OGGI SI VOTA. PER LE ELEZIONI ANTICIPATE, di Mario Sechi

Pubblicato il 6 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Elezioni La campagna elettorale per il 2013 è cominciata da un pezzo e non perché oggi si vota, ma perché il governo e i partiti si sono ritrovati su sponde opposte. L’esecutivo Monti da qualche mese gira a vuoto e sulla questione fiscale – pura nitroglicerina – nonostante i buoni consigli arrivati da fonti disinteressate (tra le quali c’è anche Il Tempo) non ha ritenuto di operare con l’apprezzabile sobrietà esibita dal premier all’inizio della sua avventura. Senza un intervento sulla materia incandescente delle tasse, frutto di un lavoro collegiale tra i partiti e Palazzo Chigi, il governo rischia di andare a casa. Avevo anticipato qualche settimana fa le tentazioni del Pd di far saltare il banco ed andare alle elezioni a ottobre. Ora s’aggiunge anche il Pdl che si è ritrovato tra l’incudine (il governo) e il martello (il suo elettorato). La sottovalutazione del mix tra recessione e alta tassazione è palese. Il premier continua ad avere una buona fiducia, ma il governo con l’arrivo della stangata Imu andrà in apnea. Sentirsi forti è giusto, presumere di essere imbattibili è un errore. Se il premier attacca il partito più importante della maggioranza che lo sorregge, il minimo che deve attendersi è la richiesta di una «seria riflessione» che tradotto significa «c’è il conto alla rovescia». La situazione si è complicata quando Casini ha messo in chiaro il suo progetto di partito aperto ai tecnici. Da quel momento nell’immaginario di Pdl e Pd il progetto casiniano di «smontaggio dei poli» è diventato anche quello di Monti che – per soprammercato – ha messo da parte il suo understatement e stretto nel pugno una clava che non è proprio da loden. Il voto di oggi è un test politico nazionale perché metterà in chiaro alcune linee di tendenza. Da domani, il gioco dei due principali partiti sarà il seguente: andiamo subito alle urne o proviamo a continuare con Monti fino alla scadenza naturale? Senza una nuova legge elettorale, il Pd vince, ma questo al Pdl oggi potrebbe perfino non importare più di tanto. Meglio perdere un po’ di sangue oggi e salvarsi la vita, piuttosto che suicidarsi domani, restando in un governo a sfiducia crescente nell’elettorato. Possibile? Solo a patto che si sappia cosa fare dopo aver aperto la crisi, altrimenti è solo un favore al Pd. La faccenda è tutta qui, il resto della storia lo racconteranno gli elettori ai seggi. Mario Sechi, Il Tempo, 6 maggio 2012

..……….Se ancora il PDL non ha idea di cosa fare, forse è meglio che rinunci a fare politica e si occupi d’altro. Non è necesssrio attendere i risultati del test elettorale di oggi per sapere che la scoppola che attende i partiti che sostengono Monti sarà pesante e per il PDL ancor di più visto che l’elettorato più colpito dalla fredda determinazione di Monti di andare avanti sulla strada della strangolatrice pressione fiscale è proprio l’elettorato  di riferimento del centro destra, quel ceto medio che nel passato ha fatto la fortuna del Paese e che ora non meritava di essere trattato quasi fosse una associaizone a delinquere da stritolare. Bisogna mettere fine all’esperienza dei tecnici da barzelletta che hanno combinato guai e guasconate a non finire, per arrivare a nominare altri tcecnici per fare quello che in teoria avrebbero dovuto fare loro. E’ vero, sono stati sommersi dal ridicolo ma questo è il guaio maggiore, perchè quando seriosi nullafacenti si sentono derisi sono capaci di ancora peggiori nefandezze. E allora si salvi chi può…Ecco perchè se il centrodestra, tutto, non solo il PDL, vuole evitare una catastrofe permanente è meglio che rischi una battuta di arresto oggi,  per ricostruire se stesso, e anche il Paese, nel prossimo futuro. g.

PIU’ DI UN ULTIMATUM, di Alessandro Sallusti

Pubblicato il 5 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

C’è ancora una speranza che l’asse del Nord tra Pdl e Lega non sia definitivamente morto. Per ora è così, ognuno per la sua strada, ma domani non si sa mai.

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E domani è dietro l’angolo, le elezioni politiche di fine legislatura, anticipate o no che siano. Lo ha detto ieri Berlusconi, che non si arrende all’idea di dover rinunciare all’architrave di un progetto politico, il primo centrodestra italiano, ferito ma non morto, come qualcuno si è affrettato a sentenziare. E quel progetto non può che rimanere radicato in quella parte del Paese che nonostante tutto ha ancora la forza e i numeri per combattere la crisi. Che non sono i salotti della finanza milanese, delle fondazioni bancarie con le casse zeppe di milioni, e neppure la Procura più osannata d’Italia, quella di Milano, dedita a tempo pieno al gossip giudiziario-mediatico. Riportare al centro del discorso politico questa Italia non è da poco perché è proprio quella messa sciaguratamente sotto tiro dal governo dei tecnici salottieri che nei suoi confronti nutrono un odio antropologico, quasi razziale. Monti considera il popolo che ha sostenuto in questi anni Berlusconi come una massa di evasori fiscali, senza storia e cultura. Vanno spremuti, umiliati, devono espiare le loro colpe e nella migliore delle ipotesi sottomettersi a decisioni prese per lo più in week-end a Sankt Moritz o a margine di convegni internazionali nei migliori alberghi del mondo.

Fino a quando il Pdl può sopportare di essere trattato come forza subalterna e rinunciare a difendere, non fosse altro per riconoscenza, i diritti e la dignità dei dodici milioni di italiani che gli hanno dato fiducia nell’urna? Ieri Berlusconi ha usato le parole con grande cautela ma io credo che dentro il partito siano ormai in molti a pensare che la misura sia colma e che si debba passare da una fase di appoggio al governo incondizionato per via del famoso senso di responsabilità a una di appoggio condizionato. Ai tecnici interessa salvare l’Italia, vanno assecondati solo se questo significa salvare gli italiani tutti. Altrimenti meglio azzerare e chiedere lumi agli italiani elettori. Senza paura e pronti ad accettare qualsiasi risultato. Il ricatto degli arroganti «senza di noi il diluvio», è un bluff. E un giorno o l’altro qualcuno dovrà chiedere di vedere le carte. Alessandro Sallusti, Il Giornale, 5 maggio 2012

..………..Quei pochi amici che hanno avuto la bonta di leggerci in questi mesi del governo più devastante  e più pasticcione del mondo, possono darci atto che da subito abbiamo criticato fortemete: 1. le dimissioni di Berlusconi senza il passaggio parlamentare; 2. la nomina autoritaria  di Monti (previo laticlavio di senatore a vita) da parte di Napolitano; 3. il rifiuto preteso da Napolitano e accettato da tutti i partiti di non affidare alle urne il compito di scegliere chi dovesse governare il Paese e compiere le azioni politiche ed economiche necessarie per salvaguardare il Paese dalla crisi dell’Eurozona; 4. la decisione, masochistica, del PDL di far parte della maggioranza  che sostiene il  governo insieme a PD e Terzo Polo, cioè i due maggiori contestatori del govenro Berlusconi, senza peraltro poter incidere dal di dentro sulle scelte del governo; 5. il costante voto di fiducia con cui il governo Monti è andato avanti nel Parlamento commissariato da Napolitano, senza quindi poter introdurre attraverso il dibattito parlamentare le modifiche alle norme varate dal governo anche quando esse apparivano ed erano clamorosamente sbagliate, dal caso “esodati” al caso Imu. Potremmo continuare all’infinito ad elencare le ragioni,  politiche e quelle più spicciole  legate alla quotidianità,   del nostro atteggiamento critico verso questo governo di falsi esperti e di  alti manager di stato che pensando a se stessi hanno sempre assecondato nel recente passato le scelte in materia economica dei governi precedenti. A distanza di alcuni mesi, prendiamo atto, alla luce dell’editoriale di ieri del direttore Sechi e oggi di quello del direttore del Il Giornale, Sallusti, che forse sta prendendo corpo nel centro destra e in primis nel PDL  l’idea che dopo aver sbagliato clamorosamente nel sostenere Monti, è altamente criminale – politicamente – continaure a sostenerlo dopo i clamorosi fallimenti collezionati inquesti mesi sul terreno degli obiettivi da raggiungere, cioè la salvaguardiai dei conti, la tutela del potere di acquisto di salatri e pensioni, la ripresa della crescita economica.  Ieri Sechi, oggi Sallusti, hanno battuto i colpi sul gong della politica invitando il PDL a darsi una scossa e a ritrovare, con tutto il resto del centro destra, le ragioni dello stare insieme, prima inevitabile scelta per assumere la decisione di mandare in soffitta il governo e questo Monti, talmente grigio da aver precisato  che mai avrebbe parlato, neanche se fosse stato necessario per salvare la vita un ostaggio, con l’autore della irruzione nell’Agenzia delle Entrate del bergamasco, per farlo desistere dal suo intento. Per fortuna l’autore del gesto si è arreso, grazie ad un modesto vicebrigadiere dell’Arma, più degno di Monti della nostra stima ed ammirazione, ma il premier di stampo napolitano  anche in questa occaisone ha  mostrato  ostentamente la sua assoluta distanza dalla tragedia della gente. Di governanti come Monti, distante e lugubre,  non abbiamo bisogno e pur con tutti i difetti del mondo-che non gli perdoniamo- vivaddio è sempre meglio l’umanissimo Berlusconi di un robot in grisaglia e senza sorriso. g.

LA DITTATURA TECNOCRATICA

Pubblicato il 5 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

palazzo chigi Un illustre e autorevole politologo – che una volta, tanti anni or sono, fu apprezzato teorico del liberalismo e sostenitore della liberal-democrazia di tradizione anglosassone – il professor Giovanni Sartori, ha delineato, sulle colonne del «Corriere della Sera», uno scenario, futuro o futuribile, destinato, a suo dire, a rafforzare il governo Monti. Un governo di tecnici o di emergenza, costretto, malgrado la buona volontà dalla quale è animato e malgrado il supporto del Capo dello Stato, a navigare perigliosamente nelle acque agitate e infide della politica italiana. Un governo, alla fin fine, costretto a governare male e poco, prigioniero di troppe e contrastanti pressioni ed esigenze dei partiti che, pur a denti serrati, sono costretti a sostenerlo. Un «governo anfibio» – così lo ha chiamato Sartori – che deve ricorrere continuamente alla fiducia per dribblare i veti incrociati o le trappole dei recalcitranti supporters parlamentari. La debolezza del governo – par di capire leggendo le considerazioni di Sartori – sarebbe dovuta, al di là della fisiologica litigiosità delle forze politiche, al fatto che nella nostra carta fondamentale non sarebbe previsto «lo stato di necessità, di emergenza o di assedio» contemplato dalle costituzioni ottocentesche, sotto questo profilo, «più previdenti delle nostre». Ricorda, Sartori, sia pure incidentalmente, che la mancata sottoscrizione da parte del Re del decreto di stato d’assedio predisposto da Facta nell’ottobre 1922 aprì la strada all’avvento del fascismo. Le cose sarebbero andate in modo diverso, sembra suggerire lo studioso, se Vittorio Emanuele III – malgrado (non dimentichiamolo!) il fatto che lo Statuto Albertino non lo prevedesse – avesse firmato lo stato d’assedio: se, cioè, in altre parole avesse decretato una provvisoria sospensione delle libertà e guarentigie costituzionali. Ma lasciamo da parte le fantasie della storia virtuale. E veniamo all’oggi. Il governo Monti, governo tecnico o dei tecnici, è in qualche misura, assimilabile a un governo da stato di necessità. O di assedio. È un governo – absit iniuria verbis – caratterizzato dalla sospensione della democrazia e dal commissariamento del potere legislativo da parte dell’esecutivo.

Sono stati, insieme, la crisi economica internazionale, la debolezza della politica, il dissesto dei partiti, lo sfacelo morale del paese, la piccolezza umana della classe politica ad averne propiziato la nascita. Gli italiani, disgustati dallo sfascio del politicantismo, lo hanno sorbito come una medicina amara. Ma adesso si sono resi conto che le sue ricette si risolvono in una prescrizione: aumento della pressione fiscale a danno dei ceti più deboli e più indifesi. E la popolarità del governo scende. Insieme alla sua forza e alla sua capacità di tenuta. Ma il governo Monti piace – oltre, naturalmente, per il fatto che è nato sulle ceneri dell’odiato governo Berlusconi – per la sua dimensione tecnocratica. Ma piacerebbe ancor di più se avesse, per così dire, un piglio e un tocco maggiormente autoritari. Ed è comprensibile: Sartori ha da tempo messo sotto naftalina il suo antico, originario e nobile liberalismo per cedere all’insana passione per una democrazia giacobina e moralistica e si è scelto, come compagni di strada, ex-comunisti e post-comunisti. La sua «modesta proposta» è che Monti ricorra il più possibile al voto di fiducia fino al punto da costringere il Pdl a negargliela e a provocare, in tal modo, quella crisi, che aprirebbe necessariamente la strada per le elezioni anticipate gestite dallo stesso Monti. Ma non basta. La ciliegina sulla torta della «modesta proposta» sartoriana è che Monti si affretti a improvvisare «un partito elettorale di candidati degni e puliti» e, con esso, si presenti alla consultazione elettorale. Essendo ancora in vigore il Porcellum con il suo «smisurato premio di maggioranza», è presumibile, a detta di Sartori, che il partito di Monti faccia il pieno di parlamentari e possa governare senza alleati. Una cattiva legge – quel Porcellum da sempre esecrato e vituperato da Sartori – sortirebbe buoni effetti. Il governo tecnico o dei tecnici avrebbe una legittimazione popolare. Ma, questa indicata da Sartori, è una via democratica alla dittatura tecnocratica. Non è una bella prospettiva. Ma non c’è da preoccuparsi: il vento dell’antipolitica è così forte da spazzare via le previsioni dei politologi. A cominciare da quelle di Sartori che non si sono mai realizzate. Francesco Perfetti, Il Tempo, 5 maggio 2012

.…………..E’ vero, da decenni Sartori predica bene e puntualmente razzola male. E per fortuna le sue previsioni mai si sono avverate, essendo rimaste solo pure enunciazioni dello  tesso Sartori che dava per certo qule che sognava di notte. Forse la notte scorsa avrà sognato Napoleone, in vista dell’anniversario della morte, oggi, e lo avrà scambiato per Monti, immaginando Monti-Napoleone  sul cavallo bianco ad Austerlitz-Italia, a comandare le sue truppe-ispettori di Equitalia all’assalto degli imperi centrali-gli italiani, acerrimi nemici da uccidere-spremere. Di solito, svegli, il sogno svanisce e si rimettono i peidi per terra. Sartori, forse per via dell’età, è passato dal sogno al vaniloquio, senza poggiare i piedi per terra e lasciando per aria  solo la testa. g.

RICETTA MONTI NON VA. IL PDL AD UN BIVIO, di Mario Sechi

Pubblicato il 4 maggio, 2012 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il presidente del Consiglio Mario Monti Fin dal principio dell’avventura del governo Monti ho scritto che sulla tassazione si giocava il presente e il futuro di questo esecutivo. Alcuni mesi dopo è giunta l’ora di fare un bilancio. 1. la pressione fiscale ha raggiunto livelli mai toccati prima; 2. è stata introdotta una patrimoniale progressiva sugli immobili chiamata Imu (gettito previsto di 21 miliardi), in cui di municipale c’è il nome perché solo 9 di questi andranno ai Comuni; 3. il sistema di riscossione italiano continua a utilizzare i soggetti privati come camerieri: le aziende pagano le tasse per se stesse e per lo Stato e in cambio non ricevono indietro i crediti che vantano nei confronti della pubblica amministrazione; 4. il sistema punitivo sugli evasori così non funziona. L’Agenzia delle Entrate e Equitalia sono istituzioni da difendere, ma il complesso di norme che ne alimenta il flusso di cassa e i poteri non sono da Stato liberale; 5. nel settore del credito -vitale per qualsiasi economia- non vi è stata nessuna liberalizzazione e in presenza di recessione galoppante questo significa non consentire alle imprese in difficoltà non solo la gestione caratteristica, ma persino il pagamento delle imposte. Il bilancio del governo Monti sulla questione fiscale è negativo. Ed è legato a quello della crescita. Lo stesso premio Nobel Stiglitz -buon amico del professor Monti- fa presente che le ricette Berlinocentriche uccidono la crescita economica. Anche il professor Giavazzi sostiene queste idee e speriamo non le cambi ora che è approdato a Palazzo Chigi. Siamo di fronte ad una questione puramente tecnica? No, questa è politica, la materia viva che tocca il cuore e la mente dell’elettorato. Passi per le idee «tassa e spendi» del Partito Democratico, ma vorrei capire perché mai il Pdl dovrebbe continuare ad appoggiare una ricetta che massacra il suo elettorato. Me lo chiedo perché alle elezioni manca un anno e i casi sono tre: 1. il Pdl incide sulla linea del governo e convince Monti a una correzione di rotta; 2. il Pdl non conta niente e si suicida; 3. il Pdl si sveglia dal torpore e lascia il governo. Tre carte, un soldo. Mario Sechi, Il Tempo, 4 maggio 2012

.………….Meglio tardi che mai. Sechi, che ci ricorda Montanelli per la stringatezza coniugata alla chiarezza delle sue analisi, va al cuore del problema. La ricetta Monti, ora è chiaro a tutti, non va. Mentre non ha inciso minimamente sulla spesa pubblica improduttiva e sugli enormi costi della politica sin qui neppure sfiorati,  ha fondato tutta la sua azione (sic!) di governo sulla tassazione selvaggia che ha provocato la disperazione degli italiani e la depressione dei consumi. Di questo passo non si va da nessuna parte. E Sechi, dopo aver sostenuto il governo, se ne è reso conto. E si è reso conto anche della vaghezza delle posizoni del PDL. Chi scrive, da subito, senza se e senza ma, ha criticato la scelta del PDL di sostenere il governo Monti, rinunciando all’unica strategia che un partito democratico – di destra – avrebbe dovuto seguire, cioè quella delle elezioni anticipate. Specie dopo aver constatato  che le scelte del governo dei cosiddetti tecnici era in aperta contraddizione delle politiche tipiche della destra storica, liberale e conservatrice (alla Prezzolini): il contenimento della spesa e la riduzione della pressione fiscale in contrapposizione alle politiche della sinistra storica che come ricorda Sechi è quella del “tassa e spendi”. Abbiamo sperato che il PDL si ravvedesse e si rendesse conto che avallare le scelte impopolari di Monti finalizzate a distruggere l’ex ceto medio, a ridurre sul lastrico il sistema delle imprese, a mostrarsi sprezzante verso chiunque abbia osato contrapporsi alle sue teorie (vedi Giavazzi, ora chiamato a fare il super tecnico o lo stesso Alfano a proposito della compensazione tra crediti e tasse), avrebbe provocato crisi di consensi.  Invece,  nonostante i mugugni della base ma anche di buona parte della classe dirigente, ancorchè raccogliticcia perchè frutto di cooptazioni e non di scelte dal basso, il PDL continua ad ingnorare che il rimedio che ha propinato agli italiani è peggiore del male (basta la barzelletta dello spread, che ad onta di ogni montiana riflessione continua a salire,  a dimostrarlo…) e che continuare in questa direzione è pura follia suicida. Oggi Sechi, ravveduto dal suo iniziale innamoramento di Monti, pone il PDL dinanzi ad dilemma trino: o induce Monti a cambiare rotta, o il PDL  si dichiara destinato al suicidio,  o, infine,  lascia il governo.  Scelga e ce lo faccia sapere. g.

SANITOPOLO IN PUGLIA. DA LEA COSENTINO “TUTTA LA VERITA SU NIKI VENDOLA”

Pubblicato il 3 maggio, 2012 in Il territorio | Nessun commento »

Rompe la consegna al silenzio, e si confessa, Lea Cosentino, l’ex manager in carriera della Asl barese coinvolta nelle indagini sulla sanità in Puglia e protagonista del procedimento che vede Nichi Vendola indagato per averle imposto di riaprire un concorso così da far vincere un medico che il poeta della politica riteneva il più meritevole per il posto di primario di chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari: «Al contrario di quello che dice il governatore Vendola, nei suoi confronti non nutro rancore, ripicca, voglia di rivalsa.

Lea Cosentino, ex dg della Asl di Bari

Si lamenta del fatto che lui sarebbe stato indagato per colpa mia, come se il suo coinvolgimento nella vicenda del primario Paolo Sardelli, dipendesse da una sorta di vendetta da parte mia, per essere stata licenziata da lui. Gli sfugge che anche io sono indagata nello stesso procedimento, e che le mie dichiarazioni ai magistrati baresi non accusano solo lui, ma anche me stessa. Di fronte a precise contestazioni da parte dei pm mi sono limitata a dire quella verità che Nichi conosce benissimo riguardo a quel concorso e a quel primario. La verità è verità, i fatti sono fatti. Ma Vendola, come sempre, ha agito da politico astuto»

In che senso?
«Ha giocato d’anticipo, annunciando lui stesso di essere indagato, e spostando l’attenzione su di me per disegnarmi come un’accusatrice livorosa. Ha provato a sfruttare ancora una volta la buona stampa di cui gode, ma quando il giorno dopo è finito sotto inchiesta anche per la vicenda dell’ospedale Miulli, s’è accorto che non poteva più scaricare su di me (che nulla c’entravo) o su altre persone un tempo a lui vicine. Quel suo successivo riferimento alla sanità gestita come un casinò non merita commenti…»

Torniamo alla storia del primario. Come andò?
«Quel che sapevo l’ho messo a verbale. La verità è lì. Faccio però presente che, per un’altra storia relativa a un concorso, con un medico che poi non è nemmeno diventato primario, la sottoscritta si è fatta cinque mesi di arresti domiciliari. E ho detto tutto».

Vendola sostiene che si è battuto perché, a suo avviso, quel medico era il migliore.
«Nessuno sostiene il contrario. Quel medico è persona di assoluto valore, e immagino che se avesse partecipato a quel concorso lo avrebbe vinto. Il problema è che Sardelli a quel concorso non partecipò. Già all’epoca feci presente che, avendo rinunciato a presentare domanda non potevamo più riaprire i termini del concorso. Ma Vendola mi disse, riapri, “ti copro io”. Anche se non ero d’accordo, alla fine riaprii i termini. Col senno di poi, penso di aver sbagliato. Se ci sono delle regole, questa vanno rispettate, da tutti. Non credo sia previsto che la politica possa forzare la mano per promuovere persone che si reputano le migliori. Per scegliere i migliori ci sono i concorsi».

È vero che con Vendola eravate in grande sintonia e che stava per nominarla assessore alla Sanità?
«Vero, basta anche ascoltare alcune intercettazioni per riscontrarlo. Quell’ipotesi per me è stata l’inizio della fine. Vendola ha messo tutti contro tutti. Prima Tedesco era il suo “fiore all’occhiello”, poi il testimone doveva passare a me, dopo è toccato a Fiore. Tutti hanno avuto problemi, anche giudiziari, e tutti – con più o meno riguardi – siamo stati messi da parte da Nichi. Il quale non si fa mai carico della propria “famiglia”, diciamo così. È un bravo padre finché tutto va bene, ma è pronto a scaricarti al primo problema. Lo ha fatto con Tedesco, con me. Non so con Fiore, che comunque s’è dimesso anche lui poco prima di finire indagato per la storia del Miulli».

Ma le avvisaglie da dove arrivano? Intuito o soffiate?
«Questo non so dirlo. Ho fatto denunce per documenti secretati messi in circolazione e che sono stati utilizzati per farmi fuori. Faccio presente che certe volte la Regione aveva prima di me atti di indagine e intercettazioni. Recentemente ho addirittura scoperto che in un’altra indagine esistono intercettazioni che mi riguardano e che non sono mai state depositate».

Si sente vittima di un complotto?
«Guai a fare la vittima. È però indiscutibile che sono finita al centro di incroci pericolosi, troppo pericolosi per una dirigente di Asl.

Questo sistema mi ha schiacciato».

È il sistema cui accenna il pm Digeronimo quando dichiara che «con Vendola al potere non c’è più spazio per la legalità»?
«Chiedetelo al pm. Io penso solo che fino a quando la sanità in Puglia continuerà ad essere organizzata così, con la politica a influenzare tutto, le aree grigie e gli interessi stratificati continueranno a fare danni».

Inchiesta e intervista a cura de IL GIORNALE, 3 MAGGIO 2012

TAGLI ALLA SPESE: L’ULTIMA STUPIDITA’ DEL GOVENRO DEI TECNICI AUTOCOMMISARIATISI

Pubblicato il 3 maggio, 2012 in Gossip, Politica | Nessun commento »

Supercommissari, consulenti, concertazioni, proroghe. Poi l’ideona di affidarsi ai cittadini e infine la bacchetta del garante per la Privacy. Il decreto sulla revisione della spesa pubblica sta dando non pochi grattacapi al governo Monti.

L'sos di Monti ai cittadini sui tagli

Dopo l’autocommissariamento, con la nomina di Enrico Bondi, dopo le nomine di Francesco Giavazzi e Giuliano Amato a consulenti (rispettivamente per i contributi alle imprese e per i finanziamenti a partiti e sindacati) e dopo l’sos lanciato ai cittadini sul sito del governo per capire dove tagliare e per aiutare i professori ad analizzare e trovare le spese inutili, adesso arrivano le perplessità.

A farle presenti è Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per la Privacy, secondo il quale l’iniziativa dell’esecutivo “è comprensibile vista la necessità di fare presto, addirittura lodevole nei suoi intenti”, ma “solleva qualche perplessità“.

In un’intervista a Repubblica, Pizzetti lamenta il rischio di “possibili criticità rispetto all’informativa sul trattamento dei dati” e rispetto “all’insufficienza delle informazioni fornite“.

Inoltre, il garante della Privacy entra nel merito dei moduli attraverso cui inviare le proprie segnalazioni e rivolge indirettamente alcune domande al governo: “Non dicono cosa succede al cittadino che dà informazioni scorrette e nemmeno chiarisce che tipo di informazioni il privato possa fornire in quell’occasione. Le denunce saranno generiche o possono essere fatti i nomi e i cognomi dei funzionari responsabili delle spese eccessive? E che conseguenze avranno le denunce dei cittadini su queste persone?”.

Dulcis in fundo, Pizzetti rivela che l’Autorità non era stata informata dell’idea del governo. Un’operazione a sua insaputa insomma. Comunque, alla fine, come si legge sul sito dell’esecutivo, “tutti i cittadini, attraverso il modulo “Esprimi la tua opinione”, hanno la possibilità di dare suggerimenti, segnalare uno spreco, aiutando i tecnici a completare il lavoro di analisi e ricerca delle spese futili”. Come, se, quali e quando il governo recepirà queste segnalazioni è un’altra storia. Il Giornale 3 magigo 2012

.………………..A prescindere dalle perplessità espresse dal Garante della Privacy, questa della chiamata alle armi dei cittaidin ida parte del governo è l’ultima stupidità dei tecnici automissariatisi dopo aver sbandierato una loro presunta esperienza, appunto tecnica, naufragata come la Nave Concordia sullo scoglio della improvvisazione, per colpa, innazitutto del più improvvisato dei capitani, cioè il signor Monti.  Professoroni  che da decenni si dicono studiosi dei problemi della pubblica amministrazione, a capo dei quali c’è un signor professorone che per dieci anni si è assiso sulle poltrone della Commisisone Europea da cui ha diramato ordini e direttive per armonmizzare le legislazioni nazionali, compresa quella italiana, a quella europea,  hanno confessato, rimanendo attaccati alla poltrona,  che in materia di problemi della spesa pubblica italiana ne sanno meno del bracciante di Roccacannuccia al quale si sono rivolti per chiedere lumi, consigli, suggerimenti e, visto che ci sono, qualche delazione. Ieri sera abbiamo provato a inviare dal nostro pc il nostro bravo modulo completo dei nostri dati,  indicando i tagli da fare subito che in verità conoscono anche i bambini che frequentano gli asili nido:1.  le spese del Quirinale che gravano per 248 milioni l’anno sulle spalle degli italiani grazie alla assoluta mancanza di parsimonia dell0attuale inquilino, cioè Napolitano Giorgio, ex capataz del comunismo internazionale, quello, per intenderci, che riervava lussi e privilegi alla casta e miseria e fame ai lavoratori; 2. le spese del Parlamento , non solo perchè eccessivo (basti pensare ai 200 mila euro spesi nel 2011 dal signor Fini per immortale se stesso e le sue scargianti cravatte color rosa pallido) costo annuale, ma anche perchè , dopo il commissariamento dello scorso ottobre, è del tutto inutile, tanto decide sempre e solo lui, il Monti; 3. le spese della Consulta, cioè la Corte Costituzionale che costa 64 milioni l’anno èper solo 15 giudici (dividere 64 per 15 e saprete quanto costa ogni giudice…). Dopo averlo compilato, abbiamo cliccato per l’invio ma il pc s’è bloccato, il modulo non è partito, e per oltre mezzora non è più stato possibile ricconnettersi ad internet. Non ci abbiamo più riprovato. Non serve. Servirebbe che gli italiani come i militanti della Lega potessero armarsi di scope e ramazze con le quali fare piazza pulita di tanti improvvidi professori, per molti versi immagine reale di una scuola che non insegna più. g.

MONTI COLGA L’ATTIMO FUGGENTE, di Mario Sechi

Pubblicato il 3 maggio, 2012 in Il territorio, Politica | Nessun commento »

Il premier Mario Monti La Francia sceglie il prossimo Presidente in un duello appassionato dove sono in gioco i destini dell’Europa, l’Italia annaspa tra tecnici, tecnici dei tecnici, partiti, partitanti e varie comparse della scena politica. Confesso, vedere e commentare le elezioni negli altri Paesi Europei comincia a provocare in me una certa invidia. C’è lotta politica, confronto di idee, passione. Da noi sembra prevalere la rassegnazione. Ho sostenuto il governo di transizione e dato ampio credito al governo Monti, ma più passano i giorni e più penso che ci sia qualcosa di storto -ma non ancora irreparabile – in questa vicenda. Il Professore è uomo capace, di carattere e ironia apprezzabili, tuttavia si coglie una distanza forte dalla politica e dalla lotta ideale che è il sale di un’avventura di governo. Monti ha svolto con coraggio la prima parte del suo mandato (il Salva-Italia), ha portato a casa una riforma delle pensioni da tutti i partiti sbandierata ma mai approvata, ma ha ecceduto con la pressione fiscale e mancato l’obiettivo delle liberalizzazioni. Quanto alla crescita, non ci siamo e basta. Può recuperare? Sì, ma a patto che riprenda il filo della politica e la bussola liberale. Non ci sono altre strade. Il dibattito italiano è chiuso in se stesso, ma intanto l’Europa si sta giocando il proprio destino. Le elezioni francesi saranno uno spartiacque e il rapporto tra Parigi e Berlino non sarà più lo stesso: se vince Sarkozy, dovrà fare delle concessioni alla destra lepenista che rifiuta la ricetta tedesca, la Bce e l’architettura barocca dell’Europa, se vince Hollande, il patto fiscale va a carte quarantotto e si ridiscute tutto. Qual è la nostra posizione in merito? Vorremmo saperlo. Bersani tifa Hollande ma è in conflitto con Monti, pezzi importanti del centrodestra altrettanto, mentre gli ex di Alleanza nazionale sperano ancora in un Sarkozy rivisto e corretto per non lasciare il campo alle sinistre. In ogni caso, a Parigi un dibattito sul futuro del Vecchio Continente – quello dal quale dipendono i nostri destini – è più vivo che mai. È ora che anche l’Italia esca dal suo giardinetto e guardi più in là. Ricchezza, produzione e consumo si stanno spostando da Occidente a Oriente, mentre le politiche economico-fiscali producono disoccupazione. Monti colga l’attimo fuggente. Mario Sechi, Il Tempo, 3 maggio 2012

.……………Appello quello di Sechi destinato a rimanere inascoltato. A Monti, per poter cogliere,  l’appello di Sechi  e l’attimo fuggente,  mancano due virtù fondamentali, la sensibilità coniugata alla fantasia. Chi è chiamato a funzioni tanto importanti,  quelle alle quali Monti è stato chiamato, senza averne mai prima dimostrato l’attitudine, specie in momenti cruciali come quelli attuali, deve possedere una dose non indifferente di sensibilità, per comprendere gli altri, comprenderne le ragioni, e farle proprie , condividerne le attese e le angoscie,  stimolarne le speranze come contributo non materiale  per un futuro migliore. E alla sensibilità deve coniugarsi la fantasia,   non per “portarla al potere” rimaneggiando lo slogan del maggio francese di 4 decenni addietro, ma per usarla come impareggiabile  arma di disinnescamento della più terribile delle malattie dell’uomo moderno: la resa dinanzi alle avversità. Monti è uomo gretto e funereo, incapace di trasmettere, essendone egli stesso privo, voglia di riscatto, indulgente verso se stesso quanto reattivo verso chiunque osi contraddirlo o criticarlo. In ciò denunciando la scarsa, o,  addirittura,  totale assenza di senso critico e autocritico, in aperta contraddizione con i più elementari canoni della democrazia rappresentativa. Il Paese vive ore dramamtiche, non serviva a questo Paese un “capo” privo del “quid” berlusconiano, quello che un tempo si chiamava carisma. Un capo senza carisma non entusiasma chi deve seguirne l’essempio e induce alla diserzione. Ed è quello di cui questo Paese in questo momento  non ha bisogno, la diserzione. Ma Monti non è l’uomo adatto a fermarla. g.

TAGLI ALLA POLITICA? CI PENSERA’ AMATO, PENSIONATO D’ORO E UOMO DELLA CASTA

Pubblicato il 2 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Nella vita c’è sempre una seconda chance. Forse è questa la morale insita nella scelta di Mario Monti di nominare Giuliano Amato super consulente sui finanziamenti di partiti e sindacati.

Giuliano Amato

Giuliano Amato
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Perché dopo una carriera istituzionale durata 40 anni, dopo due presidenze del Consiglio, dopo essere stato ministro degli Interni, delle Riforme Istituzionali, del Tesoro, magari l’ex socialista riuscirà a partorire qualche efficace consiglio sulla disciplina dei partiti. Non ci è riuscito nella sua vita politica, magari ci riesce adesso.

Tuttavia, al netto di ogni ottimistica speranza e di ogni elargizione di fiducia, è indubbio il merito del premier Monti: resuscitare i morti. E se a ciò si aggiungono le malefatte e i provvedimenti di Amato, il quadro non promette niente di buono.

Infatti, il Dottor Sottile (epiteto che il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari affibiò ad Amato con doppio riferimento alla sua sagacia politica e alla gracilità fisica) è passato alle cronache per aver invocato a gran voce – quando nel 1992 era premier – una riforma delle pensioni. Riforma che si premurò di fare, colpendo le nonnette di provincia, spaventando milioni di padri di famiglia e cancellando ogni certezza sul futuro previdenziale. Sforbiciò tutte le pensioni, insomma. Eccetto la sua, però.

Infatti, come ricorda Mario Giordano nel suo libro “Sanguisughe“, “alla fine di ogni mese, Amato incassa la bella cifra di 31.411 euro…dal 1 gennaio 1998 incassa una pensione Inpdap da ex professore universitario di 12.518 euro netti al mese, cioè 22.048 euro lordi, che corrispondono esattamente a un totale annuo di 264.577 euro. Però non s’accontenta. E dunque, visto che i sacrifici sono necessari, ai 12.518 euro netti che gli entrano in tasca ogni mese aggiunge la pensioncina da parlamentare (9.363 euro). In totale appunto 31.411 euro lordi al mese, circa 17mila euro netti”.

E, almeno di cambiamenti di pensiero, Amato non è disposto a ritoccare un centesimo della sua pensione. Lo spiegò l’anno scorso a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La7, dove alla precisa domanda: “E’ disposto a ridursi la pensione d’oro?“, rispose con un chiarissimo: “Non capisco la domanda”, pur ammettendo di avere una “pensione alta”, dovuta al fatto che “ho passato gli ultimi anni della mia carriera all’Antitrust i cui componenti avevano trattamento della Corte Costituzionale”.

Ad Amato si deve inoltre una manovra lacrime e sangue fatta di incrementi di tasse e provvedimenti discussi. Uno su tutti: il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti degli italiani con tanto di effetto retrodatato.

Adesso, il giurista è incaricato “di fornire al premier analisi e orientamenti sulla disciplina dei partiti per l’attuazione dei principi di cui all’articolo 49 della Costituzione, sul loro finanziamento nonché sulle forme esistenti di finanziamento pubblico, in via diretta o indiretta, ai sindacati.

Lo stesso giurista che anni fa in un’intervista a La Stampa, citata da Marco Damilano sul suo blog, forniva la sua interpretazione sui costi della politica, in particolare dei partiti: “Non so quanto realmente costino i partiti. Certo molto più di quello che ricevono come contributo statale, anche perché hanno strutture ormai eccessive. Va comunque cambiato il sistema di finanziamento. Vanno ammessi anche contributi più elevati di gruppi industriali, che li devono esporre nei propri bilanci”.

Dopo un referendum (tradito dalle forze politiche) che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti e dopo decenni di possibilità decisionale tale da poter metter mano alla questione, Giuliano Amato ce la può fare. Almeno, così pensa Monti. Domenico Ferrara, Il Giornale, 2 maggio 2012

………….Nulla da aggiungere. Solo che la scelta di Monti  con Amato è in linea con la scelta di Napolitano con Monti. g

MONTI: L’ITALIA E’ UN PAESE CHE NON AMA LE TASSE…. OVVERO BAGGIANATE IN LIBERTA’

Pubblicato il 2 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »

Mario Monti

Monti è tornato a criticare l’invito a l’obiezione di coscienza sull’Imu: “Questo è un Paese che non ama molto le tasse, ma ci sono dichiarazioni che, come esponente del governo, ho il dovere di dichiarare inaccettabili come quella di non pagare l’Imu”. “
Monti ci ricorda lo scomparso ministro dell’economia di Prodi, Padoa Schioppa,  il quale dichiarò che pagare le tasse è bello.
Certo che lo è per chi come lo scomparso Padoa Schioppa e il vivente Monti si prendono un mare di soldi grazie al sistema del passato, che ora Monti critica, ma quando gli consentiva di pensionarsi con 30 mila euro al mese andava bene.
E  se lui come governoha il diritto di definire inaccettaibli gli inviti alla disobbedineza fiscale, noi cittadini abbiamo il diritto di dire che uno che dopo 4 mesi di tecnicismo da burletta ha dovuto chiamare altri tecnici per trovare una qualche soluzione ai problemi che sono rimasti insolut, deve andarsene a casa al pià presto e lasciare anche il laticlavio di senastrore a vita che ha ampiamente mostrato di non meritare. A casa, a casa. g

SONDAGGIO ACLI: UN ITALIANO SU TRE VUOLE LA RIVOLUZIONE

Pubblicato il 2 maggio, 2012 in Costume | Nessun commento »

L’Italia uscirà dalla crisi entro i prossimi tre anni, ma in condizioni peggiori di prima, e comunque tra 10 anni saremo più poveri. Per cambiare il Paese ci vorrebbero le riforme, ma per una persona su tre l’unico mezzo è la “rivoluzione”. Sono i risultati di un sondaggio tra gli italiani, realizzato per le Acli da Ipr Marketing e diffuso alla vigilia del 24/mo Congresso nazionale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, che prenderà il via domani a Roma.

Dal sondaggio emerge che una spesa imprevista di 100 euro manderebbe in crisi il bilancio familiare per sei italiani su 10; più preoccupati sono i cittadini del Sud, le donne e i giovani. Quasi la metà degli intervistati (47,5%) ha iniziato a percepire in concreto nella vita quotidiana gli effetti della crisi economica tra il 2010 e il 2011; il 14,8% era già in una situazione di sofferenza economica prima del 2008. La grande maggioranza degli italiani (72,4%) non riesce a leggere in questa crisi un’occasione di progresso o cambiamento. Per uscire dalla crisi, secondo gli italiani non si può non puntare su una maggiore equità (24,9%) e moralità (22,8%) generale da un lato e dall’altro occorre far leva sulla competenza (18,5%) delle classi dirigenti e sull’innovazione (12,7%). La richiesta di una maggiore equità sociale emerge anche in relazione all’opinione degli italiani su chi deve pagare la crisi: il 74,8% infatti ritiene che siano i cittadini più facoltosi a dover sopportare il carico maggiore della crisi. Chi ci toglierà dalla crisi? Non importa che sia uomo o donna, sposato o cattolico: il leader futuro sarà giovane (53%) e con competenze professionali all’altezza delle sfide attuali, laureato (49%), se necessario docente universitario (37%). Sul fronte degli interventi da effettuare, per la grande maggioranza degli italiani deve occuparsi prima delle famiglie e poi dei conti dello Stato e tenere conto delle indicazioni delle istituzioni internazionali.

Per cambiare il Paese, per la maggioranza (50,9%) la strada da seguire è quella riformista, con interventi graduali e condivisi ma anche impopolari. Ma la crisi porta con sé anche atteggiamenti radicali: quasi un terzo del campione (32,%) vede la “rivoluzione” come unico mezzo per trasformare l’Italia; per il 17,2% degli intervistati “questo Paese non cambierà mai”. Per il presidente delle Acli, Andrea Olivero, “il Paese ha bisogno di ripartire ricostruendo il rapporto di fiducia con i cittadini e rianimando il sentimento di speranza, offrendo un modello e un progetto credibile di sviluppo. Il risanamento dei conti non basta. Gli italiani mostrano di aver ben chiare le priorità: lavoro, giustizia e onestà. La strada da percorrere é quella delle riforme, per cambiare in meglio questo Paese, senza lasciare altro pericoloso spazio ad astensionismo e antipolitica”. Fonte ANSA, 2 maggio 2012