ECCO L’ITALIA DEI SACRIFICI: IL MORALISMO FASULLO DI CELENTANO COSTERA’ A NOI CHE PAGHIAMO LE TASSE SINO A 750 MILA EURO

Pubblicato il 27 gennaio, 2012 in Costume, Cronaca, Politica | Nessun commento »

Come già per Benigni, il cachet del Molleggiato sarà esorbitante: 300mila euro a puntata con un tetto massimo di 750mila euro. Alla faccia dei sacrifici per tutti

Adriano Celentano ci sarà. Trecentomila euro a puntata e un tetto massimo di settecentocinquantamila euro. Niente spot pubblicitari, perché il maestro non può essere interrotto dal bieco capitalismo, e blocchi da venticinque minuti.

Adriano Celentano

I termini dell’accordo tra i vertici della Rai e il Molleggiato sono un colpo durissimo. Dopo un lungo teatrino fatto di polemiche, accuse di censura e contrattazioni serrate viale Mazzini ha raggiunto l’intesa con Clan Celentano per riuscire ad avere il cantante al festival di Sanremo. Una presenza che agli italiani costerà oltre diecimila euro al minuto.

Alla fine hanno vinto il Molleggiato e la sua cricca. Un cachet con troppi zero che di sicuro farà imbestialire non pochi italiani. Un cachet con troppi zero come già se ne sono visti per ospiti come Roberto Benigni. Questa volta, però, oltre all’esborso economico Celentano ha messo tutta una serie di paletti che, inizalmente non trovavano il consenso dei vertici di viale Mazzini. Il contratto, oltre ai punti già concordati da tempo come appunto il compenso economico, recepisce l’accordo verbale raggiunto lunedì sera al telefono dal direttore delle Risorse Artistiche Valerio Fiorespino e l’avvocato del Clan Celentano sugli altri punti: dalla massima libertà per il Molleggiato (nel solo rispetto del codice etico) al diktat sugli spot pubblicitari. Insomma, l’intesa comporta solo minime limature dopo l’invio, mercoledì scorso, da parte del Clan a viale Mazzini della bozza definitiva.

“La firma – spiegano fonti vicine alla Rai in una anticipazione della Adnkronos – permette all’organizzazione del festival di arrivare con più serenità all’appuntamento con la conferenza stampa ufficiale del Festival, prevista al Teatro del Casinò di Sanremo martedì prossimo”. Adesso Celentano è stato accontentato in tutto e per tutto. Dopo una settimana di teatrino (con Claudia Mori che accusava la tivvù di Stato di censurare il marito), è stato superato anche l’ostacolo delle interruzioni pubblicitarie separando la prima performance di Celentano da eventuali altri interventi nelle serate successive. Con un piccolo trucco: il primo intervento del cantante milanese sul palco dell’Ariston verrà inquadrato come evento eccezionale e, per questo motivo, non verrà interrotto da alcuna pubblicità. La stessa prassi fu seguita l’anno scorsi per l’esegesi dell’Inno di Mameli fatta da Benigni.

Tutt’altro discorso è stato portato avanti da viale Mazzini per gli interventi che Celentano farà nelle serate successive: questi potranno essere interrotti solo se supereranno i tempi degli intervalli tra un break pubblicitario e l’altro. Tempi che sono comunque corposi: all’incirca 25 minuti. Se da una parte il Molleggiato “schifa” gli spot pubblicitari, dall’altra non disdegna certo i lauti compensi: come già circolato nei giorni scorsi, il Molleggiato percepirà 300mila euro a puntata per un massimo cumulabile di 750mila euro. Una cifra importante, soprattutto se a sborsarla è la televisione pubblica in tempi crisi economica in cui agli italiani vengono chiesti continui sacrifici. Il Giornale, 27 gennaio 2012

…………..Vergogna! Mentre milioni di italiani non ce la fanno più e non riescono a nemmeno più ad arrivare alla seconda settimana del mese per via delle tasse che il govenro dei professoroni  issati sul ponte di comando della sgangherata nave Italia, c’è chi se la ride alle loro spalle, alle nostre spalle! Il molleggiato, il supermoralista da barzelletta, Celentano, ha ottenuto dalla RAI qualcosa come 750 mila euro per le sue apparizioni al Festival di Sanremo, qualcosa come diecimila euro al minuto, diecimila, avete capito bene, al minuto,  per assistere per lo più ai silenzi angosciosi di  un ex cantante trasformatosi in predicatore ma solo dei peccati altrui. Ci piacerebbe che su questo schiaffo alle povertà italiane , ai 12-16 milioni di italiani che non pososno nemmeno più stringere la cinghia perchè anche quella gli è stata pignorata, se non sequestrata,  dai ministri e sottosegretari, tutti superburocrati dello Stato, che ogni giorno se ne inventano una per fingere di fare qualcosa ma che alla fine l’unica cosa che riescono a fare è tassare, tassare, e ancora tassare, facesse sentire la sua voce  il signor presidente della Repubblica e quanti pretendono di rappresentare il popolo italiano. Che anche questa volta dovrà mettersi una mano davanti e l’altra dietro e che avrà come unica consolazione quella di sedersi davanti al televisore per vedere come sperpera i soldi degli abbonati il più vergognoso carrozzone italiano, la Rai, appunto. g.

NO A RITI DELLA MEMORIA, UCCIDONO L’OLOCAUSTO. LIBRO -CHOC DI ALVIN ROSENFELD

Pubblicato il 27 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

“La morte di milioni è stata trasformata in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”. Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, è durissimo con i guardiani della memoria dell’Olocausto. Ha scritto un libro, “The end of the Holocaust”, la fine dell’Olocausto, per denunciare e sviscerare la “volgarizzazione”, la “banalizzazione” e i rischi dietro a questa dittatura della memoria.

Il professor Arnold Ages sul Jewish Tribune ha così commentato il libro: “Manca una categoria fra i premi Nobel, ovvero la critica culturale e intellettuale. Se questa categoria esistesse, l’opus magnum di Alvin Rosenfeld meriterebbe certamente questo premio Nobel”. Nelle pagine del libro ricorre spesso la figura di Anna Frank, la ragazzina di Amsterdam autrice del celebre “Diario” e assurta a simbolo della Shoah. Rosenfeld scrive che Anna Frank è stata oggetto di una “mistica della vittimizzazione”, ne è stata fatta una “santa laica” e un’icona della “bontà umana”. Secondo Rosenfeld, “la continua evocazione di Anne Frank come metafora di altri eventi ha trasfigurato la sua storia fino al punto che è stata privata di ogni base storica”. “Il termine ‘Olocausto’ è diventato plastico e senza significato”, è stato “americanizzato”, perfino “de-giudaizzato”, ovvero svuotato del suo carattere religioso specifico della distruzione del giudaismo europeo. Rosenfeld attacca il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg, perché a suo dire descrive “gli ebrei come figure irreali, vittime passive o venali collaboratori”. Rosenfeld riprende qui la critica durissima che anche il più importante e controverso storico della Shoah, Raul Hilberg, rivolse al blockbuster hollywoodiano: “Non è un film sullo sterminio degli ebrei. E’ la storia di una persona, scandita da inesattezze. Ci vuole ben altro per raccontare l’annientamento di un popolo”.

Il libro decritta la martellante “retorica di pubblica e vuota pietà” che ha fatto sì che l’enormità della Shoah venisse alla fine “disumanizzata”. Una memoria vuota, “placida”, universale, facilmente politicizzabile a fini antiebraici. Un tema enucleato anche da “The Holocaust and Collective Memory”, il libro di Peter Novick in cui ha avvertito: “La memoria ha sensibilizzato e desensibilizzato”. Sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza (gay, afroamericani, latinos, indiani, senza tetto, animalisti e malati di Aids) si sono appropriati facilmente dell’Olocausto. Secondo Rosenfeld si tratta di operazioni “revisioniste per esprimere il senso di ‘oppressione’ e ‘vittimizzazione’”. Un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti: “Il linguaggio dell’‘Olocausto’ è usato da coloro che vogliono attirare l’attenzione sui crimini, gli abusi e le presunte sofferenze che costituirebbero i mali sociali dell’America. Qualunque male che si abbatte su altri esseri umani è diventato ‘un Olocausto’”.

“Più diventa mainstream, più l’Olocausto diventa banale”
, afferma Rosenfeld. “Una versione della storia ancora ricolma di sofferenza, ma una sofferenza senza peso morale, più facile da sopportare”. Nel recensire il libro sul Tablet, Ron Rosenbaum, il celebre storico e giornalista americano autore del “Mistero Hitler”, ha scritto che lo scopo del saggio di Rosenfeld è salvare “l’ebraicità dello sterminio” contro un banale “universalismo” infarcito di frasi come “la barbarie dell’uomo sull’uomo”, che tanto ricorrono oggi nelle celebrazioni della giornata della memoria. “La libertà artistica porta alla corruzione della verità, alla ‘Vita è bella’”, scrive Rosenbaum riferendosi al film di Roberto Benigni.

Secondo Rosenfeld è stata anche compiuta una operazione culturale sui sopravvissuti tesa alla “trasformazione artificiale della vittima in prototipo culturale privilegiato”. Eccolo il paradosso: “Il successo stesso della disseminazione della conoscenza dell’Olocausto nella sfera pubblica può sminuirne la gravità e renderlo più familiare. La storia è stata normalizzata”. Nonostante tutti i musei, i curricula, i libri, i film, i documentari, gli articoli di giornale e le visite guidate ai campi, la memoria dell’Olocausto è diventata “pop”, una sorta di sacrario laico delle buone intenzioni per ipocrite promesse di “never again”. Mai più. “Così fra due generazioni la parola ‘Olocausto’ sarà ancora in circolazione, ma senza riferimenti storici. E’ la fine dell’Olocausto”. Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico. “La memoria dell’Olocausto, lungi dall’essere una profilassi, è stata capace di provocare nuove forme di ostilità antiebraica. In pochi presero Hitler sul serio. Il risultato fu Auschwitz, un avvertimento per il passato, il presente e il futuro”.Il titolo dell’ultimo capitolo del libro non poteva essere più chiaro: “Un nuovo Olocausto”. Giulio Meotti, Foglio quotidiano, 27 gennaio 2012

A NOI SCHETTINO, A VOI AUSCWITZ, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 27 gennaio, 2012 in Costume, Il territorio, Politica | Nessun commento »

Una nota di protesta del nostro ambasciatore a Berlino e nulla di più. Sta passando sotto silenzio l’aggressione all’Italia messa in atto da Der Spiegel: copertina sul caso Concordia e un titolo che non lascia spazio a equivoci: “Italiani mordi e fuggi”, traducibile come “italiani codardi”. Secondo loro siamo tutte persone da evitare, un ostacolo allo sviluppo della moneta unica. Loro sì che sono bravi, “con noi certe cose non accadono perché a differenza degli italiani siamo una razza”.

Una nota di protesta del nostro ambasciatore a Berlino e nulla di più. Così sta passando di fatto sotto silenzio l’aggressione all’Italia messa in atto da Der Spiegel, il più importante settimanale tedesco: copertina sul caso Concordia e un titolo che non lascia spazio a equivoci: «Italiani mordi e fuggi» letteralmente, ma traducibile come «italiani codardi».

La copertina di Der Spiegel

Secondo Der Spiegel siamo un popolo di Schettino e non c’è da meravigliarsi di ciò che è successo al largo del Giglio. Di più: siamo tutte persone da evitare, un peso per l’Europa, un ostacolo allo sviluppo della moneta unica.

Loro, i tedeschi, sì che sono bravi, «con noi certe cose non accadono perché a differenza degli italiani siamo una razza».

Che i tedeschi siano una razza superiore lo abbiamo già letto nei discorsi di Hitler. Ricordarlo proprio oggi, giorno della memoria dell’Olocausto, quantomeno è di cattivo gusto. È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno. A differenza nostra, che di passeggeri ne abbiamo salvati 4.200 e di ebrei, all’epoca della sciagurate leggi razziali, centinaia di migliaia. Era italiano anche Giorgio Perlasca, fascista convinto, che rischiò la vita per salvare da solo oltre 5mila ebrei. È vero, noi italiani siamo fatti un po’ così, propensi a non rispettare le leggi, sia quelle della navigazione che quelle razziali. I tedeschi invece sono più bravi. Li abbiamo visti all’opera nelle nostre città obbedire agli ordini di sparare su donne e bambini, spesso alla schiena. Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa. Fanno i gradassi ma hanno finito di pagare (anche all’Italia) solo un anno fa (settembre 2010) il risarcimento dei danni provocati dal primo conflitto: 70 milioni di un debito che era di 125 miliardi. Ci hanno messo 92 anni e nel frattempo anche noi poverelli li abbiamo aiutati prima a difendersi dall’Unione Sovietica, poi a pagare il conto dell’unificazione delle due Germanie.

Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 27 gennaio 2012

.…………Questa pubblia denuncia di Sallusti non trova riscontro nè sulla carta stampata, cioè gli altri organi di informazione su carta italiani, nè sui siti online di informazione, nè vi ha fatto cenno ieri sera il re dei rimproveri, Bruno Vespa, nel suo programma ieri  dedicato all’Olocausto, nè questa mattina vi ha fatto alcun riferimento  il pur ciarliero Napolitano nel corso delle commemorazioni della Shoao. Poichè non immaginiamo neppure lontanamente che Sallusti se la sia inventata, resta il dubbio  che,  come lo stesso Sallusti scrive,stia passando sotto silenzio una aggressione che ha dell’inverosimile se si pensa che  chi,  prendendo come movente il comportamento del comandante Schettino,  identifica come codardi tutti gli italiani,  sono gli stessi che la storia ha conseganto per sempre nel ruolo dei carnefici di sei milioni di persone ree solo di appartenere ad un’altra razza. Ma se ciò fosse vero, e parrebbe di si, ci si deve domandare il perchè del silenzio assordante e ingiustificato da parte delle Autorità italiane,  e la domanda, per ora senza risposta, induce al sospetto che si tratti di prudenza (talvolta la vigliaccheria prende questo nome!) per non irritare i tedeschi, in primis l’ex tedesco-orientale Angela Merkel,  dipendente pubblica della Germania Est,  rimasta silente sino alla caduta del Muro, nonostante certo le fossero note le uccisioni dei suoi connazionali che tentavano di saltare il fosso dell’obbrobiosa segregazione fisica dal mondo libero e la violenta appropriazione delle vite dei suoi connazionali da parte dell’ onnipresente polizia comunista. Sospetto che se da una parte finisce col dare ragione a chi dalla Germania (pare che l’autore del servizio contro di noi sia un emigrante italiano, originario di Castellamare di Stabbia!) ci accomuna tutti a Schettino, dall’altra ci conferma che il ruolo dell’Italia è ormai quello di serva della Germania. Di qui alla deportazione  coatta nei moderni campi di concentramento non recintati da filo spinato ma dal potere economico è assai breve. Povera Italia, solo il tuo stellone ci può salvare dai tanti pulcinella in circolazione,  tra il Quirinale e Palazzo Chigi. g.

DIMORA DI LUSSO A META’ PREZZO PER I PALADINI DEI SENZA TETTO

Pubblicato il 27 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma Piazza Cavour, palazzo d’epoca, quarto piano sopra lo storico cinema Adriano, 150 metri quadrati, posto auto. La lussuosa dimora è stata aquistata nel 2010 al prezzo stracciato di 500mila euro. Poco più di 3.300 euro al metro quadro nel cuore di Prati, uno dei quartieri più chic della Capitale, dove i prezzi degli appartamenti al metro quadro partono minimo da 7.000 euro fino a superare, proprio in piazza Cavour, i 10.000. In questa casa signorile risiede dal 2005 il presidente del X Municipio Sandro Medici (Sel), paladino dei movimenti per la casa nella Capitale, l’uomo che nel 2007 requisì decine di appartamenti ai privati per evitare lo sfratto di altrettante famiglie opponendosi «all’avidità degli speculatori immobiliari che con arroganza vessano fino allo stremo famiglie povere e disagiate». Dal settembre del 2010, dopo 5 anni di affitto, Medici e la sua convivente possono risparmiare sul canone per dedicarsi al pagamento del mutuo di 350mila euro, ereditato dalla società venditrice, di proprietà di un noto impreditore romano particolarmente attivo nel campo immobiliare. Sandro Medici, giornalista e già direttore nei primi anni Novanta del quotidiano comunista Il Manifesto, a forza di combattere l’emergenza abitativa dilagante nella Capitale al fianco dell’amico e leader di Action, Tarzan – al secolo Andrea Alzetta – deve aver fatto tesoro di quelle esperienze «immobiliari». Deve invece aver preso un vero abbaglio l’amministratore della società che ha venduto l’appartamento per una cifra inferiore alla metà del suo reale valore di mercato, lasciando all’acquirente, per il prezzo di mezzo milione di euro, anche un posto per un’automobile nel cortile del palazzo. È più realistico credere che non si tratti di un affare – pur essendolo – ma semplicemente di un considerevole sconto. Per dovere di cronaca, è bene precisare che la compravendita è firmata davanti al notaio dalla signora L.S., con la quale il minisindaco convive come testimoniato anche dalla targhetta sulla cassetta della posta, a nome Sandro Medici.Matteo Vincenzoni, Il Tempo, 27/01/2012

…….Della serie: fai come dico e non fare come faccio. Protaginsita un esponente di SEL, il partito di Vendola, degno emulo del maestro che difende a spada tratta i suoi privilegi economici e di potere, affabulando solo la gente con i suoi discorsi inneggianti al bene comune ma facendo solo il suo. g

LO SCOPRE L’EURISPES: GLI ITALIANI NON HANNO FIDUCIA IN MONTI

Pubblicato il 26 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

L’istituto, ha reso noto  il Rapporto Italia 2012 e   fotografa un Paese stanco e disilluso: solo il 21,1 per cento degli italiani ha fiducia nel governo del Professore

Anche quest’anno l’Eurispes con il suo “Rapporto Italia 2012″ ci scatta un’istantanea e chiude un altro anno. E ritrae tutti noi italiani, con i nostri vizi, le nostre virtù, le nostre abitudini, il nostro benessere, le tendenze, le preferenze, la nostra idea di vita, e l’idea che ci siamo fatti dell’Italia di oggi, di come funziona e di come mal funziona.

Il Parlamento

Un popolo variegato, attivo, e imperfetto. Un popolo sempre e comunque disilluso e sfiduciato anche, e soprattutto, dal punto di vista politico. Se non convinceva il Cav non convince neppure il Prof. E i dati dell’istituto di studi politici lo conferma.

Ecco alcune delle categorie esaminate nel Rapporto Eurispes.

GOVERNO: Il passaggio dal Governo politico di Berlusconi al Governo tecnico di Monti non ha cambiato l’idea dei cittadini, che continuano a non aver fiducia nell’azione politica promossa da chi ci governa, politici o tecnici che siano. Nonostante il favore iniziale dell’opinione pubblica nei confronti del Governo tecnico, i primi provvedimenti in materia economica hanno riportato scontento, malumore e sfiducia negli animi scoraggiati degli italiani. Solo il 21,1% si dichiara fiducioso, il 76,4% dimostra poca o nessuna fiducia e il 2,5% non risponde. In sintesi, l’effetto Monti vale al momento solo il 6% in più nella fiducia degli italiani.

SIGARETTE: Fanno male, ormai lo dicono tutti, dalle mamme preoccupate ai più illustri scienziati, ma il 35,5% degli italiani ne fuma ancora. Il 10,4% ne gradisce una ogni tanto, invece i fumatori più accaniti consumano circa un pacchetto al giorno, ma c’è anche chi ne fa fuori di più. I non fumatori sono invece il 63,8%, in aumento, grazie alla maggior attenzione ai danni provocati dal fumo. C’è chi invece smette di fumare per una questione legata al portafoglio, stufandosi di spendere eccessivamente per un bene nocivo e soggetto a continui rincari. A fumare di più restano i giovani, dai 18 ai 34 anni.

DIETA: O mangiamo meglio o siamo all’ingrasso, ma il 65,1% degli italiani non segue una dieta, che sia dimagrante o purificante, e neanche prima dell’estate. Il 74,8% preferisce la pappa, e della prova costume, proprio, se ne infischia. Meglio dar sfoggio ai rotolini da buone forchette. Ma qualcuno che prima di andare al mare vuole asciugare un po’ la silhoutte c’è ancora, il 26,1%. Più attente, non c’erano dubbi, sono le donne, che si impegnao più degli uomini (65,4% vs 58,1%) a seguire un regime alimentare equilibrato.

CRISI: Colpa della classe politica, non importa di che colore, su questo siamo tutti d’accordo. Per i cittadini la crisi è logica conseguenza all’incapacità della classe politica (52,9%) e della classe dirigente in generale (30,8%).

DIVORZIO: È favorevole l’82,2% degli italiani, almeno a quello breve, cioè alla possibilità di dire fine al “sì, lo voglio” entro un anno dalla fatidica data, ma solo se entrambi i coniugi sono d’accordo e se nel frattempo non sono nati dei figli.

PILLOLA ABORTIVA: Il 58% degli italiani è favorevole all’introduzione della pillola abortiva Ru-486.

GIOVANI ED ESTERO: Questo dato fa preoccupare ormai da tempo, ma ad oggi quasi il 60% dei giovani tra 18 e 24 anni si dichiara ben propenso a spostarsi all’estero, per studiare, per lavorare, per avere un’esperienza di vita più forte o per cercare fortuna.

INTERNET: Ormai fa lo sgambetto alla vecchia tv, e nel tempo libero è il mezzo di evasione più utilizzato. Il 52,6% dei ragazzi tra i 12 ed i 18 anni guarda meno la tv da quando utilizza internet. Solo per il 47,9% la televisione costituisce il principale canale di informazione.

ISTITUZIONI: ll Parlamento tocca il fondo, gli italiani lo “sfiduciano” e solo il 9,5% gli riserva un occhio di riguardo. Il consenso vira dalla parte dei carabinieri (75,8%), della polizia (71,7) e della guardia di finanza (63,3%).

RATE: Sono sinonimo di guai e di un Paese che arretra, ma negli ultimi dodici mesi il 25,8% degli italiani ha potuto fare acquisti proprio grazie ai pagamenti a rate. Soprattutto per elettrodomestici (49,2%), automobili (46,4%), pc e telefonini (25,6%), arredamenti (28,9%), moto e scooter (14,4%). Una modalità di pagamento scelta anche per sostenere le spese mediche.

VACANZE: Il 72,2% ha optato per il taglio delle spese per viaggi o vacanze nel 2011, il 2,2% in più rispetto al 2010.

CENE: Il 56,7% degli italiani rinuncia alla pizza del fine settimana e si mette ai fornelli di casa: gli amici si possono sempre inviatare e intanto si risparmia. Generalmente il 73,1% limita le uscite fuori casa, e quasi il 56% sostituisce il cinema con un dvd.

STIPENDI: Decisamente male: il 27,3% degli italiani non arriva a fine mese; più del 70% non riesce a risparmiare.

TELEVISORI: Il 43,9% degli italiani ne possiede due, c’è chi ne ha tre, il 22,8%, e l’8,6% ne ha quattro ma anche di più.

Il 21% ne ha uno soltanto, poi chi non lo vuole, non lo usa, e non ce l’ha: il 3,1%.

CELLULARI: Quasi la metà, il 47%, ha uno smartphone. Ma la maggior parte, l’81,4% ha un telefonino qualsiasi, con le funzioni base, cioè telefona e manda sms. Il benessere di un Paese si misura anche da queste cifre: il 35,4% ne ha uno, il 25,7% ne ha due, l’11,5% tre e l’8,8% quattro o più.

PALESTRA: IL 62,2% degli italiani non è iscritto. L’attività fisica viene meno alla pigrizia, e a non praticarla o a farlo raramente è il 61,6% dei maschi e il 63,6% delle femmine, senza distinzioni d’età.

ANIMALI: No alla vivisezione: lo dice l’86,3% degli italiani, anche se il 12,1% degli intervistati sostiene l’ammissibilità della vivisezione per fini di ricerca. Ma gli animali domestici sono amati dagli italiani, tanto che il 42% ne possiede uno, se poi li abbandonano come miserabili è un altro par di maniche. Purtroppo non c’è una percentuale che ci ragguagli. Intanto i vegetariani diminuiscono, lo sono il 3,1%. L’amore per gli animali si esprime infine anche nei giudizi sulla caccia, che vede un 76,4% di contrari.

VOTO: Diminuisce la percentuale di chi si astiene del tutto, l’84,1%.

Eccoci: descritti, esaminati, interrogati, siamo noi italiani.

Fonte: Il Giornale, 26 gennaio 2012

FLORIS E I SONDAGGI TRUCCATI

Pubblicato il 26 gennaio, 2012 in Costume, Politica | Nessun commento »

Chiunque saltabeccando con il telecomando da un canale all’altro ieri sera sia capitato su Ballarò- Rai Tre, mancando gli unici minuti da tv libera in libero paese (quelli di Maurizio Crozza), deve avere immaginato di trovarsi davanti a un cinegiornale del ventennio. Cerrto Mario Monti non ha il fisico da Benito Mussolini, e anche Corrado Passera è agli antipodi. Fosse stato però per Giovanni Floris glieli avrebbe disegnati di proprio pugno, pur di ritrarli pettorali in fuori a trebbiare il grano o impettiti in stazione a mostrare i treni che arrivavano in orario. Il culmine da nuovo regimetto tv Floris l’ha toccato però alla fine della trasmisisone, quando in coppia con uno stupefacente Nando Pagnoncelli, ha snocciolato quelli che venivano impudentemente definiti sondaggi. Il più clamoroso era fatto di tue tabelle. Prima domanda: “Che cosa le piace di più del governo Monti?”. Seconda domanda: “Che cosa le piace di meno del governo Monti?”. Li ho voluti vedere e rivedere, perchè non potevo credere che la Rai e uno dei suoi conduttori si abbassassero a operazioncine così da regimetto. Ma le domande erano proprio quelle. Non “che cosa le piace di Monti?”, contrapposto a “cosa non le piace di Monti?”, perchè è vietato anche solo immaginare che qualcosa di Monti possa non piacere a qualcuno. Al limite può piacere un po’ meno, ma per forza deve comunque piacere. Mai visto in trenta anni di giornalismo una cosa così. Incredibili anche tutti gli altri sondaggi, che valevano come il due di picche perchè solo alla fine si è compreso che ogni risultato aveva alla base il fatto che il 45%, quasi uno su due, non rispondeva. Siccome si è liberi di non rispondere a Pagnoncelli-Floris, e non è un reato, come si è liberi di votare come si vuole senza confessarlo ai gerarchi del nuovo regimetto, è chiaro che qualsiasi risultato monco di metà degli italiani va preso con le pinze. Non  da Floris, che invece di premettere a ogni sondaggio come era suo dovere che non aveva risposto il 45% degli intervistati, se l’è presa con loro, facendogli pure la ramanzina dalla tv di Stato: “chi non risponde e non decide alla fine non conta nulla. Quindi se si andasse a votare oggi il risultato sarebbe quello deciso dal 55%”. Viva il regimetto, e non preoccupatevi. Tramonterà anche quello…. Franco Bechis, Libero, 26 gennaio 2012

.………….L’abbiamo vista quella trasmissione  che faceva venire il voltastomaco anche a chi ha lo stomaco di ferro. Neppure una parola di critica da parte di Floris al nuovo governo, rappresentato in studio del ministro Passera che, in verità, più che per le parole piene di vuoto che ha pronunciato, incuriosiva per la scioccante bellezza bionda e occhi azzurrissimi  che gli stava alle spalle e che ha provocato una vera e propria caccia alla sua identità  e si è poi scoperto che era lì per conto di Rutelli (nemmeno di vuoto si può dire che fossero  riempite le parole di Rutelli, trite e ritrite, e pronunciate  con l’occhio di merluzzo saettante vero la telecamera) dopo essere stata da quache parte d’Italia candidata di Di Pietro. Ritornando a Floris, neppure una volta che abbia interrotto come era solito fare con i ministri del passato governo le esternazioni di Passera e neppure quelle di Rutelli che del governo in carica si considera e lo è un perfetto ascaro (con tutto il rispetto possibile per gli ascari abissini e somali e libici ed etiopi  che durante la esperienza coloniale italiana fuorno ottimi soldati e fedeli sudditi del Re e Imperatore – quello vero, mica quello arbitrariamente  incoronato recentemente seppure residente nella stesso palazzo dell’altro – e, infine neppure quelle dell’unico oppositore presente, cioè l’ex ministro Maroni anche perchè non se ne avvertiva il bisogno visto che le poche volte che è intervenuto Maroni ha biascicato qualche parola e al più sembrava un pesce lesso pronto per essere servito. Infine i sondaggi. Ha ragione Bechis, oltre che essere formulate male le domande, erano palesemente falsi, visto che il 45% degli italiani  non aveva voluto rispondere o perchè non intenzionato a votare o perchè non vuol dire per chi intende votare, quando e se riusciremo a tornare ad essere una democrazia reale e quindi a votare per eleggere il Parlamento che,a sua volta, dovrà eleggere  il governo, evitando per sempre di attingere alla peggiore burocrazia del mondo, quella italiana, ladra, arrogante, brutale e familistica per scegliere i ministri, i sottosegretari e sopratutto il premier. L’unica  sondaggio che a noi è sembrat se non  vero, almeno verosimile e quello relativo alla domanda: chi sceglieresti come premier del futuro, Monti o il leader del tuo partito? Il 70% degli elettori definitisi di centrodestra hanno risposto che sceglierebbero il leader del proprio partito. Il che vuo, dire che il 70% degli eletttori di centrodestra non digerisce Monti. Una ulteriore riprova che staccare la spina a questo govenro è la cosa che di più conviene al centrodestra, evitando di cullarsi sulle dichiarazioni latte, miele e convenienza che Monti ogni tanto, anche ieri, rilascia a comando: che il suo governo è in continuità con quello precedente. Cosa ovvia, che viene venduta come una prova di lealtà. Se qualcunmo ci crede, o è uno sciocco o è un candidato al riposizionamento che in altri tempi si sarebbe chiamato tradimento. g.

IL PDL HA I VOTI MA NEL GOVERNO NON PESANO, di Mario Sechi

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un'immagine di archivio Cosa sta succedendo tra il governo e i partiti che lo sostengono? Il quadretto è questo: il Pd di Bersani trova ascolto e fa valere i suoi voti, i centristi di Casini ne sono il faro e fanno pesare i seggi che non hanno, il Pdl viene consultato e preso in considerazione a intermittenza, oggi sì, domani non si sa, e i voti pesano meno di quanto valgano. C’è un grande problema di identità in tutte le formazioni politiche. Il partito di Berlusconi e quello di Bersani rischiano grosso e i centristi sono sovrastimati. In ogni caso, il problema degli assetti presenti influenza gli scenari futuri e la sempre più prossima corsa per le elezioni. Nessuno dei partiti che sostengono Monti sa quale sarà lo scenario del voto nel 2013 e questo elemento di incertezza pesa sull’iniziativa autonoma del Parlamento (ridotta a ben poca cosa e non da oggi) e sui destini dei gruppi politici che fin dal 1994 hanno dato un’impronta ai nostri ultimi diciotto anni di storia repubblicana. Non siamo di fronte a una semplice transizione, a una crisi passeggera, ma a una rivoluzione del quadro politico dentro e fuori dal Parlamento. La crisi italiana non è solo economica, ma morale. E siamo in buona compagnia, perchè i nostri destini sono legati a quelli dell’Europa e la nostra sorte si decide non a Roma ma a Berlino, ma al netto dei desideri teutonici, in Italia si gioca una mano di poker decisiva: quella dei partiti. Destra e sinistra vivono una fase di ristrutturazione impensabile fino a pochi mesi fa: l’asse del Nord tra Pdl e Lega è finito e ricostruirlo su basi credibili e non di semplice convenienza elettorale non sarà facile; il Pd deve fare i conti con la scelta di appoggiare Monti e il suo programma «brussellese» fatto di lacrime e sangue, mentre l’Idv di Di Pietro scalcia, la sinistra altermondista di Vendola morde e i centristi di Casini lanciano una scalata ostile contro i resti del prodismo e del berlusconismo. Il bipolarismo italiano è in fase di smontaggio. È vero che finchè non si cambia la legge elettorale e si fanno due o tre riforme istituzionali tutto può gattopardescamente restare come prima, ma l’Italia in questo momento è un laboratorio politico non felice, ma certamente molto interessante per chiunque voglia misurarsi con i problemi di un Occidente smarrito. Nonostante le incertezze nel far valere il proprio peso specifico nei confronti del governo Monti, quello del centrodestra resta il campo decisivo per il futuro. Berlusconi non ha deciso cosa fare dei prossimi mesi di legislatura, mentre il segretario Alfano non ha tracciato una road map che porti alla scadenza elettorale. Questo percorso non si può fare senza parlare con il Pd e chiarire il destino di Monti e dei suoi ministri. Serve un primo passo: il Pdl deve cominciare a far pesare i suoi voti.  Mario Sechi, Il Tempo, 25 gennaio 2012

.……………Per farlo bisogna volerlo, sopratutto bisogna volerlo tutti insieme, senza fughe in avanti o con l’occhio  fisso a tutelare il proprio futuro. Purtroppo nel PDL è invece esattamente il contrario, ciascuno gioca una propria partita, con conseguenze dolorose per il PDL,  e non è il caso neppure di fare esempi. Meno uno. La Dc del 1992-1994. Mentre imperversava la tempesta di Tangentopoli, la DC affrontò in ordine sparso la riforma elettorale a seguito del referendum promosso da Mario Segni. La scelta cadde sulla riforma che prese il nome del suo promotore, cioè l’on. Mattarella che prevedeva l’assegnazione del 75% dei seggi in collegi uninominali e il 25% in quota proporzionale  secondo un  meccanismo diabolico. Non furono molti quelli che nella DC si opposero a questa riforma che,come poi sarebbe accaduto, avrebbe determinato più di Tangentopoli la fine della balena bianca. Tra quelli che non si opposero ci furono quasi tutti i parlamentari dc del centrosud, tutti meno uno, cioè l’on. Pisicchio, onore al merito, allora e ancor oggi proporzionalista ad oltranza.  La scelta dei parlamentari del centrosud a favore del sistema uninominale fu influenzata dai risultati elettorali del 1992 che avevano assegnato alla DC, nel centro sud, ampi consensi, con punte altissime ancora in Puglia e in Sicilia, confermandole il ruolo di partito di maggioranza relativa. Ciò indusse i parlamentari del centrosud a schierarsi a favore dell’uninominale nella certezza, che risultò poi fallace, che il voto maggioritario  si sarebbe confermato nelle successive elezioni  politiche, per cui nel centrosud i parlamentari,  nei rispettivi collegi uninominali,  sarebbero risultati eletti, e poco importò (e importava!) a quei parlamentari che invece al nord i parlamentari uscenti della DC sarebbero stati falcidiati perchè al nord, ad eccezione del Veneto, la DC era ormai minoranza. Mai calcolo si rivelò  più errato, perchè si erano fatti i conti senza l’oste, che nella fattispecie si chiamò Berlusconi che mettendo su l’inedita e non calcolata alleanza al nord con la Lega e al Sud con l’allora MSI, vanificò le supoerficiali quanto  ottimistiche previsioni della DC meridionale che vide tutti  i suoi candidati nei collegi uninominali, eliminati, proprio come al nord,  come birilli, tra l’altro non ottenendo neanche un onorevole secondo posto  tra i candidati dell’uninominale e conquistando, con ben 6 milioni di voti,  appena 34 parlamnetari alla Camera, tutti eletti nella quota proporzionale. Una disfatta totale! Disfatta che ha tanti nomi, dallo scomparso Martinazzoli, allo stesso Segni, a Buttiglione, ma una sola fondamentale causa: l’aver ciascuno pensato solo a se stesso. E’ quello che ci pare stia accadendo nel PDL in queste ore, dove, per esempio, un ex ministro non perde occasione  per elogiare Monti e dichiararsi convinto sostenitore delle sue scelte, tra cui la violenta tassazione di quei ceti  ex medi, ed ora poveri, che pure sono i riferimenti elettorali del centrodestra. E’ questo che  induce a ritenere che anche adesso, nonostante i precedenti storici che or ora abbiamo ricordato,  c’è chi pensa a se stesso e pratica la politica dell’uovo oggi piuttosto che la gallina domani. Ecco perchè dubitiamo che l’appello di Sechi trovi molti ascoltatori a proposito dei voti da far pesare. Perchè sono in molti a pensare di far pesare i (propri!) voti nel futuro. Ammesso che ci possa essere un futuro e che quei voti ci siano ancora. g.

I PAPAVERI DELL’UE CI SONO O CI FANNO? di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 25 gennaio, 2012 in Economia, Politica | Nessun commento »

Un alto esponente del Fondo monetario internazionale, per di più italiano, ieri pomeriggio ha detto che l’Italia, da sola, non ce la può fare a uscire dalla crisi.

Fmi

Apriti cielo. La Borsa ha rischiato di crollare, un brivido ha percorso i mercati e i centri nevralgici della diplomazia europea. E dire che era stata una buona giornata, con lo spread sceso per la prima volta, sia pure per poche ore, sotto i 400 punti. Poi, ovvia, è arrivata la smentita dell’incauto personaggio. Uno si chiede: ma ci sono o ci fanno questi alti papaveri della finanza internazionale?

Ogni volta che si riesce ad alzare la testa, subito qualcuno o qualcosa ti respinge giù. Una volta è l’agenzia di rating,un’altra è una dichiarazione stramba della Merkel, ieri è stato il Fondo internazionale, agenzia per altro non completamente disinteressata alla sorte delle vicende italiane. Altro che cabina di regia anti crisi. Qui ormai ognuno fa gli affari suoi. È come una tela di Penelope. Di giorno si tesse, poi arriva un presunto amico e ti disfa il lavoro. E in mezzo a questo balletto dei potenti ci siamo noi e la vita reale. Che cominciamo a fare i conti con la manovra recessiva del governo Monti.

Nei primi venti giorni di gennaio, con l’aumento del prezzo dovuto alle tasse, il consumo della benzina è calato dell’undici per cento. Un record negativo che dice più di tante chiacchiere quanto la situazione sia difficile. Perché la benzina non è solo il carburante delle auto ma lo è anche della nostra vita. Se abbiamo cominciato a risparmiare sul pieno, vuole dire che ci spostiamo meno frequentemente, sia per lavoro che per diletto. Risultato: spendiamo di meno, un po’ per necessità un po’ per paura. Insomma, siamo entrati in riserva e se non arriva un pieno di fiducia e di prospettiva (meno tasse, meno vincoli) rischiamo davvero di rimanere a piedi, indipendentemente da quel che dice il Fondo monetario. Alessandro Sallusti, 25 gennaio 2012

IL GOVENRO DEI TECNICI STA DIVENENDO IL PROBLEMA DELL’ITALIA, di Mario Sechi

Pubblicato il 24 gennaio, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Mario Monti è stato chiamato a Palazzo Chigi per mettere al sicuro i conti pubblici, battere il partito dello spread e lasciare che la democrazia poi torni a fare il suo corso. Figlio di uno «stato d’eccezione», il governo «strano» (Monti dixit) ha allargato i suoi orizzonti occupandosi di tutto senza curarsi troppo del Parlamento. Scelta legittima, ma singolare per un esecutivo che si presenta come «di scopo», con una missione precisa e un limite che non deve dimenticare: non è stato eletto. Ho sostenuto la necessità del governo di transizione, l’ineluttabilità della scelta di Monti, il dovere di farlo governare fino alla fine della legislatura. Ma attenzione, non a qualsiasi condizione e soprattutto con lo sguardo rivolto al programma, alla sua utilità per il Paese. Quando Monti ha varato la prima parte della manovra «salva Italia» ho messo in evidenza la recessività di un’operazione tutta tasse e imposte, ma l’ho considerata inevitabile in quel contesto. Poi è arrivato il decreto sulle liberalizzazioni e, francamente, è una delusione. Hanno la possibilità di rifarsi. Ma la realtà è che la prospettiva del governo è di breve periodo (si vota nel 2013) e rischia di inchiodare un Paese alle corte vedute di Palazzo Chigi. Il fatto che Monti e i suoi ministri non abbiano una prospettiva politica – cosa che in realtà hanno e soprattutto cercano – non può mettere l’Italia nella condizione di uno Stato a potenzialità limitata. Un esempio per chiarire subito cosa intendo: Roma è candidata alle Olimpiadi del 2020. Una sfida globale e un obiettivo degno di una grande potenza qual è l’Italia. Bene, ieri abbiamo appreso che il governo avrebbe delle perplessità e punterebbe a far correre la Capitale per quelle del 2024. Mi chiedo: ma Monti davvero pensa questo? Realmente ragiona su un’Italia incapace di partecipare alla sfida? Immagina seriamente che la terza economia d’Europa possa gettare la spugna facendo finta di rilanciare? Se è così, mi dispiace, ma il governo dei tecnici comincia a essere non la soluzione, ma il problema.

L’Italia ha bisogno di una rigorosa manutenzione del bilancio – cosa già avviata dal governo Berlusconi con Tremonti – ma ancor di più ha una disperata necessità di credere in qualcosa, darsi una missione ed essere protagonista nel mondo. L’Italia deve crescere nel Pil e nello spirito. Se il governo riduce l’esistenza di una nazione alla lettera di Bruxelles, allora qualcosa non torna. Se la Capitale deve essere mortificata con un getto della spugna perché un esecutivo di professori non solleva gli occhi dal pallottoliere e dimentica di tenere alta la nostra bandiera, allora i professori non stanno sopra ma sotto la cattedra. I benpensanti dicono: ci sono altre priorità. Benissimo. Ma non siamo soli nell’universo. Londra, che quest’anno ospiterà i Giochi Olimpici, ha attraversato una crisi economica terribile, ha avuto il Paese messo a ferro e fuoco dalle proteste, ha visto un paio di crac bancari risolti con nazionalizzazioni mascherate, dal 2008 la City vive la drammatica trasformazione del capitalismo di cui è il centro finanziario mondiale. Ma Londra non ha mai esitato un minuto ed è pronta all’appuntamento con le Olimpiadi. Dio ha salvato la Regina, non so se avrà tempo per salvare i tecnici.  Mario Sechi,  Il  Tempo,4/01/2012

.………..Ci stupiva il fatto che  Sechi avesse sposato il govenro dei tecnici, sostenendolo senza condizioni. Ci stupiva e un pò ci preoccupava, nel senso che ci domandavamo cosa si nascondesse  sotto la repentina disponibilità di Sechi a sostenere un governo che quasi tutta la stampa di centrodestra, e tutti i variegati siti web dello stesso orientamento, apertamente osteggiavano, ovviamente insieme a tanta parte della classe dirigente del partito di riferimento che, lo sanno tutti, masticano amaro per la scelta voluta da Berlusconi e sposata da Alfano. Non nascondiamo che avevamo pensato cose non positive, secondo il vecchio ma sempre valido concetto andreottiano secondo il quale a pensar male si fa peccato ma talvolta, anzi spesso la si azzecca. Questa volta non è stato così, nel senso che a pensar male abbiamo fatto peccato, si,  ma non l’abbiamo, fotunatamente, azzeccata. Questo ediroriale di Sechi ne è la prova. Nel monento in cui Monti e il suo governo hanno mostrato tutti i loro limiti, Sechi non ci ha messo un secondo a denuciarlo e a dire che “il governo dei tecnici non è la soluzione, ma il problema”. Bentornato fra noi, Sechi. g.

LUCIA ANNUNZIATA PRENDE DUE STIPENDI PER FAR EUN SOLO LAVORO (IN RAI). E INSULTA GLI STUDENTI.

Pubblicato il 23 gennaio, 2012 in Costume | Nessun commento »

La giornalista ha ottenuto il programma in mezz’ora con una doppia paga: una per averlo creato, l’altra per averlo ideato come format originale

Annunziata Donna Lucia prende due stipendi per fare un solo lavoro. E insulta gli studenti

Che Lucia Annunziata non fosse imparziale lo sapevamo già. Ma che negasse la verità appurata da un tribunale lo scopriamo adesso. Il 19 gennaio la conduttrice di «In mezz’ora» incontra gli studenti di una scuola di giornalismo. Alla fine della relazione, il sottoscritto fa cenno alla superliquidazione che l’Annunziata avrebbe percepito dopo la sua esperienza come presidente Rai nel 2004. A quel punto, la giornalista perde le staffe. «Quella volta Libero prese una sòla. E lei ha fatto una figura di merda, si dovrebbe informare prima di fare domande». Fedele al suo monito, mi sono informato. Il 30 luglio 2004 mio zio, Marcello Veneziani, consigliere uscente della Rai, pubblica su “Libero” un articolo in cui accusa Lucia Annunziata, presidente uscente, di aver stretto un patto segreto con Rai Holding, che le avrebbe garantito dopo le dimissioni un’indennità e una liquidazione di 1 milione e duecento mila euro in due anni. La Annunziata querela l’ex consigliere Rai.

Poi, nella commissione Commissione parlamentare del 7 ottobre 2004, fornisce la sua versione. Il suo trattamento di fine rapporto, dice, è pari a “soli” 48 mila euro. In realtà però, «essendo tale impegno a non dimettersi se non per giusta causa previsto per la retribuzione come Presidente, a lei spetterebbe l’equivalente di 10/12esimi di tale retribuzione». Tradotto: la giornalista avrebbe percepito una liquidazione di almeno 600 mila euro in due anni (i 5/6 del suo stipendio di allora), purché il ministero del Tesoro avesse ritenuto le sue dimissioni motivate da giusta causa. Le cose non vanno così, solo perché «il Tesoro si rifiuta di riconoscere la giusta causa». In compenso Lucia ottiene il programma “In mezz’ora” con una doppia paga: una per averlo creato, l’altra per averlo ideato come format originale. Ma soprattutto la Annunziata non ricorda che il 26-03-2008 il tribunale civile di Roma ha dato ragione a Marcello Veneziani perché «esercitava legittimamente il suo doppio ruolo di giornalista e consigliere d’amministrazione» e «ha respinto la richiesta di risarcimento della Annunziata». Il giornalista, dunque, non si era inventato nulla, “Libero” non aveva preso una sòla e chi scrive non ha fatto una figura di merda.di Gianluca Veneziani, Libero, 23 gennaio 2012

.. ….Ieri la Annunziata ha ricevuto nel suo programma il premier Monti. Per carità, nessuna domanda imbarazzante, nessuna contestazione, nemmeno una risata quando Monti ha confermato l’aumento del PIL dell’11% grazie alle “sue” presunte liberalizzazioni. E ovviamente nessuna domanda sul mancato tagli dei costi delle caste, compresa quella dei giornalisti RAI, come la Annunziata che per un solo lavoro prende due stipendi. Ma forse il secondo lo prende per l’elegante e forbito linguaggio usato incontrando gli studenti  di una scuola di giornalismo ai quali ha lasciato un bel messaggio: chi non è d’accordo con lei fa una figura di “merda”. Anzi, è una “merda”. g.