vendetta ma solo chiarezza. Illuminante nel libro quanto scrive nella prefazione firmata da Gherardo Colombo che del pool di ani pulite faceva parte. Ammette Colombo sia l’eccessivo zelo sia la mancanza di attenzione per le persone, molte delle quali risultarono innocenti ma distrutte nell’animo e nel corpo. Come Cagliari, appunto.  g.

IL PROCESSO (INFINITO) ALLO STATO, di Paolo Mieli

Pubblicato il 25 aprile, 2018 in Costume, Giustizia, Politica | Nessun commento »

Illustrazione di Fabio Sironi

Oggi, 25 Aprile, festa della Liberazione, è il giorno giusto per fermarci a riflettere sulla salute dello Stato italiano. Che non è buona per colpa dei molti che da decenni attentano con noncuranza al suo buon nome o alla sua stessa integrità e per il fatto che sono pochi, troppo pochi, quelli che danno prova — non a chiacchiere — di averne a cuore le sorti. Ma c’è poi anche una questione che attiene alla reputazione dello Stato medesimo. Reputazione danneggiata dal progressivo formarsi di un senso comune genericamente ad esso ostile al quale rischiano di contribuire talvolta anche coloro che se ne ergono a difensori. Di cosa parliamo? Prendiamo il caso della sentenza del processo sulla «trattativa Stato-mafia» nel cui merito qui non entriamo in attesa del secondo e terzo grado di giudizio (oltreché di poterla leggere per esteso). Già adesso, però, non possono sfuggirci le ripercussioni che in tema di Stato tale sentenza avrà nel discorso pubblico e sui libri di storia. In che senso? Ecco in che termini ne ha riferito un giornale che — oltreché del direttore Gian Maria Vian e dei suoi giornalisti — è la voce, per così dire, di papa Francesco, L’Osservatore Romano: la sentenza della Corte d’assise di Palermo avrebbe «stabilito in primo grado che la trattativa tra l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni non solo c’è stata ma ha anche toccato i massimi vertici dello Stato italiano».

Proprio così, secondo il quotidiano della Santa Sede (o meglio: secondo la sentenza), «i massimi vertici dello Stato» avrebbero interloquito con l’organizzazione criminale, per giunta «proprio mentre venivano assassinati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte, nonché cittadini inermi, vigili del fuoco e agenti di polizia, nelle stragi di Firenze e Milano e venivano fatte esplodere bombe nel cuore di Roma». Più o meno quello che, con maggiore o minore enfasi, hanno riportato quasi tutti gli organi di stampa. Ed è questa, ad ogni evidenza, una percezione destinata a restare. Anche se, come qualcuno ha notato, nella sentenza compaiono sì i nomi dei capi mafiosi e degli ufficiali del Ros responsabili di aver «avvicinato» i boss, ma neanche uno di un qualche appartenente ai suddetti «massimi vertici dello Stato italiano». L’unico, Nicola Mancino – per il quale Nino Di Matteo e gli altri pm avevano chiesto una condanna (sia pure per un reato minore: falsa testimonianza) – è stato assolto. Per il resto, niente nomi né cognomi.

Non è una storia nuova. L’anno prossimo, il 12 dicembre, saranno cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana. E saranno poco meno di cinquant’anni da quando, per spiegare l’accaduto, la casa editrice Samonà e Savelli diede alle stampe un libro, «La strage di Stato», il cui titolo è rimasto a definire quell’orribile fatto di sangue. Strage o stragi «di Stato». Sempre, dal ’69 in poi, si è creduto di individuare lo zampino dello «Stato» dietro qualche colpa di questo o quel funzionario o appartenente alle forze dell’ordine. Ma nomi riconducibili ai «massimi vertici» non ne sono venuti fuori. Mai. Nonostante ciò, «lo Stato» a poco a poco, nei nostri manuali di storia (non tutti, per fortuna), è andato prendendo le forme del possibile mandante di questa o quell’impresa delittuosa. Sempre beninteso come un’entità impersonale (e in qualche caso, nelle ricostruzioni, assumeva proprio la denominazione di «entità»). Nemmeno una volta che si sia riusciti ad arrivare all’identificazione di qualcuno che ben più di più di un ufficiale infedele ci avvicinasse a quei «massimi vertici». Eppure si moltiplicavano pentiti, dissociati, imputati che vuotavano il sacco e raccontavano, raccontavano. Ma al momento di indicare nominativamente qualche appartenente alle vette statuali di cui ha correttamente riferito L’Osservatore Romano, niente. E anche in questa occasione…

Qualcuno ha provato a individuarli quei nomi. Marco Travaglio, persona più di qualsiasi altra capace di decrittare quel che scrivono i giudici, ha riassunto sul Fatto ciò che si potrebbe desumere dal dispositivo dell’attuale sentenza: «i tre carabinieri (Mori, Subranni e De Donno) sono stati condannati insieme a Bagarella e Cinà per avere trasmesso ai governi Amato e Ciampi il messaggio ricattatorio di Cosa Nostra (il “papello” con le richieste di Riina in cambio della fine delle stragi) perché lo Stato si piegasse ai mafiosi». E lo Stato, ha scritto ancora il direttore del Fatto, «si piegò». Se ne dovrebbe dedurre che la sentenza punta il dito accusatore contro Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, i quali, appunto, «si piegarono». O contro qualche innominato di pari livello che lo fece al posto loro. Innominato a cui sarebbe riconducibile anche la «rimozione degli uomini della linea dura» (il ministro Enzo Scotti e il direttore del Dap Niccolò Amato) «per rimpiazzarli con quelli della linea molle» (il Guardasigilli Giovanni Conso, il nuovo capo del Dap Capriotti) che nel ’93 «revocarono il 41 bis a ben 330 mafiosi detenuti». «Fu quello», ha scritto ancora Travaglio continuando a riassumere il dispositivo della sentenza, «il primo di una lunga serie di regali a Cosa Nostra, proseguiti per vent’anni sotto i governi di centrodestra e centrosinistra, ma purtroppo non punibili penalmente». E così anche Silvio Berlusconi (esplicitamente chiamato in causa per via della condanna a Marcello dell’Utri) e Romano Prodi sono sistemati.

Davvero non si capisce perché i nomi degli esponenti dei «massimi vertici» del Paese al momento decisivo siano scomparsi dalle carte giudiziarie e al loro posto sia rimasto solo soletto «lo Stato». Abbiamo scritto che un tal modo di attribuire allo Stato ogni genere di male ebbe una data d’inizio ai tempi della strage di piazza Fontana (1969). In realtà – in termini meno espliciti e diretti – qualcuno aveva cominciato molto prima, nel 1947, in occasione dell’eccidio di Portella della Ginestra; successivamente avevamo avuto un obliquo rinvio al presidente della Repubblica Antonio Segni per il piano Solo (1964): sempre si alludeva a ordini «partiti dall’alto, da molto in alto», salvo poi sfumare il tutto al momento in cui sarebbe stato necessario circostanziare le accuse nelle aule di giustizia. Negli anni Settanta e Ottanta ci si accorse di questo inconveniente e dagli studiosi furono introdotte nuove categorie a giustificare il perché la mancata identificazione degli statisti responsabili di misfatti: «Stato nello Stato», «Stato parallelo», «Doppio Stato». Ma nomi e cognomi degli appartenenti ai «massimi vertici» dello Stato – parallelo o doppio che fosse – non furono mai identificati. Così – eccezion fatta per Giulio Andreotti e la mafia, con la stravagante condanna/assoluzione double face – i grandi accusati evaporavano nel nulla e nelle reti giudiziarie restavano impigliati imputati medi e piccoli che, diciamolo, sarebbe davvero ingiusto qualificare ancora come «lo Stato». Anche perché, così facendo, è accaduto che lo «Stato» abbia dovuto farsi carico di una serie mostruosa di capi di imputazione ed entrare, aggravato da questo non lieve fardello, in tv, manuali di storia, libri, film (e, per via subliminale, nella coscienza di moltissimi italiani) come «mandante occulto» di orribili delitti.

Restando in tema di mandanti, il 14 novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini pubblicò su queste colonne un celeberrimo scritto in cui, parlando delle stragi di quegli anni, sosteneva di conoscere i nomi di chi le aveva commissionate, ma di non poterli mettere nero su bianco dal momento che non ne aveva le prove. Fu, quell’articolo, una scossa salutare. Ma forse non immaginava, Pasolini, che nei successivi quarantaquattro anni la magistratura italiana avrebbe annoverato una gran quantità di «pasoliniani» i quali, senza neanche disporre della sua ispirazione poetica, non avrebbero esitato a puntare l’indice contro non meglio identificati «alti vertici dello Stato», senza poi sentirsi in obbligo di circostanziare le accuse. Povero «Stato» che nella sua immaterialità, a differenza dei singoli individui, non può difendersi, né nei tribunali, né nei talk show, né nelle piazze. Dopo che per 50 o 70 anni lo si è indicato all’origine di più di un misfatto, non potrà certo essere «assolto» in appello. Né essere risarcito. Dovrà restarsene nei libri di storia sempre più afflitto nella reputazione a pagare per chi sa essere efficace nelle invettive ma non ritiene di doversi presentare all’appuntamento decisivo: quello dell’addebito delle colpe a un essere in carne e ossa. Eventualmente provvisto di identità. Paolo Mieli, Il Corriere della Sera, 25 aprile 2018

LA MAGIA PERDUTA DI MACRON, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 14 aprile, 2018 in Il territorio | Nessun commento »

Un anno fa, in questi stessi giorni, Emmanuel Macron sbalordiva il mondo. Nell’era della rivolta contro le élites e il sistema, la Francia eleggeva presidente un allievo dell’Ena, la scuola che da sempre seleziona le élites, e un banchiere della Rotschild, simbolo del sistema finanziario internazionale. Per altri tratti Macron interpretava invece lo spirito del tempo: non aveva ancora quarant’anni, né aveva un partito alle spalle. In ogni caso, l’ascesa dell’ultimo liberale è stata formidabile.

Ora però il vento è girato, e anziché alle spalle comincia a soffiargli in faccia. L’argomento che si sente ripetere spesso in Italia — al primo turno Macron ha preso solo il 24% — è privo di significato in Francia. In oltre mezzo secolo di Quinta Repubblica, nessun presidente è mai stato eletto al primo turno, neppure il fondatore (De Gaulle visse come un affronto personale essere portato al ballottaggio dal candidato della sinistra, il giovane François Mitterrand. André Malraux e altri ministri insistettero perché andasse in tv a far propaganda. Lui rispose: «Cosa volete che dica alla televisione? Mi chiamo Charles De Gaulle e ho 74 anni?». Alla vigilia del voto, il ministro dell’Interno gli portò la foto di Mitterrand con il capo della polizia collaborazionista Bousquet. Il Generale disse: «Metta via quella roba»). Chirac conquistò per due volte l’Eliseo prendendo al primo turno nel 1995 poco più del 20%, e nel 2002 meno ancora. Non c’è dubbio però che il sistema francese produca una semplificazione al limite della torsione: sbaragliata Marine Le Pen al ballottaggio e conquistata la maggioranza all’Assemblea nazionale, Macron ha ora davanti a sé altri quattro anni di potere in solitudine. Siccome proviene da sinistra — più per cooptazione che per cultura —, ha scelto un primo ministro di destra moderata. Edouard Philippe, è stato allievo e portavoce di Alain Juppé.

Il nome di Juppé, che Chirac definiva «il migliore di noi», è legato al primo di una serie di tentativi fallimentari di modernizzare la Francia. Da premier cercò di riformare le pensioni dei ferrovieri, i mitici «cheminots», che lasciavano il lavoro a cinquant’anni come ai tempi di Zola e delle locomotive. Dovette in parte cedere sotto un’ondata clamorosa di scioperi, e quando Chirac dissolse l’Assemblea nazionale vinsero a sorpresa i socialisti di Jospin. Nel 2007, ancora nel nome della modernizzazione, fu eletto Nicolas Sarkozy: la fine è nota, il riformatore accolto come il nuovo Napoleone fu battuto dal budino Hollande, ed è apparso per l’ultima volta sulla scena pubblica tra due gendarmi come Pinocchio.

Al di là della modesta statura dei protagonisti, il punto è che la maggioranza dei francesi vuole la modernizzazione solo a parole. Ogni volta che un leader tocca i fili dei privilegi e dello statalismo, cade fulminato. Lo sta provando pure Macron, che ha sfidato sia i cheminots con l’apertura delle ferrovie ai privati, rifiutata a suon di scioperi, sia gli studenti, che nel cinquantennale del Maggio ’68 tornano simbolicamente a occupare Nanterre e la Sorbona (sgomberata l’altro ieri) per protestare contro il numero chiuso.

Anche in Europa Macron ha sbattuto contro il muro. Erapartito bene, facendo suonare l’Inno alla Gioia prima della Marsigliese; poi ha rifiutato la dovuta solidarietà all’Italia, con incidenti grotteschi come quello di Bardonecchia. Aveva previsto che Londra si sarebbe rimangiata Brexit (e che Trump non avrebbe stracciato gli accordi di Parigi contro il riscaldamento del pianeta), ed è stato smentito. La sua giusta proposta per il rilancio della costruzione europea si è scontrata con l’intransigenza dei Paesi del Nord, diffidenti nei confronti dei partner mediterranei, e ora con la vittoria dei populisti in Italia, dove l’interlocutore naturale di Macron (Matteo Renzi, da lui ricevuto all’Eliseo da semplice segretario pd) è il grande sconfitto.

Macron è tutt’altro che finito. Anche in queste ore si muove con dinamismo: tende la mano ai vescovi e al mondo cattolico, prepara l’intervento in Siria, va in tv a ribadire che terrà duro sulle riforme (anche su quella più impopolare: limite di velocità a 80 chilometri l’ora sulle strade statali). Il suo resta l’esperimento liberale e centrista più interessante d’Europa, visto l’inevitabile declino della Merkel. È finito però l’incantesimo che grazie a una serie irripetibile di intuizioni e di colpi di fortuna, non sempre casuali — compreso lo scandalo che ha azzoppato il filorusso Fillon — , l’ha portato a conquistare tutto. Le opposizioni «repubblicane» di destra e di sinistra sembrano ancora tramortite; i due populisti, la Le Pen e Mélenchon, sono troppo schiacciati a destra e a sinistra per pensare di vincere un ballottaggio; però anche il figlio prediletto dalla vittoria sta sperimentando quanto sia duro guarire un Paese di cattivo umore come la Francia, e farlo contare di più in un’Europa che al liberalismo sta chiudendo le porte. Aldo Cazzullo, Il Corriere dela Sera, 14 aprile 2018