LA DITTATURA TECNOCRATICA
Pubblicato il 5 maggio, 2012 in Politica | Nessun commento »
Un illustre e autorevole politologo – che una volta, tanti anni or sono, fu apprezzato teorico del liberalismo e sostenitore della liberal-democrazia di tradizione anglosassone – il professor Giovanni Sartori, ha delineato, sulle colonne del «Corriere della Sera», uno scenario, futuro o futuribile, destinato, a suo dire, a rafforzare il governo Monti. Un governo di tecnici o di emergenza, costretto, malgrado la buona volontà dalla quale è animato e malgrado il supporto del Capo dello Stato, a navigare perigliosamente nelle acque agitate e infide della politica italiana. Un governo, alla fin fine, costretto a governare male e poco, prigioniero di troppe e contrastanti pressioni ed esigenze dei partiti che, pur a denti serrati, sono costretti a sostenerlo. Un «governo anfibio» – così lo ha chiamato Sartori – che deve ricorrere continuamente alla fiducia per dribblare i veti incrociati o le trappole dei recalcitranti supporters parlamentari. La debolezza del governo – par di capire leggendo le considerazioni di Sartori – sarebbe dovuta, al di là della fisiologica litigiosità delle forze politiche, al fatto che nella nostra carta fondamentale non sarebbe previsto «lo stato di necessità, di emergenza o di assedio» contemplato dalle costituzioni ottocentesche, sotto questo profilo, «più previdenti delle nostre». Ricorda, Sartori, sia pure incidentalmente, che la mancata sottoscrizione da parte del Re del decreto di stato d’assedio predisposto da Facta nell’ottobre 1922 aprì la strada all’avvento del fascismo. Le cose sarebbero andate in modo diverso, sembra suggerire lo studioso, se Vittorio Emanuele III – malgrado (non dimentichiamolo!) il fatto che lo Statuto Albertino non lo prevedesse – avesse firmato lo stato d’assedio: se, cioè, in altre parole avesse decretato una provvisoria sospensione delle libertà e guarentigie costituzionali. Ma lasciamo da parte le fantasie della storia virtuale. E veniamo all’oggi. Il governo Monti, governo tecnico o dei tecnici, è in qualche misura, assimilabile a un governo da stato di necessità. O di assedio. È un governo – absit iniuria verbis – caratterizzato dalla sospensione della democrazia e dal commissariamento del potere legislativo da parte dell’esecutivo.
Sono stati, insieme, la crisi economica internazionale, la debolezza della politica, il dissesto dei partiti, lo sfacelo morale del paese, la piccolezza umana della classe politica ad averne propiziato la nascita. Gli italiani, disgustati dallo sfascio del politicantismo, lo hanno sorbito come una medicina amara. Ma adesso si sono resi conto che le sue ricette si risolvono in una prescrizione: aumento della pressione fiscale a danno dei ceti più deboli e più indifesi. E la popolarità del governo scende. Insieme alla sua forza e alla sua capacità di tenuta. Ma il governo Monti piace – oltre, naturalmente, per il fatto che è nato sulle ceneri dell’odiato governo Berlusconi – per la sua dimensione tecnocratica. Ma piacerebbe ancor di più se avesse, per così dire, un piglio e un tocco maggiormente autoritari. Ed è comprensibile: Sartori ha da tempo messo sotto naftalina il suo antico, originario e nobile liberalismo per cedere all’insana passione per una democrazia giacobina e moralistica e si è scelto, come compagni di strada, ex-comunisti e post-comunisti. La sua «modesta proposta» è che Monti ricorra il più possibile al voto di fiducia fino al punto da costringere il Pdl a negargliela e a provocare, in tal modo, quella crisi, che aprirebbe necessariamente la strada per le elezioni anticipate gestite dallo stesso Monti. Ma non basta. La ciliegina sulla torta della «modesta proposta» sartoriana è che Monti si affretti a improvvisare «un partito elettorale di candidati degni e puliti» e, con esso, si presenti alla consultazione elettorale. Essendo ancora in vigore il Porcellum con il suo «smisurato premio di maggioranza», è presumibile, a detta di Sartori, che il partito di Monti faccia il pieno di parlamentari e possa governare senza alleati. Una cattiva legge – quel Porcellum da sempre esecrato e vituperato da Sartori – sortirebbe buoni effetti. Il governo tecnico o dei tecnici avrebbe una legittimazione popolare. Ma, questa indicata da Sartori, è una via democratica alla dittatura tecnocratica. Non è una bella prospettiva. Ma non c’è da preoccuparsi: il vento dell’antipolitica è così forte da spazzare via le previsioni dei politologi. A cominciare da quelle di Sartori che non si sono mai realizzate. Francesco Perfetti, Il Tempo, 5 maggio 2012
.…………..E’ vero, da decenni Sartori predica bene e puntualmente razzola male. E per fortuna le sue previsioni mai si sono avverate, essendo rimaste solo pure enunciazioni dello tesso Sartori che dava per certo qule che sognava di notte. Forse la notte scorsa avrà sognato Napoleone, in vista dell’anniversario della morte, oggi, e lo avrà scambiato per Monti, immaginando Monti-Napoleone sul cavallo bianco ad Austerlitz-Italia, a comandare le sue truppe-ispettori di Equitalia all’assalto degli imperi centrali-gli italiani, acerrimi nemici da uccidere-spremere. Di solito, svegli, il sogno svanisce e si rimettono i peidi per terra. Sartori, forse per via dell’età, è passato dal sogno al vaniloquio, senza poggiare i piedi per terra e lasciando per aria solo la testa. g.

Fin dal principio dell’avventura del governo Monti ho scritto che sulla tassazione si giocava il presente e il futuro di questo esecutivo. Alcuni mesi dopo è giunta l’ora di fare un bilancio. 1. la pressione fiscale ha raggiunto livelli mai toccati prima; 2. è stata introdotta una patrimoniale progressiva sugli immobili chiamata Imu (gettito previsto di 21 miliardi), in cui di municipale c’è il nome perché solo 9 di questi andranno ai Comuni; 3. il sistema di riscossione italiano continua a utilizzare i soggetti privati come camerieri: le aziende pagano le tasse per se stesse e per lo Stato e in cambio non ricevono indietro i crediti che vantano nei confronti della pubblica amministrazione; 4. il sistema punitivo sugli evasori così non funziona. L’Agenzia delle Entrate e Equitalia sono istituzioni da difendere, ma il complesso di norme che ne alimenta il flusso di cassa e i poteri non sono da Stato liberale; 5. nel settore del credito -vitale per qualsiasi economia- non vi è stata nessuna liberalizzazione e in presenza di recessione galoppante questo significa non consentire alle imprese in difficoltà non solo la gestione caratteristica, ma persino il pagamento delle imposte. Il bilancio del governo Monti sulla questione fiscale è negativo. Ed è legato a quello della crescita. Lo stesso premio Nobel Stiglitz -buon amico del professor Monti- fa presente che le ricette Berlinocentriche uccidono la crescita economica. Anche il professor Giavazzi sostiene queste idee e speriamo non le cambi ora che è approdato a Palazzo Chigi. Siamo di fronte ad una questione puramente tecnica? No, questa è politica, la materia viva che tocca il cuore e la mente dell’elettorato. Passi per le idee «tassa e spendi» del Partito Democratico, ma vorrei capire perché mai il Pdl dovrebbe continuare ad appoggiare una ricetta che massacra il suo elettorato. Me lo chiedo perché alle elezioni manca un anno e i casi sono tre: 1. il Pdl incide sulla linea del governo e convince Monti a una correzione di rotta; 2. il Pdl non conta niente e si suicida; 3. il Pdl si sveglia dal torpore e lascia il governo. Tre carte, un soldo. Mario Sechi, Il Tempo, 4 maggio 2012

La Francia sceglie il prossimo Presidente in un duello appassionato dove sono in gioco i destini dell’Europa, l’Italia annaspa tra tecnici, tecnici dei tecnici, partiti, partitanti e varie comparse della scena politica. Confesso, vedere e commentare le elezioni negli altri Paesi Europei comincia a provocare in me una certa invidia. C’è lotta politica, confronto di idee, passione. Da noi sembra prevalere la rassegnazione. Ho sostenuto il governo di transizione e dato ampio credito al governo Monti, ma più passano i giorni e più penso che ci sia qualcosa di storto -ma non ancora irreparabile – in questa vicenda. Il Professore è uomo capace, di carattere e ironia apprezzabili, tuttavia si coglie una distanza forte dalla politica e dalla lotta ideale che è il sale di un’avventura di governo. Monti ha svolto con coraggio la prima parte del suo mandato (il Salva-Italia), ha portato a casa una riforma delle pensioni da tutti i partiti sbandierata ma mai approvata, ma ha ecceduto con la pressione fiscale e mancato l’obiettivo delle liberalizzazioni. Quanto alla crescita, non ci siamo e basta. Può recuperare? Sì, ma a patto che riprenda il filo della politica e la bussola liberale. Non ci sono altre strade. Il dibattito italiano è chiuso in se stesso, ma intanto l’Europa si sta giocando il proprio destino. Le elezioni francesi saranno uno spartiacque e il rapporto tra Parigi e Berlino non sarà più lo stesso: se vince Sarkozy, dovrà fare delle concessioni alla destra lepenista che rifiuta la ricetta tedesca, la Bce e l’architettura barocca dell’Europa, se vince Hollande, il patto fiscale va a carte quarantotto e si ridiscute tutto. Qual è la nostra posizione in merito? Vorremmo saperlo. Bersani tifa Hollande ma è in conflitto con Monti, pezzi importanti del centrodestra altrettanto, mentre gli ex di Alleanza nazionale sperano ancora in un Sarkozy rivisto e corretto per non lasciare il campo alle sinistre. In ogni caso, a Parigi un dibattito sul futuro del Vecchio Continente – quello dal quale dipendono i nostri destini – è più vivo che mai. È ora che anche l’Italia esca dal suo giardinetto e guardi più in là. Ricchezza, produzione e consumo si stanno spostando da Occidente a Oriente, mentre le politiche economico-fiscali producono disoccupazione. Monti colga l’attimo fuggente. Mario Sechi, Il Tempo, 3 maggio 2012

