INENSIBILI ALLA 8NOSTRA) DECADENZA, di Ernesto GALLI DELLA LOGGIA

Pubblicato il 31 ottobre, 2020 in Politica | Nessun commento »

Fino a pochi anni fa l’Italia e la sua stampa si mostravano sensibilissimi a ogni critica nei nostri confronti provenisse dall’estero. E spesso con i toni di una patetica permalosità salvo che oggetto delle critiche fossero il capo e il governo del partito avversario (ad esempio Berlusconi), nel qual caso la fonte della critica straniera diveniva ipso facto un indiscutibile oracolo di Delfi.

Con tali precedenti sorprende l’eco limitatissima (non su questo giornale) che ha avuto la diagnosi spietata della situazione italiana che nel suo numero in edicola ha fatto l’Economist. Poco importa che si possa discutere sull’esattezza di certe classifiche, di questo o quel dato. Quel che conta è il giudizio complessivo. La nostra economia non cresce da decenni, le imprese straniere comprano a man bassa i nostri marchi e le nostre imprese, grazie a leggi e procedure sciagurate la burocrazia è in grado di paralizzare ogni cosa, e infine, priva di qualsiasi idea direttrice la classe dirigente spreca risorse e non è capace di porre rimedio a niente. Insomma, ci dice il settimanale inglese — che, non lo si dimentichi, ispira e al tempo stesso riflette l’opinione di chi nel mondo più conta — siamo un Paese in pieno declino. Nell’arena mondiale valiamo poco o nulla.

In altri tempi si sarebbero levate voci di protesa; oggi no. Perché forse è ai nostri stessi occhi che ormai le cose stanno realmente così. Perché forse abbiamo noi stessi ormai introiettato come un fatto acquisito la decadenza del Paese ed è per questo che non facciamo una piega se qualcuno la nota e ne parla. Solo l’universo politico acquartierato nel centro di Roma tra auto blu in terza fila e portaborse, sembra non rendersi conto di nulla. Del resto se pure si accorgesse della reale situazione in cui versa l’Italia, che altro potrebbe fare se non misurare la propria incapacità di concepire un’idea, di mobilitare energie, di battersi per la salvezza? Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera 31 ottobre 2020

LA SECONDA VOLTA TRA TRABBIA E FRUSTRAZIONE, di Antonio POLITO

Pubblicato il 27 ottobre, 2020 in Costume, Politica | Nessun commento »

«Quando un Paese è grande una volta — ha detto il presidente Conte — deve essere grande sempre». Non è chiaro se quel «deve» equivale a un pronostico o è invece una «raccomandazione», come le altre impropriamente inserite nel testo normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di «seconde volte» andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza «spagnola» alla Seconda guerra mondiale. Poi perché il pessimismo della ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di nuovo «grande», visto che l’altra volta, in primavera, abbiamo pianto 35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata. Del resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani in queste ore: «stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza». Per ognuno di questi sentimenti c’è una ragione. Vorrei soffermarmi su «rabbia» e «frustrazione», perché sono due stati d’animo che chiamano in causa l’operato dei poteri pubblici.

La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso, garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i «tracciatori», la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241 in Italia (fonte Sole 24 Ore). Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275 unità.

Nell’area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le «unità speciali» che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di 130.

Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per «gestire» questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un malato in casa, se sono in auto di notte davanti all’ospedale con un familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.

Poi c’è la «frustrazione», per tornare all’elenco del presidente Conte. Questo stato d’animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di reddito che sta subendo una parte importante dell’economia italiana specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti, dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse inevitabile che le «vittime» avvertissero di subire una «ingiustizia». Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il «buono pasto» e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.

Ma la «frustrazione» ha un’origine forse anche più profonda: e cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque — come ha notato Vitalba Azzollini sul Domani — noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato, semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?

Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte?

Queste contraddizioni, e l’accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere la strada. Che poi non è uno solo, ma un’affollata assemblea di ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato tecnico-scientifico.

Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d’essere. Il ricorso all’agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch’esso prevedibile. E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato, che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione dal 1919 a oggi. Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta politica e sociale.

L’argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più sereni. L’Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese. Merita di essere trattato come tale. Antonio POLITO, Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2020

A CHI CONVIENE OGGI FAR CADERE IL GOVERNO CONTE? A NESSUNO, parola di dagospia

Pubblicato il 22 ottobre, 2020 in Politica | Nessun commento »

Che succede dentro la maggioranza? Ma soprattutto: a chi conviene far cadere il governo Conte? A nessuno, compresa l’opposizione. Quand’è stata l’ultima volta che avete sentito Salvini e Meloni chiedere ”elezioni subito”? Ciò non toglie che certi equilibri precari mostrino fratture e tensioni. Ma non abbastanza da metterne a rischio la sopravvivenza. La debolezza del governo resta la sua forza, e ora persino l’opposizione si è messa l’anima in pace.

Prendete l’intervista di Goffredo Bettini dell’altro ieri al Corriere. È stata letta come una presa di distanza o un vero abbandono di Zingaretti da parte del suo elefante parlante. Non è così, è che l’ex europarlamentare non vuole essere considerato solo l’intellettuale ventriloquo del muto segretario e quindi ha cercato un po’ di distinguersi.

Il suo ruolo di ideologo nel Pd ovviamente è osteggiato da molti: i suoi continui endorsement a favore di Conte hanno sortito un solo effetto: far incarognire Di Maio che si sente tagliato fuori dall’asse Conte-Zinga.

E riparte il solito duello in consiglio dei ministri: i 5stelle che contano il numero dei loro parlamentari (291) rispetto ai 126 del PD. A loro volta i dem scodellano i dati unanimi dei sondaggi che vedono i grillozzi dimezzati dal 32% al 15.

Uno dei temi che sembra ormai morto è quello dei due vice da affiancare a Conte. Il premier è riuscito a impallinare l’idea di essere stritolato dalla tenaglia PD-M5S. Una sponda gliel’ha data proprio Zingaretti che non ci pensa affatto a lasciare il Lazio (che il centrosinistra rischierebbe di perdere) per entrare nell’esecutivo con non si sa bene quale dicastero.

Se non è Zingaretti, allora dovrebbe essere Su-Dario Franceschini, e nessuno nel Pd vuole dar altro potere al loro malfido capodelegazione. L’arrivo dei vice avrebbe innescato un rimpasto generale, con i soliti nomi in ballo (De Micheli, Azzolina, Bonafede…), ma al momento nessuno può mettersi a fare giochi di palazzo. Basta un soffio per far crollare il castello di carte.

Ancora una volta, questa pandemia non solo allunga la vita del governo, ma ne pacifica anche la convivenza. Poiché ormai come tiri un filo, e viene giù tutto, la soluzione adottata da Pd e 5Stelle è di non tirare un bel niente.

Resta però per i dem il problema di Gualtieri, che è l’unico big del partito a non essersi schierato a favore del Mes. Anzi dopo aver fatto eco a Conte nei mesi scorsi, ora si è fatto superare dal premier in conferenza stampa, che ha messo sul piatto la parola che nessuno osava pronunciare: ‘’stigma”.

Gualtieri è in contatto con i suoi omologhi degli altri paesi del Sud Europa e sa benissimo che l’Italia sarebbe la sola a ricorrere al Fondo Salva-Stati. Cosa che provocherebbe immediatamente la speculazione dei mercati finanziari internazioni verso il nostro disgraziato paese.

E tra un po’ sarà pure l’unico paese europeo a usare la parte di loans del Recovery Fund (prestiti da rimborsare), visto che Spagna e Portogallo hanno già detto che si accontentano dei grants (la parte gratuita) ed eviteranno di indebitarsi con le condizionalità. Noi invece prenderemo tutto, vista la situazione economica tragica.

Conte e Gentiloni, attraverso la Merkel, ora si stanno muovendo per avere la prima tranche non più a febbraio bensì ad aprile. E trattano per prolungare il blocco dei licenziamenti fino a marzo. Il premier, insieme ai suoi due fedelissimi Goracci e Chieppa, monitora quotidianamente la situazione epidemiologica. Il suo nuovo mantra sono ”interventi mirati, il più possibile chirurgici”, e non più lockdown con soldi a pioggia in maniera indiscriminata (che poi sai quanti soldi erano…).

L’idea è di aggiustare i contributi in funzione degli interventi che penalizzano singole categorie (ristoratori, gestori di bar e locali notturni etc).

Nel Pd però l’atteggiamento nei confronti del premier non è più idilliaco come un tempo. In particolare, gli rimproverano di non aver fatto un singolo investimento infrastrutturale da quando è iniziata la pandemia. C’è stato il piano Colao (che fine ha fatto?), gli Stati Generali, le fregnacce e le promesse, ma di concreto non si è visto nulla. Ha mandato dieci ultimatum ad Autostrade, e abbiamo visto che paura ha scatenato nei Benetton.

Certo, i grillini possono replicare che buona parte di questa responsabilità è in capo a Paoletta De Micheli, che sarebbe il ministro delle Infrastrutture ma che con i suoi scudieri Stancanelli e Mauro Moretti è rimasta invischiata nella burocrazia, tra un premier che temporeggia su tutto e un governo che non sa più dove trovare i soldi per l’emergenza covid, figuriamoci per le grandi opere.

Al che nel Pd replicano ancora: e allora Arcuri? Com’è possibile che il commissario straordinario all’emergenza pandemica sia ancora amministratore delegato di Invitalia e che a questo dedichi non poco tempo, inclusi i giochi di potere e di poltrone sulla Popolare di Bari commissariata dal Mediocredito Centrale (che è di Invitalia al 100%). Lì c’è ancora un De Gennaro, fortemente voluto da Arcuri alla presidenza, che ancora deve superare l’esame di Bankitalia.

A proposito di Bari, Conte ha fatto nominare nel cda un avvocato pugliese del suo entourage, Bartolomeo Cozzoli, che conosce molto bene le banche in quanto ogni tanto va a versare un assegno e usa l’app per i bonifici online.

Alle recriminazioni su Arcuri rimpallano ancora dal M5S: e allora Zingaretti? Come può tenere la segreteria del Pd e allo stesso tempo guidare una delle regioni più colpite dal Covid, dove regna un assessore alla sanità (D’Amato) sul quale è meglio stendere un velo pietoso? Così all’infinito, in un gioco di recriminazioni incrociate e di incompetenza generalizzata che protegge il governo e le poltrone dei suoi inadeguati protagonisti. Tratto da DAGOPSIA DEL 22 OTTOBRE 2020

PAESE REALE DISORIENTATO: IL PEGGIO NON ERA PASSATO, di Antonio POLITO

Pubblicato il 21 ottobre, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Si sta aprendo un divario troppo grande tra l’angoscia del Paese reale e il frastuono del Paese legale. Tra la paura di tanti italiani e la risposta del decisore politico. Così non fu in primavera. Allora ci sentimmo tutti sulla stessa barca, colti all’improvviso e a sorpresa da un uragano. Stavolta abbiamo visto arrivare la tempesta da lontano, per mesi, e ci siamo lo stesso finiti dentro. Questo ha scosso la fiducia del Paese in se stesso. E il potere politico, che di fronte alla prima ondata ci apparve come un utile protettore, e per questo gli perdonammo molti errori, oggi sembra aver ripreso invece i suoi antichi panni di egocentrico affabulatore.

La nostra angoscia è colpa del virus. La seconda volta colpisce con perfidia perfino maggiore, perché pensavamo di aver passato il peggio, e invece il peggio sta tornando. E non è così solo in Italia: lo Stato moderno, lo Stato del welfare, pur con tutta la sua enorme potenza di fuoco, arranca ovunque, forse con l’unica eccezione della solita Germania. Per giunta: in primavera il fronte interno era concentrato in quattro regioni, tra l’altro le più dotate in quanto a risorse e mezzi della sanità pubblica. Oggi il nemico è ovunque, dal Sud al Nord. Infine: l’epidemia ci ha giocato il brutto scherzo di farci partire al secondo giro per ultimi, dandoci l’illusione ottica che avremmo potuto scansare ciò che stava accadendo in Francia o in Belgio, e invece eravamo solo in ritardo. L’effetto è stato esiziale: abbiamo abbassato la guardia, anzi la mascherina, troppo presto.

Ma se il contagio è la variabile indipendente e speriamo non impazzita di questa tragedia, l’azione degli uomini potrebbe e anzi dovrebbe mitigarne gli effetti. Bisogna dire che non ci stiamo riuscendo. Anzi, con il passare dei giorni si alza un frastuono di cifre e polemiche che disorienta il Paese reale e forse lo allarma anche di più, perché introduce dubbi sulla capacità del pilota di garantirci un atterraggio morbido. Lungi da me voler stabilire chi ha ragione nella «querelle» dei posti in terapia intensiva. C’è chi dice (Conte) che li abbiamo raddoppiati e chi dice (Arcuri) che sono passati da 5.179 a 6.628, perché le Regioni non hanno usato 1.600 ventilatori polmonari a loro forniti (in Germania oggi ci sono 40 mila letti, di cui 30 mila con un respiratore). Ma lasciamo un attimo da parte l’anello finale della catena, che forse oggi è anche quello che regge di più. Ci sono altre falle ben più preoccupanti nella linea Maginot che doveva proteggerci dalla seconda ondata. La più grave delle quali è al capo opposto dell’emergenza, lì dove essa comincia: la medicina del territorio. Il sistema di tracciamento, per interrompere le linee di contagio, è praticamente saltato. Un po’ per i numeri eccezionali di positivi di cui bisogna cercare e testare i contatti stretti. Ma anche perché i tracciatori nelle Asl sono troppo pochi. La rete doveva essere potenziata del 30% ma così non è stato. Gli infermieri assunti vengono anzi ora dirottati inevitabilmente verso gli ospedali, e la prima linea si sguarnisce. Per capire la sproporzione tra risorse e bisogni basti questo dato. Abbiamo assunto 33 mila tra medici e infermieri, un grande sforzo, al costo di un miliardo e ottocento milioni l’anno. Ma la dotazione aggiuntiva prevista nel bilancio del prossimo anno per la sanità publica è di 4 miliardi, cioè poco più del doppio. E con ciò che resta dobbiamo comprare anche i vaccini, gli anticorpi monoclonali, i test rapidi… Ce la faremo?

Non sentiamo discutere di questo. Il governo e l’opposizione, tra di loro e al loro interno, non discutono di quanto ci serva per rifare una sanità depauperata (insieme alla scuola) da decenni di declino economico e di acqua alla gola nel bilancio pubblico. Si discute invece accanitamente del Mes, se sia o non sia il miglior strumento per ricavare le risorse necessarie. Se ne venisse indicato un altro alternativo, il dibattito accademico su tassi e condizionalità sarebbe anche interessante.

Il presidente del Consiglio ci ha ricordato in conferenza stampa che sempre di prestiti si tratterebbe, dunque da restituire prima o poi. Ha ragione. Sarebbe anzi bene che lo ricordasse agli italiani anche quando aumenta di 100 miliardi in un anno la spesa pubblica per sostenere l’economia in ginocchio, o quando prende 27,5 miliardi del fondo europeo Sure per la disoccupazione, e perfino quando prenderà quella parte dei fondi Recovery, 110 miliardi, che non sono a fondo perduto. Sono tutti prestiti, più o meno cari, ma tutti più o meno da restituire. Del resto, esiste un altro modo di uscirne? Il punto è come li usiamo e quanto ci mettiamo a spenderli.

Sarebbe bello se invece del frastuono si discutesse di questo. Gli italiani angosciati dal rischio di finire in un letto di ospedale non si chiedono da dove attingere le risorse, ma se ci saranno; per evitare, come già accade, di passare la notte in ambulanza in attesa che si liberi un posto.

Nel frastuono un ruolo lo gioca pure l’opposizione. Divisa tra la voglia di difendere le attività produttive da nuovi lockdown e la voglia di criticare però il governo se questi sceglie una linea soft; pronta a festeggiare l’addio di Conte al Mes mentre protesta per la mancanza di risorse negli ospedali e la lentezza dei tamponi; determinata al coprifuoco dove governa come in Lombardia, ma nemica delle misure più rigorose nelle piazze dove può fare agitazione. Per chiedere agli italiani, come si fa ormai ogni giorno, senso di responsabilità, bisogna anche mostrarne. Oggi è il Paese legale che deve qualcosa al Paese reale. Antonio Polito, Il Corrire della Sera 21/10/2020

IL VOTO NEGLI USA E L’AMERICA CHE SERVE ALL’EUROPA, di aNGELO panebianco

Pubblicato il 14 settembre, 2020 in Il territorio, Politica estera | Nessun commento »

Nelle elezioni il cui esito influenzerà i destini del mondo per molti anni a venire, niente appare più scontato man mano che avanza la campagna elettorale. Il candidato democratico Joe Biden è ancora in vantaggio (stando ai sondaggi) ma il presidente uscente Donald Trump è in recupero. Forse, almeno in parte, perché le rivolte urbane di questi mesi hanno spaventato molti elettori. Per aver chiaro quale sia la posta in gioco servono due premesse. La prima è che un europeo, posto di fronte alle elezioni statunitensi, dovrebbe solo chiedersi quale sia, per noi europei, l’esito migliore. Non lo comprendono, nel Vecchio Continente, né quelli che tifano Trump perché si sentono ideologicamente vicini a lui né quelli che gli preferiscono Biden per la stessa ragione. La seconda premessa è che chi apprezza l’ordine liberale (la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato, le libertà civili) che vige nel mondo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale è tenuto anche a sapere che quell’ordine può perpetuarsi soltanto se sono presenti certe condizioni culturali, sociali, economiche. Ma anche geopolitiche: le scelte future degli Stati Uniti influenzeranno le sorti dell’ordine liberale occidentale, contribuiranno alla sua perpetuazione oppure al suo dissolvimento. Qualcuno sostiene, con ragione, che, contrariamente a ciò che molti dicono, la politica estera (l’unica di cui qui mi occupo) di Trump non è solo un insieme di sbagli.

Ci sono ambiti nei quali Trump ha rimediato a errori del suo predecessore Barack Obama. Per esempio, il duro confronto di Trump con una Cina che per troppo tempo ha giocato a sfruttare (e gioca tuttora a sfruttare) le debolezze del mondo occidentale, non merita di essere trattato con disdegno: nel rapporto fra Occidente e Cina c’è un problema reale e Trump ha avuto il merito di sollevarlo e di agire di conseguenza. Sempre a merito di Trump si può citare la svolta in Medio Oriente su un crinale delicatissimo: il nuovo posizionamento degli Stati Uniti (che poi è un ritorno all’antico) rispetto alla divisione fra musulmani sunniti e sciiti. I suoi due predecessori — Bush con la guerra in Iraq che liberò la maggioranza sciita del Paese dalla tirannia di una minoranza sunnita, e Obama con il trattato sul nucleare con l’Iran — avevano scelto di dialogare con gli sciiti a scapito della più antica e tradizionale alleanza con il mondo sunnita. Valutato alla distanza, questo rovesciamento di alleanze non sembra avere generato i benefici che ci si poteva attendeva, non è servito a dare più stabilità alla regione né a mettere definitivamente fuori gioco il jihadismo sunnita. Né ha ridotto le minacce all’esistenza di Israele. Invece, la politica di Trump sembra aver dato alcuni importanti frutti: il più spettacolare riguarda il contributo alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e gli Emirati arabi (cui si è aggiunto ora il Bahrein), un evento che può anticipare ulteriori avvicinamenti fra Israele e le potenze sunnite (Turchia esclusa). Nemmeno il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump, che tanto scandalizzò a suo tempo gli europei, ha impedito questa positiva evoluzione.

Se vogliamo dare a Trump quel che è di Trump dobbiamo riconoscere che questi aspetti della sua politica mediorientale — al pari della sua politica nei confronti della Cina — sono positivi, non meritano il disprezzo che riservano loro molti suoi avversari. Bisogna anche sperare che un’eventuale Amministrazione Biden non si faccia condizionare dagli umori anti-israeliani dell’ala più a sinistra del Partito democratico e non operi per bloccare questi sviluppi. Sempre con riferimento al Vicino e Medio Oriente, una volta detto che la politica di Trump non ha brillato — anzi, ha fallito: si pensi alla brutalità con cui ha voltato le spalle ai curdi — in Siria come in Libia, bisogna riconoscergli delle attenuanti: semplicemente, Trump non è riuscito a rimediare ai gravi errori commessi, in rapporto a Siria e Libia, dal suo predecessore Obama.

Detto ciò, bisogna però aggiungere che meriti ed attenuanti finiscono qui. Dopo di che, comincia la lunga lista dei gravissimi demeriti (dal punto di vista dell’interesse occidentale). Trump, con stile diverso da Obama, ma nella sostanza al pari di Obama, non ha cessato di far sapere al mondo che l’America è impegnata a ridimensionare il proprio ruolo internazionale. Il che ha scatenato gli appetiti nelle varie aree delle altre grandi potenze (Russia, Cina) e di potenze regionali (come la Turchia di Erdogan). Per inciso, prima o poi, gli Usa dovranno decidere che fare rispetto a una Turchia al tempo stesso membro della Nato e ormai nemica del mondo occidentale. Lasceranno alla sola Francia il compito di contenere le ambizioni imperiali di Erdogan?

Continuando a compulsare l’elenco degli aspetti negativi, bisogna ricordare che sono rimasti opachi (e quindi, pericolosi) i rapporti fra Trump e la Russia di Putin. Si tratti di Medio e Vicino Oriente o di rapporti con la Russia, stiamo parlando di cose che toccano gli interessi di noi europei. Così come ci tocca, destabilizzandoci, il nazionalismo trumpiano. Con i suoi effetti dirompenti: lo scontro con la Germania, l’ostilità all’Unione europea , la polemica sul ruolo della Nato, più in generale l’attacco alle istituzioni multilaterali create proprio dagli Stati Uniti dopo il 1945.

Poniamo che effettivamente la politica estera di Trump sia l’inequivocabile dimostrazione che il tempo dell’egemonia internazionale americana sia finito, chiunque vinca le prossime elezioni presidenziali, che il declino (relativo) degli Stati Uniti sia ormai irreversibile. È possibilissimo. Ma la domanda allora diventa: il declino americano, l’obsolescenza della Nato, eccetera, possono avvenire senza che , qui da noi in Europa, l’ordine liberale ne risenta? Davvero qualcuno crede che l’Unione europea possa , in tempi brevi, sostituirsi agli Stati Uniti, diventare un baluardo forte e indipendente di quell’ordine liberale fino a poco tempo addietro puntellato dalla potenza americana? Forse un Biden alla Casa Bianca non sarebbe capace di ricucire i rapporti con gli europei, di ridare forza e slancio all’ordine liberale occidentale. È possibile. Ma quella che con Biden è una possibilità, diventa una certezza in caso di rielezione di Trump. Non dovrebbe essere difficile capire che cosa convenga agli europei. Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 14 settmbre 2020

DIETRO LE QUINTE DI ANDREOTTI, di Massimo FRANCO

Pubblicato il 25 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Escono il 27 agosto per Solferino «I diari segreti» del politico democristiano, curati dai figli Serena e Stefano. Massimo Franco, autore di molti saggi su Andreotti, i attesa della pubblicazione e della presentazione di questi DIARI SEGRETI, fornisce una anteprima di quanto contiene il saggio curato da due dei figli di Andreotti.

Dietro le quinte di Andreotti

Pechino, marzo 1988. Giulio Andreotti annota: «Al ricevimento all’Ambasciata d’Italia il vescovo di Pechino mi dice: “Se ha modo di riferire al Papa personalmente lo faccia; è maturo il tempo per un contatto con il governo, che preluda ad un’intesa e poi ad un Concordato. Si tratti riservatamente…”». L’alto prelato è un esponente della «Chiesa patriottica», legata al regime comunista e non riconosciuta dalla Santa Sede. Ma il messaggio consegnato all’allora ministro degli Esteri italiano non è caduto nel vuoto. Trent’anni dopo, nel settembre del 2018, Vaticano e Cina hanno stretto un accordo storico quanto misterioso, perché i contenuti sono rimasti sconosciuti, che sarà rinnovato nelle prossime settimane su uno sfondo di grandi tensioni. Difficile non scorgere in quell’episodio del 1988 uno dei semi con i quali è stata nutrita nell’ombra la mediazione finale tra Papa Francesco e il presidente Xi Jinping; e sottovalutare gli appunti privati di Andreotti: un lungo filo di episodi «minori» che evocano una ragnatela di rapporti a ogni livello, di impressioni, di dinamiche che riemergono come preziose pietre grezze della storia.

«I diari segreti» di Giulio Andreotti sono curati dai figli Serena e Stefano ed escono il 27 agosto per Solferino (pp. 683, euro 19): l’introduzione è di Andrea Riccardi

Coglie nel segno lo storico Andrea Riccardi quando nell’introduzione sottolinea che I diari segreti testimoniano soprattutto il «segreto» dell’azione politica di Andreotti: «Un’immensa tessitura di relazioni nella politica italiana, a Roma, e sullo scenario internazionale…», col secondo largamente prevalente. E pensare che non erano destinati alla pubblicazione. Dopo la sua morte nel 2013, i quattro figli li avevano stipati in uno sgabuzzino dell’appartamento in corso Vittorio Emanuele. I due che si dedicano a riordinare gli archivi, Stefano e Serena, per mesi non li hanno neanche aperti. A muovere la loro curiosità è stata la piscina di Castelgandolfo nella quale Giovanni Paolo II fu fotografato nel 1980. Il Vaticano chiese ad Andreotti se poteva bloccare la pubblicazione di istantanee, considerate «scandalose», di un papa in costume da bagno. E Umberto Ortolani, esponente della Loggia P2 di Licio Gelli, anni dopo attribuì il merito della mediazione al capo massone implicato in alcune delle trame italiane più sporche: avrebbe portato lui le foto a Andreotti, che le aveva consegnate al pontefice.

«Tirammo fuori, per nostra curiosità — raccontano Stefano e Serena Andreotti nella Nota dei curatori all’inizio del volume — quanto vi era scritto sulla vicenda delle fotografie scattate a Giovanni Paolo II nella piscina di Castelgandolfo, per la quale era stata data, sulla base di testimonianze di allora, probabilmente interessate, una ricostruzione ben diversa dall’andamento dei fatti e dell’apporto di nostro padre». I diari segreti raccontano in dettaglio quel capitolo oscuro, confermando Andreotti come crocevia delle mediazioni più riservate e controverse del Vaticano. Tra le carte spunta perfino un appunto sui voti ricevuti da ogni cardinale nel Conclave del 1978 che aveva eletto Karol Wojtyla. Viene restituita la complessità di un politico capace di attraversare con lo stesso passo felpato corti pontificie, congressi democristiani, cancellerie occidentali, dittature di ogni latitudine e ambienti torbidi.

Episodi del genere se ne incrociano a decine, nel volume in uscita domani per Solferino, e che copre il decennio dall’agosto del 1979, quando finì il quinto governo Andreotti, quello col Pci nella maggioranza, fino al 22 luglio del 1989, esordio del suo sesto esecutivo. È solo un frammento, per quanto corposo, della sterminata ragnatela andreottiana. L’abitudine a prendere appunti cominciò nel 1944, «su consiglio di Leo Longanesi», ricordano i curatori. «Il motivo principale era quello di potere, a distanza anche di notevole tempo, rileggere gli appunti registrati a caldo, che considerava utilissimi al di là dei documenti ufficiali…». I diari, in gran parte tuttora inediti, finiscono nel 2009. Ma non bisogna pensare a un materiale ordinato, perché riflettono un caos metodico. Oltre a una calligrafia minuta e sempre più illeggibile con l’età, Andreotti aggiungeva note a mano, inseriva lettere e documenti. Insomma, decifrare quegli scritti è stata una grossa fatica, per i figli.

Ogni anno i fogli finivano in un raccoglitore con la dicitura «diario». E in una delle lettere post mortem ritrovate in un cassetto di casa Andreotti, l’ex premier dava istruzioni per evitare che la pubblicazione de I diari potesse nuocere a qualcuno. Colpisce la conferma di un rapporto con la moglie Livia profondo, complice, viene da dire affettuoso, aggettivo che pure si attaglia poco a un «animale» a sangue freddo come Andreotti. E diventa ancora più stupefacente la sua capacità di proteggere la sfera familiare da qualunque intrusione. Ogni riga si sviluppa sempre sul crinale di una scrittura controllata, minimalista, scevra da qualsiasi enfasi. Ci sono solo fatti, impressioni, brevi commenti venati al massimo da una punta di ironia. «L’uso dell’archivio in politica — osserva Riccardi — ricorda il metodo di lavoro della Curia o della Segreteria di Stato vaticana».

I diari si rivelano strumenti di un professionista della memoria scritta, al servizio di quell’attività di governo e di potere che Andreotti non ha mai interrotto. Da ministro, da premier, da semplice parlamentare, è stato una sorta di ambasciatore permanente dell’Italia e della Santa Sede: alla frontiera tra Occidente e comunismo, e nel Terzo Mondo. Ma era ascoltato, e usato, perché manteneva sempre un ancoraggio indiscusso alle alleanze europee e atlantiche. Almeno fino a quando c’è stata la Guerra fredda, quell’aderenza è stata una bussola precisa per guidare il protagonismo segreto e spregiudicato di Andreotti. Poi le coordinate sono cambiate. I diari del decennio 1979-1989 si fermano proprio alla soglia di quel cambiamento epocale. Rimane un interrogativo: queste memorie svelano tutto di lui? Viene naturale ricordare quanto sosteneva lo stesso Andreotti: «Chi non vuole fare sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a sé stesso». E tanto meno scriverla. Massimo FRANCO, Il Corriere della Sera, 25 agosto 2020

LA PANDEMIA PRETESTO PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE, intervista ad Alessandro MELUZZI di Alfonso PISCITELLI

Pubblicato il 22 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Ad Alessandro Meluzzi, che per Vallecchi ha pubblicato Contagio. Dalla peste al coronavirus, in cui ricostruisce i rapporti tra epidemie e politica nella storia, abbiamo posto una domanda, per così dire, “cronometrica”: quale è stato l’esatto momento in cui i politici che oggi governano l’Italia sono passati dall’ “abbraccia un cinese” o “il vero virus è il razzismo” all’idea che, con una accorta gestione delle paure della gente, potevano chiudere sotto chiave la società italiana e mettersela in tasca…

Alessandro, quando è scattata questa “fase 2”?

È scattata quando hanno interiorizzato il senso di una intervista data una decina di anni fa da Jacques Attali, in cui il mentore di Macron sosteneva che una pandemia avrebbe consentito di realizzare il “New World Order”, il Nuovo Ordine Mondiale. Allora sono passati dagli slogan ingenui della globalizzazione (i confini sempre aperti, la Cina che è vicina) a una più pervicace strategia di controllo sociale.

La frase di Attali somiglia ad alcune dichiarazioni di europeisti secondo i quali le crisi economiche sarebbero buone occasioni per creare il Super-Stato della UE….

L’élite tende a concentrare i poteri attraverso due meccanismi fondamentali: l’eliminazione delle sovranità nazionali e la cancellazione del ceto medio. La presenza di un ceto medio autonomo produttivo è da ostacolo alla grande uniformizzazione che i fautori della globalizzazione auspicano.

Cancellazione del ceto medio: viene in mente anche una certa predicazione pauperista che si sente sugli altari. Omelie di pauperisti che ovviamente auspicano sempre la povertà altrui, mai la loro…

Certo, la rimozione di papa Benedetto XVI e l’avvicendarsi del nuovo Papa gesuita ha affermato anche in Vaticano un discorso che coniuga i motivi di un convinto globalismo con i temi di un pauperismo di tipo latinoamericano.

D’altra parte, i leader “populisti” sono andati in difficoltà davanti all’emergenza COVID lanciando segnali contraddittori riguardo alla pericolosità o meno del “virus cinese”.

In alcuni casi è mancata una lettura a 360 gradi, la comprensione del significato profondo di quanto stava avvenendo. Nonostante tali incertezze le elezioni americane rimangono fondamentali: se Trump viene rieletto rimane aperta la porta per un cambiamento significativo degli equilibri mondiali.

E in questo scenario come valuti l’annuncio di Putin di un vaccino russo?

Putin è un judoka ed è abituato ad utilizzare le armi dei suoi avversari per disarcionarli. Il mainstream reagirà dicendo che quello di Putin è un vaccino cattivo…

Il “mainstream”, la narrazione dominante: quale potrebbe essere l’argomento che vi si contrappone?

Il grande avversario del discorso dominante è la complessità. Tutti coloro che vogliono ridurre il mondo a un disegno univoco devono scontrarsi con un principio fondamentale della complessità. Si pensi al caso italiano: quelli che hanno spinto per la chiusura assoluta sono gli stessi che vogliono gli immigrati liberi di sbarcare e di muoversi. Una contraddizione evidente che mina la retorica dello “state a casa”. IL GIORNALE, 22 AGOSTO 2020

SE I PARTITI DI GOVERNO PERDONO (INSIEME) L’IDENTITA’, di Ernesto Galli della Loggia

Pubblicato il 19 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

Da un lato la richiesta del Pd ai 5 Stelle di un’alleanza elettorale che in qualche modo confermi quella di governo e addirittura la prospetta come un dato permanente anche in futuro. Dall’altro il ripudio dei 5 Stelle di parti essenziali della propria identità originaria anche al fine di aderire a tale richiesta. Entrambe queste circostanze hanno un significato che va al di là della pur importante cronaca politica. È difficile non considerarle, infatti, come la sanzione di un dato ormai consolidato del nostro sistema politico: e cioè che tale sistema — una volta messasi alle spalle venticinque anni fa l’età dei partiti storici della Repubblica — sembra ormai sopravvivere solo per adattamenti trasformistici successivi. Che però oggi configurano un vero e proprio salto qualitativo dando vita all’incontro di due trasformismi. Il trasformismo, insomma, si avvia a divenire il vero principio costitutivo del sistema politico italiano. Perfettamente simboleggiato, direi, da un Presidente del Consiglio che solo poco più di due anni fa era uno sconosciuto privo di qualsiasi appartenenza politica, il quale ancora oggi appare fiero di non averne nessuna, ma che ciò nonostante in un biennio ha presieduto due governi successivi formati da due maggioranze diverse e opposte. Non solo un caso abbastanza unico nella storia delle democrazie occidentali ma, verrebbe da dire, quasi la forma più alta e compiuta di trasformismo politico che si possa immaginare. Cioè la non appartenenza ad alcun partito e ad alcuno schieramento come premessa per rappresentarli indistintamente tutti, il vuoto politico come anticamera di qualunque politica.

Il fatto nuovo è che questa volta della deriva trasformistica italiana appare protagonista a pieno titolo il Partito democratico. Ora il Pd non è un partito qualsiasi. Con gli anni, infatti, e per ragioni molteplici, esso è diventato il vero partito della Costituzione della Repubblica, per certi versi il «partito dello Stato»: punto di raccolta dell’intero ceto burocratico dirigente e dell’élite del Paese, nonché titolare di un decisivo potere di legittimazione: all’incirca qualcosa di simile al ruolo che ebbero i liberali nei decenni dopo l’Unità. Prova ne sia che in tutto questo tempo qualunque personalità, partito o schieramento abbia provato a governare contro il Pd ha sempre rischiato di essere messo sotto accusa in vari modi come un partito o uno schieramento a vario titolo fuori o contro la Costituzione se non potenzialmente eversivo. Per tale comoda rendita di posizione il Pd ha tuttavia pagato e paga un prezzo: un ovvio e crescente disinteresse per l’elaborazione di una chiara piattaforma programmatica sua propria, e una strisciante disponibilità ad assorbire punti programmatici altrui. Non diversamente, ancora una volta, da quanto accadde ai liberali storici tra ’800 e ’900.

Sta di fatto che con le sua ultime decisioni il Partito democratico ha di fatto stabilito: a) di rinviare a data da destinarsi quell’idea di «rifondazione della sinistra» di cui se ben ricordo aveva fatto il proprio orizzonte nel convegno di San Pastore solo nel gennaio di quest’anno; b) di rinunciare clamorosamente alla «vocazione maggioritaria» che pure era un elemento essenziale del suo stesso atto di nascita per puntare viceversa su una strategia di alleanza organica con un’altra formazione; c) e di scegliere come partner di un’alleanza elettorale che si annuncia strategica (dunque molto più significativa di un alleanza di governo) proprio il partito che fino all’altro ieri considerava l’alfiere del populismo e quindi, insieme alle destra salviniana, il proprio maggior nemico. Giungendo al punto, per fare un solo esempio, che oggi esso ne sposa di fatto la riforma costituzionale, oggetto di un prossimo referendum, che ha ridotto il numero dei deputati. Proposta la quale, non accompagnata da alcuna ulteriore modifica del testo della Carta, apre la via a radicali mutamenti nel meccanismo dei quorum necessari ad eleggere alcuni organi di vertice della Repubblica.

Quanto al vero e proprio gorgo trasformistico che sta inghiottendo l’identità dei 5 Stelle — presentato pudicamente dai suoi dirigenti come «un’evoluzione» — sembra inutile spenderci sopra troppe parole. Se non per notare come questa presunta «evoluzione» sia la prova di almeno tre cose forse non ancora chiare a molti: a) dell’assoluta necessità che per fare politica si sia in possesso di qualche non indegna scolarizzazione, di qualche lettura e di qualche idea non presa in prestito dagli album di Topolino; b) dell’alta problematicità che la società italiana lasciata a se stessa e libera di esprimersi riesca a selezionare una classe politica presentabile e all’altezza del proprio compito; c) infine dell’ardua compatibilità del nostro sistema politico con l’immissione di nuovi attori decisi realmente a fare cose nuove e a comportarsi in modo nuovo (ammesso che tali fossero i grillini) . Un impegno in Italia sempre difficilissimo stante la rete soffocante di passaggi formali e informali, di condizionamenti istituzionali e non, di regole scritte e non scritte, che avvolge la nostra intera vita pubblica. E al quale quindi i 5 Stelle hanno prudentemente preferito rinunciare senza pensarci troppo. Ernesto Galli della Loggia, Il Corriere della Sera del 19.08.2020

MA IL PD HA LE IDEE CHIARE, di Aldo Cazzullo

Pubblicato il 17 agosto, 2020 in Il territorio | Nessun commento »

La notizia non è tanto che il Pd e i Cinque Stelle abbiano deciso di ritirare alcune delle querele che si erano scambiati. La notizia, nel frattempo rimossa, è che nel solo luglio 2019 il solo Partito democratico avesse presentato contro i Cinque Stelle ventitré querele (sul caso Bibbiano). Il mese dopo avrebbero fatto un governo insieme.

Ora la svolta del voto dei militanti grillini, con il via libera alle alleanze, non ricade soltanto su di loro. Riguarda anche il Pd. E rende lecito chiedersi che cosa diventerà il partito del riformismo italiano, o cosa ne resterà, dopo l’alleanza organica con un movimento che sino a un anno fa era condannato come populista e antieuropeo.

Storicamente, Grillo nasce contro i vecchi partiti, e in particolare contro il Pd: dall’esordio in piazza Maggiore a Bologna alla sera del 22 febbraio 2013 in piazza San Giovanni a Roma, dove — in quello che resta l’ultimo grande comizio della politica italiana — additò nel Partito democratico il vero nemico, il simbolo del sistema da abbattere. Seguirono l’umiliazione di Bersani in streaming, lo scontro durissimo con Renzi e sei anni di polemiche ininterrotte su ogni cosa, vaccini e Tav, scuola e precari, financo sull’autenticità dell’allunaggio e sull’esistenza delle sirene, quelle di Ulisse.

Nell’agosto scorso tutto è cambiato. Il clamoroso errore di Salvini, il voltafaccia di Renzi e la pertinace resistenza dei parlamentari.

Questi tre fattori hanno prodotto in pochi giorni una svolta che avrebbe richiesto mesi di dialogo, come quelli che in Germania avevano partorito la Grande Coalizione tra la Merkel e i socialdemocratici; che è in realtà un centrosinistra, saldamente guidato dal centro.

Chi comandi nell’inedito centrosinistra italiano non è altrettanto chiaro. Il Pd ha già cambiato idea su molte cose. La leadership di Conte. La gestione di Autostrade. Il taglio del numero dei parlamentari; che non è sbagliato, ma non risolve molto senza una riforma che garantisca la rappresentanza, legando gli eletti agli elettori e ai territori.

Ora è legittimo chiedersi, e chiedere al Pd, se cambierà idea anche sul resto. Il reddito di cittadinanza. Le grandi opere. Il grado di flessibilità del lavoro. Il ruolo dello Stato nell’economia. La riforma fiscale. Per fare un solo esempio: il partito del riformismo italiano ritiene giusto che ci siano imprese e contribuenti che versano all’erario oltre la metà di quello che incassano (mentre i veri ricchi si rifugiano nei paradisi fiscali)? E i padroni della Rete potranno continuare a rubare contenuti prodotti da altri e sottrarre il grosso dei proventi al Fisco?

Tenere la destra all’opposizione resta la priorità e il motore dell’alleanza. Comprensibile. Ma insufficiente. Alleati sì, però per fare cosa? La coalizione Pd-Cinque Stelle è cementata da altre due formidabili forze. La ferrea determinazione a concludere la legislatura da parte di centinaia di parlamentari destinati a non essere rieletti. E la ghiotta opportunità di spendere una quantità di risorse in arrivo dall’Europa mai vista prima. Ma durare e spendere non sono un programma politico.

Il Partito democratico nacque con un metodo: le primarie. Che però sono servite soprattutto a rafforzare un leader già scelto, da Prodi a Veltroni. Soltanto una volta la sinistra italiana ha discusso e deciso sul proprio programma e sulla propria identità: alle primarie di coalizione del 2012, che videro contrapporsi Bersani e Renzi. Oggi né Bersani né Renzi fanno parte del Pd. E fa impressione sentire autorevoli esponenti dichiarare che, senza scissioni (compresa quella di Calenda), oggi il Pd sarebbe il primo partito; un po’ come dire che, se avesse vinto a Waterloo, Napoleone sarebbe rientrato trionfalmente a Parigi anziché partire mestamente per Sant’Elena.

Il Partito democratico nacque anche con due ambizioni, una dichiarata e una sottaciuta. Quella dichiarata era unire i riformisti italiani in una forza a vocazione maggioritaria, in grado di governare da sola. Quella sottaciuta era creare un partito di sistema (qualcuno arrivò a parlare di «partito della nazione»). Il partito che — in un Paese di anomalie: alto debito pubblico, bassa crescita, e una destra molto forte ma vista dall’estero come un po’ sgangherata, tra berlusconiani, leghisti e postfascisti — parlasse con l’Europa, fosse considerato un interlocutore affidabile dalle istituzioni e dalla finanza internazionali. Anche con questa logica, in nome di questo schema, il Pd è tornato al governo un solo anno dopo la disastrosa sconfitta delle elezioni del 2018. Ma nessun partito può prescindere dal consenso. Dai risultati dell’azione di governo, a cominciare da sviluppo e posti di lavoro. In una parola, dalla realtà. Aldo Cazzullo, Il Corriere della Sera, 17 agosto 2020

IL PASSATO CHE FERMA IL MOVIMENTO 5STELLE, di Antonio Polito

Pubblicato il 30 giugno, 2020 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Non risulta che durante gli Stati Generali il presidente Conte abbia messo al centro delle sue pur amplissime consultazioni la domanda: che dobbiamo fare del Mes? Singolare, no? Il dilemma più controverso sul futuro dell’Italia non pare essere stato oggetto di riflessione nella Villa in cui il premier si riprometteva di «reinventare il Paese» (parole sue, anzi di Baricco). Meno che mai lo è stato nella sede anche più appropriata del Parlamento, che anzi Conte ha finora accuratamente evitato.

La ragione è molto semplice: sul Mes Conte non ha la maggioranza. O meglio, ne ha un’altra. Quella di prima. La maggioranza giallo-verde. Se oggi si votasse alle Camere sul meccanismo europeo, che ci consentirebbe di avere prestiti fino a 36 miliardi con interessi quasi pari allo zero per finanziare la Sanità pubblica, vincerebbero i contrari. Lega e Cinquestelle tornerebbero insieme, come ai vecchi tempi.

Lo stesso vale per i decreti sicurezza. Varati quando Salvini stava al Viminale, la loro revisione era nei programmi politici della nuova maggioranza e in parte anche nelle raccomandazioni del capo dello Stato, per motivi costituzionali. Ma non si procede. Perché i Cinquestelle, anche su questo, sono quelli di prima: quei decreti li hanno votati. E lo stesso vale per la ormai annosa questione della concezione autostradale.

I pentastellati sono prigionieri del passato. Hanno cambiato alleati ma non cultura politica. Che è sempre la stessa: rispetto all’Europa, all’immigrazione, alle grandi infrastrutture, al rapporto con il mercato. Con un’aggravante: prima avevano un capo politico che poteva «forzare» il Movimento attraverso passaggi stretti ma necessari: con Di Maio digerirono la Tav. Ora sono una forza politica acefala, governata da una logica di veti reciproci che le rende impossibile adeguare i principi non negoziabili alle esigenze del governo. Per questo il Movimento ha finito per delegare in toto la governabilità a Conte; con il patto implicito che il premier ne eviti la spaccatura o almeno la procrastini. Il paradosso è che il partito di maggioranza relativa, nato come forza di protesta, non può più rischiare di perdere il governo ma non può neanche rischiare di governare.

Dal che deriva la domanda fatale per l’altro partner della maggioranza giallo-rossa: che ci faccio io qui? Il Pd, trascinato a viva forza dal transfuga Renzi al governo con i Cinquestelle, ha finito con il trovarcisi a suo agio. Prima di tutto perché ha ripreso una centralità che sembrava finita per sempre di fronte alla esplosione elettorale dei «due populismi». E poi perché un partito di amministratori in provincia ha bisogno quasi naturalmente di essere un partito di ministri e sottosegretari nella capitale. Ma Zingaretti sa che non può essere a ogni prezzo. Come può la forza politica che ha preso Gualtieri da Bruxelles per fare il ministro del Tesoro e ha mandato Gentiloni a Bruxelles a fare il commissario, respingere il Mes, accettando la logica anti-europea che sottintende e giustifica il «gran rifiuto»? Come può il partito che mandava i parlamentari a bordo delle navi sequestrate da Salvini tenersi ancora dopo un anno i decreti Salvini? E come può il centrosinistra che privatizzò le autostrade ridarle ora allo Stato? Ecco perché ieri ha cominciato, con la sua lettera al Corriere, a dire a Conte ciò che Conte non può dire: il Mes ci serve.

Si obietterà: ma la vera ragione di questo «connubio» tra giallo e rosso era scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Movente e obiettivo del resto dichiarati. Però, se davvero i Cinquestelle sono rimasti quelli di prima, e se per giunta sono privi di una leadership, e se sono spaccati come sono, e se perdono pezzi quasi ogni giorno al Senato, può il Pd fidarsi di loro al momento delle votazioni a scrutinio segreto per eleggere il capo dello Stato? Per più di quarant’anni l’Italia è stata una democrazia bloccata, ma governata, perché il partito di maggioranza solo al governo poteva stare. In questa legislatura l’Italia è tornata a essere una democrazia bloccata, ma rischia di essere sempre meno governata. E pensare che la chiamarono Terza Repubblica. Antonio Polito, Il Corriere della Ser, 30 giugno 2020